La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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Forme del desiderio e della voce – Dome BULFARO

Posted by fmarotta on July 20, 2008

wols
(Alfred Otto Wolfgang Wols, Pittura, 1945-46)

Forme del desiderio e della voce

Quello di Dome Bulfaro è un percorso di ricerca e di scrittura molto suggestivo, che trova nella sperimentazione formale (non solo poetica) il terreno più fertile per le sue intuizioni: una traccia fatta di sbocchi, di sussulti improvvisi, osservata da uno sguardo sempre in movimento che rovescia in visione l’esplorazione e la catalogazione dei frammenti del reale in cui si imbatte. La realtà, esplorata a partire dall’orizzonte enigmatico e freddo del frammento, si rivela, e si risolve, in una ricomposizione formale che, demolendo sintassi e pensiero in linee sghembe e frante, apre squarci di senso imprevedibili allo sguardo; uno sguardo che, indagando, si indaga, aggiunge nuove lettere all’alfabeto della visione che contiene. Il lavoro minuzioso sulla forma, scomposta e ricomposta in flussi significanti sempre diversi, e diversamente identificabili, risponde a una precisa intuizione di poetica (che fa della tensione all’oralità la sua ragion d’essere preminente e che, contemporaneamente, non può essere scissa, comunque, dall’opera pittorica dell’autore, che risponde allo stesso dettato unitario).

Tra “ossa” e “carne” si apre uno spazio incolmabile e insondabile di desiderio che stringe in un solo abbraccio la chirurgica e paleontologica osservazione scientifica di Benn col soffio vivificante e sorgivo della pupilla di Lucrezio.

Tra il nulla di nome (di tempo, di spazio) e l’immaginazione (la visione che crea, il flusso in cui il possibile s’incarna) si definisce il territorio di questa poesia dove “eros” e “epos” incrociano le proprie rotte, i propri destini e il proprio secolare rimosso. Parlo di un epos primitivo, dove l’elemento mitico e il dato concreto sono indistinguibili nella voce che li canta, in quanto il reale, come elemento da ricostruire (quasi ombra di un futuro già passato) si presenta in forme altamente metaforiche e simboliche, quasi a costituire una topica, una regione dell’inconscio dove la metamorfosi regna sovrana, a dispetto di un tempo immobile che guarda, impossibilitato a definire e a storicizzare le forme.

Nel regno dell’improbabile, che qui gioca tutto il suo ventaglio di possibili significati come categoria estetica preminente, echi di Bonnefoy e di Borges si mischiano in una miscela suggestiva e originale che annulla la distanza e il percorso tra “Ossa” e “Carne”, facendone un unicum privo di soluzioni di continuità, non fosse per le architetture formali, meno frastagliate e più distese, della seconda parte. La presenza di Douve, figura altamente simbolica, e, per ciò stesso, concretissima, fa da sfondo concettuale all’inventario di “ossa”, lasciando affiorare lembi pietrificati di desiderio in attesa di una mappa che ne provochi e ne indirizzi la ricrescita; e la mappa, borgesianamente, si presenta come la scrittura minuziosa di un labirinto di carne osservato nel profluvio inarrestabile delle forme, dei desideri, dei sogni che per un attimo si materializzano, perdendo qualsiasi identità di genere, in eterna tensione tra “mancanza” e “possesso”.

Artefice di mappe immaginali costruite dalla visione nei vuoti tra ossa e carne (indefinibili soglie di canto e di negazione di voce, contemporaneamente), il poeta semina lembi di universi claustrali o dischiusi che simulano, fino a renderlo tangibile, il calco originario, “ideale”, possibile, sempre in fieri, e per questo eterno, del mondo transeunte dove si consuma la nostra vicenda e i giorni assistono, impassibili, alla crescita della nostra morte. Nessuna ansia o deriva consolatoria: solo il naturale evolvere (lucrezianamente inteso) di un’escrescenza, una fioritura inattesa, sulla pelle del tutto, o del nulla. Lo spazio della poesia, dunque: tra un concreto smaterializzato, l’ante rem senza il quale il verso non ha ragione d’essere (“un poeta non vive che accanto alla / morte alle sue prossime morti e parti / vive al parto della prossima morte”), e una possibilità che, nel desiderio di essere ancora carne e voce, si definisce come volto e vita (“l’Io sia bacio alla sorgente, gocciolio monco di eco e goccia”).

