La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica



La vie en beige

Posted by sergiogarufi on July 22, 2008

I miei sogni a occhi aperti hanno bisogno del movimento. Se sto fermo, per esempio seduto nella sala d’attesa del mio medico, non sogno, penso. Penso a cose che devo fare subito dopo, o rifletto su cose che mi sono successe il giorno prima. Ma per sognare a occhi aperti mi devo muovere, e devono essere spostamenti seriali, quotidiani, come casa-lavoro in auto, o ufficio-banca a piedi. La loro ripetitività mi rende libero di fantasticare. Gli spostamenti a piedi sono i miei preferiti. Le gambe vanno da sole, metto il pilota automatico e sogno. Il tema molto spesso è i soldi. Una vincita improvvisa, al superenalotto o con un gratta e vinci. La cosa curiosa è che non ho mai giocato. Altre volte immagino di trovare una valigia piena di soldi, dimenticata o persa dal suo proprietario. Il soggetto assomiglia a quello di certi film dei fratelli Coen, tipo Fargo o Non è un paese per vecchi. Nel primo Steve Buscemi rapisce una donna e viene pagato con un milione di dollari. Seppellisce nella neve la valigia col denaro e poi viene ucciso, per cui nessuno sarà più in grado di ritrovarla. Nel secondo invece Josh Brolin trova una valigia con due milioni di dollari, frutto di una transazione criminale finita male, e da lì incominciano i suoi guai.

Il fatto che siano soldi persi, o di criminali, mi solleva un po’ dal senso di colpa di averli presi io. Il senso morale si insinua sempre, abbiamo costantemente bisogno di alibi per il nostro comportamento. Leggevo l’altro giorno che un anziano era morto di crepacuore in un supermercato, dopo essere stato sorpreso dalla vigilanza mentre rubava un pezzo di grana. La vergogna lo aveva stroncato. Nell’intervista, il direttore dell’esercizio diceva di aver usato tutte le cautele possibili per non metterlo troppo in imbarazzo, e aggiungeva che il taccheggio senile è un fenomeno molto diffuso. “Pensioni da fame”, è proprio il caso di dire. Mi ha colpito il dettaglio del grana. Pare che sia uno degli alimenti più frequentemente rubato dagli anziani. E’ caro, e la pasta o il riso senza grana non sono la stessa cosa. E’ significativo il fatto che fra i vari tipi di grana e parmigiano, i più rubati sono quelli meno costosi, i pezzi piccoli o in offerta. Si è consapevoli di commettere un reato, e si cerca di causare il minor danno possibile. Ti frego ma non tanto, così mi sento meno responsabile.

Altre volte il soggetto dei sogni ad occhi aperti riguarda il ritrovamento di schedine vincenti buttate o perse, i famosi premi non riscossi, come a dire: non è mica colpa mia se la gente non sta attenta. Mi scagiono sempre. Anche quando sogno che una sorta di angelo custode mi consegna un grosso pacco di contanti, e umilmente chiedo: “perché proprio io, con tutti quelli che ne hanno davvero bisogno?”, e l’angelo risponde: “perché tu mi hai domandato perché proprio io”. I privilegi bisogna meritarseli, pure nei sogni.

Un giorno si parlava in famiglia di una grossa vincita che c’era appena stata al superenalotto, forse quella dei 66 milioni, e ognuno doveva raccontare come li avrebbe spesi. Mio fratello maggiore disse che per prima cosa avrebbe dato un milione a ciascuno di noi, che siamo in cinque, e rammento che pensai che era un tirchio, alla famiglia dava solo 5 milioni su 66! La verità è che in quei sogni ad occhi aperti io non immagino tanto il momento gioioso della vincita o del ritrovamento dei soldi, quanto piuttosto i dettagli pratici e organizzativi, le voci di spesa, sono cioè costantemente preoccupato di non deludere qualcuno, o di non rompere certi equilibri. Mio fratello minore è uno scapestrato, se riceve una grossa somma va fuori di testa, chissà che combina. E mio fratello maggiore, diventando ricco manterrà lo stesso atteggiamento con la sua donna? In fondo ogni relazione sentimentale è costituita da rapporti di forza, alterarne uno di questi può compromettere l’armonia dell’insieme. Quindi penso che la soluzione migliore sia comprargli una casa a testa e non intestargliela, che ne abbiano l’uso gratuito vita natural durante ma non se la possano giocare a poker. Insomma, non mi bastano le mie preoccupazioni normali, devo pure immaginarne di improbabili.

