Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito?
A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi.
Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”.
Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan.
Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda.
Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi.
È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza.
A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.
(Andrea Pazienza, San Benedetto del Tronto, 23 maggio 1956 – Montepulciano, 16 giugno 1988)
di Vincenzo Sparagna
Il caro Mauro Baldrati, antico collaboratore/redattore di Frigidaire, autore – tra le molte cose – di tante splendide fotografie di Andrea Pazienza e di tutti noi della redazione, mi chiede di inviargli un piccolo ritrattino scritto di Paz. Ora parlare di Andrea non mi dispiace affatto, ma so che qualsiasi ritrattino, memoria o aneddoto non può che essere un parzialissimo contributo per avvicinarsi a uno degli autori più geniali e innovativi del finale del secolo ventesimo. Read the rest of this entry »
la simmetria non è più un fine. Il meglio è uscirne.
Chi vede, non ha visto il distacco tra il segno emesso e la carne tradìta, anche se è bella. Avevi già detto sì, e sì ancora, ad uno spogliarti, tu stesso, tu, tra gli altri nudi e le nude, sotto un getto d’acqua dura, in un cortile di Firenze: e questo non era un simbolo; rispondendo. Lo era per gli altri, e per il nudo no: che pensava: ecco, in me non è più nulla installato, nulla è solido. Per il mio bene! Per la mia coerenza! Read the rest of this entry »
Le Jupiter Anal Aux Bouvards et Pécuchets de la poésie contemporaine.
This s.p.e.r.m. (several pages electronic ready-made) was written at Rathsbone
Hall, University of Liverpool, end of April 2007, while visiting Dr. Andrey Bovykin. Read the rest of this entry »
Io spero, e lo sperar cresce ‘l tormento:
io piango, e il pianger ciba il lasso core:
io rido, e el rider mio non passa drento:
io ardo, e l’arsion non par di fore:
io temo ciò che io veggo e ciò che io sento;
ogni cosa mi dà nuovo dolore;
così sperando, piango, rido e ardo,
e paura ho di ciò che io odo e guardo.
Un libro che parla delle morti sul lavoro ci costringe a parlare a nostra volta. A volte il silenzio fa male perché nasconde qualcosa. Un paese non può fingere che 1300 morti all’anno non abbiano alcun significato, ma quel significato continua a sfuggirci. L’ho capito leggendo Lavorare uccide di Marco Rovelli. La frammentazione del mondo del lavoro e la complessità del reale in questo inizio millennio cospirano per renderci assenti. E’ su quest’assenza che si rafforzano gli abusi. Su quest’assenza c’è chi specula e il denaro è sempre di più vita rubata alla vita o morti bianche. Perché non sappiamo definire queste morti in un altro modo? Prima ancora delle “morti bianche” non ci sono forse, come ci ricorda Marco Rovelli, “vite bianche”? E una vita bianca com’è? Read the rest of this entry »
Forse sei già morto. Forse no. In fondo, si muore solo per scelta. Ma non stare a far domande: non servirebbero a niente. Piuttosto, non c’è qualcosa che dovresti aspettarti, se fossi morto? Non dovrebbe succedere qualcosa come il Giudizio Universale? Sai, il Giudizio si fa alla fine dei secoli. Ma ogni volta che un essere vivente esce dalla canna dell’imbuto, quella è la fine dei secoli, e non solo per lui ma per tutti. Dall’altra parte dell’imbuto il tempo non esiste. L’eternità è sempre lì.
Per quanto strano possa sembrare, il Giudizio è una faccenda priva di complicazioni. La Valle di Giosafat è un canyon come tanti altri, sassoso e sabbioso. Secondo un rabbi vissuto a Bisanzio nel V secolo, nel mondo antipode la valle di Giosafat si chiama Uadi el Boèb. Il rabbi la descrive come un imbuto ed è probabile che si tratti di una specie di anfiteatro naturale, un po’ come la valle di Häuser. Dice il rabbi che laggiù fa un caldo micidiale e gli scorpioni sono costretti a nascondersi sotto i sassi. Read the rest of this entry »
Un sasso di titolo che leggendo si trasforma in macigno e sotto il titolo tre segni, e sopra il titolo il nome ed il cognome dell’autore. È questa la geografia di copertina dell’ultimo libro di Franco Buffoni. Noi e loro edito da Donzelli. L’ho letto di mattina questo libro per puro caso eppure il caso conta, tant’è che subito ho intuito non si trattava di un libro notturno, c’era troppa luce, c’è un viaggio, un cumulo di storie luccicanti. Read the rest of this entry »
Du bissest die zarten Lippen wund,
Das Blut ist danach geflossen;
Du hast es gewollt, ich weiß es wohl,
Weil einst mein Mund sie verschlossen.
