Fabrizio CENTOFANTI “Guida pratica all’eternità”
Posted by Giovanni Nuscis on May 25, 2008
Turi era un ragazzo esile, ma con un sacco di idee. Nella vita avrebbe fatto qualcosa di grande, come l’Etna, che torreggiava sulle strade del suo paesone. La montagna lo ispirava: si sentiva nelle viscere la stessa potenza, che poteva fare di lui un uomo fortunato, uno di quei ricchi con il Rolex d’oro che aveva visto nelle pagine dei giornali per femmine letti e riletti dalla madre e la sorella.
Passava le giornate a pensare al futuro: gli stavano stretti i banchi della scuola e anche i giochi con quei babbazzi dei suoi coetanei. Lui guardava i grandi, non quelli del paese: quelli visti in tivù, che entravano in banca, o avevano una segretaria, o dettavano legge nei cantieri.
Man mano che cresceva, lavorando tanto e lavorando bene, si accorse di avere un dono naturale: quello di rimettere in piedi le imprese agonizzanti: le portava in alto in poco tempo, dopo di che mollava tutto e ripartiva con un nuovo moribondo.
La sua vita era una corsa, aveva un amore sviscerato per le auto di lusso. Si sentiva inebriato quando accarezzava il volante di una Ferrari o di una Jaguar, ma non per esibizionismo da strapazzo; lui non era come i compaesani arricchiti che strombazzavano il clacson esibendo benessere e dentiere. Doveva solo dimostrare a se stesso che il ragazzo con un sacco di idee aveva davvero la potenza del vulcano. Entrò nel mondo del cinema. Tutto quello che toccava diventava oro.
Più lo conoscevo, Turi, più la sua esistenza mi sembrava l’opposto della mia. Anche la mia vita bruciava ogni energia con la potenza del vulcano, ma in un moto verso il basso, verso il fondo, alle radici. I miei sogni erano altri, facevano un percorso inverso, invisibile al mondo; non sapevo che avrei fatto la scelta di entrare in seminario, ma il mio desiderio aveva la stessa intensità di Turi, eravamo due vulcani contrapposti, lui con i lapilli lanciati verso il cielo, io con la lava che scendeva a valle con una marcia altrettanto irresistibile.
Turi era diabetico, ma cucinava da dio. La sua pasta alla Norma, con le melanzane siciliane, non aveva uguali. Alla faccia del diabete, non disdegnava nemmeno la granita e la brioche delle dieci del mattino. Ma era il pesce spada il suo capolavoro: nessuno ne conosceva il segreto, e il piatto gli usciva dalle mani come per miracolo.
A Taormina veniva incontro a me e don Mario in costume da bagno e ciabattine, col suo passo pesante e ondulatorio, la pancetta e gli occhiali da sole: sembrava un cineasta americano di quelli che mettono in mostra sui giornali, con il Rolex d’oro al polso.
Turi diceva che i preti erano egoisti, mentre lui rischiava tutto mettendo in gioco quello che aveva accumulato. “E perché, noi?” volevo dirgli. Ma a Turi, su questo punto, era inutile rispondere, stava già parlando d’altro.
A Roma si era fatto costruire una casa da uno degli architetti italiani più famosi: era in collina, e voleva forse riprodurre un sogno di potenza lavica e lapillica, un simbolo di vita che si espande, e non, diceva lui, come la vita dei preti che si conserva e preserva – e io volevo dirgli: “La nostra?”, perché già m’identificavo con don Mario – ma lui parlava d’altro.
Ne aveva fatta di strada, Turi. Ora correva sulla Taormina-Messina con la sua Jaguar fiammante che divorava i chilometri come Scilla e Cariddi i marinai. Curva dopo curva inseguiva il suo sogno di ragazzo esile con un sacco di idee, anche adesso che pesava cento chili e con gli occhiali da sole sembrava un cineasta americano.
Fu del tutto imprevisto il meccanismo inceppato del volante, l’imprecazione gli uscì naturalmente, come un sussulto del vulcano, e l’ultima immagine, prima dello schianto, fu quella della sua montagna. Rimase riverso sul volante, come un eroe morto in battaglia.
