La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


  • Le google pagerank c'est pagerank gratuit !
    Suchmaschinenoptimierung mit Ranking-Hits
    eXTReMe Tracker
    Pagerank Homepage Anzeige
    Webmaster Tools
    Googlerank, pagerank di Google

    Scambio Link Rank
    Scambio Link textlinks rank-power.com - boost your website! pagerank
    textlinks rank-power.com - boost your website! textlinks rank-power.com - boost your website! textlinksrank-power.com - boost your website! Suchmaschinenoptimierung mit Ranking-Hits





    METROMORFOSI infocritica



Ciao Federica

Posted by cletus on July 8, 2008

Federica Squarise

 

Sono profondamente rattristato.

Una formula di rito per esprimere, in queste circostanze, tutta l’amarezza che un fatto del genere è in grado di suscitare.

Dico meglio: sono proprio incazzato, ecco ! Non è giusto andarsene cosi.
Non è giusto, immagino lo strazio della famiglia, per tutto il tempo, e in particolare da oggi, poco prima di pranzo, appena i media hanno dato la notizia del ritrovamento di un corpo, in un parco poco distante dalla famosa discoteca, a poco fa, intorno alle 19 quando dal legale della famiglia, sembra esser stata confermata la notizia che il corpo trovato sia proprio quello della povera Federica.

Ho una figlia, fra poco quattordicenne. Immagino come mi sentirò se e quando mi dirà che intende partire. Se mai la geografia fosse in grado di generare sentimenti, mi spiego meglio, se mai da una località potessero arrivare influssi sinistri, l’ultima a cui potrei pensare è proprio la Costa brava.
Ma la geografia non ha sentimenti, e il male non conosce latitudini.

Allora mi chiedo, cos’è che scatta, cosa avviene in questo, come in molti altri casi, penso a Garlasco, a Perugia (Meredith and Co.), eventi che hanno avuto per protagonisti i cosiddetti Giovani.

Giovane, è una condizione dell’anima, diceva qualcuno. Per qualcuno è una sorta di passaporto.
Quando si è giovane puoi, grossomodo, tutto. Una sorta di mito di superiorità, idolatrato dalla società dell’immagine, della bellezza patinata. Questo genera facilmente la sensazione di onnipotenza. Non me la dai ? Io ti ammazzo. Perché, qui sta il lato terribile di questa come di altre vicende, è l’arbitrio su quella cosa che è stata ridotta a un videogioco, a mera esperienza biologica, in fondo “una cosa” e non “una persona” un altro essere umano, nel quale specchiarsi, eventualmente.
Ecco, il rifiuto di questo riconoscimento, l’incapacità di leggersi nell’altro, legittima le scelte più efferate. Giovani di buona famiglia, si diceva una volta, che si trasformano in boia tecnologici, che maneggiano armi con la stessa dimestichezza di un joystick. In fondo è “normale”. La violenza fa da leitmotiv della vita di molti. Da chi guida come un kamikaze sul raccordo, spesso alla guida di micidiali furgoni, a quella di chi ritiene la propria nemmeno meritevole di essere vissuta e si fa arbitro, ultimo giudice, della vita degli altri.

Lo sballo, allora. L’ossessione nel cercarlo, la becera logica di tutta l’orchestrina che hanno imbandito intorno…dai locali dove è lecito, alla cultura dei video clip, alle trasmissioni demenziali che girano su mtv, a tutto quel non sense che sembra aver inghiottito tutto.

Federica, a quanto se ne sa, era una ragazza normalissima. Come tante sue coetanee può aver sentito il bisogno di un viaggio da sola, una vacanza, chissà, premio per gli studi appena finiti, o da un lavoro appena trovato. Con che cuore negarlo ?

Un viaggio di svolta, non so nemmeno se fosse la prima volta che andava via da sola. Inerme, e piena di vita. Quella vita, che, in un impeto di onnipotenza, qualcuno ha sentito il bisogno di toglierle.

