L’onda marchigiana: ipotesi per una linea poetica
Posted by rmorresi on May 29, 2008

di Renata Morresi
Sabato 24 maggio 2008
Massimo Gezzi, Renata Morresi, Adelelmo Ruggeri, Luigi Socci, Giampaolo Vincenzi: l’altro giorno ci siamo ritrovati al fatidico momento della “tavola rotonda”, nell’ultima giornata del Festival Licenze Poetiche. Per tema la sempiterna, attualissima, ancorché stagionata ipotesi sulla “linea poetica marchigiana”, anche detta, nel titolo del nostro incontro, “l’onda marchigiana”.
Massimo Gezzi, che di recente si è occupato dell’argomento insieme ad Adelelmo Ruggieri in Porta Marina: Viaggio a due nelle Marche dei poeti, in uscita per peQuod, ha aperto i lavori offrendoci le coordinate del dibattito, le misure della “marchigianità”. Che ci vengono prima da Carlo Antognini, nella sua elaborazione di “un’ideale consonanza di spirito”, e dai suoi interlocutori critici, secondo i quali la molteplicità identitaria e la stessa geografia frammentata delle Marche rendono invero impossibile una tale “categoria dello spirito”, e poi dall’ ulteriore problematizzazione, con riferimento all’esperienza di Residenza di Scataglini, una riappropriazione consapevole e positiva della marginalità, e alla definizione di “avanguadia a ritroso” di Guido Garufi e Remo Pagnanelli.
Gezzi è attento a sottolineare ciò che non siamo, ciò che non vogliamo: “questa non è una storia della letteratura nelle Marche, non è un’antologia della poesia marchigiana, e non è un intervento teorico sistematico che si prefigga di definire i caratteri e le invarianti di una qualsiasi ‘linea marchigiana’ o di distillare la quintessenza di un’astratta ‘marchigianità’”, scrive in Porta Marina (p.64). La questione è delicata, e non del tutto “provinciale”, anche se, certo, lo è, come lo sarebbe qualsiasi discussione della linea toscana, emiliana, ecc., una ossessiva ricerca d’essenza, un tentativo di rappresentazione, una sistematizzazione ideologica, (di certo non un pigro esercizio, se è vero che la periferia è funzionale al porsi “naturale” e normalizzante del centro), secondo cui si scelgono delle “marche” di identificazione piuttosto che altre: la linea marchigiana o la linea adriatica? la linea centro-italica? la linea, per citare un libro di Filippo Davoli, padano-picena?
Gezzi rilancia la discussione proponendo come immagine alternativa alla linea la “rete”, come sistema di snodi in comunicazione (attanti, direbbe Latour). Rete, dunque, per identificare “quel non so che” che nessuno di noi accetta come identità antropologica o stilistica o, tantomeno, ontologica, ma che pur ci interpella. E infine aggiunge: per evitare il rischio di essenzializzare, val meglio procedere diagnosticamente, semplicemente leggendosi le poesie e rinvenendo in esse le tracce dell’ethos marchigiano. A mio avviso in quest’ultima affermazione Gezzi ridimensiona nel solo testo letterario una figurazione (la rete) che va ben oltre, poiché addita a un intersecarsi di posizioni intellettuali, stilistiche, politiche, generazionali, ecc. per nulla parallele o evidenti. Sappiamo bene che la “linea marchigiana” non riguarda il solo dato letterario, ma anche la “poetica del luogo”, nei termini di Glissant, ovvero anche altri fatti “culturali” e di più ibrida natura: la (ri)conoscibilità poetica, l’autorità intellettuale, l’istituzionalizzione di esperienze e movimenti, le politiche culturali, il cercarsi (e non trovarsi) in una realtà spesso frantumata in una costellazione di municipalità ossessionate dall’ “evento” e a volte sorde alla parola lunga, nuda e complessa della poesia, il trovarsi invece, facendo dello stare insieme un antidoto al silenzio.
A me personalmente l’espressione “poeta marchigiano” è sempre suonata un po’ derogativa. Sentite cosa dice Volponi infatti: “Io credo anche che esista una certa caratteristica unitaria nella poesia marchigiana fatta di un certo gusto del paesaggio, di un certo pudore, d’una riserva verso le cose nominate quasi con la paura di guastarle: c’è poi in quasi tutti i suoi poeti uno stile piuttosto aulico. Non si può certo parlare di marchigianità di Leopardi, ma varie caratteristiche sopra menzionate sono anche in lui.” Come a dire: nell’ambito dell’eccellenza uno è poeta e basta, i poeti mediocri invece possiamo pure chiamarli marchigiani. Sarà anche per questo che tutti noi, naturalmente, ci teniamo a dire che la famigerata “marchigianità” non esiste. Sarà sicuramente perché “l’innocua” descrizione di Volponi (il paesaggio, il pudore, lo stile aulico) oblitera in un sol colpo qualsiasi “variante” sperimentale, non lirica o, semplicemente, alternativa a quel pudore, a quell’aulico. Eppure…“[e]ppure in qualche modo noi sentiamo” che qualcosa c’è (saremmo qui altrimenti?)
Mi chiedo: cos’è marchigiano e cosa non lo è? Quando (dove) conviene essere “poeta marchigiano” e quando (dove) no? Com’è che si creano i cenacoli, i movimenti, le scuole, ecc.? Quanto pesa l’isolamento e quanto congela l’appartenenza? Quanto dell’antica questione del sentirsi isolati è meramente funzionale alla costruzione di una persona(lità) poetica statica, il maestrino col suo circoletto di adepti? E quanto l’idea del caso eccezionale, del talento nato nel deserto, è funzionale invece a svuotare, a disinnescare l’opera letteraria e intellettuale? E quanto, infine, manca in questa riflessione ormai quasi quarantennale sul “marchigiano”, che si è sempre confrontato con la lontananza dalle metropoli, dai centri culturali ed editoriali, e pochissimo, ad esempio, col confine ad est?
