da “Plettro di compieta”, 2008 di Marina Pizzi
Posted by Marina Pizzi on June 23, 2008
Plettro di compieta
2008-
1.
stagioni al pane
critica e memoria
dove la casa in estro di giostrina
secca le stanze che si stanno atee.
in meno di un marsupio
il nodo della corsa
per rivedere il sasso
che mi portò sott’acqua
dalla canoa più sciatta
alla novellina tanica di fuoco.
2.
un mansueto sconfitto intorno al coro
del subìto abito da sposa
bifronte anemone di amore
corto nel corto fuso del mondo tutto.
tu m’incedi in gola un incensiere
io ne dico il lascito di briciole
il crollo del cipresso nel palese
elemosinante stormo di conserve
più dolci del vestale che non voglio.
3.
adagiarsi in un’ernia-arnia di schiamazzi
a compimento di un adagio suicida
dato per corpo sfinimento-animula.
in meno di un silenzio da altare della patria
questa pozzanghera che sganghera il volto
malvezzo di conchiglia senza mare.
in tema di eclissi non ti batta l’àncora
né lo steccato contro dell’entrata
trascorso soldo orto per l’inciampo.
4.
ho un confuso albore, una grotta
pagata con le furie del soltanto
intento di tenaglia la fandonia.
5.
occhi d’ignobile ribalta
stare all’erta per ritrovare un tale
parcheggio d’elemosine e saccheggio.
le chele di darsi una dritta
non captano più che malcapitati
dentro le case espunte per balere
di pazzi. torna indietro alla resina
dell’agonia di scacco resistente
alla malia dell’acido sulla fronte
per trovare dio.
6.
nella genia del terriccio
ha perso il conto
il pegno del sorpasso è persistente
alla pagana aureola del fosso.
so della melma l’ardere del fungo
il goffo gioco di chiamarsi nani
gioielli sul comunque che ci addobba.
nei boccoli delle nenie che più sbocciano
cerchi il comignolo buono della logica
senza la cattedra della mozione d’ordine.
7.
nenia di acrobazia starti a guardare
nel ritardo della morte che ti bara
dottore di te nascita di darsena.
le mele incallite delle sponde
non possono il sogno né il labirinto
in braccio alle comete che non vengono.
gomito a gomito non ci baciamo mai
dato che visto è il mito e la rincorsa
salatissima corsara della ronda
senza la fionda del pane da spartire.
8.
convitto bruto l’igiene
di non calarsi in fine,
l’unicorno dell’attesa d’angelo.
copia da me un indice divelto
un pagliaccio che non fa
né ridere né piangere
da sotto le penombre della nenia
d’ascia. scivola da me questa sciocca
cantica d’inedia, diavoleria del lascito
futile al bivacco di starsene coma
maldestra lucciola cicca dell’asma.
9.
ha un ragazzino di corda
ad ogni pioggia gioca
più stretto.
10.
le resine del tetro
tarlo tetro
dove la rampa sgomina
mimose mosse ginestre,
torna a casa la morsa
del sacco commando
brevettato per non farsi
preda di sicario, argine
di sisma con le crepe
macchiate dal rossore
di chi muore reo di sé
simbolo giunto al parto
del cristallo alla leccornìa
del rantolo cantante.
11.
con lei sta morendo
la dacia
che ruzzola slavina
in via di pece il sia.
la lena della fronte
sta sotto l’albero
interrato da lavori
di metropoli.
12.
al turno di corrente
voglio aggiungere la ruota
quella restante tegola
in bilico cadente
giammai deciso grave
panico pendente
testa di lava.
al letto dello sposo la demenza
di correre il rischio della cintola
dell’aquila pennuta.
13.
la rotta dello strepitìo
stare in pasto
ai morti.
disordine del sale
l’armonica a bocca.
male convesso e concavo
l’arco della costa.
l’orco del bosco
è una bozza di raucedine
tanto per dire di non aver
capito proprio un bel nulla
di niente: le frotte di scolaresche
non conoscono le saracinesche
né le schede perforate delle risorse umane.
14.
un’oasi di gerundio per fare nomi
di maglie da avvolgere al collo
senza capitano né rotta.
sasso stroncato da un caso di ferocia
rotta la mandibola
nel silenzio del ghetto.
chiamami nella pece dell’arrivo
nella rovina del girasole migrato
dentro le asole vili della roccia.
sorella partigiana sia girare
verso le giare delle giostre guaste
che spingono le gole a cicalare
polvere.
