L’uomo che non credeva in Dio – di Vito Mancuso
Pubblicato da fabrizio centofanti su giugno 6, 2008
Il titolo L’uomo che non credeva in Dio ha un sapore di eterno, nel senso che Scalfari vuole essere ricordato come l’uomo che, appunto, non credeva in Dio. Sarebbe del tutto fuorviante leggervi un’apertura tipo “ma che ora invece ci crede”. Il titolo intende scolpire il fatto che il rapporto di Scalfari con Dio è chiuso, e tale per sempre resterà.
Un ruolo decisivo nel libro lo ricopre Friedrich Nietzsche, il pensatore al quale Scalfari dedica più spazio e con cui si dichiara più in debito, più di Cartesio, Spinoza, Kant, Freud, che pure hanno giocato un ruolo di primo piano nella sua formazione. Ma mentre questi filosofi hanno contribuito a formare Scalfari che poi li ha per così dire superati, Nietzsche sembra rimanere il faro, la stella attorno a cui gravita il suo pensiero. Quale Nietzsche però? Vi sono infatti tre concetti-vertice del pensiero di Nietzsche, tra loro difficilmente componibili: la volontà di potenza, il Superuomo (o meglio l’Oltreuomo, come Vattimo traduce Übermensch), l’Eterno ritorno. A seconda che si privilegi l’uno o l’altro di questi concetti scaturisce una diversa filosofia: una visione ancora antropocentrica se si privilegia la Volontà di potenza, una visione non più antropocentrica se si assume l’Oltreuomo, infine una visione naturalistica, idealmente spinozista, alla luce dell’Eterno ritorno. Qual è il vero Nietzsche? Tutti e tre, evidentemente, e per questo il filosofo tedesco è oggetto di passioni contraddittorie, amato e odiato sia a destra sia a sinistra. Anche in teologia è così: Simone Weil scriveva nei suoi Quaderni di non riuscire a sopportarne neppure lo stile figuriamoci il pensiero, mentre Bonhoeffer non è pensabile senza Nietzsche, al quale deve il celebre concetto di Dio-tappabuchi.
Ma ben aldilà della pars construens, Nietzsche è decisivo per la sua opera demolitrice. Che cosa ha demolito? La ragione. Faceva filosofia col martello e a martellate ha distrutto la gloria dell’umanità, la ragione. La morte di Dio annunciata da Nietzsche è in realtà da interpretarsi più radicalmente come morte della ragione, nel senso ontologico di grammatica e respiro dell’essere, nel senso di Logos. Dicendo “Dio è morto” Nietzsche ha annunciato la morte della Razionalità quale grembo primordiale da cui tutto nasce e a cui tutto ritorna. Il senso di tragedia che aleggia sulle pagine del libro di Scalfari sta a mio avviso tutto qui: nell’uso spassionato e fedele della ragione all’interno di un mondo ritenuto privo di ragione. Questa scissione tra l’Io e il Mondo è il dramma del ‘900, e leggendo le pagine di Scalfari lo si tocca ancora una volta con mano.
Nel libro vi è tutta la serietà analitica di cui può essere capace un uomo del ‘900, e insieme la malattia di cui soffre questo tempo, cioè la frattura rispetto alla natura e alla sua razionalità, ciò che Hans Jonas definiva già nel 1974 “sindrome gnostica”. È a causa di ciò che la ricerca di senso è destinata al naufragio, quella ricerca che secondo Scalfari “è il tema dominante della specie”, qualcosa di cui noi esseri umani “abbiamo bisogno”. La domanda si declina ai nostri giorni come questione antropologica: chi siamo noi? che cos’è la coscienza? che cos’è il pensiero? che cos’è l’Io? siamo noi i protagonisti del nostro pensiero, oppure esso si forma indipendentemente da noi in base a una strana alchimia di geni e di influssi ambientali e poi utilizza il nostro linguaggio facendoci illudere di esserne i protagonisti, mentre siamo solo una sorta di raffinati altoparlanti? Queste domande si compendiano in quella che riguarda l’esistenza della libertà e si possono tradurre in due equazioni alternative. La prima: Io = Mondo. La seconda: Io > Mondo. Chi sostiene la prima equazione nega la libertà; chi sostiene la seconda l’afferma, nel senso che la libertà è ciò che rimane sottraendo a me stesso l’apporto biologico e sociale del Mondo. Il che si può riesprimere dicendo: Io – Mondo = x. L’incognita x è precisamente la libertà. Chi nega la libertà dice invece: Io – Mondo = 0.
