Asimov
Posted by rferrazzi on May 14, 2008
L’attenzione (…) di ogni lettore sarà richiamata da una storia della decadenza e caduta dell’impero romano, forse la scena più grandiosa e impressionante nella storia dell’umanità (…) Fu tra le rovine del Campidoglio che concepii l’idea di un’opera che mi ha occupato e ricreato per circa vent’anni della mia vita… Con queste parole, il 27 giugno del 1787 (due anni prima di un’altra storica caduta: quella della Bastiglia), Edward Gibbon licenziava le quasi tremila pagine del suo capolavoro, una cavalcata di quindici secoli da Cesare Augusto fino al vittorioso assedio di Maometto II a Costantinopoli.
Circa centocinquant’anni più tardi, Isaac Asimov lesse la Storia del declino e caduta dell’impero romano e concepì l’idea della saga della Fondazione. Si era nel 1940 e il mondo era immerso nella seconda guerra mondiale. Anche al termine del conflitto, il dopoguerra non parve promettere niente di buono. La sconfitta di Hitler non aveva fatto chiudere il tempio di Giano. In Corea si combatteva ancora e il generale MacArthur chiedeva al presidente Truman di usare la bomba atomica. La liquidazione degli imperi coloniali portava guerre e guerriglie un po’ dappertutto. Cominciava una lunga guerra fredda basata sull’equilibrio del terrore.
In queste circostanze Asimov iniziò senza rendersene conto un’avventura letteraria che lo avrebbe “occupato e ricreato” per ben più di vent’anni. I primi racconti (scritti fra il 1940 e il 1949) vennero fusi in tre romanzi: Foundation (Cronache della Galassia), Foundation and Empire (Il crollo della galassia centrale) e Second Foundation (L’altra faccia della spirale). All’autore parve che la cosa si potesse chiudere lì e avviò un’altra saga: quella dei robot. Ma la trilogia della Fondazione venne ripubblicata nel 1961 e il successo fece nascere nell’autore l’idea di collegare i robot alla storia galattica. Pur con le interruzioni imposte dal lavoro di divulgazione scientifica al quale Asimov teneva moltissimo, i quattordici romanzi in cui si articola il ciclo costituiscono un insieme abbastanza omogeneo. La saga, che parte da Io robot e termina con Fondazione e Terra, può dirsi conclusa con quest’ultimo romanzo, datato 1983.
***
Quanto a Asimov scrittore, credo che sia difficile trovare in tutta la letteratura fantascientifica (o nella letteratura per ragazzi, o nella letteratura popolare, o nella letteratura rosa, o in quella che volete) un autore più schematico nelle descrizioni, bidimensionale nei personaggi, prevedibile nelle soluzioni. Eppure è l’autore di fantascienza più venduto dopo Jules Verne.
Qualcuno potrebbe pensare che, individuando le caratteristiche comuni a Verne e Asimov, si ottenga la ricetta per scrivere un bestseller. Ahimé, non è così. La caratteristica più evidente che Verne e Asimov hanno in comune è lo schematismo, la lingua sciatta, l’incapacità di far provare dei veri sentimenti a personaggi privi di profondità. Un’altra caratteristica di Verne è la celebrazione dei ritrovati tecnologici del suo tempo e la proiezione degli stessi in un improbabile futuro. Ma Asimov lo segue svogliatamente su questa strada e tende piuttosto a separare la saggistica di divulgazione dalla narrativa.
Più si prosegue in questo tipo di analisi, meno se ne ricava. La verità è che il successo di Asimov dipende da un unico fattore: il respiro cosmico del suo progetto. Così come Gibbon prese in esame quindici secoli di Storia, Asimov ricostruisce la “storia” di almeno dodicimila anni durante i quali fu popolata la galassia, un impero nacque e crollò, una Fondazione lo ricostituì. Tutto questo con l’aiuto di una scienza fittizia (la psicostoria), dei robot, di esseri umani dotati di capacità mentali straordinarie, ma anche di uomini qualunque, non necessariamente eroi, anzi, spesso un po’ filibustieri.
