Far nulla (da Thomas Bernhard)
Posted by fabrizio centofanti on July 6, 2008
a cura di Roberto Plevano
(da Thomas Bernhard, Auslöschung. Ein Zerfall, trad. it. Estinzione, a cura di A. Lavagetto, Adelphi, pag. 40-41)
I miei genitori, per citare un altro esempio del contrasto che li opponeva a mio zio Georg, odiavano il cosiddetto far nulla, perché non riuscivano neanche a figurarsi che un uomo di pensiero non conosce affatto il far nulla e non può affatto permetterselo, che un un uomo di pensiero vive nella massima tensione e con interesse sommo proprio quando, per così dire, rende omaggio al far nulla, perché loro non sapevano che farsene del loro effettivo far nulla, perché nel loro far nulla non accadeva effettivamente nulla, perché loro in verità e in realtà non erano affatto in grado di pensare, figurarsi di condurre un processo intellettuale. Per l’uomo di pensiero il cosiddetto far nulla non è neanche possibile. Il loro far nulla era invece un effettivo far nulla, perché nulla accadeva in loro quando non facevano nulla. Mentre, esattamente al contrario, l’uomo di pensiero è al culmine della sua attività quando, per così dire, non fa nulla. Ma è impossibile renderlo plausibile a coloro che effettivamente non fanno nulla, come i miei genitori e i miei in generale. D’altra parte, però, loro intuivano di che natura fosse il far nulla di mio zio Georg, perché, proprio siccome lo intuivano, lo odiavano, perché intuivanno che il suo far nulla, siccome era un far nulla diverso, anzi esattamente opposto al loro, non solo poteva diventare pericoloso, ma era sempre pericoloso. Agli occhi di coloro che per far nulla intendono effettivamente far nulla, e che in quanto nullafacenti effettivamente non fanno nulla, perché durante il far nulla in loro non accade assolutamente nulla, colui che non fa nulla in quanto uomo di pensiero è effettivamente il massimo pericolo e quindi l’uomo più pericoloso. Lo odiano perché, com’è naturale, non possono disprezzarlo.

















lucy said
come faccio a far capire a mia moglie che anche quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando? joseph conrad
riccardo ferrazzi said
Da quando ho smesso di lavorare, non faccio nulla e cerco di essere “uomo di pensiero”, sono assillato dal dubbio che la ragione, nel contrasto fra i genitori e lo zio Georg, stia dalla parte dei genitori.
la funambola said
da piccola leggevo di nascosto perchè mia mamma non voleva che perdessi tempo.
figuriamoci fermarmi a pensare! mi avrebbe riempita di botte :)
e anche giocare con moderazione, dovevo.
è per questo che ora, ora che sono grandina, il far nulla è la mia più grande aspirazione, e sto facendo esercitazioni, e come sarei felice di con dividerla con l’umanità intera.
e allora, un grazie alla mia mamma
baci nullafacenti :)
la funambola
andrea ponso said
“fare” nulla: interessante. Dal punto di vista della filosofia orientale vorrebbe dire “fare” il vuoto, ed è un lavoro durissimo… non è solo l’ozio letterario, quindi, ma qualcosa di anche più profondo. è comunque sempre un lavoro o, meglio, un lavorio incessante, anche, se vogliamo, una contraddizione in termini. Bacon diceva che prima di iniziare un quadro doveva lavorare per fare il vuoto, per liberare la tela da tutto quello che poteva intralciare, vale a dire da ogni storia, da ogni rappresentazione… anche i suoi quadri, quindi, sono un “fare il vuoto”, un “fare nulla” che porta poi all’opera, all’evento dell’opera. Lo stesso era per l’ascetica teatrale di Bene, anche lui si muoveva in questo senso: non era una facile presa di posizione ideologica, era piuttosto una pratica in atto (lui toglieva, faceva il vuoto per eccesso, non per sottrazione, come in certe opere tipo il quadro vuoto, o il silenzio totale: pura ideologia). Anche dal punto di vista teologico si potrebbe dire che il sepolcro vuoto di Cristo è essenziale: se fosse stato trovato il corpo avremmo avuto la nefasta possibilità di oggettivare una verità ferma, morta… in pratica, come ha splendidamente scritto Chauvet, avremmo rischiato di fare morire di nuovo Cristo. Quindi il vuoto è un luogo dinamico, mai acquisito e posseduto (altrimenti non sarebbe altro che un oggetto, una proprietà controllabile a piacere: quindi non un vuoto), il vuoto è un luogo generatore di senso, di possibilità, di eventi – e occorre meritarlo nella pratica. Altrimenti è, come ho già detto, ideologia o, peggio, nichilismo accomodante.
andrea ponso
andrea ponso said
…lo stesso, immenso Bernhard, nella sua scrittura, rappresenta questo continuo, infinito e spossante lavorio: le sue sono tutt’altro che pagine bianche o minimali, ma un parlottio continuo,un profluvio di parole e pensieri incessanti. solo così ci si guadagna il vuoto, con un lavoro, una fuga da fermi, un sur place, insomma. E non è facile, mai.
andrea ponso
tiptop said
Nessuno sospetta che io “non faccia nulla”… perchè è difficile quando si lavora si ha una famiglia cani gatti e tutto un elenco di cose così e si cerca di ricavare uno spazio per non perdersi di vista.