Il secondo a intervenire è stato Luigi Socci, sottolineando come l’esperienza del Poetry Slam, di cui egli è stato promotore e protagonista nelle Marche e altrove, abbia fatto convergere diverse (e spesso disparate) personalità poetiche nella condivisa ricerca di scambio e momenti di ascolto. Socci inoltre ha messo in evidenza il ruolo decisivo di Franco Scataglini nell’autorizzare una pratica (e) poetica a partire dalla modalità “provinciale”. La creazione di spazi aperti alla poesia e di disponibilità alla sua condivisione va avanti invero da anni, come chiaramente testimonia una serie di “giovani” realtà (il festival La Punta della Lingua di Ancona, Licenze Poetiche a Macerata, Venerdì Poesia a Sant’Elpidio a Mare, tanto per citare manifestazioni che coinvolgono i presenti). Che la famigerata “linea” non sia altro che il ritrovarsi, inevitabile, nell’intimo agio dell’orto marchigiano, come suggerisce Socci?
Giampaolo Vincenzi ha molto riflettuto sull’intreccio di luogo, poetica e soggettività, avendo curato L’opera continua, antologia di poeti maceratesi contemporanei, e rinviene come traccia condivisa non tanto il ricorrere di tematiche o topoi, consonanze espressive o influenze di vario tipo, quanto una posizione etica del soggetto poetico, che si delinea nel confronto con l’altro da sé. Mi è piaciuto in particolar modo come ha usato l’idea di “comunità che viene” di Agamben, rivendicando una comunità strategica di singolarità e non di identità. Mi piace anche perché ben risponde alla mia proposta, quella di “comunità inoperosa” (uso qui Nancy, con un pizzico di irriverenza nei confronti della leggendaria operosità dei marchigiani), ovvero una comunità senza essenza, senza miti fondativi, fatta di singolarità alla ricerca di relazioni, del loro stare con, non in.
Ho molta diffidenza nei confronti del concetto di linea, e lo faccio presente quando è il mio turno. La linea è l’unione successiva di più punti, mi fa pensare all’istituzione di una tradizione genealogica che, inevitabilmente, esclude i “non allineati”. Mi fa pensare alla grande guerra cosmologica di Harold Bloom in cui i figli vivono in eterna minorità e nell’ansia di superare i padri, un’ansia che non lascia lo spazio di immaginare una tavola, come questa, attorno alla quale diverse generazioni, diverse poetiche, diversi soggetti si confrontano, parlano, lavorano e - perché no? - si divertono, nutrendosi vicendevolmente, magari sfidandosi, ma sempre alimentando la forza e l’estensione della presenza creativa. Mi piace molto più la rete, sebbene essa sia solo apparentemente più “neutra”, più democratica, e celi le ben note asimmetrie, le inevitabili intersezioni tra “campo del potere” e “campo intellettuale”. Esistono scuole, cenacoli, salotti, ecc. che sono comunità chiuse, autoreferenziali e impermeabili, ma esistono altrettanti laboratori, festival, progetti che sono anche spazi di ricerca, di incontro e, soprattutto, di apertura alla possibilità che la poesia esista, e in modi molteplici (a volte ci si scorda degli adolescenti: quest’anno sono stata nelle scuole e ho scoperto che molti non sanno che la poesia esiste, che è ancora possibile).
Queste realtà sono ricche e articolate, nascono in consonanza a precedenti esperienze altrettanto complesse, sono il frutto di un agire creativo che a volte si scontra con l’apatia della politica e, più spesso, con l’ossessione merceologica, ma sono, soprattutto, la rete, stavolta “da pesca”, che raccoglie e tira a bordo “quel po’” di persone che può. Persone che leggono, persone che scrivono, persone che pensano, chi lo sa. Considerato l’alto tasso di estinzione a cui queste realtà sono esposte, per mancanza di interlocutori e degli “spazi di possibilità” di cui dico sopra, mi pare auspicabile una riflessione su come lo “stare in rete” possa funzionare senza congelare in identità preconfenzionate. Questo discorso è valido per qualsiasi realtà locale, certo, ma assume qui una valenza particolare, per via della consolidata (cronica?) rappresentazione di questi nostri come luoghi dell’assordante solitudine.
Cosa c’entra questo con la poesia? C’entra, a meno che non si voglia credere all’ideologia dell’autore solo davanti alla pagina vuota (io, almeno, non ci credo). Di cosa stiamo parlando esattamente? Adelelmo Ruggieri suggerisce la risposta, candida e scabrosa insieme: stiamo parlando di come si costruisce lo spazio in cui la poesia possa accadere.
Offro questa imperfettissimo resoconto del dibattito, e mi scuso di aver perso parte della complessità degli interventi e, ahimé, tutta la verve creativa del contributo di Adelelmo, le cui peripezie immaginifiche tra le Fonti di Macerata, gli ossimori, i parcheggi, la fisica delle particelle e delle onde e quant’altro sfuggono qualsiasi riduzione narrativa io posso attentare.
Domenica 8 giugno al La Punta della Lingua di Ancona, alle 17, la tavola rotonda si rinnova, con Gezzi, Seri, Babino e nuovi relatori non presenti a Macerata, a moderare il dibattito Valerio Cuccaroni: sarà interessante vedere come verrà riaperta la discussione.