L’ambulanza arrivò dopo mezz’ora; nessuno ritrovò il suo Rolex d’oro, l’ultimo dono di una vita da grandi, vissuta sull’orlo del cratere.
Fabrizio Centofanti
Guida pratica all’eternità
Racconti fra cielo e terra
Effatà editrice, 2008
Prefazione di Remo Bassini
Postfazione di Riccardo Ferrazzi
***
“I libri che preferisco – dice l’editore, protagonista del primo testo della Guida – sono quelli di racconti: leggeri e discreti, passano quasi inosservati ma gettano semi di storie che qualcuno, passando, raccoglie e fa fruttare altrove, in una catena interminabile”. Fabrizio Centofanti, laureato in lettere moderne e sacerdote diocesano, è, per l’appunto, un “seminatore” o, meglio, un seminatore col sole che tramonta, secondo il titolo del quadro di Van Gogh scelto per la copertina del libro. A questa considerazione si perviene dopo aver letto i suoi diciannove racconti e, in particolare, Ventuno dicembre 2012, nel quale si può leggere, in filigrana, un drammatico tramonto di civiltà. Fabrizio Centofanti è un uomo che veglia: sul mondo letterario – di cui fa parte con le sue pubblicazioni di poesia, narrativa e saggistica e con la gestione di uno dei blog collettivi più attivi e visitati in Italia – e sulla comunità parrocchiale affidata alle sue cure. E non solo, crediamo. Ci siamo conosciuti in rete in occasione di un suo commento nel mio blog; l’intervento precedente era di un anonimo firmatosi 666; credo poco alla casualità degli incontri e degli eventi, penso che la capacità di ascolto e percezione sia un grande dono, chiaramente ravvisabile nelle pagine del libro: “Quando mi chiedono di leggere il futuro, mi trovo in imbarazzo. Non mi piace sentirmi un fenomeno perché so che non ho meriti […]” (Dialoghi fra la terra e il cielo); “la sacrestia è la pedana di lancio, con le sue pareti spoglie, le ragnatele che pendono dall’alto. Lì sei ancora uomo, con le incertezze e le paure. Dopo, quando superi l’archetto, non sei più tu a guidare il gioco.” (Levate la pietra); “Il 21 dicembre del 2012 ci sarà un cataclisma di proporzioni gigantesche che spazzerà via una parte dell’umanità: ne ho la certezza, non chiedetemi di svelarvi la serie di coincidenze che mi ha portato a sapere” (Ventuno dicembre 2012).
Un intervento critico non dovrebbe soffermarsi più di tanto sulla biografia di chi scrive, per parlare invece dell’opera, dei suoi contenuti e della forma; sento però che questo lavoro lo esige, poiché a raccontare non è solo un artista; e perché il libro non è soltanto un’opera letteraria, e il titolo, Guida pratica all’eternità, pur con la sua bonaria ironia, parrebbe confermarlo.
Dopo la lettura dei primi racconti ci sovvengono alcune voci note: “descrivi il tuo villaggio e sarai universale” (Tolstoi), “parla solo di ciò che conosci” (S. King), “descrivi e non fare il furbo” (Puskin). Ebbene, l’autore, queste voci – e non solo queste – sembra averle ascoltate tutte. Il villaggio è la parrocchia. Le persone che ci vivono o ci gravitano sono i protagonisti di queste storie spesso disperate. L’esattezza, la leggerezza e la rapidità calviniane nel descrivere sono qualità evidenti di questa scrittura.
Le storie sono percorse da pensieri, sentimenti ed esperienze di vita vissuta. La parrocchia è il luogo dove molte di esse si svolgono: nel rito di una messa (Levate la pietra) o nel porto/crocevia della canonica, approdo di ladri, vandali, incendiari, barboni, suore, tossicodipendenti, prostitute: umanità assai cara ai due Fabrizi (al Nostro e al De Andrè).
