Renato, io e Roberto Baggio
Posted by fabrizio centofanti on May 18, 2008
di Roberto Plevano
Scese il silenzio sul nostro tavolino e sulla piazza. Renato sedeva tranquillo dopo aver parlato, e continuava a giocherellare con un bicchiere.
Nel silenzio pensai a quell’intersecarsi dei piani di volontà malate, al produrre, al porre in essere stati aberranti di realtà. Si chiama storia. Tra un colpo di grazia e l’altro, abbiamo avuto qualche colpo di fortuna.
Mi alzai, gli battei la mano sulle spalle, la tenni lì per qualche secondo. Non credo assolutamente che un rigo o un chilometro di poesia serva a qualcosa. E tuttavia: «Nada se edifica sobre la piedra, todo sobre la arena», gli sussurrai, da buon testimone di un crollo.
«Tu… tu sai trovare le parole, eh? ‘Niente si costruisce sulla roccia, tutto sulla sabbia’. Insegnano così adesso all’Istituto per Geometri?».
«Ti chiamo», dissi andandomene.
«A presto», disse lui in un soffio.
Non fu tanto presto invece. È rimasto l’affetto per gli amici d’infanzia, per i pochissimi con cui c’era ancora qualche contatto, ma da piccoli ci si vede sempre, a scuola e anche fuori; da grandi la confidenza diviene un’astrazione, subentrano lavoro e famiglie e l’antica consuetudine muta poco a poco in lontananza silenzio e imbarazzi. Che ne è stato dei miei compagni di crescita? Avremmo dovuto vivere insieme fino a vent’anni, fino a trenta, in qualche collegio, in qualche colonia estiva, separati dai genitori, da cui si può tranquillamente stare lontani in età scolare. Ma non l’abbiamo fatto, e così ogni incontro con vecchi amici, ormai non più così amici, diventa solo la notifica di un ricordo di dimestichezza, non un rinnovamento. Renato avrebbe dovuto aspettare.
Non me n’è mai importato nulla di calcio, non ho mai imparato a giocare, e da piccolo ho anche sopportato con pazienza il dileggio degli altri ragazzini: «Ah, Luca non gioca a calcio, col pallone ci lotta!». Preferisco gli sport in cui faccio sforzi da solo. Mancare certi appuntamenti mi sarebbe tuttavia sembrato un inutile snobismo. Invitai allora un po’ di amici a casa mia una sera per gli ottavi di finale del torneo di calcio più seguito al mondo, a cui l’Italia era stata fortunosamente ammessa senza troppi meriti. La partita era in verità un pretesto per rimanere in contatto, amici, mogli e fidanzate, qualche figlio piccolo: «Come va? Cosa fate? Le vacanze, quest’anno? Sì davvero, dovremmo fare qualcosa insieme!». Renato era venuto da solo, come sempre, e come sempre era di buona compagnia, ‘un tesoro’, dicevano mogli e compagne. In pieno relax guardammo la partita.
Non c’era grande ottimismo fin dall’inizio; le donne osservarono, convenientemente, che gli italiani sembravano dei coniglietti spauriti di fronte ai colossi africani. Spauriti e stanchi. Verginelle esangui. Che infatti erano già sotto nella prima mezzora. Va bene, era previsto, che cosa ci aspettavamo? I nostri si trascinavano nel corso della partita come fantasmi senza vita e gli amici in casa perdevano via via interesse al gioco. Solo io e Renato sedevamo sull’orlo delle poltrone, altro che relax, dapprima frustrati, poi infuriati. Io già mi immaginavo fondi e commenti di geopolitica applicata al calcio sui giornali dell’indomani, le giovani nazioni a fronte della decrepitezza del vecchio continente. A un quarto d’ora dal termine gli Italiani rimangono in dieci. È la fine. Renato si mette a imprecare sottovoce: «Basta! Basta! Che dannazione! Fatela finire!». Non mi pare poi un ‘tesoro’. Anzi, pare seccato oltre misura, perfino di essere in compagnia, scostante, antipatico, non lo avevo mai visto arrabbiarsi per una partita di calcio, e mentre guardo un po’ lui, un po’ lo schermo, ho un vuoto d’ansia e mi manca il fiato, manco fossi io l’espulso. Soffro, mannaggia, fatico a contenere la smania, mentre la poltrona diventa con i secondi che passano un fastidio insopportabile per le mia schiena. Per la prima volta nella mia vita soffro davanti al calcio televisivo.
