da “Plettro di compieta”, 2008 #2 di Marina Pizzi
Posted by Marina Pizzi on July 13, 2008
43.
artigli d’ebetudine l’abicì
del quadro. dove formammo
le ruberie del sale, la lentezza
afona del fondale di pozza.
dove le perle gironzolano
nei macelli delle bestie
stigmate da mangiare. già
si mozza la frottola dell’apice
da guardare. impugna di me
la vena antica, pugnalala con
un permesso di lasciapassare
altrove nelle fauci di una leonessa
sazia sapiente in pieno sonno breccia.
44.
la ronda del numero zero
nel sonno finalmente l’ora vuota
la somma indagine della daga
devota alla sfinge di non nascita.
dove ti avventi ignudo è solo un fosso
sommato alle ronde delle mani
che smossero le terre per il crollo
perfezione della macina più forte
avvento dello zero il nome vero.
45.
eredità d’invito losca primula
la scala che connette pianerottoli
in rotta di viscere musica rotta
dal commento della frusta
dalla stazione stridula tuta di groviglio.
46.
l’augurio è stato infranto con un cacciavite
a mo’ di cascata
senza radura piano laguna
in grotta alla facciata
del bivacco del futuro
in coda senza dadi da lancio
né robe da maestri né stringhe
per scarpe da allacciare al lume
delle beghe che contaminano
nodi di santi tritumi di miti.
47.
lo zaino non viene attrezzato
né al mare né ai monti
e il pianoro è sull’orlo d’incavarsi
in panico di coltre sotto il peso.
le zanne miti dell’elefante
imboccano a restare
nonostante il rischio del risucchio.
su nell’occhio il peso dell’eclisse
ha un soprannome per il gioco
del comico praticello di cicale.
48.
in un giglio di apocalisse
il cicaleccio scolastico
la pelle d’oca degl’innamorati.
appena sotto scorta l’annunciata
epigrafe del vero nudo
dove si ammainano la dottrina
e la latrina. attrici di conserve
e meretrici biblioteche.
49.
ira del sale fondale di palude
stazione di soqquadro
il sangue a terra.
l’occhio nodale
ardore al chiavistello il suo guardare
attori di grondaia mari neri.
50.
introito di nebbia
necessità dell’antro
dispetto ceduo
d’esser vivi.
la modernità del sale
la novella in gola
quasi a ridire l’atrio
in crisantemi.
51.
respiro un angelo con il diario in faccia
la luce sotto spoglie di rugiade
quella la diga con la voce del padre
morente, e le lentiggini bambine
senza amore, tra le spirali
d’ansia e l’ecumene culla.
cura del salto spargere la voce
verso il sodale strato della terra
terriccio universale starci accanto.
52.
era che mi finì la vita
in un intruglio di scarpe
gettate nelle scarpate.
per miglioria un niente
nel perno che lucida il suo buco
senza arrivare. trapano
minerario senza una vena
aurifera. morì la foggia
di qualunque corpo, un lutto
a questua per la vita in questua.
ereditario il senso di perdere
lo sguardo sotto la guardia
di una garitta vuota.
53.
le eresie del passo
quando di erosione
il pastrano del no
ha fatto chiudere le asole
in un sortilegio di vendette
in un simposio di giochi ad
inchini servili. le rive sazie
di nomi lapidei quasi invernali
le zuppe delle resistenze. tu dove
avvieni alle ritrosie del vero
intendi un rogo di mutazioni
per le festività soppresse
del simbolo che fu più bello.
54.
ho perso la mia storia
in un romanzo di appendice
dove l’incrocio è vuoto
e l’oasi nerastra. ho perso tutto
in un circolo d’inedia.
la corsa ai sacchi è stata vinta
dal primo della classe sull’ultimo
per un soffio. la solita fortuna
borghese delle stoffe di broccato
sulle tumefatte aurore. in pace
col gelo le disfatte dei calcoli
metropolitani. tale e quali i pendoli
delle nonne ora nei nervi delle lapidi.