Nei racconti è spesso presente un personaggio che subito intuiamo significativo per l’autore, don Mario Torregrossa (“fondatore del Centro di formazione giovanile Madonna di Loreto-Casa della Pace, in Roma”); egli compare nelle storie come compagno di viaggio – pure lui in prima linea – e come interlocutore, e testimone; ma anche, drammaticamente, come protagonista di un atto di violenza per lui quasi fatale, quando gli dettero fuoco e stette per mesi in rianimazione, come si racconta ne La bestemmia soffocata. Un altro bel racconto, in forma epistolare, è dedicato a Sante Bernardi la cui vicenda umana, per i riflessi nel sistema sanitario, ha visto coinvolte le massime istituzioni nazionali (Lettera di Natale – a un amico malato di SLA).
Storie, sempre, comunque, emblematiche quelle che Fabrizio Centofanti ci racconta; talvolta assai toccanti, e capaci di lasciare un segno forte. Storie scritte con sapiente semplicità, affidandosi “alla maestra dei poveri, la vita, con le sue aule scalcinate, le lezioni elementari ma piene di una incontrovertibile saggezza.”
Giovanni Nuscis
Fabrizio Centofanti
Effatà, 2008.


















nadia agustoni said
Libro vero senza compiacimenti, l’ho già detto a Fabrizio. Fa pensare, a che umanità siamo e mi vengono in mente queste parole prese da altro contesto ma sempre da un vissuto carico:
” Nella vita bisogna sempre ‘oltrepassare confini’, se si vuole conoscere l’uomo dall’una e dall’altra parte del dolore, dall’una e dall’altra parte della verità”. Giacomo Scotti Intervista in Zapruder gennaio aprile 2008.
Ognuno di noi oltrepassa ogni giorno confini, ma bisogna saperlo, come lo sanno Don Mario e Fabrizio.
Un saluto
Antonio Fiori said
E’ vero Nadia, sconfinare è verbo pertinente a dirci il superamento del confine ed insieme lo sconfinare della conoscenza, le opportunità che s’aprono a chi ha il coraggio di superare i confini per capire ed aiutare gli altri.
Un caro saluto a Giovanni e Fabrizio
Antonio
Massimo Maugeri said
Un bravo a Giovanni Nuscis.
E un grande in bocca al lupo a Fabry per questo suo libro.
Ne parlerò molto presto su Letteratitudine.
Un abbraccio.
Massimo
elena f said
libro bellissimo.
Giocatore d'Azzardo said
Ufff… devo scrollarmi di dosso la voglia di non entrare in una libreria e andarlo a prendere: miseria ladra sconfinferata!
Blackjack.
Giorgio said
Sto leggendo anch’io questi racconti e concordo, Giovanni, con quanto dici, e in particolare con questo: “L’esattezza, la leggerezza e la rapidità calviniane nel descrivere sono qualità evidenti di questa scrittura”.
Questi racconti mi fanno venire in mente anche alcune parole di Flannery O’Connor: “Se vuoi scrivere racconti, non scacciare i poveri dalla soglia di casa… i poveri hanno meno bambagia a proteggerli dalla brutalità della vita… il romanziere li avrà sempre con sé, perché riesce a trovarli ovunque… agli occhi del romanziere siamo tutti poveri, e il povero soltanto simbolo della condizione di tutti gli uomini… Il mistero dell’esistenza traspare sempre dal tessuto delle loro vite ordinarie” (da “Nel territorio del diavolo”).
jolanda catalano said
A Fabrizio,tutto il bene che merita.
jolanda
claudia said
io l’ho trovato qui
http://www.ibs.it/ser/serpge.asp?type=keyword&x=fabrizio+centofanti
grande fabry!
ramona said
Grazie a Claudia, che ha anticipato la mia richiesta, e cioè dove reperire questo libro…
In bocca al lupo, Fabry, per la tua umanità e il tuo saper raccontare.
Un abbraccio.
Marco Guzzi said
Un grande augurio, Fabrizio.
Questa narrazione semplice e profonda, umanamente precisa, mi attira e mi convince.
Con affetto
Marco
Paolo Cacciolati said
Leggendo i racconti di Fabrizio non posso che condividere quanto scrive Remo Bassini nella sua introduzione, il saper fondere le due anime:”quella di chi vive pensando al Vangelo come un’altra storia di disperazione e speranza da mettere in pratica, e quella dell’umile testimone che trascrive e racconta.”