«Quanto manca alla fine?».
«Due minuti. Che schifo! Non stanno più in piedi, sono cotti!».
«Di’, è ancora dentro Roberto Baggio?».
«Sì, ci voleva qualcuno più pesante oggi… Ah! Guarda!».
Renato non finisce la frase. Il tempo sospende il suo corso. La palla arriva dalla destra, diagonalmente dentro l’area di rigore dei giganti africani, c’è un contrasto e un passaggio indietro al centro, e con perfetta coordinazione, pescando inesauribili energie da un cesto magico, la figurina in bianco evocata dalla mia voce calcia senza agitazione, e una linea retta rasoterra si proietta oltre un difensore, oltre il portiere, dentro la rete nell’angolo, una stella cadente nel cielo di luglio che aveva aspettato per millenni e millenni di rischiarare la notte. Un secolo e più di raffinazione atletica e tecnica nel gesto di un attimo. Arte. Poesia. Sapienza. Armonie celesti in un lampo. E anche coordinazione motoria.
«Baggio! Dio bono! Baggio! Baggio!». Renato e io ci guardiamo increduli per un secondo, e saltiamo in piedi, ci abbracciamo, urliamo, corriamo avanti e indietro nella stanza scimmiottando quel tocco di piede. Facciamo un brindisi con due bottiglie di birra e le tracanniamo in un fiato. Altro brindisi a bottiglie vuote, le gettiamo per terra, quasi le frantumiamo, che ce ne importa. Altre due bottiglie tracannate. Sento il cuore del mio amico che batte quasi più forte del mio, lo vedo respirare veloce, sarà la birra, sarà lo spasimo. Un altro abbraccio e ci sediamo, mentre gli altri ci guardano in modo un po’ strano, ma anche loro sono contagiati dalla nostra euforia. Io e Renato ci guardiamo ancora. Lui scoppia a ridere. Sollievo dopo il dramma.
Mi domando con quale spirito gli spettatori alla messa in scena delle Troiane assistevano poi ai giochi olimpici, e ho il sospetto che il loro atteggiamento fosse, nei due luoghi, il medesimo. Assistere a una competizione, un combattimento, una partita di calcio, allo stadio o alla TV, per tanta gente è una questione di vita o di morte, o qualcosa di più. Accanto a Renato, seduto sull’orlo della poltrona, quella fu l’unica volta nella mia vita che persi calma e contegno e chissà cos’altro di fronte a un elettrodomestico. Ma fu il momento in cui io e Renato ridiventammo ancora bambini alle prese con un giocattolo nuovo, eccitati a rincorrerci sul prato del parco, insieme alla caccia al tesoro, a ruzzoloni dietro un pallone. Un momento così naturale, così irripetibile, si era attardato e ci stava forse aspettando, uno strano prolungarsi dell’infanzia. O un indizio che l’infanzia davvero continua come può, nascosta, travestita, sconosciuta. Fu troppo breve.

















Roberto Plevano said
Questo blog letterario LPELS, oltre a essere uno dei meglio frequentati in Italia (se si eccettua lo scrivente), porta anche fortuna. Il raccontino è stato incluso nell’antologia «La palla è rotonda», in uscita a inizio luglio presso i tipi “Giulio Perrone Editore”
fabrizio centofanti said
complimenti, Roberto.
sì, porta fortuna, davvero.
fabry
Gherardo Ugolini said
Bravo Roberto! Minè piaciuto molto. Nella sua brevità il racconto cattura le emozioni di un’antica amicizia che pare al tramonto, ma si riaccende di fronte allo spettacolo del calcio. Quella volta di Baggio era il 1994 e si giocava contro la Nigeria, se non erro. Speriamo porti bene per gli Europei di quest’anno.
Stefano B said
bel racconto, il tempo è un bimbo che gioca a dadi (il che è lo stesso del calcio, o no?)