Testi citati
G. Agamben, La comunità che viene, Einaudi, Torino, 2001 (1990).
P. Bourdieu, Campo del potere e campo intellettuale, manifestolibri, Roma, 2002.
F. Davoli, Padano piceno, Ged, Civitanova Marche, 2003.
M. Gezzi, A. Ruggieri, Porta marina: Viaggio a due nelle Marche dei poeti, peQuod, Ancona, 2008.
E. Glissant, Poetica del diverso, Meltemi, Roma, 1998.
E. Glissant, Poetica della relazione, Quodlibet, Macerata, 2005.
H. Bloom, The Anxiety of Influence: A Theory of Poetry, Oxford University Press, 1973 (1997).
B. Latour, Reassembling the Social: An Introduction to Actor-Network-Theory, Oxford University Press, Oxford, 2005.
J.L. Nancy, La comunità inoperosa, Cronopio, 2005 (1983).
G. Vincenzi, L’opera continua: antologia di poeti maceratesi contemporanei, Perrone, Roma, 2005.
Riferimenti sitografici
http://www.licenzepoetiche.it/ (per il programma del Festival Licenze Poetiche)
http://alessandroseri.wordpress.com/ e http://lacuginaargia.wordpress.com/ (di Alessandro Seri e Cristina Bambino, per commenti a caldo su Licenze Poetiche)
http://www.nazioneindiana.com/2008/05/21/porta-marina/#comments (un ampio estratto da Porta Marina)
http://www.niewiem.org/ (per il programma del Festival La Punta della Lingua)












May 29, 2008 at 9:07 pm
Preziosissima trascrizione, impreziosita dalla bibliografia. La leggerò con cura. Intanto grazie a Renata e a tutti gli amici di Licenze poetiche!
May 29, 2008 at 10:42 pm
Grazie per la lettura, Valerio. Questo non è propriamente un pezzo “da blog”, considerata la lunghezza e i molti riferimenti, ma dopo la lunga e intensa discussione di sabato avevo bisogno di mettere ordine e fermare su pagina alcune idee.
Spero di aver reso un po’ l’idea della passione e della complessità che è circolata quel giorno.
Re
May 30, 2008 at 3:53 am
Questo tuo gesto Renata, di “trascrivere preziosamente” quel giorno - come ha detto Valerio - è un poco come quando si ritorna da un lungo viaggio, e un amico ti fa la domanda più necessaria: “Come è andata?”.
Un saluto caro
Adelelmo
May 30, 2008 at 7:36 am
Qui qualche poesia di autori marchigiani: http://www.paginatre.it/online/?cat=27
May 30, 2008 at 2:37 pm
Grazie molte a Renata Morresi e a questo suo utilissimo post, con tanto di bibliografia.
La contraddizione che noti, Renata, c’è. Da un lato, infatti, io sono convinto, con Mangani, che il “carattere” del marchigiano sia un’invenzione, e che sull’ethos dei marchigiani, se non si fa un’analisi sociologica minuziosa, si possa dire di tutto di più. Senti Leopardi, Zibaldone [3891]: “I più furbi per abito e più ingegnosi p. natura di tutti gl’Italiani sono i marchegiani”, con una chiosa meravigliosa che rispolvera la teoria dei climi codificata nel XVi secolo da Jean Bodin ma risalente addirittura ad Ippocrate, Aristotele, Posidonio e Plinio Il Vecchio: “il che senza dubbio ha relazione colla sottigliezza ec. della loro aria”.
Se poi leggi i celebri resoconti di viaggi marchigiani di Cardarelli e di Piovene nel dopoguerra ci trovi immagini e interpretazioni del “marchigiano” addirittura contrapposte.
La tentazione di dire “noi” è sempre forte, e non è per forza di cose un male, intendiamoci (quando quel “noi” non sia, come purtroppo accade spesso, una barriera, una consolazione da piccola patria). Se però si vuole dire “noi” in relazione a una presunta “marchigianità”, io credo che occorra dimostrare quali sono i caratteri di questo “ethos”, ancorando la dimostrazione a una ricerca storica, economica e sociale, più che meramente letteraria. E’ un po’ quello che hanno fatto gli studiosi della cosiddetta Scuola di Ancona (da un punto di vista eminentemente economico). Insomma, bisognerebbe prendersi la briga di definirlo, questo ethos. Altrimenti può valere anche l’indiscutibile “linea spirituale” di cui parlò Antognini.
L’immagine o metafora delle rete che evocavo funziona come descrizione della realtà empirica, più che altro. E non è detto che molte maglie della rete non siano rotte, né che alcuni buchi non siano stati cuciti con il fil di ferro. La rete, d’altronde, è una metafora che funziona bene anche per definire la caratteristica precipua del “modello marchigiano” di piccole imprese, legate l’una all’altra, e ora ormai in crisi o in profonda trasformazione, come ha dimostrato Carlo Carboni. Ecco, mi pare che il moltiplicarsi di Festival, di presenze, di letture reciproche, di dialoghi, di amicizie ed eventualmente di scontri possa essere ben definito dalla metafora della rete. Se poi questo fa parte dell’ethos (sì, dirai tu), d’accordo, abbiamo individuato una caratteristica etica comune. Ma - ecco la domanda che incenerisce qualsiasi tentativo troppo sbrigativo di costituirsi in un “noi” diverso da un “loro” -: siamo sicuri che questa caratteristica sia “marchigiana” e non anche lombarda, svizzera o caraibica? In questo senso ha perfettamente ragione Luzi quando suggerisce di legare le indagini sulla letteratura (si parlava di “linea poetica”) alla storia, alla società, all’economia. Ho provato, molto parzialmente, a farlo in Porta marina, che va considerato, ovvio, appena un passettino (e che NON E’ DAVVERO un tentativo di definire una “linea marchigiana”, se non a posteriori), in attesa di vostre reazioni, sviluppi, contestazioni.