Con l’augurio a Fabrizio che seguano nuove perle come queste.
Paolo
Gena said
Il racconto mi piace, spero di leggere presto il libro. Nel racconto si percepisce la capacità di vedere senza erigersi a maestro, una qualità rara, credo.
cletus1 said
Li sto leggendo proprio in questi giorni. Ma devo farlo a piccole dosi: fanno male ! (e in questo riposa la loro bellezza).
antonio consoli said
Io non li sto leggendo perché non sapevo della loro pubblicazione. lo scopro adesso. naturalmente, provvederò quanto prima!
Intanto faccio i complimenti a Fabrizio, per quello che ho letto qui e per quello che leggerò. Ho attraversato un periodo molto particolare e difficile, ma voglio tornare in “carreggiata”, leggendo e scrivendo e riflettendo.
fabrizio centofanti said
al termine di una domenica bestiale, è bello sapere che ci sono lettori come voi.
ringrazio di cuore Giovanni, che ha saputo leggere in profondità.
e tutti voi, amici.
l’eternità comincia qui, condividendo il sogno di una vita che non si chiude all’amore.
vi abbraccio
fabrizio
remo said
ho letto il post, ho letto i commenti.
assaporandoli.
in bocca al lupo al mio amico Fabrizio (e posso vantarmi, vero Fabrizio?, se dico che ci ho creduto?)
fabrizio centofanti said
eccome se puoi vantarti, Remo.
sono andato avanti fidandomi di te :-)
grazie, davvero.
robertorossitesta said
Caro Fabrizio,
grazie, anche se ognuno può avere il suo io penso che il tuo sia uno dei modi migliori di attendere la Venuta. I tuoi sono inviti garbati (almeno così li sento a distanza, tuo amico di rete), garbati ma ineludibili.
Un abbraccio,
Roberto
Piera Maria Chessa said
Ciao, Fabrizio. Ho appena visitato il blog di Giovanni e subito ho trovato una piacevolissima sorpresa. Bel racconto, ci sei tu, cuore e mente, valori ed obiettivi. Proprio oggi mi ero riproposta di andarlo a cercare. Che coincidenza!
Che dirti se non “In bocca al lupo”! A presto. Piera
mauro baldrati said
L’ho già scritto, questi racconti di fabrizio, secchi, essenziali, in alcuni punti poesie in prosa, sono per me voci: voci sole, dolenti, inquietanti, in un deserto; o una collina, infatti mi ricordano l’Antologia di Spoon River.
I migliori auguri a fabry -
Esquisse - il blog di antonio consoli said
[...] Qui, un racconto e una lettura di Giovanni Nuscis. [...]
Fabrizio Corselli said
Grande Fabrizio!!!
I miei complimenti
Fabrizio
Giovanni Nuscis said
Ringrazio e saluto tutti; grato, in particolare, a Fabrizio per queste storie che non si fermano alle storie, ma camminano, dentro, per chi è ancora in ascolto.
Giovanni
fabrizio centofanti said
Roberto, Piera, Mauro, Antonio, Fabrizio, Giovanni, grazie.
non so se la bellezza dell’amicizia salverà il mondo, ma certamente salva me :-)
un abbraccio
fabrizio
mariapia said
E’ vero, di arte povera per scelta si tratta, non perchè la lingua ne soffra, anzi, ma perché si addice, alla vocazione e scelta di campo, si può dire? come il Cantico si addiceva a Francesco.
La leggerezza, la precisione, non impediscono affiori poi, respinta dalla porta, la violenza vitale, che narra fuori campo -della (sua) vita sempre.
Maria Pia Q.
fabrizio centofanti said
grazie, Maria Pia, acuta come sempre.
buonanotte a tutto il mondo.
fabry
enrico de lea said
grande e splendido assaggio che sento molto vicino – leggerò certamente il libro, complimenti Fabrizio – ciao, enrico
fabrizio centofanti said
grazie, Enrico: ho provato a scriverti, ma forse hai cambiato indirizzo :-)
Emanuele Kraushaar said
Letto con sottofondo Harold Budd. Belle sensazioni