La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica


Giugno di amori, di Mario Rigoni Stern

Posted by sparzani on June 22, 2008

[a cura di Antonio Sparzani]

Le sere di febbraio si passano in casa a guardare il fuoco e ad aspettare la primavera, ma queste sere di giugno dal lungo crepuscolo sono belle da godere camminando per le strade e i sentieri lontano dalle case. Non ci sono ancora villeggianti e turisti, cercatori di funghi, cacciatori; i boscaioli contadini sono stanchi per la lunga giornata di lavoro, gli altri so¬no seduti davanti alla televisione o in discoteca. Così, dopo le uscite primaverili delle motociclette che fanno fuggire nel folto i caprioli che bramano l’erba novella ai bordi del bosco, in queste sere puoi camminare in altro tempo. In altri tempi da collocare nel tuo vissuto o nel vivendo che puoi scegliere.
In queste passeggiate, per non distogliere il vagabondare della mente e del corpo, non voglio per compagna nemmeno Ambra, la mia cagna spinona. Questo o quel sentiero? Uno vale l’altro, ognuno e qualsiasi può richiamarmi una storia o riservarmi una sorpresa. Al bivio prendiamo la strada che scende dolcemente per la valle o quella che sale diritta verso il monte sul dosso della morena? Qui, da ragazzi, ci conducevano in primavera per la Festa degli Alberi; il bosco era stato distrutto dalla guerra, ora è alto e fitto d’abeti. Pane e formaggio, una gazzosa in tre, una canzone in tutti ed eravamo felici. Quanti ragazzi eravamo!
Negli anni dopo la prima guerra mondiale, ogni sabato, durante i cento giorni dell’alpeggio salivo per questa strada con mio padre. Lassù, dove la valle si restringe, mi lasciava solo sul calesse dopo aver infilato sul muso del cavallo il sacchetto della biada. Quindi lui saliva alla malga di Monte Zebio e dopo un paio d’ore ritornava con il burro prodotto nella settimana. Per me erano due ore di silenzio profondo, ovvero silenzio di rumori causati dall’uomo; di isolamento, e anche di misterioso stupore.
Erano suoni precisi quelli dei denti del cavallo che frangevano la biada, il battere sui tronchi del picchio nero che cercava le larve, il richiamo dei ciuffolotti sugli apici degli abeti, il frusciare del vento che scendeva dalle montagne più alte. Erano anche mostri fantastici le ombre che le grandi nubi estive proiettavano sulle rocce che si ergevano cupe sotto il bosco, dall’altra parte della valle.
Quando la luce del sole scemava perché lui se ne era andato dietro l’alta costa del monte e tutto era in ombra, temevo di veder apparire la lunga fila dei soldati morti in guerra che da Nord a Sud attraversavano silenziosi le montagne, come avevo sentito una sera raccontare da uno sconosciuto che li aveva visti.
Il vento del tramonto muoveva i rami dell’abete bianco dove mio padre sempre fermava il cavallo e io, sdraiato sul fondo del calesse per proteggermi dagli spiriti della monta¬gna, guardavo il cielo che si incupiva e le prime stelle. Final¬mente sentivo la sua voce: «Ei bocia, son qua» e il suo passo sicuro avvicinarsi dal sentiero che scendeva ripido verso la strada.
Se invece al tornante lascio la strada e proseguo per la mulattiera, dove da bambino con il nonno raccolsi un verdone con l’ala spezzata, arrivo in un prato fiorito di gigli rossi e di bottoni d’oro con ai margini il rudere di una stalla; era qui che il vecchio Tönle che non voleva abbandonare la no¬stra contrada venne portato dai soldati austriaci nel 1916. Ogni luogo della Terra una vicenda. Un fatto che ci lega al passato: la storia letta nelle cose. Qui, poi, dove si sono vissuti tanti dolori e tante fatiche ogni piega del terreno, ogni sasso, ogni piccola sorgente hanno da raccontarmi qualcosa. Ma a chi oggi, può interessare questo? Questa piccola croce di ferro che ricorda una giovane sposa uccisa dal fulmine molti, molti anni fa?
Come sono lontani i rumori del mondo ora che scende la sera. La lunga, dolce sera di giugno riporta anche i volti delle persone amate. Un tordo ancora innamorato canta nel bosco del Trocknotto, un cuculo canta in Val di Nos. Un merlo saluta la sera, o il sole che se n’è andato via dietro il Verena? E un fringuello stanco della lunga giornata si appollaia fra i rami di un acero.
Scendo verso la mia casa che vedo laggiù dopo il bosco, ma prima mi siedo ancora al bordo della strada ad aspettare i caprioli. Li sento dentro il folto; il piccolo che è nato da pochi giorni chiama la madre e la madre da poco lontano gli risponde come per assicurarlo: son qui, non temere, non ti abbandono.
Con una foglia di graminacea stretta e tesa tra i pollici e le mani raccolte a conchiglia, soffiando, ripeto il richiamo del piccolo con la speranza di vedere uscire la madre nella mia direzione. Aspetto immobile e in silenzio. Mi risponde. La immagino con le orecchie tese, sospettosa a fiutare l’aria. Ma il mio odore non dovrebbe giungerle.
L’idillio è interrotto da un grido. È di un ragazzo che sale per la strada con passo lesto e nervoso, quasi fosse preso di paura. Con gesto di dispetto gli faccio cenno di stare zitto, di non gridare cosi: ma ormai non serve più perché certamente i due caprioli si sono ritirati dentro il bosco. Il ragazzo mi si avvicina affannato; non è di qui, non lo conosco. Mi chiede dov’è la Casa dei Frati; gli spiego che è poco lontana, dietro il dosso. Avevo visto che li in questi giorni avevano condotto dei minorati dalla città, forse è un parente.
Il ragazzo si allontana di corsa, affannosamente dice: «Non vedo l’ora di arrivarci» ma fatte poche decine di metri si rimette al passo e si guarda attorno dubbioso, con la mano gli faccio cenno d’andare. Ora dovrei aspettare troppo per rivedere i caprioli al pascolo; la luce del lungo crepuscolo si confonde con quello della Luna che tra poco sorgerà; la notte sarà molto breve e tra poche ore il canto delle cince mi darà la sveglia.
Intanto un’automobile rossa sale per la strada, quando mi è vicina rallenta e poi, dubbiosa, si ferma. Sono una coppia, il finestrino si abbassa e una donna mi chiede se ho vi¬sto passare un ragazzo in jeans e maglietta. Spiego com’era e dove voleva andare. È il loro figlio scappato da casa che in corriera e a piedi è arrivato fin qui. No, non è stato bocciato a scuola, rispondono alla mia curiosità, è per una ra¬gazza di cui si era innamorato che è scappato. Lei è qui ad assistere i minorati. I loro visi ora si rischiarano e l’automobile riparte grattando con le ruote i sassi della strada. Nelle sere di giugno accadono anche queste cose.

[mi pare che un modo di ricordare Mario Rigoni Stern sia pubblicare questo suo racconto, forse meno noto, perché contenuto nella raccolta Il poeta segreto, Il girasole edizioni, Valverde (Ct) 1992. È la sua vena più tipica e felice, quella del mondo degli uomini immerso integralmente nella natura. a.s.]

2 Responses to “Giugno di amori, di Mario Rigoni Stern”

  1. paolarenzetti said

    Semplice e bellissimo! Grazie.

  2. grazie, Antonello: Rigoni Stern è stato una guida non solo in montagna, ma anche nella vita. fuori dai soliti giri – la giostra dei convegni letterari – ha scoperto i sentieri più autentici dell’umano.

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