Una poesia della visione che travalica tutti i possibili modelli di riferimento facendone lo sfondo di un’intuizione pittorica e immaginale del dettato poetico; una poesia che rifiuta gli orizzonti di ogni idealizzazione e si sostanzia nel senzatempo dei resti, dei frammenti d’ossa che, passati sotto una lenta che apparentemente sembra numerarli e ordinarli a caso, rivelano, intatte, le forme del desiderio di cui sono il simulacro, la cenere superstite da dare in pasto ai venti: e quel desiderio, desertico e desertificato, si rivela ancora potenza generatrice, tutta indirizzata alla ricomposizione, al rifiorire in nuove forme della carne che era.

Ossa” e “carne”, allora, come simboli concreti della scrittura poetica che, leopardianamente, è potenza creatrice che riveste di forme il nulla: il nulla, il vuoto, il deserto e la morte, segni ineludibili della condizione di finitudine dell’essere, come la materia da cui segno e voce prendono respiro per esistere: e la vita, florescente di desiderio, che prorompe dalle sabbie con la sensualità dell’acqua di fonte al suo primo apparire.

 

Testi

Dome Bulfaro, Ossa e Carne (Da: Carne 32 contatti)
(Alcuni testi compaiono in Carne 16 contatti, Napoli, Edizioni D’IF, 2007

 

Da albero regredisco a forma, cerchio
otto morula braccialetto curva
a coniugare essi con io e io sono essi
sono l’umanità tornio per vasi
sanguigni, per ventitré dita visi
scuciti e ricuciti nel mio viso
conduci il cuore del tuo indice al primo
bacio col mio indice dai tuorlo e luce
alla caverna, allo scambio con l’embrione
col feto che si forma in un cucchiaio
d’acqua piega le sue dita a forchetta
e se sguscio maschio affilo la lama
e se sguscio femmina m’accoltello
al pube e ogni mese apro la ferita
imbratto lo stomaco di analgesici
torno alla scoperta del compimento
per riorbitare biglia stabilire
quale fra nasini becchi o proboscidi
è l’innesto naturale che sente
la mano: ceppo con rami recisi
da millenni e i polpastrelli: sezioni
in cui puoi contare tutte le vite
passate per incontrare te stesso

 

Se lasci eredità cariate al rientro
ritrovi in dote figli marci il puzzo
quando mi parli non puoi immaginare
quanto vento può nascere da un battito
quanto il dispetto snoccioli pazienza
nella bambina le smussi il sorriso
l’abbia resa ferri nelle caviglie
donnacapra con pelo e teste in fiamme
adolescente ribelle infilzata
tra le orecchie di suo padre: quel noioso
che si morde la coda con sbadigli
quel pavone che non stormisce
se il vento lo strattona: quando un uomo
parla tutto l’albero parla agisce
nel nome di ogni foglia unisce origini
nella punta dell’indice o separa
l’indice in due lame; quando un uomo
stabilisce un record mondiale o uccide
io mi sento in parte atleta e omicida
colpevole anch’io come gli altri di esserci
persi nel labirinto dell’impronta
di aver creduto che il corpo fosse una
prigione e non il bozzolo del cielo

 

Io non so nulla di poesia ascolto il polso con l’orecchio
e trascrivo sulla carta ciò che ogni rivolo mi detta
passo ore annodando asole nel vuoto brevi ricordi
che non vuoi dimenticare come quando nostra madre
ci insapona con le papere in una vasca di sangue
fraterno, o nel loro letto per contagiarci l’amore

 

