Francis Bacon, Conversazioni con Michel Archimbaud
Posted by Marina Pizzi on June 11, 2008
F. B. – La cosa più importante è continuare a guardare la pittura, leggere la poesia o ascoltare la musica. Non per comprendere o per conoscere, ma per sentire qualcosa.
F. B. – Può sembrare paradossale, ma in arte è un fatto indubitabile: si raggiunge uno scopo attraverso l’impiego massimo di artificio, e si riesce a creare qualcosa di autentico quanto più l’artificio è evidente. Prenda ad esempio i poeti greci o classici, la loro lingua era molto artificiale, molto costruita. Lavoravano tutti all’interno di una cornice ben delimitata, e questo rappresentava una forma di sottomissione considerevole: ma è proprio così che hanno elaborato i loro capolavori più grandi, che danno a noi lettori la massima impressione di libertà e di creatività.
F. B. – L’interpretazione non mi sembra necessaria, in pittura non più che negli altri campi di espressione artistica, come la poesia. Credo che non si possa spiegare una poesia o un quadro. Ricasso, ad esempio, sapeva parlare molto bene della pittura. Ha detto una quantità di cose intelligenti sulla pittura. Ma non è riuscito a spiegare il suo genio! Mi sembra che le spiegazioni, necessariamente, non approdino a nulla. Ad ogni modo, io non ne ho bisogno, neppure rispetto a cose che non riesco a capire completamente. Per esempio la musica, è una cosa della quale abbiamo spesso parlato insieme: ebbene io non riesco a capire la musica, per quanto mi attragga molto, eppure non ho bisogno di spiegazioni. So che spesso la gente cerca delle spiegazioni; se questo è necessario per alcuni, è sempre possibile trovare altri in grado di fornirgliele, e tutto ciò mi è sempre parso un po’ ridicolo.
F. B. – La mia esperienza è sempre consistita nel rimanere totalmente solo. Tenderei quindi a dire che vedo l’artista come un uomo solo in mezzo alla società in cui vive.
M. A. – René Char diceva: “Se distruggi, che sia con strumenti nuziali”.
F. B. – Sì, è così, la violenza che apre su qualcosa è rara, ma alle volte è ciò che può verificarsi in arte; le immagini fanno esplodere il vecchio ordine, e nulla allora rimane come prima.
[dall'edizione italiana tradotta da Fiorenzo Toso per Le Mani - Microart's Edizioni, Recco-Genova, 1993]


















Marco Saya said
Sì, l’importante è sentire, non importa come. Purtroppo si sente sempre meno. siamo sordi anche a noi stessi.
Marco
Paola renzetti said
L’impiego di artifici…e va bene. Ma chi fruisce dell’arte, deve in qualche modo, potersi sintonizzare su qualcosa di “autentico”, un nucleo ispiratore dal quale l’opera ha origine, che poi può anche declinarsi in un genere (e qui sta il rischio della maniera, della gabbia).
Più si cerca di fare sensazione, di apparire e perfezionare e più si rischia di fare mestiere. Chi si avvicina all’opera deve poter “sentire”, ma anche essere dotato di strumenti interpretativi essenziali. Pensiamo a Bacon, se non c’è un minimo di conoscenza in cui inquadrarlo, ai più dice poco.
E’ vero che il genio non si spiega, ma la sua epoca, la sua storia sì.
Riguardo alla solitudine credo proprio che sia vero: l’artista è solo, se “sente” davvero quello che fa.E’ un paradosso, ma comunicare davvero l’unicità èquasi impossibile. L’artista (diffcile trovare un’altro termine) se lo è davvero,fa tutte e due le cose: comunica e non troppo. Ma sente il problema di far arrivare il suo messaggio, altrimenti è perduto.
Un’ altra cosa: l’artista deve essere onesto e esprimere ciò che è veramente suo e non di altri, di ciò che va per la maggiore in certi ambienti.
Insomma basta. Chiedo soccorso!
8avio said
Marina grazie dell’imput
<>
questo frammento in particolare mi ricorda una conversazione mia (pertanto non confrontabile a quella da te postata per livello di genio messo in campo ma forse solo accostabile per atti) con Fabio Ferrari.
Ebbene, riguardo al cinema, eravamo entrambi sconfortati e delusi dall’evoluzione di quest’arte, preferendo vecchi e forse un pò ingenui film ai colossal d’oggi così impeccabili in quanto effetti speciali, eppure vuoti e in un certo qual modo banali.
In me questo era alquanto confuso, Fabio invece mi spiegò che per lui l’arte(quindi anche il cinema) poteva e doveva deformare, alterare la realtà, questo a suo avviso accadeva nei tempi d’oro della cinematografia mentre oggi si è spesso persa questa componente nei rassicuranti polpettoni che mostrano a volte realtà diverse ma sempre più simili alla nostra.