In questa prospettiva capisco perché Scalfari dica che “forse è la parola anima che ci imbroglia la testa” (pag. 41), dato che il termine anima non fa che tradurre in termini ontologici il contenuto della libertà dell’uomo rispetto al mondo. L’anima dice staticamente ciò che la libertà dice dinamicamente. Entrambi i termini intendono dare un nome all’incognita che risulta sottraendo a me stesso tutto ciò che è opera del mondo. Per questo sui concetti di anima e di libertà si gioca non solo la questione antropologica, ma anche quella teologica.
Ci sono due modalità, a mio avviso entrambe deficitarie, nel pensare la natura e conseguentemente l’anima. La prima è quella che pensa la natura come governata dall’alto, direttamente guidata da un Dio personale che interviene a suo piacimento e che quindi crea, lui stesso in prima persona, le anime, lo fa al momento del concepimento nell’istante in cui l’ovulo viene fecondato dallo spermatozoo. La seconda modalità, quella assunta da Scalfari, è propria della cultura oggi dominante e pensa la natura come un principio assoluto sopra il quale non vi è nulla, che si muove producendo “soltanto forme che emergono dall’informe e ad esso ritornano quando il loro ciclo si esaurisce” (pag. 42). In realtà considerando la natura si vede a mio avviso che, se essa non è governata direttamente dall’alto da un Dio personale visto che conosce il caso e l’assurdo (a meno di non attribuire tali fenomeni al Dio personale, di cui però a questo punto non si dovrebbe parlare più in termini di Logos e ancor meno di amore), essa al contempo è governata dal basso, da una logica cieca per quanto attiene ai dettagli ma perfettamente vigile per quanto attiene alla strategia generale, la quale consiste nella costruzione secondo la logica relazionale di livelli sempre più raffinati di informazione e di organizzazione, di cui l’Io che appare nell’uomo è il livello più alto, il frutto più bello. Questa logica relazionale trova nell’amore di cui l’Io è capace il suo vertice. Desidero notare che Scalfari ha passaggi molto profondi e molto veri sull’amore, e già solo per questo il suo libro merita di essere letto. Per esempio scrive: “Bisogna dimenticarsi di sé per conoscere l’altro senza invaderlo, bisogna modificare la grammatica della psiche per passare dall’io e dal tu al noi”; e ancora afferma che occorre disporre “di un deposito di amore tale che renda possibile superare l’io e il tu declinando al loro posto il noi” (pag. 45). Si tratta di una visione dell’amore perfettamente cristiana perché si basa sulla logica relazionale, la medesima che è presente nel Dio cristiano che è trino proprio perché supera l’io e il tu e si dice come noi, e questo noi è un uno. A prescindere se esista o no nell’alto dei cieli qualcosa di simile, ciò che qui importa sottolineare è che il cristianesimo predicando dell’Assoluto tale logica relazionale ha fatto dell’amore il valore ontologico più alto. E Scalfari nelle sue pagine, parlando dell’amore, l’ha riprodotto. Non senza incoerenza però, a mio avviso, con la sua visione della natura.