Da tutto quanto abbiamo detto ora, però, puoi vedere che è scomparsa una cosa: i testi. Parliamo di “linea poetica marchigiana” senza ricordare che, in poesia, qualsiasi ethos va misurato sui testi, perché i testi (e i paratesti), sono l’unica cosa che abbiamo (in poesia). Da qui il mio richiamo alle poesie, che tu trovi contraddittorio. Ma se ci sono delle costanti (unico elemento che, ai miei occhi, permetterebbe di ipotizzare l’esistenza di una “linea”), queste costanti vanno ricercate lì, nei testi. Dirò di più: in TUTTI i testi. E’ chiaro, infatti, che le somme tirate da Garufi (i marchigiani non sperimentali, argomentativi, classicisti ma non classicistici) funzionano meglio se non ci si ricorda di un certo Ercole Bellucci, o di Deoso di Ferretti, o dell’ultimo Volponi ecc. Magari quella individuata da Garufi (che io trovo sensatissima) è solo UNA delle linee che serpeggiano nelle Marche… D’altronde Garufi, Pagnanelli, Capodaglio, De Santi hanno scritto molto su questo (il saggio di Capodaglio contenuto nell’antologia Garufi, in particolare, per me resta esemplare, così come il saggio di Pagnanelli su Leopardi e la recente poesia marchigiana, del 1987).
Per concludere: a me della “marchigianità” (in generale) non interessa niente. Mi interessa vedere se e in che modo il luogo e le modalità in cui si vive si rifrangono nella poesia, al di là di colli, mari, lune, paesaggi eccetera (che pure ci sono!). E se non partiamo dalla poesia, dalle poesie (induzione), o se non torniamo a esse per verificare la bontà di un’ipotesi precedentemente formulata (deduzione), come altro fare?
Spero di non aver complicato le cose. Un saluto,
Massimo
May 30, 2008 at 2:45 pm
ps
La faccina non era intenzionale. Ormai devi essere smart (o idiota) per forza, in questo mondo…
May 30, 2008 at 6:06 pm
Cara Renata e caro Massimo,
mille grazie per avere portato il dibattito a dei livelli molto interessanti e per avere offerto motivo di riflessione e di confronto.
Per quel che mi riguarda, nel mio piccolo, concordo con Massimo quando propone di ripartire dai testi, da TUTTI i testi, al fine di rintracciare questa caratteristica, questa base che, in progressione, arrivi a definire persino - uso un termine antropologico - una facies marchigiana (al di là di colli, mari, lune e paesaggi! per citare Massimo).
Mi piace sottolineare anche il concetto espresso da Massimo circa l’idea di quella rete che, rivitalizzata da festival, tavole rotonde e letture pubbliche, non basti a definire un ethos marchigiano: aggiungo che non solo questo tipo di approccio può essere comune anche ad un lombardo, svizzero o caraibico, come evidenzia Massimo, ma che tale interpretazione di “rete” non può essere esaustiva per accumunare sotto lo stesso sentire “marchigiano” (che poi, di che cosa si tratta?)pesaresi, anconetani, maceratesi ed ascolani.
Mi spiego meglio: è lodevole che in questi ultimi anni, complice il grande lavoro di talune associazioni culturali, le Marche abbiano potuto godere di varie iniziative poetiche (ho scritto appunto Marche, per sottolineare la trasversalità geografica di tali eventi), ma questo non credo che basti, o meglio permetta, di identificare il carattere primo della poesia scritta nelle Marche da marchigiani, giacchè, complice la storica divisione per valli, settori geografici, vernacoli, le varie comunità - che oggi identifichiamo con lo schema della “provincia” - si sono create una loro precipua cultura, un modus vivendi sentito come diverso (ed ahimè, anche migliore in molti casi) rispetto a quello del proprio confinante.
Le nostre province hanno caratteri culturali ben marcati e ben precisi, dalla parlata alla cucina, in che maniera può la pratica dello scrivere poesia nella stessa regione limare queste differenze, se non addirittura eliminarle? In tal senso il trasferire i propri versi in pagine pubbliche - o pubblicate - è una “divisa” sufficientemente comoda da indossare perchè si possa essere accumunati in un qualche senso?
Sono domande a cui personalmente faccio fatica a rispondere, vorrei che foste voi a darmi una mano in questo.
Però, per tornare all’importanza dei testi, la validità intellettuale dei testi - ed è per questo che concordo con Massimo - prescinde dal proprio indirizzo e dal proprio comune (o provincia) di residenza, è universale, sia negli elogi che nelle stroncature.
Piccola provocazione: e se in questo momento stessimo scrivendo seduti ad un tavolo di un bar di Porto S.Giorgio e scrivessimo di un nostro viaggio fuori dalle Marche, ripercorrendo magari le suggestioni di luoghi a noi sconosciuti, in che cosa la nostra regione sarà influente in quel sacrosanto momento ispirativo?
perdonate la cerebralità di questa domanda teorica, un piccolo straniamento per dire che forse, e sottolineo forse, l’involucro geografico, non ha poi questa sua importanza, non influenza nei ritmi (il vernacolo pesarese è differente assai dal maceratese, il vernacolo è la lingua che più s’ascolta da piccoli), nei colori (la campagna ascolana non è quella jesina, Portonovo non è Porto d’Ascoli) e nelle suggestioni la nostra prosodia interiore, il nostro particolare approccio lessicale piuttosto che di creazioni di immagini.