22 Responses to “Ciao Federica”

  1. Sono d’accordo. Essere ragazzi oggi è una bella sfiga. A volte io stesso, che ragazzo non posso più definirmi, a 31 anni, mi dico che sarebbe stato meglio nascere una ventina d’anni prima. Il mondo, forse, era più sano, più semplice. Recentemente sono stato in Polonia. Sarà che è una cultura ancora memore delle ristrettezze di una dittatura (per fortuna finita), sarà che il consumismo sfrenato ancora non ci ha messo radici, ma i ragazzi, bambini come adolescenti, sono educati, tranquilli e si divertono con poco. C’è stile, c’è senso della misura. Non gli spettacoli merdosi che ci propinano gli scenari da discoteca delle nostre parti.
    L’altra sera sono andato in centro con la mia ragazza (polacca, appunto) e due suoi amici fiorentini. Ci volevano portare in una discoteca all’aperto. A me non andava, ma per spirito di compagnia ho detto di sì. Arrivati là davanti, a parte il casino infernale di una musica da bolgia dantesca (anzi avrebbe dato noia pure ai demoni), a parte la coda, a parte tutto quello che vuoi, quello che più ci ha schifati e ci ha fatto fare marcia indietro è stato l’accostamento malsano di abiti eleganti e alla moda con facce distorte da smorfie d’insoddisfazione, consumate dall’(evidente) uso di droghe e da un’ignoranza/materialismo incarognitasi nell’animo.
    Dove non è così, gli ambienti sono comunque fighetti e modaioli, o, al contrario, (finti) anticonformisti, con abiti straccioni da neo-figli dei fiori e canne al vento (e non parlo della Deledda), a andar bene. Il tutto, magari, accompagnato da un grasso conticino in banca foraggiato dal paparino.
    Dove cazzo stiamo andando? Scusate lo sfogo, ma i campanelli d’allarme sono ormai troppi. Se non recuperiamo un po’ di valori (il che non significa negare la libertà dei giovani, ma valorizzarla, appunto, sottraendo potere contrattuale all’apparenza, e restituendolo alla sostanza), qui va tutto a puttana.
    Pensiamoci. Io non sono ancora padre, ma mi viene voglia di andar via, di cercare un paese diverso dove crescere i miei figli. Non voglio che per loro l’alternativa sia starsene chiusi in casa oppure entrare in giri di amicizie dove, se non prendi la pasticchina, sei ‘fuori’.
    Rivoglio un mondo più semplice, e se non lo trovo qui lo cercherò da un’altra parte. E’ troppo importante.

    Giovanni A.

  2. bev said

    essere ragazzi oggi è una sfida, come lo è sempre stato in fondo, da che mondo e mondo.
    E’ questione di “casi”.
    Tra i settanta e gli ottanta c’era l’ero. Non si stava lì tanto a guardare per il sottile. La televisione c’era ma non come adesso, il corpo non era così ostentato. Anche lì si era giovani: chi stava dentro e chi stava fuori. Quanti giovani sono morti così?
    Un altro modo di essere giovani, un altro modo di guardare a ciò che stava intorno.
    Se all’epoca il martellante tamtam televisivo fosse stato come quello di oggi, cosa ci sarebbe di diverso?

  3. bev said

    cioè, non vorrei che mi fossi spiegato male: la ragazza era lì per divertirsi che non vuol dire drogarsi o sballarsi, d’accordo.
    Però sulla strada di ciò che chiamiamo “divertimento”, si possono fare anche brutti incontri, così com’è stato, in effetti.

  4. Il punto è proprio questo. La realtà oggi è intrisa di ambiguità anche nei luoghi “normali”. Per questo è difficile distinguere, e facile cadere – anche senza averlo cercato – nel pericolo.

    Giovanni A.

  5. nadia agustoni said

    A me quel che sconcerta è la facilità con cui amiche e amici mi raccontano dei video giochi dei figli pieni di violenza, omicidi, pusher ecc. Li lasciano a questi giochi per anni e mi domando se non riflettano mai sugli effetti, sull’abitudine anche a veder fare queste cose. Se sollevi la questione, sei la solita moralista. Mah!
    Comunque certo, questo è solo un aspetto.
    Grazie del pezzo

  6. Sandra said

    Sono d’accordo con Bev. E vogliamo parlare degli anni 70, quando lo sballo, la trasgressione, erano rappresentati dalla lotta armata con tutto il loro contorno? Anche lì, quanti se ne sono rovinati, quante famiglie distrutte. Ogni epoca ha i suoi sballi ed è la natura dei giovani di ogni epoca a essere inquieta, e normale è, in ogni epoca, la ricerca da parte dei giovani di qualche forma di fuga da una realtà che va stretta.
    E allora, forse, il grande differenziale sta proprio nella realtà: troppo stretta, quella di oggi, troppo stretta per troppi, troppo priva di prospettive, troppo appiattita su una rassegnazione che lascia ben poco spazio alla speranza di un ipotetico “futuro migliore” (o di un utopico “mondo migliore”…). Quando sento degli adulti, magari più giovani di me (io ho 45 a.), parlare del mondo giovanile come se fosse tutta “colpa loro” e non anche nostra, che questa realtà culturalmente miserabile abbiamo contribuito a costruire, mi sale su una certa irritazione.
    Al di là dell’episodio, tragico, della povera Federica, credo che dovremmo tutti interrogarci con più profondità sul nostro ruolo sociale, sull’esempio che diamo, sul mondo che abbiamo costruito per loro. Come genitori, forse varrebbe la pena di rimettere in discussione anche tutta l’enfasi protettiva nella quale crescono i bambini piccoli, che vengono risparmiati anche dalle ferite sui ginocchi o dai litigi coi compagnucci, quasi che tali piccole contrarietà non fossero una palestra per esercitarsi sui conflitti e i dolori della vita, quelli veri (salvo poi, come dice Nadia, lasciarli giocare al piccolo omicida). Abbiamo trasformato i bambini in una specie protetta in via d’estinzione, poi quando a 12 anni cominciano a doversi arrangiare un po’ da soli non sono attrezzati ad affrontare il mondo che li circonda – quello reale. E ci sorprendiamo che alla fine, quel mondo, lo vogliano evitare rifugiandosi nell’alcol, nelle pasticche e nella violenza?