Qual è dunque il segreto per vendere milioni di copie? Indovinare lo spirito dei tempi con il giusto anticipo. Non troppo né troppo poco. Nel 1940 c’era la guerra e la gente aveva bisogno di sentirsi unita e compatta; non poteva mettersi a fantasticare sui meccanismi sociali che portano al crollo di un organismo complesso. Nel 1961 il neocapitalismo era in pieno boom e la gente cominciava a sospettare che prima o poi sarebbe andato a sbattere contro i suoi limiti. Ecco perché la trilogia della Fondazione ebbe successo con vent’anni di ritardo. Ma, come al solito, un’analisi di questo genere si può fare solo a posteriori. Nel 1940 non la fecero né l’autore né l’editore. Nel 1961 l’autore non ci pensò ed è probabile che l’editore abbia ristampato i romanzi della Fondazione solo perché nel frattempo Asimov si era fatto un nome con i romanzi sui robot.
Indovinare lo spirito dei tempi al momento giusto è l’unica cosa che conta. In un mondo attratto da dietrologie, esoterismi e trasgressioni, Il codice da Vinci vende a carrettate anche se è scritto con i piedi. La paura e la speranza è un pessimo saggio, ma arriva quando gli italiani hanno paura e non sanno ancora di averla; Tremonti glielo spiega e vince le elezioni. Ecco tutto. Volete vendere un milione di copie di qualunque cosa, essere intervistati da Daria Bignardi, fidanzarvi con una velina? Provate a indovinare lo Zeitgeist. Poi scrivete pure con uno stile sciatto come Verne oppure tronfio come Umberto Eco oppure cupo e noioso come Houellebecq. Non importa. La sostanza fa premio sulla forma anche quando è illusoria: basta che sia condivisa.












May 14, 2008 at 8:57 am
Ben detto, così è.
Però, dici niente: a volerla compiere di proposito è impresa improba (e quasi sempre, alla lunga, votata al fallimento), mentre riesce spontanea a coloro che vi sono chiamati, poveri di spirito o cretini di genio che siano.
Un caro saluto,
Roberto
May 14, 2008 at 11:01 am
Non posso fare altro che condividere al 200%.
Blackjack.
May 14, 2008 at 12:03 pm
il respiro cosmico di un progetto
- fondamentale per la riuscita di un’opera -
equivale all’estensione della sua anima…
May 14, 2008 at 1:35 pm
Scrittori dalla prosa sciatta che vendono milioni di copie assimilati a degli indovini anticipatori di un astratto “spirito dei tempi”. Magari mi sbaglio, ma mi sembra piuttosto riduttiva come affermazione, Riccardo, per uno scrittore del calibro di Isaac Asimov.
La prosa asciutta e scarna, sì, di A., ma, perché no, accurata e a volte elegante è gemella della scrittura da divulgatore scientifico, quale, come ricordi giustamente tu, A. era. E in quanto tale si è sempre imposto di rendere semplici le proprie spiegazioni. L’uso di una scrittura essenziale è indispensabile per poter essere inteso da una larga fetta di pubblico.
Quanto alla critica mossagli, non solo da te, sulla scarsa consistenza narrativa dei suoi personaggi, sono solo parzialmente d’accordo. Sostanziali eccezioni a tale affermazione considererei il grande spessore di protagonisti di storie quali il Mulo nel ciclo della Fondazione, Elijah Baley in Abissi d’Acciaio, Marlene in Nemesis, il robot Olivaw ne I robot e l’impero, e il monumentale Hari Seldon in Cronache della Galassia. Potrebbe però essere impreciso qualche riferimento: navigai nella fantascienza asimoviana molti anni fa e la mia memoria è molto ingannevole.
Il ritardato successo della saga in questione fu dovuto invece, a mio avviso, principalmente alla natura stessa della saga, frammentata in una serie di racconti pubblicati a varie riprese tra il 1942 e il 1949 sulla rivista Astounding Science Fiction, diretta da John W.Campbell. Una serie non ancora pronta per il grande pubblico non solo per il periodo storico in cui è stata scritta, come tu sottolinei, ma soprattutto perché priva della struttura di un vero romanzo fantascientifico da trasformare in libro.
A. seppe dare corpo univoco, respiro galattico e significato universale a questi racconti, riunendo e amalgamando le straordinarie intuizioni in essi contenuti nei tre libri-chiave Cronache della galassia, Crollo della galassia centrale, L’altra faccia della spirale, pubblicati - come hai ricordato tu - con successo negli anni ’60, e seguiti da innumerevoli edizioni e ristampe fino ai giorni nostri, accanto ad altri bellissimi e popolari - ecco la dimensione che regalò A. alla fantascienza, popolare - romanzi della prolifica produzione asimoviana. Vorrei ricordare, a proposito dei romanzi al di fuori dei cicli della Fondazione e dei Robot, i bellissimi Nemesis, specchio della terra nascosto dal sole e Notturno, un pianeta con sei soli che si stanno spegnendo, ma che non ha mai conosciuto la notte .