15.
perizia dell’oceano guardarti
da dove avvengono le tarsie
del piangere negli studioli di marzapane.
vendemmia della rima la motoretta
innamorata dove portava il miele
delle rondini le blasfemie del dato.
affrontata la gara del pasto in piedi
sprango la cerchia dell’età
con un profilo laconico di grata.
16.
poni un divieto
uno qualsiasi al corto
delle dita che se ne vanno
combuste sotto rotule di caso.
addio in ginocchio l’io dell’occhio
nulla valse il secolo del losco
scacco di chiodo dove si uccide
financo il dominio del mito.
17.
le morie del mare nero
dove ti aspetto a piangere
elemosine di vedove conchiglie,
il fatuo marchingegno dell’altare
sborsa libercoli in prosa di slogan
cappi unti di altri condannati.
non resta che morire garrota di nascita
tra foto ovunque per sempre
di quale altana?
18.
la nenia del cipresso è sotto l’abaco,
alla voce ingenui troverai i poeti
dell’asilo bombardato.
con mangimi di meringhe voglio andarmene
lieta bambina della porta nera.
19.
salutami le conche
nel lutto delle foci
nel tarlo di memoria
nel plurimo del delta.
affrettami le corse
nell’imboscata della porta
nella borraccia della cima
tradita di occaso da una cicca
serra di bitume tutta la prole.
scavalcami il seno per un
introito di paglia con il fuoco
nel costo della mente che s’incolla
in ospedale dove il tale inclina
cenno appena mosso di saluto
copia di addio un altro addio di copia.
20.
alture di bivacchi
saltare cornicioni,
dea del tarlo il peso
il ciondolio del vuoto.
appena sotto l’erba
il branco dell’inedia
la corda corta che non fa saltare
né tagliole né comete solo il sangue
dal fulcro alla ferita di un mirino
ottuso quanto pago della nomina.
21.
con la malizia dello scivolo di cenere
voga la lingua la guaina del tempo
il perdigiorno del selciato.
girotondo di darsena la ciotola
bada avversa
il solco del sorso. tu appena
avvieni non starai con me
dacché le ventole del fegato stregato
cerchiano di chele gl’impazziti.
22.
il tetto del tuo assaggio è senza aroma
chiudi e commetti un apice di straccio
una persiana ad involucro di serra
dove gettare l’ortica del tarlo
loquace a più non posso sotto l’io
d’una colonna alquanto devastata
intrattenuta a stretto giro di tentacolo
nella stamberga vocale dell’esodo.
23.
Argo d’arco di miele
starti a guardare
se dal remare la nuca è solatia,
velluto d’ascia la melma di abisso.
in un marciume d’occhi fissi
si stempera la gara,
la guerreggiata sintesi del perno
nodale sotto il fulcro e la rugiada
appesantita al rango di vestale
dentro la nebbia con la bava
in tutto il basto della faccia.
24.
nel martirio di reggersi in piedi
la tirata d’orecchi dei benpensanti
le pene in gergo
la stagione indigena
genuflessa all’altare del suo giro.
pennacchi d’ascia la scia della fronte
quando la pena lascia una sapienza
tanto inutile tanto.
25.
attore di collaudo il dado in lauda
la credula arsione del divino
dubbio. più in coda di morsi
verso la bacinella dell’acqua piovana
dove il pio blasfemo sferra
sonnolente le morie del varco.
26.
questo mancino manico del porto
le pergamene del giro della terra
le malinconiche funi del maiale,
l’ira del tavolo zoppo
fa rovesciare i bicchieri,
le pallide energie del tema in classe.
27.
una stazione che orbiti la secca
dalla lezione degli occhi bruciati
in tenuta da asfalto per resistere
le temperanze delle spine in tasca.
sparuta canottiera questa viandanza
braccata dalle rocce della lenza
che fa abboccare scarti le rondini.
quale manciata di terra
scioglierà il glicine
che felice si appende e pendula?
28.
il pesce a riva zero
rottama le lische in altomare.
le gite delle porte
scendono a testa alta verso
il secolo. l’elemosina del pendolo
si aggira trionfante. faccenda infante
aprirti la strada per non sfondare
l’atrio con le bare. in meno di una sponda
la tattica del verbo. nessuno riesce a capire
quale scienziato occorra alla radice
al polo nero di scommettere l’addome.