Un caro saluto a Renata, Massimo e Adelelmo
Francesco
May 30, 2008 at 7:37 pm
L’ho detto, lo ripeto. Io non ho una idea precisa sull’argomento tanto che voler fare una tavola rotonda come quella di sabato mattina (24 maggio) all’interno di Licenze Poetiche Festival è stata più che altro un’esigenza che sentivo in me ma anche da più parti. Ora, facciamo a capirci, io non sono uno storico di letteratura, non sono un docente di letteratura e non sono nemmeno laureato ma per fortuna vedo. Mi guardo intorno, da un punto di vista un po’ diverso che ho cercato persino di rappresentare in versi. Immaginatemi come una figura stramba, come un outsider, come uno che guarda ciò che accade seduto su un lampione e allora sarà più facile comprendere le mie ingenuità in merito al tema di cui stiamo discutendo da tempo. Non ho nessuna capacità per fare analisi da “scole arde”, però osservo. Ciò che ho osservato in questi anni, da quando mi sono messo in testa nell’autunno del ‘98 di pubblicare un libruncolo di poesie adolescenziali, è uno strano fenomeno. Una specie di riunione “in progress” di coloro i quali da San Leo a San Benedetto (questo per chi non l’avesse capito è un rimando al post del caro e movimentante Francesco) vanno a spasso con la freccetta rossa pundata sulla desta. Insomma adesso fate, giustamente, voi che le sapete fare (Massimo, Luigi, Renata, Giampaolo e altri), tutte le disanime possibili, così come le hanno fatte coloro che vi hanno preceduto ma non perdete d’occhio i fatti, gli accadimenti umani. In fondo tutti noi ci siamo trovati per caso (a volte senza riconoscerci) in questa pirotecnica teoria di eventi poetici marchigiani che per il ceppo anagrafico del quale facciamo parte può essere in un certo qual modo inaugurata e simbolicamente rappresentata dal poetry slam anconetano del luglio 2003. Attenzione prima di esso tutti noi già esistevamo e ovviamente scrivevamo ma non avevamo scelto o non avevamo avuto la possibilità di incontrarci. In quell’occasione quanto mai estiva il sottoscritto, Luigi, Cristina, Natalia, Valerio, Renata e altri ci siamo conosciuti e riconosciuti e abbiamo capito che parlandoci (anche sporadicamente) si poteva sviluppare di più e meglio il nostro innocu(l)o hobby. Da lì in poi ci sono state decine di altre occasioni dove ci siamo riconosciuti dove abbiamo parlato, ci siamo invitati e autoinvitati, ci siamo persino stati simpatici e questo non è così scontato. E poi ammettiamolo ci da fastidio quando si fa una lettura o una rassegna qui nelle Marche e “noi” non siamo tra gli invitati. Se non avvessimo più o meno tutti questo micro fastidio nel non esserci allora potremmo dire che non esserci non ci tocca ma siccome sotto sotto a tutti “noi” un po’ ci scassa quando non ci siamo allora si può dire che non esserci ci tocca e se ci tocca non esserci è perchè vorremmo esserci e se vorremmo esserci significa che riteniamo importante esserci e quindi essere riconosciuti. Il mio ragionamento da contadì de Cammurà non tiene in considerazione i testi perchè mi appare evidente che geograficamente (badate bene non stilisticamente) questa regione la stiamo cantando (magari stonando) e descrivendo. Massimo e “il mare a destra”, Giampaolo e “Maceratabularasa”, Luigi e “Cozze col cuore a pezzi/
tette a lutto./Il sole simultaneo/traduce sassi in terra/(grossi, di Portonovo; grassa di Tavernelle)” e tantissimi altri esempi che mi ci vorrebbe un libro a ritrovarli, compresi quelli di Cristina, Franca, Renata, Loris. Per paradosso me pare che, proprio se tiriamo in ballo i contenuti dei testi, ognuno di noi ha il suo marchigiano fuori dalla porta e nonostante il proverbio è sempre meglio de avecce un morto in casa. Mi scuso con coloro che ho citato ed eccitato, non era mia volontà dissentire. E’ mia volontà cercare di capire e a volte sorridere davanti all’evidenza.
May 30, 2008 at 7:38 pm
:) per solidarietà con massimo
May 30, 2008 at 10:50 pm
Ciao tutti, grazie della lettura e delle repliche. Ci sono un paio di punti che mi preme chiarire, e lo faccio in fretta per evitare che la velocità del web inghiotta questo post nel grande abisso dei post.
Massimo, non potrei essere più d’accordo con te: la “marchigianità” è davvero poco interessante, se non addirittura - come dicevo sopra citando Volponi citato da te - un po’ deprimente. ANCHE per tutta una serie di luoghi comuni e banalità, certo, ma che comunque, ci piaccia o no, vanno a nutrire l’immaginario di chi siamo. Ma quanti romanzi russi, poeti sudafricani, epiche cinesi devo ancora leggere? Come posso stare a perdere tempo con la “marchigianità”?!
Non solo: a guardarla con più attenzione si realizza che tale “marchigianità” neanche esiste, di certo non in quanto essenza comune: non si può davvero pretendere di trovare un filo rosso che accomuni il lavoro poetico di Lussu, Prato, Malfaiera, Guidacci, Bedini, Stramucci, Caracciolo, Mancinelli (c’è qualcosa di strano in questa lista, vero?) e se lo si trovasse solo nel domicilio sarebbe un filo assai pretestuoso.