So che un fratello può estendersi su me o riflettere
mediare fra noi come il legamento di radio e ulna
al punto che l’inciso nei palmi può rimarginare
ribaltarsi da supino a pugno riscoprire come
il taglio lama dei nostri polsi non porta alla fine
ma ci annega nel lavacro dello stesso barlume

 

Primi sassi d’allerta si sogna con una mano pistola sotto il cuscino
la discordia fa dell’uno un duello un cecchino un tonfo, attento
tu che rilanci per tre la scommessa di pittare una famiglia ideale
- non siete due Santi col Bambino – l’indice può rivelarsi una canna
col mirino e l’unghia rossa uno sparo se il pollice sgrilletta allora
l’avambraccio è imbottito di parolacce bicchieri rinculi che riducono
la vostra facciata un colabrodo: se il sangue scorre è sangue altrimenti
è l’ennesimo avambraccio che perde è di nuovo frutto maturo

che già ritorna fango. Attenta ai suoi baci d’amore indelebili sulla pelle
marchi per ammansire bestiame farne proprietà privata
baci qui e qui tatuati che a ogni conflitto mutano in piranha, attento
l’astuzia è una stoffa che si cuce nella carne viva
e la malizia un accappatoio allentato da una ragazza ladra
l’orgoglio è una divisa da parata e la gelosia una camicia di forza
la rabbia è un panciotto troppo stretto e l’Amore
è luce che intesse i vostri capelli o ne fa punte doppie

Questi solchi nelle carte degli avambracci
apron feritoie da cui spiare i morti e ai morti
fessure in cui spifferar misteri ditemi
perché s’impicca in cella e la sorella mangia
veleno, i morti vedono in noi un obitorio
in perenne allestimento, il macero del vento

A qualsiasi ora sveglio la folla disegno
muto la grata in versi a cui confesso uscite
dono la voce al nostro angelo seppellito
a chi vola esiliato, vedo i seppelliti
vederci orbi pararci dalla loro luce
esplosaci nelle sbracciate accartocciate

 

Se osservi il nostro bacio di lato non siamo più disegni opposti
il mio profilo è una linea che rinasce e continua nel tuo
il bacio è la chiave e lo spiraglio di ogni nostra serratura.
Quando un adolescente si fucila non metterti mai in mezzo
lui è il plotone lui il giustiziato lui dà l’ordine lui lo sparo
la tua immortalità ha denti di latte le tue ali sono clessidre.
Spara ucciditi e rinasci aquila con piume così mature
da abbracciare tutto lo splendore della vita umana e’ tempo
di saltare l’ultima volta il toro, giovane bianca o scuro,
la muscolatura ti catapulti fuori dalla vertigine
dalla presa di corna dal carpiato sulla schiena dai giorni
in cui del toro si saggia solo narici e fumo occhi e sfida.

Ribellarsi è, a questa età, una profilassi
alla carezza blasfema sul volto
che ami: l’anestesia a otto patricidi.
La scorza da cui nasci resta l’unica
foto della propria rivoluzione
di costume, l’ultimo tuo sarcofago.
Per questo i padri son sempre più giovani
dei propri figli e i figli fin dal parto
sono vecchi più dei padri e del tempo.

 

Metti il cuore dove io non l’ho, battiti/è questo il tango
col proprio sangue/padre e figlio, guancia a guancia, l’ultimo/
passo che m’insegni il primo mosso/ con chi mi è mamma!
O sei nerbo/ o vivi come un vile sciupafemmine
dici che uno danza il disegno che ha in corpo/ – lei o ha te
o la febbre/ tu hai lei e il profilo di mille sottane ebbre -
no, un padre che ha figlio moglie no, non si può permettere
di sparire uscire dai piedi blaterando in pancia
- figlio sei uomo quando non piangi quando metti il cuore
dove non l’hai! – con te è come danzare insieme ai guai
padre, uno è uomo semmai solo se è tango guancia a guancia
coi morti, se vivi e morti son tutti padri suoi.