All’epoca di quella vincita megagalattica, i famosi 66 milioni, ascoltai un programma alla radio in cui un esperto di finanza consigliò all’anonimo fortunato di farsi assistere da un esperto di investimenti, perché gestire da solo una cifra del genere era come voler pilotare un boeing 747 con la patente B. Ti sfracelli in un attimo. Disgrazie milionarie, un saggio di cui lessi un’anticipazione su Babelia, l’inserto letterario del quotidiano El Pais, parla anche di questo. Pare che in un paese sudamericano vi sia una sola, ricchissima lotteria all’anno, e il vincitore è pubblico, tutti conoscono il suo nome e la sua faccia perché appare in televisione e viene intervistato. Quel libro ripercorre le biografie dei c.d. fortunati, i vincitori, soprattutto dopo che si sono spente le luci della ribalta sul loro conto. Sono storie terribili, costellate di suicidi, uccisioni, ricoveri in manicomio. Nel migliore dei casi si separano dalla moglie. La ricchezza enorme e improvvisa è una sciagura, l’antica maledizione gitana, quella che  dice :“che tutti i tuoi desideri si realizzino”, è drammaticamente vera.

A Natale, l’augurio più frequente che mi viene rivolto da parenti e amici, per mail o sms, è: “che tutti i tuoi desideri si realizzino”. Il desiderio di vincere alla lotteria è un brutto sintomo, chi lo coltiva ha perso fiducia nel farcela da solo, si affida alla fortuna. Venerdì scorso il ministro Tremonti annunciava ai giornalisti che la crisi economica non è finita, perché tutti gli indicatori economici restano negativi. Tutti tranne i dati relativi ai Gratta e Vinci, alle lotterie e ai giochi a premi, per i quali il 2008 dovrebbe chiudersi con un incremento netto del 12%, secondo quanto prevede l’agenzia specializzata Agipronews.

Nella piazza dove abito ora c’è una sala scommesse, l’hanno aperta da poco. Quelli del palazzo non sono contenti, con l’arrivo del phone center e della sala scommesse le loro case si sono svalutate parecchio. Non ho mai puntato alcunché, ma mi hanno sempre affascinato i giocatori incalliti. Fra una puntata e l’altra li vedo uscire a fumare, credo che la percentuale di fumatori fra chi gioca sia il doppio del resto della popolazione. A volte mi fingo uno di loro: entro, guardo nervosamente le schermate con le percentuali, poi esco e con aria complice faccio due chiacchiere e scrocco una sigaretta. Non me la negano mai. Sono sette mesi che ho smesso di fumare e ogni tanto sento il bisogno di fare qualche tiro. Per Landolfi il gioco d’azzardo era un’attività sessuale, e in effetti i movimenti, le espressioni e le atmosfere cospirative all’interno della sala scommesse ricordano molto quelli di un locale per scambisti, per cui la sigaretta alla fine è d’obbligo; peccato solo che nella sala le uniche donne siano le sportelliste.

Il phone center è gestito da un ragazzo indiano che passa le giornate a guardare dei film di Bollywood al computer. Il locale è sporco e c’è cattivo odore, la mia amica S. ci è andata una volta su mia indicazione e si rifiuta di tornarci. A me non dà fastidio, sarà che sono mezzo anosmico. Ci sono andato per una decina di giorni di seguito quando avevo il pc ad aggiustare, e mi incantavo a origliare brandelli di conversazione al telefono fra sudamericani, lui emigrato qui che parla a lei lontana. I sudamericani sono gli ultimi veri sentimentali, come le loro canzoni. Il tema di queste conversazioni telefoniche sono sempre i soldi, gli innamorati fanno progetti, parlano al futuro, forse sono rimasti gli unici a farlo. “Vedrai”, “cambierà”, “sarà tutto diverso, amore mio”. Si intuiscono pianti strazianti, cui seguono affettuose rassicurazioni. Fuori di lì è la dittatura del presente. Noi italiani al cellulare diciamo “domani vengo da te a cena”, “ad agosto andiamo in barca in Corsica”, oppure “l’anno prossimo cambio lavoro”. Non è futuro, come non sono veri progetti di vita.