L’importanza che assume l’amore appare anche dal fatto che il libro si apre e si chiude con pagine molto intense dedicate alle relazioni umane, il rapporto con la madre all’inizio e quello col nipotino alla fine. Il punto decisivo è capire che cosa significa, per la natura e per noi che ne siamo un frutto, che “l’amore dà riposo e beatitudine”, frase vera e profonda che si legge nella penultima pagina del libro. Da bambino giocando ai soldatini Scalfari racconta che faceva vincere sempre i buoni. Tutti abbiamo fatto vincere i buoni. Perché? E perché le favole dell’umanità, pur ricolme di orrore e di incubi, si concludono tutte con la vittoria del bene? Si tratta solo di un infantile e consolatorio desiderio di happy end, o c’è la manifestazione primordiale di una struttura fondamentale dell’essere? “Non so spiegarmi perché a sei anni ero convinto che chi vince è buono. Oppure che chi è buono vince” (pag. 10). Credere in Dio significa ultimamente essere convinti che chi è buono vince, che esiste cioè una corrispondenza logica tra la morale e l’essere. La fede in Dio è la fede nella razionalità dell’essere. Lo ricorda spesso anche Benedetto XVI.
La nostra però è l’epoca contrassegnata da una sorta di chiasmo maledetto, una prigione dello spirito incatena l’anima del nostro tempo. Il chiasmo lo descrivo così. Coloro che credono in Dio e pongono il Logos e la ragione all’origine del tutto, fanno poi della fede e dell’obbedienza all’autorità, e non più della ragione come vorrebbe la coerenza, il criterio-guida del vivere quotidiano. Viceversa coloro che fanno della ragione il criterio-guida del vivere quotidiano e passano al suo severo vaglio ogni situazione, pongono poi non nella ragione, come vorrebbe la coerenza, ma nel caso, cioè nell’assurdo, l’origine delle cose. Mi chiedo come uscire da questa contraddittoria prigione dello spirito che anche nel libro di Scalfari appare vistosamente.
Alla fine il problema di fondo è Dio, non a caso scelto da Scalfari come protagonista, per quanto negativo, del suo titolo. Si tratta di comprendere che cosa significa l’idea di Dio, e che cosa significa aderirvi o non aderirvi. Mi sembra che queste parole di Plotino (scelgo volutamente un autore non cristiano) possano aiutare nella risposta: “Più di una volta mi è capitato di riavermi, uscendo dal sonno del corpo, e di estraniarmi da tutto, nel profondo del mio io. In quelle occasioni godevo della visione di una bellezza tanto grande quanto affascinante che mi convinceva, allora come non mai, di fare parte di una sorte più elevata, realizzando una vita più nobile: insomma di essere equiparato al divino, costituito sullo stesso fondamento di un dio” (Enneadi IV, 8, 1). È solo la paura della morte a generare la religione, come sostiene Scalfari? Queste parole di Plotino dicono di no. C’è anche l’amore per la bellezza che possiamo ospitare, se ne diventiamo degni. Nessun dubbio che spesso la religione nella storia si sia basata per affermarsi sulla paura della morte (“ricordati che devi morire”). Ma non era questo l’annuncio di Gesù di Nazaret che parlava del Regno e portava vita e salute ovunque andava. Non era questo lo spirito di Francesco d’Assisi e del suo Cantico delle creature, né di Florenskij, Bonhoeffer, Teilhard de Chardin e di chissà quanti altri credenti. È vero ciò che scrive Scalfari, che “Dio muore nel momento in cui scopriamo d’averlo inventato per sfuggire la paura” (pag. 75). È vero, e un Dio così deve morire, perché è un idolo, è il Dio-tappabuchi. Ma vi è un modo di essere credente che non è per nulla equiparabile a un pavido calcolo alla ricerca di far sopravvivere il proprio piccolo io. C’è una modalità di credere in Dio che è celebrazione della bellezza della vita, non assicurazione contro la paura della morte.