Stupore che sa il peso di ombra e luce:
poeta, varco nel vuoto: cicatrice attesa;
crisalide col profilo di doglie;
squarcio di scintilla che scaraventi;
nel travaglio di teneri frontali;
scava la terra trova il primo filo;
di coppelle ed armi mirra ed artiglio;
sguardo a strapiombo prima dell’assolo;
piume al baratro; acuto al sole; o scolo

 

Trinità Madre del Latte, del Nettare e dell’Imperfezione
che insieme siamo ramo gemma dono, nutri e foggi altri pani
d’argilla, togli e aggiungi sangue all’impasto, cuoci nel ventre
l’informe che in te torna, entra esce dall’uscio di casa per dare
sembianza al nulla, al pensiero e al mondo che ci pongono
di fronte.
Madre che mi assegni al grembo delle prime acrobazie:
un padre una
Famiglia; mi riveli che tutti gli uomini sono emorragie
nascono al tramonto e poi – è tutto un sopravvivere nella notte -
mentre spetta a noi dipingere le stelle, soli, rinnegare
che in questa mia poltiglia c’è Vita e indigesta Morte di fronte:
la schivo, chino la testa, penso non sparecchio, mi ribalto
ma con l’orizzonte mai dritto negli occhi: di fronte; diverto
mi discosto, pirlo, mi rivolto affermo che non ti conosco
ma con l’orizzonte mai negli occhi: di fronte; all’orizzonte
ci sei tu Madre, io che già mi sento pietra, al tuo volto: bifronte

 

Ora sai perché i nostri occhi a contatto piangono
pietre, perché il cielo resta imbottigliato in fronte
sai quanti ricatti ci sono nel mio esserti fedele
sai che due uguali a contatto s’irritano
ora sai perché trabocchiamo di luce che non si può bere.
Ora so perché il tuo bacio m’impregna
e spreme la mia carne in fiumi d’inchiostro
perché la brezza ti trapassa
e la foglia finché la guardi mai tocca terra
ora so perché le nuvole s’impigliano nel tuo ritratto
e ogni tuo gesto è l’ultimo nervo genealogico
frutto di sguardo che fiorisce al suo sfiorire
ora so quando vuoi dell’acqua uscire o annegare
d’amore perché ci strappiamo gli occhi pensiamo ora so
perché tutti i giorni ci vediamo e mai ci si guada si stona
da morire ora lo sappiamo che siamo tre occhi: i tuoi
i miei quelli della fine, che siamo puri, puri davvero, solo quando
ci appendiamo tutti interi ai muri, come quadri viviamo
con la pittura lavabile che ci copre sino agli orbicolari,
sappiamo quanto sia inutile lacrimare: tutto sbianca con una mano
di spugna, due colpi di stucco, la fine che ci resta a guardare

 

Padre! hai un sorriso quasi fossile!
non sai che sorridere rende uomo!
non sai che da generazioni tu padre ritagli le tue labbra!
e credendo questo patto ti salvi
le cuci sopra le gengive di me figlio!
non calcoli che se questo figlio ti rimpiazza come scapolo
si può innamorare di una ragazza che sopra i denti
stringe quello stesso fiore ereditato da suo padre
e che voi due papà, pur senza conoscervi, tutte le notti vi baciate
sgusciate lingue come lumache nella cavità dell’altro
montando papille e saliva in fragole e panna!
Padre non calcoli quanti umani si assaggiano quando baci la mamma!
Quanta fiducia riponi nei suoi trentasei denti carnivori! Quanto
vampirismo dipendenza e carotide c’è nell’affermazione: ti aamo?!

con la bocca storpia, cucita ai novembre di pioggia
questi tuoi ti aamo da sanatorio il baciarti lazzaretto
quanti morti bianche sul ciglio delle labbra
quante rose bianche nella verità delle nostre labbra
insegnami ad abbracciare il cuore padre, il senso dello stare sotto
insegnami qual è la grandezza del labbro inferiore, il dolore, lo sbocco

 