    Don Milani ricorda, nella lettera ai giudici, i 31 giovani in carcere per un ideale, “così diversi dai milioni di giovani che affollano gli stadi, i bar, le piste da ballo, che vivono per comprarsi la macchina, che seguono le mode, che leggono giornali sportivi, che si disinteressano di politica e di religione.”
    Anche allora, quindi, i giovani che cercavano il senso della propria vita negli ideali e nell’impegno erano delle mosche bianche, e quelli che affollavano i bar, gli stadi e le piste da ballo (la stragrande maggioranza) esecrati. Eppure anche questi giovani disimpegnati sono diventati adulti e ora hanno la loro vita, sono deventati genitori (e nonni), hanno un lavoro, si sono “normalizzati”.
    Dom Helder Camara diceva: “I giovani mi riempiono gli occhi e il cuore. Bisogna guardarli con infinita tenerezza. Si aprono alla vita, all’amore. Felice chi impara il cammino del cuore. Anche nel giovane dall’apparenza più futile e rilassata o nel playboy più consumato, ci sono energie latenti da risvegliare… Mi piace il rumore che fanno, le complicazioni che creano, il loro entusiasmo, la linfa… Sono stati scelti dal Padre per partecipare alla mattina del mondo… Vedranno e udranno meraviglie…” (7/11/1964) Ecco, io preferisco allinearmi a questo ottimismo e non limitarmi a osservare le storture e gli eccessi, bensì confidare nel fatto che i giovani hanno in sé energie latenti da risvegliare. Ma sta anche a noi contribuire affinché tale risveglio possa non essere orientato verso l’autodistruzione.
    Scusate la prolissità, ma è un tema che mi sta veramente a cuore…

  7. tiptop said

    Sono d’accordo con tutto quanto è stato scritto, post e commenti, son tutti pezzetti d’un complessissimo tutto, lo dico come fortunata madre di due ragazzi sinora “sani”, e prossima nonna con un po’ di anticipo sui tempi canonici… sono abbastanza addentro al mondo dei giovani, ho amici molto più giovani di me, sono stata molto dentro la scuola, come genitore (poi mi sono ritirata disgustata da una gran massa appunto di genitori, non certo in grado di trasmettere valori, serietà impegno ai figli)
    Il problema è ampissimo, il vuoto di valori, l’incertezza del futuro, il martellamento televisivo, l’insicurezza e l’emulazione, la sicurezza del gregge, il rispetto.
    Il rispetto questo sconosciuto. Che è alla base di tutto, di ogni relazione. Relazione tra umani, relazione con l’ambiente.
    Ma dove stiamo andando, me lo ero già chiesta per la lotta e gli incendi per la monnezza. Una volta si combatteva per altro.

  8. bev said

    Io faccio questo ragionamento. Più che altro una constatazione.
    Una volta le donne erano a casa a seguire la famiglia, crescevano i bambini, cucinavano, facevano le loro cose (e anche quelle degli altri membri e per gli altri membri).
    Ora la donna ha voluto la sua indipendenza perché il mondo è cambiato, tutti vogliono tutto e nessuno vuole rinunciare a niente perché altrimenti sei il “diverso” della situazione, l’appestato. Ovvio, non è colpa della donna in generale se questa società è quella che è, ci mancherebbe. Ci sono donne lavoratrici con dei figli a modo, seri, capaci, che sanno cosa vuol dire guadagnarsi la pagnotta (magari all’estero).
    Il fatto è che con questa scusa dell’”Obiettivo” da raggingere e da raggiungere rapidamente, si perdono di vista le cose importanti: si arriva a casa la sera stanchi, dopo una giornata di scazzi sul lavoro, e ti tocca sorbire i figli che si lagnano perché non sanno fare l’equazione di secondo grado……eh no, io ho passato tutto il giorno a farmi un culo così e ora mi tocca cucinare e aiutare il figlio a fare i compiti. No dai, gli compro un bel cellulare che sa fare le equazioni non di secondo ma di terzo grado così ci pensa lui, oppure la console che poi quando ha fatto finta di fare i compiti, ci si butta dentro nel giochino e buonanotte.
    Poi se va male a scuola ci penso io ad andare dai professori a dire che sono degli incapaci, che mi figlio soffre ed è sensibile e resta indietro perché gli insegnanti non lo capiscono. Povero cucciolo.
    Io non ho figli, posso esprimere un’opinione di questo tipo? No.
    Una volta ho provato con una persona e mi ha zittito subito “taci tu! che ne vuoi sapere!” allora non ho più detto niente, ma tanto qui invece le idee possono essere libere.
    Ecco, immaginiamoci un mondo dove ognuno di noi rinuncia a qualcosa, qualcosa di piccolo a modo suo.
    La moglie del mio amico G., lavora tre ore la settimana. Va a fare le pulizie in una microscopica filiale di banca. Prende tipo ottanta euro al mese di cui più della metà rappresentate dal rimborso benzina (vale di più il tempo che passa in macchina – leggàsi “benzina” – che non il tempo a lavorare). Ecco, il mio amico G. monta cose elettriche e pannelli fotovoltaici quando gli va bene. I due hanno un bambino di sei anni e l’affitto da pagare. Il pomeriggio la mamma fa i compiti con il figlio. Un giorno va a scuola, mandata a chiamare dalle maestre che le dicono che suo figlio ha qualche problema nell’articolare le parole così vanno dal logopedista e cose di questo tipo. Ma poi succede che il grosso del lavoro lo fa la mamma a casa dopo che sono tornati dalla seduta dal logopedista. Il bambino è molto educato e a modo, ogni tanto la mamma lo mette in castigo nella sua cameretta se combina qualcosa, specie se non si applica nei compiti. Ad una certa ora va a giocare coi figli dei rumeni giù in cortile mentre la mamma ogni tanto dà un’occhiata dalla finestra.
    Quello è un bambino fortunato……
    Poi magari, chi lo sa, incontrerà sulla sua strada delle persone cattive che annulleranno, con una caramella avvelenata, tutto il bel lavoro di sua mamma.
    Però avere una mamma a casa dà qualche vantaggio