Entfärben ließt du dein blondes Haar
In Sonnenbrand und Regen;
Du hast es gewollt, weil meine Hand
Liebkosend darauf gelegen.
Du stehst am Herd in Flammen und Rauch,
Daß die feinen Hände dir sprangen;
Du hast es gewollt, ich weiß es wohl,
Weil mein Auge daran gehangen. Read the rest of this entry »
Mi sveglio alle tre, di soprassalto, dopo aver sognato, come ormai da anni, un aereo da guerra abbattuto da una tromba d’aria, e un frigorifero bruciato da un ragazzino che gli ha sparato contro con un’arma giocattolo. Read the rest of this entry »
Se ciò che è solido saprai dissolvere e ciò che è sciolto volatilizzare e poi il volatile fissare in polvere, avrai di che sorridere all’ignoto. Mio amico, chiudi le palpebre e guarda ciò che vedi. Se mi dici che non vedi nulla ti sbagli. Tu puoi vedere se superi la decoerenza, mi ha detto un fisico, ritorna in fase d’onda. Tu puoi vedere ma la tenebra della tua natura è purtroppo così vicina a te da ostruire la tua vista interiore al punto che non la riconosci. Read the rest of this entry »
Piccoli tunnel di culle di boccioli e latte di rugiada sono mare a destra,
in righe di quaderno.
La prima parola, tracciata nella terra.
Vieni mezzogiorno a schiacciare di luce le altezze.
A infrangere di miele i tetti.
Vieni ad affamare le corse dei sognatori.
A scongelare le briciole nei campi. Read the rest of this entry »
E chi – dice/decide/decreta la Musica del Miserere? Frate Cesare Bonizzi – awka: Fratello Metallo [http://www.fratecesare.com/], missionario Cappuccino, predica il Verbo [anche] dal palco: Gods Of Metal. E alla voce di Dio [e non solo: Ronnie James] si aggiunge: portavoce.
Buongiorno, padre Cesare.
«Pace e bene, figlio mio».
Perché si fa chiamare Fratello Metallo?
«È il mio nome d’arte».
E da quando un frate cappuccino ha il nome d’arte?
Sono catrame e calce con la cassa e con gli abiti corrosi
da polveri d’amianto e le endorfine che mi fanno ridere da viva
con la cannella della gola esposta
come un vuoto tra i fiori
di incontenibile gioia
spinto da corpi
sotto i quali ribolle la terra e i rami secchi
che ho piantato da viva danno foglie di vite miracolose
come la gestazione di una regina
la trazione vitale dei soldati
del sangue su per la tavola del petto come metalli e mastodonti
ma tu piccola presa da pallore
ti orientavi
sul viso umano quando va per spighe
e una rosa gli ride sulla bocca.
Oh! gioia risate e tosse
come un dente di mandorla la notte
come un pozzo
nella stoppa agostana
tracima amore
su tutte le strutture che noi siamo o fiori
sul mondo eretto
per ricordare come una montagna splendente e muta
ricorda
con le ciglia stellate e la canzone estiva sulla bocca: per sempre
– una stella
di latte sulla bocca – per sempre
perché i microrganismi
del caglio hanno la forma del sole
nella canala delle acque scure
e tra armate di ulivi il girasole
del cuore e il compito
di staccare parola per parola la stella morta
dalla volta celeste del costato.
Reb Stein – L’oblio dell’evento (1998)
(tratto da Il codice delle sabbie, di prossima pubblicazione)
Dice lo straniero nel deserto: “Ogni cosa
al mondo mi è nuova”. E la nascita del suo
canto non gli era meno straniera. Saint-John Perse
L’oblio dell’evento – I. Sul bordo di astri ombrosi
1.
Lingue notturne cumulano dal futuro macine di canti
per te che segui pupille non ancora cieche
sul bordo di astri ombrosi Read the rest of this entry »
L’ambiguità c’è quando «due elementi contrari costanti […] si scontrano dentro un’opera» (*Tre riflessioni sul cinema*, 1974) e dentro una vita. Gli elementi «costanti» fanno in modo che l’ambiguità sia un fenomeno duraturo o permanente, «dentro un’opera» o dentro una vita: tutto l’insieme, e per tutto il tempo, ne è investito. Read the rest of this entry »