Perciò, Francesco, se tu chiedi a me “in che maniera può la pratica dello scrivere poesia nella stessa regione limare queste differenze, se non addirittura eliminarle?” e come “si possa essere accumunati in un qualche senso?” io dico che proprio non si può - e nel remoto caso in cui si potesse, ci si deve ben guardare dal farlo.
Se l’identità è costruita nei termini di aderenza ad un modello (ma quale? disegnato da chi? e perché dovrebbe essere ancora valido oggi? “who are the judges?” - chiedeva la cara Virginia), essa non è né auspicabile (perché taglierebbe fuori troppe persone), né realistica (perché le identità in scatola non esistono).
TUTTAVIA, nel momento esatto in cui mi libero della “marchigianità” e la butto nello sgabuzzino, mi viene in mente che un buon motivo per tornare a riguardarmela meglio è proprio questo: il fatto di aver fatto di tutto per sbarazzarmene. Non sto tentando nessun recupero della “linea comune”, dell’ “essenza”, del “filo rosso” di cui sopra, non fraintendete. Sto dicendo che, ad esempio, quest’ansia di liberarsi della provincia fa parte della tipica dialettica centro\periferia, che, a ben guardare, ci racconta di come si costruiscono le egemonie culturali. E questo vale per qualsiasi provincia, ovvio.
MA QUI siamo nella regione di uno dei monumenti del canone letterario italiano, IL POETA per eccellenza della modernità “italiana”, letto da chiunque abbia frequentato una qualsiasi aula scolastica, anche elementare. Non possiamo non accorgerci che la diffusa rappresentazione culturale di costui, quella data dai sussidiari per intenderci, sia stata costruita (certo con la sua attiva collaborazione) IN CONTRASTO ad uno sfondo di grettezza, filisteismo e furberia popolana che continua a risuonare persino oggi (e infatti Massimo ne fa una citazione esemplare qui sopra).
Ora, la sottoscritta è nata a Recanati: vi rendete conto cosa significa per chi vuole scrivere nascere a Recanati? E nascere addirittura donna?! (Per chi vuole scrivere si tratta di caratteristiche inopportune, se non moleste, diciamocelo.)
“La santità dei santi padri era un prodotto sì/ cangiante ch’io decisi di allontanare ogni dubbio/ dalla mia testa purtroppo troppo chiara e prendere/ il salto per un addio più difficile”.
Insomma (pensatemi giovincella): valeva proprio meglio andarsene, fare un salto verso l’altrove.
Per questo tengo a precisare il concetto di “comunità inoperosa” come di uno stare non in un posto, in UNA identità, ma nella relazione (momentanea, strategica, in fieri) di soggettività in divenire, che si parlano e si interrogano nella loro singolarità, non per riscrivere lo stesso modello di poesia, ma per re-inscrivere un comune palinsesto.
Con ciò intendo dire che non mi interessano più di tanto neanche i testi “marchigiani”, la “marchigianità” nei testi, vedere se ci sono le palme o i sibillini. Mi rendo però conto che è il soggetto poetico a essere (ripeto, che lo voglia o no) imbricato in discorsi, tradizioni, poetiche, rappresentazioni, ecc., che non ha fatto lui\lei, che eredita e con cui si deve confrontare. ANCHE andandosene, intendiamoci. E\o anche costruendo con “gli altri” una rete del fare poesia, come dice Alessandro.
Un saluto caro a tutti voi,
Renata
May 30, 2008 at 10:52 pm
;) la faccina di rito
May 30, 2008 at 11:34 pm
Un pezzo molto interessante.
E, non per fare quella scomoda,ma Bloom parecchio ci azzecca.
May 31, 2008 at 11:24 am
Ciao a tutti…
scusate la fretta in cui mi relega al momento la mancanza di una connessione internet stabile….
Sono particolarmente d’accordo con quanto scrive Renata al n. 10 (e la ringrazio molto per il brillante resoconto)..
Per me dice bene Socci nel titolo della tavola rotonda prossima ventura ad Ancona: “fedeli alla linea (anche quando non c’è)”. L’atteggiamento migliore verso la questione per me è questo. Senza cercare identità tra poetiche che probabilmente non ci sono, o tantomeno linee teoriche di dubbia consistenza. C’è un dato di fatto, però, ed è una contigenza: un’innegabile concentrazione di voci poetiche (più o meno giovani, ma il dato anagrafico non è così rilevante e può diluirsi parecchio, guardandoci indietro) che nel tempo hanno fatto un loro percorso e hanno raggiunto una certa riconoscibilità, a volte anche per competenze critiche affiancate al valore poetico. E c’è di bello che queste “monadi” poetanti si sono nel tempo riconosciute e hanno cominciato un confronto e una collaborazione che non può che essere positivo nell’evoluzione di questa realtà. Se c’è qualcosa a cui appartenere, nell’essere marchigiani e nel tentare di scrivere versi, secondo me è questo. Perlomeno, io la cosa la sento così. Ed è un’appartenenza che, paradossalmente, sento ora che ho lasciato l’Italia più che mai. Per un percorso individuale, senza dubbio, ma per quel che mi riguarda - riprendendo ciò che dice Alessandro - anche grazie a rapporti umani importanti che in questi anni si sono consolidati, e che credo siano la vera ricchezza da salvaguardare.