Le conversazioni ascoltate per caso sono un ottimo indicatore della qualità della vita di una città. Nella mia, in autunno e in inverno la gente discute di ciò che ha appena sentito a “Porta a porta” o a “Controcampo”. Ai tempi in cui si dibatteva se togliere o lasciare il crocifisso nelle scuole e nei tribunali, stavo pedinando in centro una coppia che pareva affiatata, come se stessero insieme da anni, e lui all’improvviso le chiese se credeva in Dio, ricevendo peraltro una risposta molto vaga, del tipo che non aveva mai pensato seriamente alla cosa. Farsi dettare l’agenda dei pensieri da Vespa e da Piccinini, oltre ad appaltargli la gestione dei nostri sentimenti (sdegni, euforie, commozioni), significa che tutto si equivale: le impronte ai rom, il giallo di Garlasco e la moviola in campo.

Il sistema si perpetua così, metabolizzando tutto. Saviano paparazzato su Novella 2000, nella pagina a fianco della Ventura in topless, di Walter Nudo con l’ultima conquista e della Parietti che indossa la maglietta “FREE TIBET” prodotta in Cina. Questa è la palude in cui sprofonda il pensiero. E’ falso che non esista più un sistema, che il frammento sia ormai l’unico modo che abbiamo per esprimerci. Al contrario, ci  sono diversi sistemi filosofici, di organizzazione razionale del mondo. Il catalogo dell’Ikea, per esempio, è un sistema filosofico, che propone modelli di vita e comportamentali. Pure la camorra, chiamata infatti dai suoi affiliati “o’ sistema”, lo è. La vita non può stare senza un principio organizzatore, e neppure la mala-vita, non a caso “organizzata”. E l’ossessione del denaro è il carburante del sistema, ma anche il “tonchio segreto”, per usare un’espressione di Landolfi, ossia il bruco nascosto che scava la realtà dall’interno lasciandoci in mano solo un misero guscio vuoto.

 

 

 


20 Responses to “La vie en beige”

  1. alcuni passaggi sono “luminosi”.
    Grande Serge (non ostante la foto) ;-)

  2. Eh sì, mi associo. Gran bel pezzo, Sergiòn!

  3. cara polvere said

    il signore in foto assomiglia a Rudolf Schwarzkogler senza bende durante una delle sue Azioni e un tentativo di sbendaggio e rivelazione di vizi “freschi” anche questo testo. un piercing alla calura a tratti un po’ incolonnato banalmente a rimestare nel troppo famigliare orror vacui paparazzaro ad altri tratti invece ben riuscito per la giusta – a mio parere – dose di ironia e obiettività.
    un saluto
    paola

  4. mi è giunta voce che Dragan Jovanovic abbia dichiarato di non accettare meno di un euro per l’elemosina. scelte difficili quando si tratta di soldi, soprattutto con la concorrenza che c’è all’uscita della chiesa. se sogno a occhi aperti, mi viene in mente altro, ma, alla fine, è sempre roba di grattare, vincere o perdere.