55.
le acute maggiori rovine del tempo
quando le giacche delle curvature
emettono varianti alle narrazioni
con epigrafi di tono. allora una storia
nuova s’inventa una ventata di cielo
quasi a vederne la vita più caramente
bella e finalmente una novella
arsione al tavolo del bere liberati.
56.
sono passati i giorni e la mansione
è nera. un disguido di eclissi ha posto
in opera un tranello. quale viltà
ti annetti per resistere? in nome di
quale eredità permettere il ristagno?
enfasi confuse ti diranno amore
nelle frasi del sale nonostante
la stantia grafia del sole nero.
apponi un dotto consumo all’etere
del buio, quasi un’enciclopedia
di te che passi insito al plotone
d’esecuzione. eterno albore non
sarà lo stanzino della guardiola.
57.
ho permesso al mio stato
di morirmi incontro, di alleviare
la cerchia della giostra con un austro
saliscendi di meandro e darsena.
non è bastato il nesso con la cometa
per riempire una vita tanta nel disagio
della pira per il fuoco. or dì ne vengo
catapultata in prima elementare
o nella logica del pane che non sazia
ne stanzia cave per ricavar la malta
atta a resa ermetica la lapide.
58.
mi sa che confisco il baratro
con un etto di mortadella
che m’invento un canto gregoriano
qui su due piedi senza nessuna
reliquia da lasciare. piscio sangue
da una vita senza scialare in nessun
verdetto. dormo sul rasoio del sogno
pessimo amanuense di documenti
al culmine della vergogna. attorno
alla cometa dell’asilo lo sfratto
senza appello di perdere la cura della nuca.
59.
tutta la vita al calvario del senso
il verbo della bora a metterti all’erta
dal bordo del dolore con l’acredine
di stabilire un’orda di crepuscolo
dal corrimano che ti porta via
verso la retta del saliscendi
continuo al nuovo un nome di vendetta.
60.
era vietato incidere l’eclissi
e invece a turno con le cesoie
la luce andava e veniva
naufraga. in un gendarme lo charme
non aveva mansione che d’irrisione
verso le sostanze di un manichino
al chiodo. in un nemico di china
le pallottole affioravano per colpire
chiunque fiorisse un io di rapina.
61.
in una combriccola di accenti
ho visto finire il tempo
in acque spremute per remi
senza fiotto. le piante grasse
sgonfiarsi per un eccesso
di tiro alla fionda, un dado nano
munirsi del mondo intiero
dietro la foce di strapparsi
le unghie. il patibolo del corso
superare le beghe tra i cipressi
per un incanto di resine femminili
dentro le cave delle ronde fertili.
62.
da quando ho visto incidere la luce
c’è un feroce dislivello di natura
tra questa ventura e le fiaccole del vero.
esce in questi giorni la tua voce
dal fosso della notte. dove si abbeverano
i cipressi insoliti vivi di liti e di fondachi
dalle scodelle vuote. impero di vestigia
starti a guardare vecchio. dormo attaccata
ad uno sterpo che pota se stesso.
63.
dentro quest’alba marcia
dove l’alunno è un nome di gesso
dove il lungomare si addice al pregresso
sospesa elemosina di adesso.
un nero dislivello fa da borro
al comando del pascolo scosceso
sorpasso al vetriolo dover perdere.
64.
sono stata sott’acqua per un giorno
quasi parlando con il panico di turno
e la festicciola delle alghe intorno.
sono stata sotto pira per un giorno
rischiando il fuoco che comprende
sempre demente la cenere allo smacco.
sono stata in aquilone per un giorno
nomando amore come un trancio
marcando il cielo con fili di respiro.
sono stata patriota della curva
sotto randagi attori di vedetta
col sillabario al vaglio del setaccio.
65.
