29.
con i gomiti del cielo guarda l’aria
dove si spoglia l’estro
nella favola della spora
e si distolga il mare
in un fermento di bivacco
in un’anestesia delle fonti,
gli eroi del canneto
sperimentino le fosse
le sentinelle agricole del lembo bello.
30.
laureato al cumulo d’osso
postribolo d’ernia che fa la zolla
camminamento del castello stregato.
così il partigiano del soccorso
bivacca anemico amico sul far del coma
il corpo con lo strascico a brandelli.
di morie con la stazza sono creato
inerme al davanzale che mi spezza
lo sterno del rancore contro il volo.
domani a Parigi sulla gran torre
i pesi delle truppe galleggeranno.
31.
con giochini in erba fingere
di vivere il chiavistello
della pietà. dove arriva il rantolo
del porto nella scorreria
della salsedine. il sesso dell’imbrunire
burla che non fa ridere nessuno
né compra un uovo per scovare il varo.
ammesso al cospetto del gran
fulcro-furto si partorisce uno spartiacque
quasi divino. invece no, la luna è lunga
molte le garitte dell’altolà.
32.
a giorni svenderà la sua saliera
pagata con le dune delle darsene
nel valloncello di un acrobata di mare.
va da sé che il basto della cerchia
nel chiodo della forca ogni gradino
barerà la svendita con dado al dì
del circolo ancora ancora a battito.
33.
opposta al mare, segno evidente
la malcapitata indagine del giorno
rovinoso capitolo di stasi.
sorpreso a far fagotto senza avvertire
lungo tagliole tutte sulla ronda,
il passeraccio che sovente litiga
(sbatte ai vetri si tramortisce)
con le gran serre in resta per far bosco
questo sconfinato adulto senza più
fame di gioco o corsa fortunella.
34.
si restringa il mare in uno strepitìo di stagni
occaso e consuetudine di armilla
per il vocìo delle rondini che basse
millantano la cresima di un sì che lontani
pozzanghere di sgherri e mortaretti
che tutte le bestiole impauriscono.
35.
rendimi lo sguardo, fammi morire
sotto le mani chiuse delle sindoni
in dono il sillabario e la franchigia
sotto le giostre in chiodo delle rondini.
l’epilogo permesso sia concesso
incudine di raucedine vegliarci.
36.
erario della nuca stare dritti
nel mitico round delle fosse chiuse
serventi sulle spine che dilatano
le torce. tu dove andasti merce
di soppiatto?
senza nessuno strepito si è disposto il cielo.
37.
con segni di percosse
ho fatto incetta d’ombre.
non dorma la luna
non dorma il pipistrello
nella sconfitta animula del sole
che rinchiude il petto e inciampa
alle persiane. duttile perno,
chiavistello d’anima,
scendere le scale con rumore
nonostante sia morto il brevetto.
38.
tornami nel cuore a scudo vuoto
nell’isolata frenesia del pioppo
vena del baro tagliare le ginestre
abbarbicate all’arido,
alba concava alla ricerca
di un mulinello di superficie.
invece del cerchio o del perimetro
riaprire l’atrio giovanile.
39.
mia madre è stata un piatto
da schianto sulla terra
una leccornìa di vita
per l’acido del tempo
tempio oblato
allo spartitraffico dell’ultima baracca.
40.
con un crollo di corse
con il raggiro sulle rondini
spartito il crollo delle cimase
il viso oblato degl’indiani d’epoca.
pigrizie d’orfanelli starti a guardare
lungo i cancelli ruggini di scoli
a far di secolo il coma della giostra.
41.
accludimi al silenzio
al lesto sillabario che
non ci racchiude, sposami
di forza sopra la zona franca
allorché l’alone si fa
fato di corda, dondolio dimesso
stuoia per un fachiro pieno
del sogno della veglia.
imbrattami il costato con il comando
a casa la prigionia del sale
con le pestifere sfere del dolore
stoppia in fase di falò.
42.
volevo leggere la scarpata
indiavolare il cielo sotto un distico
signore di altri poli. ma grande
effetto l’ebbe la perdita del sangue
e la guerra ferita delle bacche
vanesie sulle stasi di ladruncoli
artisti sterminati al lutto. tutto
predetto dal fondo della morgue
contro la nuca carsica. sì non venni
alla fantastica agonia del tuo natale
stilato a piene mani dalle maestre
liturgiche giostrali noie in coda.
43.


















mardou said
“[...] Lascia ch’io sola pianga, se qualcuno / suona, in un canto, qualche nenia triste [...]”
antonia pozzi