    Ed ora potete pure lapidarmi sulla pubblica piazza.

    bev

  9. bev said

    ah, il mio amico G. è un semplice dipendente.

  10. Marco Saya said

    I mostri del circeo ve li ricordate?, era il 75′ e già allora il rispetto per la vita umana era un “optional”. Il punto non è andarsene ma combattere questo sistema che causa tali orrori!

    Marco

  11. lucy said

    bev io sono madre e insegnante. mia figlia è grande e sta facendo la “maestra” ai centri estivi. sono due anni che ogni tanto fa un paio di settimane di questo tipo. oppure tutto il tempo dell’anno scolastico fa propedeutica al mini baschet (questa tastiera non ha più la cappa). le ho suggerito di annotare le sue impressioni sia su ciò che emerge nel rapporto coi bimbi, sia su quello che percepisce nel rapportarsi ai genitori. ha vent’anni e dice che non c’è da stare allegri. vede errori madornali (almeno quelli grossi evitiamoli) come pigrizia e svogliatezza nei genitori nel richiamare i bambini quando fanno qualcosa che non va. vede bambini maneschi e invadenti che non chiedono mai per favore, prendono le cose degli altri e non prestano mai le proprie. bambini sovrappeso. bambini vestitissimi anche per andarsi a rotolare sull’erba. vanno ai centri estivi anche figli di madri che non lavorano che in attesa delle ferie del marito preferiscono andarsi a fare massaggi di bellezza o in piscina con le amiche (sente i discorsi e lo scambio di appuntamenti). io lavoro coi bimbi dai sedici ai diciotto anni: càpitano delle annate buone con classi vivaci piene di voglia di fare e annate stanche in cui entrare in una data classe è un martirio. ragazzi che si risvegliano solo per il voto e sprecano mille occasioni di crescita. ragazzi che non hanno mai niente di niente da dire che però sanno tutto su tutti i gadget all’ultimo urlo e sui programmi televisivi demenziali. facendo oltrettutto le viste di conoscerli perché “per caso” ci sono capitati una volta. seh. io non so come ho tirato su mia figlia. sembra benino, da quello che mi dicono. so comunque che lei ha dei ricordi vividissimi della sua infanzia, ci facciamo spesso delle risate ricordando episodi accadutici “insieme”. e ha una marea di amici con cui tira tardi senza andare in discoteca e senza sballo. eppure si divertono.
    non so che cosa è successo a questa nostra epoca. uno dei miei prof. dell’università che ho ammirato molto e apprezzo tuttora, umberto galimberti, dà molte colpe a noi insegnanti. io rifiuto questo fardello e mi sento di difendere la categoria almeno per i colleghi con cui lavoro, tutta gente che non si tira indietro.
    dove dobbiamo cercare?