Riferire idde altrui di una passata conversazione nopn mi è riuscito benissimo, spero si sia colto il senso e il nesso con il frammento Baconiano.
Ottavio Sellitti
elio said
Bacon è un grande artista, ha mostrato come la pittura possa ancora far vedere delle cose che gli assemblamenti o le manipolazioni su base fotografica non possono a raggiungere: ha ridato precisamente forza al gesto pittorico, un gesto lungamente ricercato attraverso la sedimentazione della pratica, sempre strettamente collegata al sentimento portante, senza peraltro concedersi alcun ritorno al passato. Da quel poco che posso monitorare, fra gli artisti sembra godere di un consenso pressoché unanime, il suo stile è stato profondamente capito, e diverse volte assimilato. Anche quando parla della pittura in generale, lo fa con una sapidità ed un’efficacia che deriva tutta quanta dalla propria esperienza viva, dal punto di vista del proprio percorso. Per questo egli risulta al tempo stesso ficcante ma riduttivo rispetto ad altri approcci, in realtà tentare una sintesi (probabilmente impossibile) su dove vada l’arte, o la pittura in particolare, non è faccenda che gli competa troppo, non mi sembra che si sia mai preoccupato di acquisire gli strumenti teorici (teoricamente) necessari ad un simile compito, evidentemente gli bastava spingere la sua, di arte, molto avanti.
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Sylvester: Se i quadri astratti sono soltanto un insieme di forme variamente disposte, come spiega che ci siano persone, e io sono fra queste, nelle quali essi provocano reazioni viscerali dello stesso genere di quelle suscitate dalle opere figurative?
Bacon: E’ la moda.
8avio said
il frammento è questo wordpress l’ha tagliato
F. B. – Può sembrare paradossale, ma in arte è un fatto indubitabile: si raggiunge uno scopo attraverso l’impiego massimo di artificio, e si riesce a creare qualcosa di autentico quanto più l’artificio è evidente. Prenda ad esempio i poeti greci o classici, la loro lingua era molto artificiale, molto costruita. Lavoravano tutti all’interno di una cornice ben delimitata, e questo rappresentava una forma di sottomissione considerevole: ma è proprio così che hanno elaborato i loro capolavori più grandi, che danno a noi lettori la massima impressione di libertà e di creatività.
Paola renzetti said
Riguardo all’arte antica, pensando a certe grandi opere è vero che sono nate sotto precisi canoni e strutture, ma il massimo della grandezza, forse non si è raggiunto al punto più alto dell’artificio, ma al “punto di rottura”, dove si genera un respiro nuovo nel tempo e nella cultura, che segna un superamento della forma e dei contenuti (sto pensando alla tragedia greca-Antigone es.). L’arte segna così la nascita di un nuovo modo di pensare,di “sentire” di vivere con valori diversi.
Per Bacon non è solo una questione di tecnica, di dissoluzione delle forme nel colore, ma si sente la minaccia della dissoluzione dell’io (Novecento e psicanalisi), il pericolo di un mondo dove l’uomo risulta alienato. L’arte non è mai solo una questione di tecnica, ma di potenza e di significatività dei contenuti. Significatività vuol dire anche, capacità di dialogare, di scuotere, di distruggere, di proporre.
Giovanni Nuscis said
F.B. La cosa più importante è continuare a guardare la pittura, leggere la poesia o ascoltare la musica. Non per comprendere o per conoscere, ma per sentire qualcosa.
Ma sentire, in fondo, è anche comprendere, conoscere; seppure indirettamente, senza quasi rendercene conto: riaccordandoci, infinite volte, affinché suoni la nostra musica, s’intoni la nostra voce.
Grazie, Marina
Giovanni
elio said
Senza dubbio, Paola, non è solo una questione di tecnica, anzi io direi persino che la tecnica (se riusciamo a dipanarla dallo stile) non c’entra per nulla.
Paola renzetti said
Acquisire abilità tecnica permette di addentrarsi sempre di più nei significati delle cose e col tempo lo stile prende corpo. Van Gogh si è affidato a un maestro, che gli dava indicazioni e gli suggeriva correzioni, anche se poi si è perfezionato soprattutto lavorando sodo.Quello che manca nella nostra società è proprio la consapevolezza che certe capacità vanno educate. Ma qui entriamo nel campo della diffusione della cultura e dell’educazione artistica, che è lasciata troppo all’iniziativa individuale e ancora marginale. Certe consapevolezze non dovrebbero essere appannaggio esclusivo degli artisti, di chi ci è portato, di chi è nato in un ambiente culturalmente ricco, ma opportunità offerte a tutti.
Diffondere l’arte e la sua cultura è come preparare il terreno per gli altri apprendimenti e per altre esperienze.
Ma è un po’ come sognare una società diversa.