Scalfari dice che verso i quarant’anni si liberò “della necessità, sempre incombente, di trovare un senso ultimo” (pag. 88). Prima però aveva scritto che la ricerca del senso della vita è una prerogativa della nostra specie (cf. pag. 14). Certo, rimedia alla contraddizione dicendo che vi sono anche i sensi penultimi, ma, quando si tratta dell’insieme della vita, non è così. Il senso, in questo caso, o è ultimo o non è. Un senso provvisorio della vita è semplicemente un compromesso, un adattamento, una resa. Dall’inizio della sua avventura spirituale il genere umano è stato alla ricerca del senso ultimo del vivere, da cui sono nate le molteplici religioni e le molteplici filosofie. Ma si tratta di capire perché l’uomo ha intrapreso tale ricerca. Solo paura della morte? Certamente la morte ha giocato e gioca il suo ruolo, ma non tutto è riducibile a un desiderio di campare. Nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensu: se cerchiamo il senso ultimo è perché siamo generati da un’azione sensata, logica, ordinata, che è la relazione. Già il nostro consistere come organismo è il frutto di un insieme di incalcolabili relazioni, a partire dalle particelle subatomiche che formano i nostri atomi, e questi le molecole, e queste le cellule, fino al concerto degli organi che si chiama organismo. Per questo dissento profondamente dalla visione dell’organismo offerta da Scalfari: “Il corpo è interamente impregnato di volontà di potenza, gli organi che lo compongono non hanno altro fine che di preservarla e di accrescerla” (pag. 128). C’è lo sviluppo della medicina rigenerativa a mostrare la falsità di questa tesi, c’è la scoperta dei neuroni-specchio che dimostrano la natura altruistica (in senso ontologico prima ancora che etico) del nostro essere. La logica del corpo è la relazione, non la volontà di potenza (per quanto la relazione talora si esplichi anche come volontà di potenza, soprattutto nella sessualità maschile).
Da questa visione errata della logica dell’organismo discende nel pensiero di Scalfari un’aporia in ordine alla genealogia della morale. Io sono d’accordo con lui nel ritenere che la morale sia un istinto, quindi qualcosa di radicato nella natura, ben più che derivante dalla cultura, religione compresa. Solo che da questa affermazione occorre trarre le conseguenze per l’ontologia della natura, chiedendoci perché siamo fatti così e perché ospitiamo questo istinto. Sono convinto che non basta rimandare alla sopravvivenza della specie, perché a volte l’istinto morale (come ha mostrato proprio Nietzsche) va contro la sopravvivenza della specie e può essere contrassegnato come decadenza o peggio ancora nichilismo. E per molti aspetti è vero: a volte la morale fa compiere atti biologicamente non necessari, se non addirittura dannosi. Un esempio è la cura delle persone handicappate, del tutto infruttuose per il prosieguo della specie e che infatti Nietzsche, come gia Aristotele, voleva fossero abbandonate al loro destino. Io concordo pienamente sul fondamento biologico della morale individuato da Scalfari col chiamarla “istinto”, ma ritengo che l’esistenza di tale istinto contraddica l’interpretazione utilitaristica della natura che Scalfari riprende dal darwinismo, perché nell’istinto morale c’è molto più del mero interesse per la sopravvivenza della specie, c’è la passione per la giustizia, per il bene, per la verità (al cui riguardo si vedano le belle pagine dedicate da Scalfari a Ugo La Malfa e a Enrico Berlinguer). Io ritengo che l’istinto morale abbia un fondamento fisico nel senso che deriva dalla logica relazionale che ci costituisce, è l’espressione del nostro consistere come organismo in miliardi di relazioni ordinate e armoniche. Noi siamo in salute dal punto di vista fisico se tutte le componenti del nostro organismo girano armonicamente tra loro; allo stesso modo, dal punto di vista spirituale siamo in salute se riproduciamo al di fuori di noi la medesima logica relazionale che ci costituisce fisicamente e che al livello interpersonale si chiama giustizia. Il fondamento dell’etica e del diritto è inscritto nella logica del nostro organismo: c’è una verità primordiale della nostra natura alla base dell’etica e del diritto.