È da quando sono donna che dissanguo gli anni
batto la strada gli lavo i piedi coi capelli
e con spilli non più sotto il tacco ma come una farfalla
dispiego le ali e il dorso s’una bacheca di rovi t’accolgo
crocifissa per dirti quanto misura un battito materno
quanto una madre spiri di crepacuore per qualunque figlio
quanto essere madre sia condanna madida d’eterno

 

Sulle punte quasi stessi rincasando
tardi, danzo a un soffio da cielo e terra
per non esistere almeno una frazione
in forma di uomo o donna ma come sono
sulle punte quasi stessi rincasando
tardi, danzo a un soffio da cielo e terra
per non esistere almeno una frazione
in forma di uomo o donna ma come sono
sulle punte quasi stessi rincasando
tardi, danzo a un soffio da cielo e terra
per non esistere almeno una frazione
in forma di uomo o donna ma come sono
sulle punte quasi stessi rincasando
tardi, danzo a un soffio da cielo e terra
per non esistere almeno una frazione
in forma di uomo o donna ma come sono

 

 

La tua gioia è la mia agopuntura, simula
lo stesso numero di scarpe, piedi giunti che rendono l’increspatura
di non essere il passo che sono, meno duro e lento allo sprofondare.
Ci copiamo non capiamo chi è sole o riflesso pare bello annegare
mi sento mare che abbraccia mare specchio d’universo solo quando
ti asciugo le lacrime col mio pane

 

Così delicato che l’impronta nemmeno spunti
uomo, c’è sempre un tallone che sbuca dal forcipe
sogni come un astronauta e pisci come un aborigeno
sapessi vibrare tatto al pensiero del calcagno
infilarlo tra le forcine del tronco più retto
troppi cuori cantano a testa in giù, si gonfiano di ombre
denti in fuori mento in dentro ara l’etere
uomo, vanga il fuoco che soffia in corpo
trasparenze – ungi il fianco nel cristallo -
non è questa la nudità che insegui?
non senti i piedi contusi smembrarsi
fino a liquefare i passi in profumo
così emaciato da infrangersi ovunque?

Come deglutire tutto il mare, farne il mucchio
che sono? Come stipare ogni voce nella punta
della matita? Come raggrumare giostre
corsie ospedaliere, nello stesso tallone
accomodare te e il padre del tuo cognome? Cantare
questo è il solo sangue che il poeta può donare
consonante dopo vocale, dissanguarsi nel tovagliolo
del bar scrivere – le poesie sono di chi se le beve -
le poesie t’affacciano nel precipizio della pulsazione
per questo canto perché nella gola nessuno del coro
mai s’estingua perché quando canto m’illudo d’incarnare
l’unica lingua canto perché io non danzi con un moribondo
tuono, canto perché quando canto solo canto sono

 

Truccarmi per carpire i tratti nascosti di mia madre
quello che una madre non può dire ai figli e svela ai fiori
mentre l’innaffia capire se il tuo amore è ambidestro
o quando ci prendi c’è fra noi un gemello prediletto
Voglio versare nel cuore tutta la calma dei fogli
depennare dalla faccia tutti quelli che si specchiano
nel mio volto, non avere mille occhi dietro la barba
per una volta essere lo sguardo in cui mi riconosco

Nelle carni ho corpi contro corpi che premono come crampi
contratture mai riassorbite completamente: ruoli assunti:
non più nome, non un cognome che volontà o buoi porti,
fossimo sguardo che ci guarda silenzio che si parla.
Sapessi rispondere sì alla domanda: – È questa la morte? -
è una musica di pianoforte giunta alle ultime paure
Dome non preoccuparti dello spartito i tasti le luci, basta,
abbassa le palpebre; nuota senza braccioli; senza mare

 

