Provocazione in forma d’apologo 60
Posted by robertorossitesta on May 19, 2008
Pochi in giro lo sapevano, perché non mi andava di parlarne, ma non sono figlio unico. Avevo un gemello del tutto diverso da me: un bel ragazzo sportivo che piaceva alle donne, voleva diventare scrittore, suonava la chitarra e andava in moto come un pazzo. Andava in moto come un pazzo anche la notte in cui raddrizzò una curva e si schiantò contro un palo. Giunsi in ospedale che lui era già morto, così che non potei raccogliere le ultime parole che, come mi dissero, voleva rivolgermi.
Dopo la sua morte lasciai gli studi che mi avrebbero portato a prendere le redini dell’attività di famiglia. Con la chitarra, le donne e le moto non me la cavai molto bene, ma questo con gli anni perse parecchia dell’importanza che poteva avere all’inizio. Quanto al diventare uno scrittore lo diventai, come lo diventano tanti, anche se certo non bravo come sarebbe stato lui.
Non volli mai raccontare la storia che mi bruciava la lingua e le dita, e l’ho fatto solo ora cho ho compiuto, che avremmo compiuto entrambi sessant’anni.
Questa storia è stata accolta bene, pubblicata da un ottimo editore e domani addirittura premiata in uno di quei premi importanti e alla moda.
Ma il libro che ho scritto finisce con un finale qualunque: non avendo mai sognato mio fratello, né avendo mai sentito risuonare dentro di me le ultime parole che avrebbe voluto rivolgermi, per tutti questi anni non ho mai saputo quale fosse la vera fine (il vero fine) della nostra storia.
Però adesso lo so. Proprio oggi pomeriggio mi sono assopito sul divano, come sempre di più invecchiando mi capita, e subito mi sono ritrovato al pronto soccorso in quella notte di quarant’anni fa. Massimo stava morendo, ma aveva ancora la forza di dirmi con voce perfettamente udibile: “Non abbiamo mai parlato molto noi due… tanto diversi… ma non sei davvero… niente male… sai?… Riguardati… riguardati… e sii te stesso”. E mentre gli stringevo le mani stirava le labbra in un sorriso enigmatico.















Carla said
Cosa c’è di più ironico (e difficile) del tentare di
essere sè stessi
di fronte a sè stessi?
Giocatore d'Azzardo said
Niente da dire se non: bello!
Blackjack.
robertororossitesta said
Cari amici,
chiedersi “cosa sarebbe successo se” oppure “cosa veramente accadde quella volta che” sarà un tormento puerile, ma è comunque un tormento; e saranno anche domande poco sensate, ma guarda caso proprio a questo genere di domande ci sembra che una risposta ci sarebbe preziosa, anche se quasi di certo non potremmo giovarcene.
Un caro saluto,
Roberto
Giocatore d'Azzardo said
Roberto, dovessi arrovellarmi sul “cosa sarebbe successo” dovrei cambiare mestiere e, come ribadisci, non ci darebbe alcun vantaggio.
Blackjack.
ramona said
Io comprendo appieno…
Sono proprio una di quelle che si chiede e se…
Però sono anche una convinta che quando le cose accadono è perchè c’è una ragione, che forse non scopriremo mai, ma c’è… Talvolta lo scopro, il perchè delle cose che accadono, e talvolta no, pazienza.
Trovo molto molto bello questo racconto e la partecipazione emotiva che suscita.
Giovanni Nuscis said
Ironico e toccante, Roberto.
Grazie.
Giovanni
robertorossitesta said
Cari amici,
con gli anni si diventa tromboni sentimentali e l’ironia si spunta, rimane quella “in re”.
Anche se riconosciamo certe necessità di fondo non ce ne accontentiamo e alcune domande senza risposta finiamo comunque per farcele; magari inudibilmente a noi stessi, per non destabilizzare ulteriormente la nostra vita.
Un caro saluto,
Roberto