Desidero concludere con una parola sulla questione della fede in Dio sollevata da Scalfari. Egli scrive: “Dio non è morto: c’è finché qualcuno lo guarderà”. E poi aggiunge: “Quanto a me, non guardo Dio da moltissimi anni. Forse non l’ho mai guardato” (pag. 136-137). Mi chiedo come possa un uomo guardare Dio. E rispondo considerando che vi sono due modalità fondamentali di disporre il corpo durante la preghiera: c’è chi alza le mani verso il cielo rivolgendole verso l’esterno, e c’è chi le raccoglie sul petto quasi ritirandosi dentro di sé. La prima modalità presuppone un’idea di Dio che lo situa al di fuori di se stessi, la seconda al contrario all’interno di sé. Tale seconda modalità contrassegna l’esperienza spirituale di cui parlava Plotino e che si ritrova anche nell’Agostino neoplatonico del De vera religione secondo il quale “la verità abita nell’uomo interiore”. Un uomo può non rivolgersi per tutta la vita a Dio considerandolo esterno a se stesso, ma, se cerca il bene e la giustizia dentro di sé, può avere lo stesso molto a che fare con lui. Forse è il caso anche dell’uomo che non credeva in Dio. Io glielo auguro.
Pubblicato su Il Foglio, 18 maggio 2008.














claudia detto
il solito mancuso
Paola renzetti detto
e scusate…se è poco! Un bel testo, articolato e completo. Denso di riferimenti culturali, da ripercorrere e da scoprire , sia in senso “laico” che in senso religioso. Mi piace questo ricorso leggermente spregiudicato a diverse fonti…l’umano costituito dalla relazione, nella quale ritrova il suo senso originario e ultimo. Ma in tutto questo come si spiega l’irruzione del mistero, dell’incomprensibile, dell’”assurdo”…per non dire di peggio? La concezione morale, come tensione quasi istintiva, costitutiva verso il bene. Ecco una rivisitazione che può essere liberante, può togliere un po’ di muffa agli insegnamenti e riorientare a fondare la speranza.
E Scalfari? Non so, sembra una caratterizzazione, un eccesso, quello di chi si ostina a dichiarare fino alla fine la propria scelta di non credere. La sensazione chein generale non ci sia niente di nuovo sotto il sole. Insomma ci sarà certo da dire …andando meno a spanne. Buonanotte
elio detto
Testo prolisso, che a metà strada mi ero pentito di aver intrapreso. Ma ormai che c’ero … fornisco allora la mia impressione:
Il Dio di Mancuso è un Dio degli scienziati, reso sufficientemente astratto da non cozzare con le evidenze, sempre più “hard”, che la scienza va acquisendo, ma tuttavia irrorato di sentimentalismo “standard” in misura sufficiente a tenere in vita, pressoché immutati, i vecchi e cari precetti morali. In pratica, bisogna esser buoni perché essere buoni fa stare bene, mettendo l’anima individuale in accordo armonico con l’universo, la storia e la società, etc., i cui molteplici, e relazionalmente intrecciati, piani sarebbero tutti quanti attraversati da una “logica primordiale” intrinsecamente “buona”.
Ovviamente, in questo scenario, il “piccolo io” è spacciato.
A me sembra un compromesso onorevole, anche se “hardly new”. In fondo, depurate degli accidenti biografici, le anime viventi, ovvero le coscienze soggettive, sembrano tutte uguali: indossiamo così facilmente i pensieri altrui, ci proiettiamo così facilmente in una storia raccontata. Un’uguaglianza dovuta probabilmente ad una sufficientemente buona replicazione di quel grumo di neuroni-specchio (ed altri apparati).
Così, basterà rinunciare all’io “biografico” (nei termini di Damasio) ed il gioco sembra fatto: diventando l’anima “vera” una proprietà astratta, continuamente replicata, essa è virtualmente immortale, o comunque potrebbe durare, magari potenziandosi in modo imprevedibile, fino ad un Big Crunch (che potrebbe, se continua a crescere e crescere, persine divenire in grado di evitare – ma qui ovviamente stiamo andando per la tangente, rientriamo.)