Poi mi stacchi dal cielo adagi ciglia
con le nocche penzolanti sui denti
riposo in braccio al bacio di mia madre
che mi culla su fette di pane apri
la bocca e m’inghiotti nel seno mai
mi vedi per così: coi bulbi senza
tuorlo mentre trascinano il mio sguardo
che la fissa incurante delle buche
e del suo strazio che m’inzuppa il viso.
Inarchi gravidanze nella zanna
fuori dal grembo intagli urla neonate
e ora come un ponte con le costole
fratturate la inghiotto nel mio torace
privo di polmoni con le sue urla
ancora vive soffocate a mucchi
ora ti comprendo! ci rinfacciamo
schiena contro schiena il mio schianto al suo
schiena nella schiena il mio spiro il tuo

 

E mi chiedi come distinguo la fine
non all’ultima poesia o al punto o a capo
la fine d’un libro si mostra quando
la schiena all’orizzonte schiuma, mai
mi trovo all’altezza quando bussi entri
nella carne mi dici che sei morto
su due piedi dai la schiena sprofondi
sordo esci di scena da me vorresti
sorrisi invece piango più per me
che per te – dei topi ho ancora paura -
resta! le mie chele ficcate in gola
resta! il mento che ti affonda la schiena
- così ci si uccide due volte – ad ogni
costo trattenersi non accettare
che la tua vita non sia mia, né sia
mia la mia, nella fine nessun bene
viene sottratto ma in terra rinasce
un seme, tu io dormienti tra due schiene

 

Una madre storta sul canarino
è vasta più d’un matrimonio un dio
la sua mano è gradina che percorre
la nuca e sbozza nel cranio carezze
scoprendo fra i capelli angoli, urgenze
rattrappite – craniate nel buio ragli
quel folle brancolare nell’abbaglio
che urta statua e scultore nella scaglia -
la madre sul bambino… quel non più
loro parlarsi per fosse comuni

La fronte di mio padre è lunga otto ore
non ha capelli intorno ma irte donne
a lutto, fra gli occhi ha un cestino dove
porre baci impacchettati da troppi anni.
La fronte di mio padre è pianura al sole
ma nel resto è come noi: non finito
scabro dolore, per questo ti prego
ora padre lascia che tuo padre sia io
la mano sotto la nuca la mia
sia, padre morto, tu bambino mio

 

Con il capo perno al centro del cosmo
e i piedi pedalanti all’inseguimento del vuoto
la tua immaginazione per ennesima o radice
mi battezza Messia prima e giuda poi.
Ora zoppichi e vaneggi revolverate a Dio
fai ciao mostrando buchi e disprezzo per scuffia e dulia
te ne vai per gli unguenti della città col mio bacio
per sempre cucito alle labbra e i tuoi inceppati in gola.
Sei l’incendio e il rammendo
ora che la nostra anima è divenuta lino
la sindone vivente che formiamo non ci avvolge
in crocifissi né capestri non riscopre volto
a omicidio o suicidio ma semplicemente il corpo
di un risorgere naturale le cui macchie, verdi
come l’erba e le foglie, restituiscono
un bassorilievo di ricordi somigliante e misterioso

Di sette cieli vuoi salire l’ottavo, l’ignoto
fino all’ultimo metro speri il salto dalla torre
s’impenni, o un palmo ci afferri non sopporti l’equilibrio
asimmetrico figuriamoci il peso di uno specchio
o l’idea che l’incastro esatto non sia di macchie
la nostra bellezza semmai sta nello sposare sfide
già perse giurarsi eterno amore questa la folle
bruciatura che ci marchia umani davvero.
Il deserto fra noi ci screpola sgretola il mondo
il deserto è l’abito che ci cuce insieme, sei
la parte migliore di me quindi non merda o sputo
mestruo piscio o sudore nulla è rifiuto se viene
da te, se il nostro bacio è l’elica di ogni fuoco,
siamo fiamma che ripara tra due dita d’enigma
Cristi privi di scopo, l’infinito punto a capo
nel bregma, quel vuoto ignoto prima di essere dopo

 

(Qui è possibile leggere i testi di Dome Bulfaro tratti da Settimo quaderno di poesia contemporanea, Marcos Y Marcos, Milano 2001)