Solo i grandi scrittori con solide basi scientifiche o culturali sono grandi intuitori, anticipatori di tempi e inventori di storie. A. ha scritto sul futuro dell’umanità, e formulato tesi e teorie come la psicostoria, elemento della coscienza positivista di A. e le tre leggi della robotica (più la legge zero coniata successivamente, mi sembra nel romanzo I robot e l’impero) che sono state oggetto per anni di appassionate discussioni tra gli specialisti del settore. La nuova concezione di robot, asservito all’uomo, formulata da A. fece scuola per numerose opere successive, come Guerre Stellari e Star Trek.
In ultimo, l’antico peregrinare dell’uomo alla ricerca delle proprie origini, tema fisso della letteratura di ogni epoca e principale oggetto di riflessione di molti grandi pensatori, è da A. grandiosamente e melanconicamente rappresentato su scala galattica da un manipolo di eroi che vagano tra le stelle e i pianeti alla ricerca del pianeta primo, Gaia.
Stesso nome, guarda il caso, con cui lo scienziato inglese scienziato inglese James Lovelock nel 1979 appellò la Terra, considerata come essere vivente, in A New Look at Life on Earth.
Cordiali saluti Riccardo e grazie davvero. Scusa la “lenzuolata”, ma hai parlato di uno scrittore che ho amato profondamente e che ha fortemente influenzato la mia visione del futuro, e non ho saputo resistere.
May 15, 2008 at 10:52 am
Plessus, sulla scrittura e sullo spessore dei personaggi di Asimov non saremo mai d’accordo. Ma non importa: il bello della letteratura è anche quello di conservare a ciascuno il libero arbitrio, i suoi gusti, il suo immaginario personale.
Devo invece correggere ciò che dici a proposito di Astounding: stando a ciò che racconta Asimov, lui e Campbell idearono la storia della galassia e la psicostoria PRIMA di aver ancora scritto una sola parola. Il mancato successo iniziale dei racconti della Fondazione non dipese da disorganicità.
Sui motivi della grandezza di scrittori come Asimov e Verne (e Salgari, e Karl May, ecc.) ti invito a dare un’occhiata al post che ho programmato per il 21 p.v. Si intitola Verne.
May 15, 2008 at 12:43 pm
caro Riccardo, lo Sparzani giovanetto si beveva Asimov nel caffelatte della mattina con grande avidità (s’intende dopo essersi bevuto, anni prima tutto il Verne e il Salgari anchesì), tutta la Fondazione, i Robot, e quanto stava attorno. Confesso che condivido molte delle osservazioni di Plessus, con qualche maggiore riserva sui personaggi, ma su Olivaw, ad esempio, sono del tutto d’accordo con lui. Il che non toglie che condivida un’analisi di fondo tua, che però tempererei con quest’altra considerazione: importante è l’età del lettore. Così come non si può pretendere di dare in pasto a un ragazzetto Proust o Joyce, con i quali, salvo casi davvero eccezionali, non potrebbe entrare in sintonia, così a uno sveglio quindici-diciassettenne cosa di meglio di una bella iniezione di avventura “senza limiti nel cosmo”, con tutta la tecnologia del caso, e tra l’altro senza il continuo orrore del sangue che poi si è sempre più imposto?
May 15, 2008 at 4:01 pm
Grande Hari Sparz, non sarò certo io a sminuire i meriti di Asimov (tra l’altro, quel “senza il continuo orrore del sangue” è qualcosa che merita di essere meditato a lungo e senza ideologismi). Però ognuno ha i suoi punti di vista. Per esempio, io preferisco Baley a Olivaw e, se proprio devo scegliere un robot, preferisco Giskard.
Scerzi a parte (ormai mi diverte questa cosa senza h), bisogna pur dare una valutazione letteraria anche di questi autori, senza confinarli nella dimensione riduttivi di “autori per ragazzi”. Collodi e Andersen hanno scritto capolavori. Swift e Defoe non avevano intenzione di scrivere per i ragazzi. Tutto sommato, direi che anche a questa categoria si applica il doppio criterio dell’”a priori” e “a posteriori”.
Credo che non ci sia niente di male a indicare quel poco che c’è di buono in questi scrittori, insieme ai loro limiti.