Il problema è che ciò che con la morte va a sparire è in fondo ciò a cui siamo maggiormente affezionati: ovvero, tautologicamente, l’inimitabile tessuto degli affetti. Ma sappiamo che la vita è materia troppo grezza e impura per potersi perpetuare “in blocco”, richiede dunque una raffinazione. E’ qui che entra in gioco l’arte (intesa in senso lato, includendoci ovviamente la Poesia): una specie di “compattamento biografico” in grado di superare il limite della morte installandosi nelle nuove istanze animesche come un software obbligatorio.
Personalmente avverto come illusoria, e in un certo modo anche ripugnantemente furbesca, tutta questa impostazione (“s’i fosse Dio, mandereil’ en profondo” coloro che la tentano) soprattutto perché ai poveri di spirito – cioè di mezzi artistici – si continuerà a raccontare delle balle patenti, a fin di bene, ovviamente.
Ma non v’è chi non veda come questa impostazione venga tenacemente perseguita (Sannelli ne sembra particolarmente ossessionato, ma solo perché lui si espone con eccezionale sincerità). E forse, allo stato in cui siamo, non vi è davvero altra soluzione.
claudia detto
un contro-post sintetico e chiaro, il tre, decisamente condivisibile. grazie signor elio; dissento solo dal credere che non ci sia altra soluzione.
Paola renzetti detto
Non credo che nell’articolo di Mancuso(riferimento a Plotino, San Francesco ecc)”l’arte entri in gioco”, come espediente. L’esperienza della bellezza non è l’uscita di sicurezza dal limite estremo della vita (la morte) o il consolatorio sostegno dei poveretti (mentre ai ricchi di spirito viene riservata una presa di coscienza non illusoria sul finire delle cose). La bellezza c’è, come c’è la morte e una non nega l’altra, ma semplicemente coesistono.
“La morte…dalla quale nessun uomo vivente può scappare…”
(San Francesco)e detto da lui…
Manca l’educazione alla bellezza, anche se capita nella più grande ignoranza e semplicità, a volte una eccezionale presenza e sensibilità verso i molti lati del bello, anche quelli non immediati.
elio detto
Premetto che tentavo di intravedere delle fisionomie nell’insieme più ampio di discorsi che si accatastano e sedimentano nella mia memoria, dunque la mia era una deriva “a partire da”, non un’analisi critica del testo.
Però la morte per San Francesco – e per chi ha fede – è soltanto una soglia da varcare, per quanto comprensibilmente emozionantissima. Ma se uno ha fede perché dovrebbe interessarsi tanto alla bellezza quale mezzo addirittura di “salvezza”? Certe fedi mi sembrano davvero molto strane ed ho cercato di delinearne, quanto più onestamente mi è possibile, il possibile “scheletro” concettuale.
Un grazie a Claudia per l’apprezzamento.
Paola renzetti detto
Non so dire se la bellezza da sola può essere un mezzo di salvezza (non l’unico e credo che nessun vivente possa dirlo con certezza…a meno di mettersi al posto di….). Certamente è una via di rivelazione, di disciplina che può essere congeniale a molti. Penso alla vita dei monaci orientali pittori di icone (Rublèv ad es. con la sua Trinità) ai mandala tibetani….Se avviene per la pittura, perchè non può avvenire per la poesia? Non è un supermarket, un’offerta speciale certo, non se ne parla in quel senso almeno in un blog come questo.
E’ un’opportunità e del resto, pensando alla natura e alla sua bellezza(per fare un altro riferimento) non a caso viene indicata dalla teologia, come una via di accesso per la conoscenza di Dio. Credo che siamo andati un po’ fuori dal seminato e lontani dal rigore metodologico di Mancuso e dalla sua chiarezza espositiva.