  12. Bene, combattiamo, Marco, ma come? Cambiando le persone a cui diamo il voto? Educando bene i nostri figli? Passi forse importanti, ma… basteranno? Hai ragione, andarsene può non essere una soluzione, e non perché ci sia un imperativo morale a “restare” (almeno dal mio punto di vista: mi considero cittadino del mondo, prima che italiano, e sono fiero del mio paese solo per la cultura che gli viene dal passato, e non per lo stato in cui si è ridotto – e naturalmente spero che si risollevi!!), ma perché fatti del genere di quelli recenti in realtà ci sono dappertutto: dove più, dove meno.
    Vero, i mostri del Circeo erano nel ‘75. Questi fatti sono sempre successi, e forse si dava loro anche meno risonanza. Ma mi sembra un po’ qualunquista liquidare così il problema. Ai nostri giorni l’istinto al crimine è filtrato nella normalità delle abitudini quotidiane, e l’aggressività cova nell’animo dei più giovani (non tutti, ovviamente, ma un numero rilevante, eccessivo, anzi). La gente dà di matto all’improvviso, spesso e per motivi futili – e a tutte le età. Ricordate la storia recente dei tredicenni che andavano regolarmente a demolire quella scuola non ancora aperta? Ed è solo un esempio.
    Cominciamo allora a fare qualcosa, allora, OK. Per esempio? Mi riallaccio agli interventi precedenti. Dismettiamo un po’ dell’ipocrisia che ci vela gli occhi (chi ce l’ha, almeno, mica tutti). Le discoteche, le palestre, i luoghi d’incontro di massa (e ci metto pure gli stadi, oltre a certi bar fighetti dove non entri se non hai quel certo paio di scarpe) sono ricettacoli di crimine, spesso e volentieri. E la parola magica è: droga. Perché questa circola, accanto a noi, più spesso di quanto non crediamo, perché pare che costi sempre meno (Firenze è tra le prime città per consumo di cocaina). Per questo la gente va fuori di testa, come l’uruguayano che ha ucciso Federica: si sente onnipotente, e poi, se non ottiene quello che vuole, uccide per rabbia o per disprezzo, o semplicemente per ira. Poi, OK, c’è la televisione, i videogiochi, la solitudine, la noia e l’alienazione, il disagio e quant’altro, come fattori criminogeni. Ma questo non toglie che dobbiamo cambiare atteggiamento verso certe attitudini ormai consolidate, che sembrano cose normali. Il fumare droghe leggere, bene o male che faccia (anche se io lo disapprovo), è un cercare una strada “fuori”, anziché dentro, un orientarsi verso una fuga dalla realtà, un anestetico contro il male di vivere. Da qui può venir la voglia di provare qualcosa di più forte. E poi ci sono il lavoro, lo spirito di competizione, l’insicurezza, che la gente cerca di compensare con droghe che diano un senso di sicurezza artificiale, come la cocaina. Sono soluzioni posticce, che alla fine schiavizzano la mente, privandola del suo lume. Io, si badi bene, non sono affatto un bigotto o un “Perbenino”. Ho avuto i miei bei tormenti interiori, anche se condotto una vita ‘tranquilla’ e senza vizi (mai fumato, solo qualche birra in più durante l’Erasmus). Ma i miei problemi li ho risolti scavandomi dentro (parlo di medicina olistica, floriterapia, meditazione di consapevolezza, ma anche di dialogo con la famiglia e i buoni amici; e di lettura e scrittura, naturalmente). Eppure, se dico queste cose tante volte la gente increscpa le labbra in un sorriso, come a dire: “Che fesso, noi invece ce la siamo goduta…” Questo deve cambiare, e non lo dico per me. La virtù (o il non-vizio) deve smettere di essere fonte di “presa per il culo” (motivo per cui tanti ragazzini fragili e senza un solido – e PRESENTE – supporto familiare alle spalle “ci cascano”, solo per non “passare da bischeri”).
    Che posso fare io? Sono un giovane scrittore, e mi viene da dire a me stesso e ai miei ‘colleghi’: scriviamo cose degne di questo nome, proponiamo testi che non usino la violenza se non come fine per arrivare a sottolineare un valore positivo (penso all’uso catartico che della violenza fa Franz Krauspenhaar nei suoi libri), che aiutino l’uomo a migliorare, sensibilizzandolo a valori importanti. Che diano una speranza, e il senso che nella vita SI PU0′ costruire qualcosa desiderandolo. Non cerchiamo di “fare cassetta”, promuoviamo dei valori autentici. Diseduchiamo alla televisione eccessiva e al pc troppo facile, e riabituiamo alla lettura. Nella vita servono punti di riferimento, che in definitiva sono dentro di noi, ma che qualche guida ci deve aiutare a riconoscere. I greci la trovavano nei poemi epici. Noi non saremo all’altezza di quei grandi, ma almeno promuoviamo una riflessione sulla società di oggi che proponga una via d’uscita, aiutando non solo a contemplare lo stato di cose, quasi assolvendolo perché è impossibile cambiarlo, ma trasmetta un messaggio di recupero dell’interiorità e di liberazione da ciò che ci rende prigionieri, ripeto, da dentro: la mancanza di fantasia, il conformismo mentale, la passività e la mancanza di curiosità per le cose belle e sane. Forse questo può essere un primo passo.

    Giovanni A.