Così sono contenta quando devo fare una coda in posta, o sono in autobus, che poi magari mi dimentico di scendere, o non mi accorgo delle cose intorno.
la funambola said
bravo andrea, che bello il tuo pensiero!
baci
la fu
andrea ponso said
…grazie a te… in tono tragico/comico, così in clima di scazzo estivo, potrei anche aggiungere quello che diceva Rilke: “essere morti è una fatica dura”… forse anche questo ha qualche attinenza.
andrea ponso
lambertibocconi said
“…e salverò …chi non ha voglia di far niente e non sa fare niente” (Battiato).
Il vuoto come luogo dinamico (vedi Ponso) sarebbe la libertà. Ma non è la stessa cosa del vuoto statico, né del cosiddetto “niente”. Il “niente” associato al “fare” è il “non fare”, un’indolenza, una paralisi. In sintesi: personalmente non amo il “non fare niente”, perché già definirlo lo mette dalla parte delle cose contrastate. Trovo anche che lo stare sempre a letto sia una sorta di mollezza morale, come d’altronde l’essere grassi. E ora, maciullatemi pure ma con un po’ di ghiaccio, please.
la funambola said
l’”attività” che mi è più congeniale è quella di stare a letto!
starei sempre a letto…e ora anna, maciullami pure ma con grazia, please :)
io direi che “essere Vivi e una fatica dura” , ma dà delle belle soddisfazioni :)
baci
la funambola
lucy said
essere grassi ha di mollezza quella delle carni…su quella morale andrei cauta: la trovo offensiva per i grassi (eccone una!) e avrei qualche cosa da ridire sui magri quanto a forza. solo perché resistono di fronte ad un tiramisù?
lambertibocconi said
:-) Sono contenta che due fra le più stimate blog-girls abbiano così prontamente risposto alla mia provocazione… E dunque viva il letto e viva l’abbondanza.
Sia chiaro che il mio abbozzo di discorso non aveva niente a che fare con la gioia di uno o più tiramisù! E nemmeno con le amiche birre e con la stupenda capacità del letto di diventare uno spazio polifunzionale.
Quando dico “mollezza morale”, quella che si riflette anche sugli atti e sul corpo, intendo il lasciarsi andare, il non avere più cura di sé anche su campi possibili (per esempio lavarsi, tenere la casa decente, non ingozzarsi di cibo e alcol in modo autodistruttivo). Quante volte ho riconosciuto in me stessa la tendenza! Ecco perché mi sento autorizzata a parlarne. E’ quando, per giorni mesi o anni, si mette a imperversare un nichilismo depressivo che porta allo svacco e – fondamentale – il soggetto di questo dramma non è per niente contento, e pensa il seguente capolavoro: “Guarda che roba, faccio sempre più schifo. Ma tanto che cosa me ne frega”. La mollezza morale per me è rendersi conto che si sta andando allo sfascio e tuttavia proseguire sulla china del degrado di sé con una punta di gusto perverso nel vedersi aggrediti dallo sfacelo, eppure soffrendone. Preferire dire “guarda che schifo che faccio” piuttosto che raccogliere le poche forze rimaste e tentare la risalita.
Trovo molto interessante – e chiedo i vostri pareri in merito – che con la sacrosanta presa di distacco della scienza dal moralismo, e con un’attenzione più seria al disagio psicologico, cose che un tempo erano bollate come “vizi” siano oggi riconosciute come “patologie”, vedi il bere e il gioco d’azzardo. Mi domando: ma allora il vizio non esiste più? Oppure nell’ubriacone (nel giocatore, nell’addicted in genere) una parte di vizio c’è, ma non compete ai centri di disassuefazione? Cos’è il “vizio”? Per me è l’atteggiamento mentale che ho cercato di spiegare, l’indulgere per debolezza interiore a comportamenti di cui non si rimane soddisfatti.
lucy said
discorso molto delicato e complesso, questo. io credo che la distinzione tra vizio e patologia non possa risiedere nella coazione a ripetere con/senza soddisfazione. così come (per restare in topic) è molto difficile distinguere (dall’esterno) la pigrizia accidiosa dal “vuoto” cercato per distogliersi dal “pieno” della vita di tutti e far spazio ad “altro” i cui contorni sfuggono. il protestantesimo vieta il far niente: quanto più uno “fa” tanto più prega ed è (forse) gradito a dio. il cattolicesimo, che non a caso è più consono a paesi mediterranei quali la spagna e l’italia, non persegue il far niente, non lo percepisce come negativo fintantoché non assume caratteristiche nichiliste o di una volgarissima fannullaggine. vizio dell’intelletto o vizio del corpo.
la psicanalisi ha sdoganato molti vizi tradizionali trasformandoli in patologie. per fortuna, anche se non sempre questa visuale è rassicurante. meglio una società viziosa in cui il poliziotto il giudice il sacerdote esercitano la loro funzione di contenimento, che una società malata a cui nessuno, nemmeno il medico, sa/può talora offrire il rimedio.
moralismo no: dio ne scampi. ma un ripensamento della morale io lo gradirei, perché ho talvolta l’impressione che nelle maglie larghe delle patologie o quantomeno dei non-vizi scappino pesci grossi. anzi grossissimi. belli, argentei, che però hanno un ritratto in soffitta che li mostra guasti e verminosi.