  5. Plessus said

    Ci ho pensato almeno seicento milioni di volte, tante quante occorre mediamente (!) giocarci per avere la probabilistica certezza di fare sei.
    Sono curiosissimo di sapere che fine abbiano fatto gli alieni che negli anni passati hanno avuto il potere di azzeccare la sestina d’oro. Credo che un tale evento di folle fortuna, benchè vincente, sia perdente sotto numerosi aspetti. Si cambia totalmente vita.
    Consumisticammente, casa ed auto nuove, viaggi, rinnovo del guardaroba, sono da annoverare tra i cambiamenti positivi. Così come, eticamente, generose donazioni a meritevoli onlus.
    Ma chi sarebbe in grado di sostenere un tale tenore di vita, senza subire conseguenza alcuna, e rimanere la stessa persona di sempre?
    Parlo e parto da semplice impiegato, naturalmente.
    Godrei, a vedere vecchi amici rimpicciolirsi nel limbo delle ristrettezze mentre parto come un razzo nell’orbita illusoria della ricchezza?
    Accetterei la compagnia di lupe affamate travestite da amiche disponibili, che certamente comparirebbero dal nulla dalle calli cupe della lussuria, per condurmi nelle logge desolate delle dissipazioni improponibili?
    Chissà, potrei addirittura rimanere sedotto da scaltri squali assassini, travestiti da pinguini manageriali pronti ad propormi investimenti immorali per indurmi a conquistare ulteriori utopistici bottini.
    Venti, quranta, sessanta milioni di euro rappresenterebbero per il metabolismo una scossa veramente deleteria, un imponderabile fenomeno.
    La testa per aria volerebbe lontana, incontenibile, parente puttana di un vulnerabile noumeno.
    L’unica cosa certa, già comunicata e stabilita, che farei, è quella di chiudere con i vecchi amici il gioco del poker. Continuarlo sarebbe impossibile, per manifesta inferiorità economica da parte loro. Regalerei loro centomila euro ciascuno ed organizzerei l’ultima partita all’ultimo sangue, completa di tutti gli optionals adatti all’ultima occasione. Naturalmente a carico del sottoscritto.
    Giocherò per vincere, sicuramente. E loro ne saranno certamente consapevoli.
    Chissà se riuscirei a costruire un ospedale in Centro Africa…

    Il commento è preso da un mio testo ed adattato per l’occasione.
    Spero di non avervi tediato.

    Saluti e salute

    PS esiste una versione in italiano di Disgrazie milionarie?

  6. Marco Saya said

    L’importante è non farsi fagocitare da questi sogni che spesso confinano con una realtà devastante come è stato ben descritto! Bel testo!

    Marco

  7. lucy said

    sono contenta di non dovermi vergognare, dato che sono in buonissima compagnia, di pensare talora a questa cosa un po’ ignobile qual è quella di vincere un mucchio di quattrini. ci penso prima di dormire e mi addormento presto, prima di pensare alla catastrofe o di vedermi alle prese con problemi di investimenti e speculazioni finanziarie. no: il mio sogno è molto primitivo, è fatto di opere buone in completo anonimato e di qualche bel viaggio costoso. deve essere talmente noiosa questa proiezione che, com’ho detto, mi concilia il sonno. potrei brevettare il giochetto e venderlo agli insonni stanchi di contare le pecore: farei un mucchio di quattrini con i quali…
    carissimo sergio, a parte gli scherzi, lei scrive con grande leggerezza di un argomento in realtà diabolico che la letteratura e il cinema conoscono bene. mi sono ricordata di una certa giacca di buzzati e di un biglietto della lotteria dimenticato in una giacca.

  8. Francesca said

    Bel pezzo! Mi sono ricordata, leggendolo, di un tema, in quarta o quinta elementare: Se vincessi al Totocalcio… (!) Scrissi che se avessi vinto avrei comprato le seguenti cose:
    - una serie di gommine profumate per me (le collezionavo…).
    - regali a mia madre e agli amici.
    - una fornitura a vita di cibo per gatti, così mia nonna non doveva più andare alla bottega a comprarlo, che le facevano male le gambe.
    - e per finire, come avevo letto in una storia, avrei fatto la salva-gatti, aprendo un canile/gattile tutto mio e senza gabbie. Questo non so se lo scrissi, ma era un sogno ricorrente della mia infanzia.
    Ho sempre legato il non capirci nulla in vincite e denaro (le mie aspirazioni non sono cambiate poi molto da quel tema…) all’avere un padre giocatore e appunto incallito fumatore. Una sorta di autodifesa, insomma dalla forma di tossicodipendenza che vedevo in casa!

    Non è un paese per vecchi mi ha spiazzato, ci sono rimasta malissimo alla fine, penso che lo rivedrò tra molto tempo. I Coen in genere o mi irritano o mi esaltano o entrambe le cose. Questa volta mi hanno marciato addosso.