  13. cletus1 said

    L’hanno preso. E’ “il barista uruguagio”. Come in un giallo scritto controvoglia. Nessun gioco ad incastro, la banalità del male, semplicemente. E il colpevole adesso funzionerà, come tante altre volte, da scarico tensionale. Ci si sente sicuri, dopo. C’e’ un volto. Un nome. Sappiamo chi è.
    Dovremmo tornare a sentirci sicuri, dopo. Come ogni volta che succede qualcosa del genere.
    Sappiamo chi è.
    Dai fiumi di inchiostro e parole alla tele, siamo stati sommersi. Il clamore, davanti a queste cose, le indagini che corrono parallele, accanto a quelle “vere” degli addetti ai lavori, a costituire il nostro personale videogioco, noi, la giuria popolare virtuale. Infondo è come un gioco delle parti.
    E anche stavolta non cambierà niente. Gli appelli alla compassione, la pretesa del perdono, i funerali con tutto il paese “stretto intorno alla bara”.

    C’è un dato, uscito quasi di sottecchi, dalle cronache di questi giorni. Forse qualcuno l’avrà letto o sentito alla radio, o alla tele. Credo dia il metro a quanto scritto sopra, nel post, e qui e la nei commenti. Hanno intervistato un ragazzo. Non ricordo di che nazionalità fosse. Ricordo quello che ha detto di fare, dietro il compenso delle famiglie di questi rampolli annoiati e condannati all’eccesso per sfuggire al senso di vuoto che se li deve inghiottire. Li riporta “a casa”. In questo caso, un hotel. Li attende fino alle prime luci dell’alba. Li raccoglie, alticci, chi impasticcato, chi bombardato dalla house sparata a decibel impossibili. E li riporta “a casa”.
    Ci leggo tutto, dietro ad uno che fa un lavoro cosi. Dietro proprio ad un lavoro cosi.
    Ci leggo la delega, di famiglie che arrivano a tollerare che i loro figli si sballino, nel pudore perbenista della riserva indiana. E poi, una volta fuori, in luogo della loro “autonomia”, il ripristino di un simulacro d’autorità. Pagano un qualcuno che li riporti a casa, strafatti.
    E’ questa la “resa” ? Quanto aiuta un atteggiamento come questo ? Crescere in questo modo, questo il vero sballo. Genitori che abdicano, che pagano pur “di stare tranquilli” che i loro figli si stordiscano quanto credono. Non mettono in discussione l’esigenza di stordirsi. Tentano, goffamente, di incanalarla. Uno squallido compromesso. “Sono ragazzi…” è la sentenza tanto assolutoria quanto eludibile. Un’altra frase fatta, nel vocabolario pretaporter di una consistente manciata di popolazione, che si ritrova a fare controvoglia, il più antico (e più difficile) mestiere del mondo: quello di educare la propria specie.

  14. Sandra said

    (scusate, visto che non l’ha fatto ancora nessuno vorrei lapidare Bev sulla pubblica piazza)
    Bev, mi verrebbe da domandarti: e dove sta scritto che non può essere babbino che sta a casa coi figlioli a tirarli su come bravi e onesti cittadini, mentre mamma va a lavorare e mantiene la famiglia? Anche questa mi toccava leggere. Se non è colpa dei giovani, è colpa delle donne o degli immigrati (infatti l’assassino è un uruguaiano, mica bau bau micio micio).
    Ma anche qui dobbiamo scadere nei luoghi comuni?

    @Giovanni:
    sottoscrivo in tutto e per tutto quanto dici relativamente al ruolo che potrebbero avere gli scrittori nella costruzione di valori alternativi. Se ci pensiamo, storicamente è sempre stato così. Se ne parlava proprio l’altro ieri a Lucca, al seminario di Sagarana: una discussione spaventosamente simile a questa, sulla carenza di valori e di punti di riferimento per le giovani generazioni e sul ruolo di scrittori e poeti (e di educatori, insegnanti e genitori, aggiungo io) nella proposta di qualcosa completamente “altro” dall’appiattimento dominante.
    Forse a te pare poco questo tipo di “resistenza intellettuale”. Io invece sono convinta che i semi gettati prima o poi danno i loro frutti.

  15. bev said

    oh Sandra, chiedo scusa, chiedo venia……può essere babbino, hai ragione.
    Non lo poteva essere nelle epoche di cui ho parlato perché l’uomo se ne andava a lavorare e la donna a rassettare casa e crescere i figli.
    Se fosse stato il contrario, il nocciolo della “mia” questione non avrebbe cambiato di una virgola.
    Il problema, secondo me, è che una volta i figli erano più seguiti (e avrebbe una qualche importanza se fossero stati seguiti dal padre piuttosto che dalla madre? forse no, forse). Io non è che ho detto che è colpa delle donne se questo succede, era solo un paragone tra “ieri” e oggi. E però sta di fatto che nessuno vuole rinunciare a niente: lavoro, indipendenza economica e quant’altro.
    Va bene, lasciamo pure a casa i papà.
    Io sarei contento lo stesso se ciò servisse ad ottenere un qualche miglioramento nella nostra società, ma basta che qualcuno lo faccia: madre o padre che sia.
    Va beh, io parlo da non-padre utopista.
    Però non mi sembrava il mio un luogo comune così comune e scontato.
    E buonanotte.