Un abbraccio a tutti,
Cristina
May 31, 2008 at 2:38 pm
Mi scrive un amico dicendo cose belle e una frase con cui mi permetto di dissentire: “Leopardi non era un poeta marchigiano”. E’ per via della questione del valore, tirata in ballo anche da Francesco al n.7: la poesia “bella” è universale, non fa mica provincia. Sì, è universale, ma non nasce nel vuoto cosmico, nell’universo della mente astrale, nasce in un posto, in una stanzetta, ad un tavolino. Che non sono “solo oggetti”, o “neutri” spazi, loro fuori distribuiti casualmente e io dentro me ad apprendere il mondo e a proiettare visioni: essi sono l’arredamento e la geografia che assicura l’avvenire (intendo l’avvenimento) della poesia. Senza Dublino non ci sarebbe Dubliners. E quindi: Leopardi è ANCHE un poeta marchigiano.
Da chi sono garantiti quegli oggetti, quegli spazi? Ci deve essere qualcuno o qualcosa che permette questi posti, questa stanza, questa scrivania, poiché se fossi meno “fortunata” (se non lavorassi, se abitassi qualche chilometro più in là) potrei abitare in luoghi di immondizia o di guerriglia, non permettermi la solitudine per scrivere o stare a cucire scarpe su questo tavolo invece che spargerci libri e appunti. Sento molto la questione del soggetto poetico, anche in quanto donna che scrive e lavora con la letteratura, poiché la mia posizione di “donna che scrive” non è del tutto garantita, e lo conferma il fatto che la lista di sole voci femminili (alcune tra le tante) che dò sopra suona davvero “strana”, storta rispetto alla presunta “linea”.
Va detto che Massimo Gezzi e Adelelmo Ruggieri sono stati straordinari nel raccogliere voci di donne e uomini, accademici e appassionati, anziani e giovanissimi, e con la loro stessa collaborazione intergenerazionale hanno dimostrato che proprio nei dialoghi trasversali prendono forma le *cose* più belle.
Cristina sottolinea un dato biografico che mentre scrivevo continuava a rimbalzarmi avanti come lampante, ma che non sapevo bene come ammaestrare all’interno del discorso. Lo dico ora. A quella tavola rotonda e in sala una settimana fa c’era chi: vive in Francia o in Svizzera, studia in Spagna, lavora in Inghilterra, scrive dei Balcani, si occupa di letterature anglo-americane, ha studiato a Roma, Bologna, Parma, traduce e collabora con autori italiani e stranieri, è mezzo argentino o mezzo croato e un sacco di altre cose che non so. Una mobilità professionale e intellettuale che è certo figlia delle “nuove tecnologie” (oltre che di qualche vecchia migrazione), ma che non possiamo ignorare, che ci riguarda intimamente, insieme al fatto che questa nostra bella conversazione, quella nostra bella tavolata, nel giro di pochi giorni svanirà di nuovo dalla “rete”, stavolta web, e “noi” saremo chiamati a rinnovarla.
Grazie!
Renata
May 31, 2008 at 2:42 pm
ci hanno boicottato il boicottaggio delle faccine! :)
r
May 31, 2008 at 3:58 pm
W li contadì
May 31, 2008 at 5:24 pm
a Rmorresi(punto14:
Ben detto,mia cara Rm!Leopardi non marchigiano?
e dove altro avrebbe potuto attingere per scrivere di un colle”ermo”? dove altro avrebbe sofferto-si può soffrire in ogni luogo,forse anche di più,ma non allo stesso modo per,gli stessi luoghi,per le stesse cose-allo stesso modo- tanto da dover sublimare con la sua poesia!..e una donna che scrive da Riad può
regalarci uguali sensazioni-uguali!-della signora borghese di Milano stesa -frustrata,ma per il tedio- nel salotto di una amica annoiata come lei?
giro la domanda..son stanca,non ho un discorso lungo da fare…
Così parrebbe ma, se non pare ,voi dite e motivate(io ascolto).
Bellissimo(si dice così?)post,Rmorresi,complimenti,e un saluto
May 31, 2008 at 7:55 pm
Per Renata al n°14:
Io sono più “ferrato” sulla musica contemporanea e vorrei citare questo esempio: mi raccontava un mio caro e vecchio amico, leader di una band che negli anni 90 ha scosso lo scenario musicale italiano, gli Scisma, che veniva “accusato” (tra virgolette) da un suo collega di scrivere cose trasognate e surreali e fantasiose, invece di concentrarsi sulla realtà vera. Questo mio amico gli rispose che non poteva, in quel periodo viveva in una villetta che s’affacciava sul Lago di Garda, in mezzo agli agrumi, ai profumi ed ai colori (il suo interlocutore invece viveva nella grigia Milano).
Ecco, un piccolo aneddoto che conferma quello che anche tu hai sottolineato. Però io sono andato oltre a questo dato: a proposito dell’unità “marchigiana”, mi sono posto nella condizione di dire che tu che stai in una zona delle Marche, io in un’altra, Massimo in un’altra ancora, proprio per quel principio di cui sopra, non possiamo essere accumunati da un’unica “marchigianità”.
Perchè proprio la base, e cioè il vernacolo, i colori, le case, le strade, l’urbanistica sono diversi.
Qualche settimana fa ho passato un sabato sera a Pesaro e mi è sembrato di essere già in Romagna. Capisci allora quanto sia pleonastica la ricerca e la domanda sulla marchigianità SE partiamo dal dato geografico?
Ed è per questo che la validità dei testi - dato già più largamente riconoscibile e condivisibile - serve a togliere le barriere socio-geografico-culturali che noi abbiamo nella nostra regione e a instradare il dibattito su livelli solo ed esclusivamente letterari. Qualora poi, una volta rilevata la presenza di pochi o tanti poeti riconosciuti a livello nazionale in maniera il più possibile unanime, e riscontrata la loro residenza in quel delle Marche, allora sì che potremmo incominciare a ragionare sugli apporti, sui contributi che la regione, con tutte le sue varietà culturali, ha saputo donare alla poesia.