  9. emanuele giordano said

    Come sempre ottima scrittura, manca però l’aspetto di rivoluzione morale. Voglio dire che posso apprezzare l’intento espressivo (da web), sebbene non sia d’accordo che il web debba ricorrere alla semolificazione, ma dov’è il male? se non si descrive il male l’effetto è il nulla. C’un ottima descrizione degli effetti del male, ma il Male dov’è? Perchè non dire (cioè descrivere) che il male (almeno questo è ciò in cui io credo, ma un’altro potrebbe credere in qualcos’altro e descriverlo) è nella modernizzazione, nella morte o più esattamente occultamento del pensiero tradizionale (dove la Tradizione è un insieme di conoscenze e simboli e unico punto d’appoggio per chi voglia sottrarsi al progresso verso l’inquinamento totale o la pianificazione moderna totalitaria delle democrazie moderne), nell’illusione progressista, nell’idolatria della ragione, nella liberazione economica che nasce con l’illuminismo francese, nell’abbandono della metafisica e della filosofia perenne, nell’adesione al principio hegeliano secondo cui tutto ciò che è reale è razionale e tutto ciò che è razionale è reale. Mi piacerebbe che Garufi esprimesse a suo modo – narrativamente – queste cose o delle altre secondo quello che lui pensa come origine di ciò che descrive così bene.

  10. Bonetti said

    Giordano, non sta allo scrittore spiegare per filo e per segno. Perché dovrebbe fare anche il lavoro del lettore? Perché ci dovrebbe essere una descrizione del male oltra a un’allusione già così scoperta?
    “Mi piacerebbe che Garufi esprimesse a suo modo – narrativamente – queste cose o delle altre secondo quello che lui pensa come origine di ciò che descrive così bene”.
    Con lo stile di Garufi, poi…
    Sarebbe un parto mostruoso di saggistica minimalista
    meglio fargli una telefonata.

  11. sergio garufi said

    Innanzitutto grazie a tutti dell’attenzione. A Giordano rispondo che non ho le competenze filosofiche per addentrarmi in un’analisi su ciò che oggi è il Male. Lo lascio fare a chi, come lui, ne capisce molto più di me. Inoltre penso, con Bonetti, che questi scritti siano anche un invito rivolto al lettore a riempire le allusioni che vi vengono fatte. Io mi limito a parlare delle mie giornate e dei miei sogni a occhi aperti, che credo simili a quelli di molti altri. Ho scelto quella foto perché ritrae un uomo apparentemente morto, ma di cui si intuisce una vita interiore (la tumultuosa fase rem dei sogni sotto le palpebre chiuse) ricca e inespressa, seppure a tratti beige, che forse un po’ lo riscatta.

    p.s. x Plessus Che io sappia non c’è la traduzione italiana di “Disgrazie milionarie”.

  12. il titolo è fra i più belli che abbia mai letto

    la foto d’acchito è proprio quella di un morto, meno male che l’asciugamano dietro smentisce…

    torno dal dentista adesso (dopo tre anni di latitanza), ci sono andata in treno e appena scesa ho intravisto seduto sulla panchina davanti a casa sua un signore sui settanta-ottanta che mi ispira molta simpatia e che ha un cagnetto bianco e che forse è pittore da quel che si intravede dalle finestre della sua casa dei primi anni del ‘900. E camminando sotto il sole mi sono immaginata che lui mi diceva che mi regalava la sua bella casa dopo la sua morte, pensa un po’ te!!! E io gli dicevo che non ne avevo bisogno, molte grazie. Il suo gesto mi gratificava perché segno di immensa stima e affetto da parte sua e in contemporanea ne uscivo nobilitata per il mio rifiuto disinteressato! Penza un po’ te che penzieri, ah no, scusa: fantasticherie! :-)

    Sulla vincita alla lotteria c’era un film bellissimo che avevo visto al Festival del cinema Africano anni addietro, “Le franc” di Djibril Diop Mambety .