  16. ramona said

    Non serve ribadirlo, ma è vero che il ruolo della famiglia è importante, dare responsabilità ai ragazzi è fondamentale tanto come dare i NO opportuni e le regole e magari anche qualche punizione. Serve anche riuscire a incanalare l’attenzione dei ragazzi sugli altri in modo positivo, distogliendola da sè, serve evitare di avere tutto, ma proprio tutto, che poi non si sa più cosa si vuole e ogni cosa poi dà noia. Serve imparare a dare il valore alle cose e alle persone. Serve ascolto e attenzione. Tutto serve.
    Tuttavia, non colpevolizziamo solo i genitori, che in fondo fin dalla notte dei tempi hanno sempre colpa di qualcosa.

    Io non ho avuto genitori presenti, mia madre è morta quando ero piccola e mio padre… bè, lui non c’era. Ho cominciato a viaggiare da sola col treno a 16 anni e di brutti incontri ne ho fatti a bizzeffe, ma non ci sono mai cascata. Forse sono stata fortunata, forse responsabile, non lo so. Forse c’è qualcosa dentro che ognuno si crea con un proprio vissuto, nel contesto in cui si ritrova, per caso, a nascere e vivere. Non lo so, tutto può essere.

    Le storie brutte come quelle di Federica sono all’ordine del giorno. Perchè queste ragazze non riescono a stare attente alle frequentazioni, pur ammettendo che talvolta il diavolo si veste da angelo? Una volta si diceva loro di non parlare con gli sconosciuti, di non accettare le caramelle o passaggi… io, disobbediente e curiosa, priva di pregiudizi, ci ho parlato, con gli sconosciuti, eppure mi ci voleva meno di zero a capire chi avevo di fronte e a mettermi in salvo.
    Ma io non ho mai fumato, non ho mai bevuto, non mi sono mai drogata, ho mantenuto integra la capacità di ragionare. Queste ragazze sfortunate non sembrano capaci di affrontare il mondo, come se non sapessero che il lupo è dietro l’angolo vestito da cappuccetto rosso. Nessuno glielo ha mai detto?! Non leggono la cronaca, non sentono quello che viene dal mondo? Dove sono la parrocchia, la scuola, le discussioni in famiglia sui fatti di cronaca, l’educazione sociale?

    Non si vuole proibire a queste ragazze di vivere, ma bisogna cercare di insegnare loro la giusta diffidenza e la prudenza. Nonchè che quello che veramente conta nella vita non è lo sballo, soprattutto non a questo prezzo.

  17. No, no, Sandra, non mi pare poco offrire questa “resistenza intellettuale”. Tutt’altro, è fondamentale. Io da anni uso l’espressione “partigiani dell’intelletto”, riferendomi agli scrittori, non per difendere una “casta culturale”, ma al contrario per affermare la necessità di lottare per riaffermare i valori che stanno alla base dell’umanità (e non mi riferisco a un “impegno” politicamente orientato). Parlo, appunto, di valori universali, quelli che sostanziano l’essere umano e che dovrebbero essere il nucleo della cultura. Non per nulla, la parola stessa viene dalla radice del verbo latino che significa “coltivare”. A noi sta gettare il “seme”, appunto, e innaffiarlo con cura, osservando il mondo e offrendo possibili soluzioni, come dei “battistrada dello spirito”. E’ un ruolo delicato, senza dubbio, ma è intrinsecamente legato alla figura dello scrittore, che è per natura un esploratore dei mondi, e anche di quelli dell’animo umano.

    Tra parentesi, sottoscrivo in pieno l’ultimo intervento di Ramona. Serve maggior attenzione e buon senso, che le famiglie devono riuscr a trasmettere.

    Giovanni A.

  18. Mi piace molto la passione che ci mette Giovanni, che saluto con affetto.

    La cocaina, mi hanno detto, è molto peggio dell’ero. Per tante ragioni.

    E gli spinelli di oggi non sono più quelli di una volta, sono molto più potenti.

    Mai capito cosa ci trova la gente a fumarsi una canna. Se ti devi rilassare è meglio Porta a Porta, ti *porta* direttamente a nanna.

  19. Fanno kakare uguale sia la coca sia l’ero. Con una diventi un gasato e con l’altra un verme, ma sempre stronzo rimani.