Riguardo a Francesco, credo che la morte per lui non fosse solo una soglia, ma un lento e doloroso avvicinamento, sofferto nella malattia, nell’opposizione incontrata da parte dei suoi frati.
elio detto
Questo “rigore metodologico” io non lo riscontro affatto, a meno che non si tratti del “metodo” della teologia, sul quale non mi pronuncio, dato che la considero grossomodo “letteratura fantastica”, che il rigore può soltanto “simularlo” nelle connotazioni. Posso convenire invece sulla chiarezza espositiva: mi hai dato l’impressione di rispondere a questioni “altre” da quelle che io avevo provato a porre, ma non c’è problema. Ciao
Paola renzetti detto
Perchè non provare a riproporle? Le mie erano considerazioni su un aspetto particolare e con un taglio più esperienziale che speculativo. Qualcun altro più ferrato in materia filosofica potrà essere interessato a riprendere il discorso. L’articolo di Mancuso offre molti spunti e riguardo al rigore metodologico (a volte vengono fuori certe frasi e associazioni trite!), pensavo (un po’ da profana) che lui non sottende le fonti a cui fa riferimento, ma le chiarisce, dando al lettore gli opportuni riferimenti e strumenti interpretativi.
Ciao a te e grazie
andrea ponso detto
…per ora sono di corsa, ma mi preme dire qualcosa: che il pensiero di Nietzche sulla volontà di potenza presupponga una preminenza dell’io mi pare del tutto sbagliato: la volontà di potenza è al contrario la distruzione dell’io, poichè non è la volontà di fare in modo padronale, ma proprio il contrario, come se narciso sprofondasse nella bufera del suo specchio/volto…
Dai commenti, poi, sul fatto che la bellezza serva a qualcosa: io penso che, anche teologicamente, sarebbe più giusto che essa serve a conciliarci con la finitezza, accettarla nelle sue dissonanti contraddizioni… e questo, mi sembra profondamente teologico. Anche da questo punto di vista, per Cristo o per qualsiasi cristiano, la morte non è una soglia verso un mondo migliore è già assicurato, ma è uno stare nella morte, una kenosi che va fino in fondo. Cristo rimane nel bagno del sepolcro per tre giorni, e la sua stessa discesa agli inferi non è tanto un viaggio redentivo, quanto piuttosto un prendere su di se tutto l’umano e tutto il creaturale, proprio tutto. Se la morte, fosse pure quella di Cristo, fosse solo una trovata scenico/teatrale, si perderebbe tutta la sua grandezza, e anche tutto il suo mistero. Così la bellezza, che non concilia e non salva o, meglio, salva la finitezza perchè la accetta fino in fondo.
andrea ponso
elio detto
“Se la morte, fosse pure quella di Cristo, fosse solo una trovata scenico/teatrale, si perderebbe tutta la sua grandezza, e anche tutto il suo mistero”.
Una puntualizzazione interessante: da un certo punto di vista (grossomodo quello dell’ateo “well-adjusted” – Odifreddi, Dawkins etc – che si immagina virilmente avvezzo a gettare direttamente lo sguardo nell’abisso del nulla senza che succeda poi granché) la fede in Cristo può apparire come un ingenuo “wishful thinking” capace di mettere a terra ogni tensione: insomma c’è un Dio, che addirittura va considerato nostro “padre” in senso umano, vi è un’interfaccia , Cristo, così umana e bella, a noi proporzionata, vi è persino la promessa di una “resurrezione della carne”, davvero cosa si può volere di più? Diamoci una regolata sentimentale e via! Naturalmente un filisteismo alla Strauss non potrà soddisfare i caratteri più inquieti, che potranno trovare nell’immaginario custodito dalla tradizione una fonte di pathos inesauribile. Io in genere interpretavo i segni di tormento che sembrano trasparire anche da chi si professa credente, come rovelli del dubbio – questa mi sembrava la grande insidia. Ma Andrea qui mi sorprende: fermo restando la credenza in un aldilà, in una soglia da oltrepassare, essa viene resa più drammatica ed “iniziatica”, quasi un adeguamento estetico alla (per lo più pretesa) abissalità del nichilista. Ma perché non dovrebbe essere invece dolce ed estatica come altri hanno immaginato? La circorstanza mi fa pensare al bizzarro aldilà di Swedenborg, dove ognuno ricerca e si sistema nell’ambiente che gli è più congeniale.