Ciò non toglie il valore assolutamente positivo della voglia, tutta interna alla regione, di incontrarci, riconoscerci, confrontarci.
Credo però che siano 2 piani di discussione differenti, uno interno e l’altro esterno alla regione, giacchè per parlare di elemento marchigiano si dovrebbe stare fuori regione, avere uno sguardo dal di fuori.
Concordo con alessandro: w i cuntadì!
Cari saluti
May 31, 2008 at 9:17 pm
come? io non ci sono?? evabbè
un abbraccio
May 31, 2008 at 10:56 pm
Francesco, ma è proprio quello che vorrei evitare: trovare una unità poetica! Anche perché (come dimostra simpaticamente Alessandro Ghignoli qui sopra) mi pare una eventualità da cui si vuole per lo più sfuggire, e giustamente (nessun poeta, grande o minore, vuole starsene chiuso in una scatolina).
Io parlo per lo più di altre due questioni (che, certo, stanno anche e soprattutto nel testo letterario): del soggetto poetico (di come questo si posiziona rispetto alla materia poetica, di come incorpora, rifrange, ironizza, rifiuta, ecc. non “il territorio”, ma la sua tradizione, la sua rappresentazione ricevuta - e ricevuta dal canone letterario nazionale peraltro) e delle soggettività in relazione, in rete appunto, che (se ne hanno voglia o bisogno naturalmente) si parlano e si chiedono come sia possibile una pratica poetica a partire da qui, come si entra nel dibattito, come si partecipa del discorso culturale.
Un abbraccio e grazie tantissimo della lettura,
Renata
May 31, 2008 at 11:57 pm
Sonia, grazie della lettura e della pazienza e della domanda senza risposta e della risposta nella domanda e, soprattutto, della donna di Riad.
Un abbraccio!
June 1, 2008 at 3:58 am
Un augurio notturno
per domani
e dopo
e dopo ancora
E’ il tuo cognome
marchigiano
come il mio
dario
June 1, 2008 at 7:50 pm
Marche è nome plurale, più marca.
Pesaro (anche nel suo dialetto, dopo fossasejore si arriva a Fano è già un pochino cambia, ma sotto il fiume Metauro è già vicinissimo all’anconetano)fa parte della Romagna in senso geografico. da Imola al Metauro.
eh sì, Ascoli, Macerata, Jesi, Ancona, Urbino… un’unica regione!!
un abbraccio
June 2, 2008 at 12:22 am
A questo proposito nel corso degli anni ho accumulato una serie di ‘testimonianze’ che sommate offrono un dato significativo: gli amici del sud della marca si compiacciono scherzosamente di essere ‘piceni’, quelli del nord si ritengono, per geografia e parlata, più naturalmente vicini alla Romagna, un bravissimo poeta anconetano mi diceva una volta di come Ancona fosse in realtà ben poco marghigiana, più una sorta di arto slogato, un “gomito gettato nell’Adriatico”… insomma, nelle “Marche” non ci vuole star proprio nessuno, eh!?
D’altronde il Marchese del Grillo faceva le condoglianze al cognato costretto a trasferirsi a Macerata… questo disprezzo nei confronti della provincia papalina (che noi provinciali abbiamo in gran parte introiettato) è ovviamente funzionale all’auto-definirsi del potere centrale (vedi Lotman). E, io sospetto, anche utile a delegittimare od occultare qualsiasi ‘vena’ non autorizzata o potenzialmente destabilizzante (quella anarchica, per es., fortissima in questa regione). Non posso entrare in realtà storiche che conosco assai marginalmente, mi interessa però il congegno.
Alessandro, Francesco, a proposito de “li contadì”: l’altro giorno sono stata alla fiera degli allevatori marchigiani e ho visitato con grande scrupolo l’esposizione delle mucche marchigiane e ho scoperto con grande sorpresa la spettacolare creatività degli allevatori nel trovare NOMI ai miti bovini (Tempo, figlio di Muffa e Damasco; Treno, figlio di Tamburo e Taverna; Tundra, figlia di Picasso e Quiete…ah, che forza, “fuoco, entusiasmo, vita”!) Così.
R
June 2, 2008 at 12:43 am
Renata,
quando ho insegnato a barcellona, appena dicevo d’essere marchigiano i miei colleghi italici subito se ne uscivano con il “è meglio un morto in casa che un marchigiano alla porta”, io non sapevo che dire.
Lì per lì mi sentivo parte d’una razzaccia becera, poi però pensavo ai vincisgrassi, ai mòscioli, al vì roscio, al saltarello. Eccheccavolo, proprio malvagio non siamo. Io poi la terra e le mucche le conosco bene. Però l’esempio che fai del Marchese del Grillo è azzeccato, mi rincresce quando ancora ci vedono come la propaggine dello Stato della Chiesa (certo che quando si passa per la statale sotto la Santa Casa, un po’ di dubbi sull’unità d’Italia vengono…).
Oppure non ci vedono proprio, sono certo che esistono persone che credono che Perugia abbia delle spiaggie bellissime…..
Perdonate il tono, ho avuto un rigurgito campanilistico!
June 2, 2008 at 9:59 pm
oggi pensavo: niente è innocuo, figuriamoci un posto (o volevo dire “un testo”?)
grazie a tutti,
e a presto,
re
June 18, 2008 at 10:25 am
Dopo aver letto e aver pensato un pò…mi viene in mente solo una vecchia frase di un ‘vecchio’ e saggio professore: ‘La linea è il fossile di un’azione…’ non so perchè, ma ho in mente solo quesa frase…