  20. bev said

    a me queste cose sparate così mettono un poco a disagio, signora.

    col senno di poi potrei dire che Stefano è stato uno stronzo. Tanto adesso è morto.
    Rubava le autoradio e a volte, quando non era da solo, rubava anche le macchine che trasportavano le autoradio.
    Poi una sera, ad un posto di blocco, non si sono fermati (lui, Stefano dico, con l’altro che guidava perché a lui avevano ritirato la patente per ovvi motivi) e allora è partito l’inseguimento. Così poi han perso il controllo della macchina e sono usciti di strada senza farsi nulla. Allora processo per direttissima e carcere.
    Dio, certo quel tizio non è morto di eroina, per carità. E nemmeno per il carcere, per carità.
    Mia sorella credeva di poterlo aiutare. Lei sì che è stata un pochino stronza. Gli regalava delle cose, diventava burro fuso per lui: una sciarpa o una maglia di lana in inverno, qualche pacchetto di sigarette. Mai soldi perché non ne aveva ma anche se avesse potuto credo non l’avrebbe mai fatto. Lei andava a scuola in città e lui bighellonava (e rubava). Si trovavano la domenica in discoteca ad ascoltare la musica, ad imboscarsi per baciarsi ma di certo non a drogarsi.
    Mia sorella, che si chiama Antonella, aveva persino cercato di farlo lavorare ma lui alzava le spalle e faceva un sorriso di sghimbescio, fregandosene. Io un giorno l’ho presa da parte e le ho detto “cosa fai?” ma lei mi aveva risposto “niente, voglio aiutarlo” e io “è una strada brutta e piena di buche” e lei “Stefano non mi chiede niente, non mi induce a fare niente, nemmeno a schifarmi”. Sì aveva usato quel termine: “schifarmi” e me lo ricordo bene perché suona anche bene. Allora ho lasciato perdere finché non è stata mia sorella a capire da sola ed è stata pure una fortuna.
    Non è stata una cosa di quelle che si sentono spesso, tipo che poi lui cerca lei e lei cerca lui se non che lui aveva chiamato a casa una notte cercando mia sorella. Al telefono aveva risposto mio papà il quale non sapeva nulla, ovviamente. Io dal letto avevo sentito che diceva al telefono “chi cerca?…………..ma vada al diavolo, non vede che ore sono?”. Al mattino, prima che mia sorella andasse in stazione a prendere il treno, le aveva chiesto “ma tu conosci uno che si chiama Stefano?”. Lei aveva risposto “no”.
    Poi non so, mia sorella si è rifatta una vita un po’ a fatica l’ultima volta che abbiamo parlato di Stefano è stato tipo dieci anni fa. Aveva trovato Oreste che era quello con cui Stefano andava in discoteca la domenica. Oreste lavorava in una cooperativa delle pulizie in un ospedale e un giorno mia sorella che era andata a farsi delle banalissime analisi del sangue, dopo tipo quindici anni, l’aveva trovato a tirare lo straccio nel corridoio. Allora la prima cosa che gli ha detto dopo averlo salutato era di Stefano, ma Oreste aveva fatto un movimento della testa. Allora mia sorella ha detto “ciao Oreste” ed era uscita. A questa cosa ho assistito anche io e così ho capito. Non ne abbiamo più parlato.
    In realtà mia sorella è stata più stronza di Stefano perché ci era morta dietro per un sacco di tempo perdendo a sua volta un sacco di tempo e di energie (per niente).
    Stefano è morto di aids.
    Io lo ringrazio di non aver coinvolto mia sorella in niente di ciò che lo riguardava in merito all’eroina.
    Non mi va di dire che era uno stronzo. Era un povero diavolo e non lo dico facendo di lui una vittima. Lo sapeva a cosa andava incontro. Per me non è stato uno stronzo, non lo è stato per come (non) ha trattato mia sorella che è ancora qui con me, viva e piuttosto felice.

  21. Caro Bev, ad Antonella le è andata davvero – ma davvero – bene. E non lo dico perché l’ho letto su un libro…
    Per quanto riguarda l’essere un povero diavolo e uno stronzo, penso che l’una cosa non escluda l’altra, anzi. Poi sui casi individuali non c’è mai da giudicare. Ciao.

  22. bev said

    io sono convinto che alla fine, mi dispiace ammetterlo, non c’entra un fico se la famiglia ascolta, se ti dà retta, se ti indirizza o se ti manda a quel paese.
    è solo la casualità.
    la mia è sempre stata una famiglia attenta, con pochissimo dialogo magari, ma attenta. i miei genitori non avevano studiato ma hanno fatto studiare me e mia sorella. alle medie ci davano degli scappellotti se non studiavamo, senza sapere niente di equazioni di primo o secondo grado. ci hanno educato al “buongiorno” e “buonasera”, a dire “per favore” e “grazie”, a far sedere le vecchiette sull’autobus e le donne incinte, a cedere il posto quando occorre insomma. io e mia sorella siamo cresciuti con un sacco di sensi di colpa per le cose che andavamo facendo eppure credo che se mia sorella avesse avuto la forza, avrebbe fatto delle stupidaggini se gliele avessero chieste e lei ci avesse creduto.
    ho un po’ orrore all’idea che possa leggere le cose che vado scrivendo….
    tutto qui.

Leave a Reply

XHTML: You can use these tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <pre> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>