***

Nota biobibliografica

Dome Bulfaro (Bordighera 1971) è poeta e artista.
Come poeta ha pubblicato la silloge Ossa. 16 reperti nel VII Quaderno di Poesia Contemporanea (Marcos y Marcos, 2001), a cura di Franco Buffoni, con nota introduttiva di Fabio Pusterla, e la plaquette “Prove di contatto” (Coen Tanugi Editore, 2006) a cura di Rosachiara Terenghi e Valentino Ronchi. Suoi testi e interventi sono presenti in numerose riviste di settore tra cui La Mosca di Milano, La Clessidra, Le voci della Luna, e in Wok n°1 rivista della civica Galleria d’Arte Moderna di Gallarate in cui ha pubblicato la silloge Versi a Morsi.

È presente nell’antologia “Subway 2004-2006. Poeti italiani underground” a cura di Davide Rondoni (prefazioni dello stesso Rondoni e di Milo De Angelis) ed è stato incluso tra gli autori/performer nati dopo il 1970 nell’antologia Il volo del calabrone, a cura de Gli Ammutinati di Trieste (nota introduttiva di Aldo Nove e postfazione di Gabriele Frasca).
Sulla rivista americana Interim è stata pubblicata la traduzione in inglese di Ossa. 16 reperti a cura del poeta Christopher Arigo.
È uscito di recente Carne. 16 contatti (D’IF di Napoli, marzo 2007) vincitore del Premio di Letteratura intitolato a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo

Ideatore di numerosi eventi poetico-artistici di grande riscontro, ad oggi, è direttore artistico della stagione poetica Poesiapresente per il Comune di Monza, città in cui vive.
Come artista le sue ultime personali sono avvenute alla Galleria Vanna Casati di Bergamo (galleria con la quale ha partecipato a Miart 2007) e a Milano presso Spaziostudio di Patrizia Gioia. Il suo lavoro artistico è sostenuto dal 1999 dalla Galleria Dieci.Due!

***

6 Responses to “Forme del desiderio e della voce – Dome BULFARO”

  1. Colpisce molto l’urgenza e – oserei dire- la “bulimia” di queste parole; un barocco lacero e irreversibilmente denudato, un saluto, Viola

  2. Carla said

    Questo è un ottimo poeta, grazie a Francesco per averlo segnalato…
    ciao
    C.

  3. nadia agustoni said

    “Io non so nulla di poesia ascolto il polso con l’orecchio
    e trascrivo sulla carta ciò che ogni rivolo mi detta
    passo ore annodando asole nel vuoto brevi ricordi”

    “La fronte di mio padre è pianura al sole
    ma nel resto è come noi: non finito
    scabro dolore, per questo ti prego
    ora padre lascia che tuo padre sia io”

    concordo con Viola e un pò manca il fiato a leggerla questa poesia, corre, riempie l’orecchio.

  4. francescomarotta said

    Grazie a voi per i commenti e per l’apprezzamento del nostro ospite. Spero vi capiti, prima o poi, di sentire Dome leggere i suoi testi.

    Un caro saluto.

    fm

  5. Mi sono sintonizzato. Nel caso qualcuno voglia dialogare sono a disposizione. Naturalmete ringrazio che mi ospita, chi è intervenuto e Francesco (che mi ha chiesto di non ringraziarlo ma…)

    Segnalo la possibilità di vedere-ascoltare i miei testi nella video-intervista realizzata da Fabio Orecchini per [A]live Poetry. Un progetto davvero interessante. Visionatelo perché, oltre alla mia intervista, potrete vedere le video-interviste a Giulio Marzaioli, Ensemble Duale, Laura Pugno e a Lidia Riviello.

    dome

  6. fmarotta said

    Qui trovate il blog e i video di cui parla Dome.

    http://meddletv.wordpress.com/2008/07/05/%e2%80%9cle-poesie-sono-di-chi-se-le-beve%e2%80%9d-dome-bulfaro/

    fm

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