    Le frasi sentite per strada, eh sì, sono una grande fonte di ispirazione ed espirazione…

    è sempre un grande piacere leggerti e rileggerti

    fem

  13. emanuele giordano said

    Rispondo a Bonetti. Non mi hai persuaso. Non si tratta certo di spiegare per filo e per segno. Non si tratta di partorire alcun tipo di saggistica minimalista. La saggistica già c’è. Si tratta di uscire fuori dai limiti evidenti di una letteratura (italiana) del negativo che si compiace di se stessa ormai da parecchio tempo con rare eccezioni. E’ sempre piacevole leggere Garufi, ma non c’è nulla in quello che lui ha scritto che non sia già stato detto dai grandi narratori del 900. Si tratta semplicemente di raccontare, narrare quello che ancora non è stato affrontato in narrativa e letteratura. Anche gli argomenti più ostici, difficili possono essere raccontati, come è già stato dimostrato, gli esempi ci sono. Siccome Garufi è molto bravo a raccontare penso che per chi legge narrativa sarebbe più bello e proficuo se andasse oltre i suoi rispettabili “sogni a occhi aperti, che credo simili a quelli di molti altri”.
    Ecco, mi dispiace dirlo, ma in questa dichiarazione trovo conferma alla mia prima osservazione critica. Sono lontanissimo dall’idea che lo scrittore debba scrivere cercando di compiacere i suoi lettori. Quando un lettore si ritrova in un libro si sente compiaciuto ma finise tutto lì. Se non si va oltre a che serve scrivere? La mia osservazione non è denigratoria, esattamente il contrario, perché mi sembra sprecato uno dei migliori talenti contemporanei nel raccontare ( e in Italia ce ne sono davvero pochi!)

  14. Bonetti said

    Sì, capisco ciò che vuoi dire. Ma se anche fosse vero, lui, l’autore, ti ha già risposto. Non puoi mettere nella penna di qualcuno ciò che vorresti fosse detto. La scrittura va apprezzata per quello che è, integralmente; altrimenti la si rifiuta e basta. Non ci si può mettere nelle condizioni di scadere nel “potrebbe fare di più” in nome di incerte barriere da oltrepassare. Non ha senso. Perché chi scrive, chi dipinge(va), chi compone persegue la propria via. Non credo si possa dire altro.

  15. elio said

    Devo dire che Sergio, che ho avuto il piacere di incontrare di persona qualche settimana fa (nelle belle serate milanesi che devo a Franz) mi ha fatto una forte impressione, quella di uno che ha una vita interiore intensa, e la coltiva con molta serietà – con severità, mi verrebbe da dire, insomma l’impressione di uno che può maturare dentro a sé qualcosa di molto importante e di cui già si scorgono i prodromi nei suoi testi. Penso che a tempo debito acquisteranno anche l’incisività che auspica Giordano.

  16. Gena said

    Bel pezzo, sognare ad occhi aperti è forse una delle poche libertà che ci rimangono.

  17. sergiogarufi said

    Caro Giordano, ti ringrazio per gli apprezzamenti ma continuo a non cogliere il senso delle tue obiezioni. Questo è un racconto. La forma ibrida mischia autobiografismo e scrittura saggistica ma è, con tutta evidenza, un racconto, che è cosa ben diversa da un trattato filosofico. Se mi fossi messo lì a discettare di “principi hegeliani”, “illusioni progressiste” e “abbandoni della metafisica e della filosofia perenne” in quel contesto narrativo-diaristico sarei stato non solo fuori luogo, ma pure ridicolo. Io non credo che “il web ricorra alla semplificazione”, come ti lamenti tu. Anzi, proprio affermare che “il web ricorre alla semplificazione” significa fare una semplificazione. Io credo invece che il web sia abbastanza grande da offrire scritture per tutti i gusti, non meno di quelle che offre il mercato editoriale tradizionale. Se si ha voglia di riflessioni filosofiche sulla contemporaneità si può leggere “Azione Parallela”, un ottimo blog di questo tipo che personalmente ho messo fra i preferiti, ma non ci si può lamentare perché i suoi post non tengono conto della metrica e ignorano endecasillabi e settenari. Ad ogni modo, il titolo di questo mio racconto si ispira in modo abbastanza evidente alla “zona grigia”, un famoso testo di Primo Levi contenuto ne “I sommersi e i salvati”. Lì Primo Levi introduceva questo formidabile strumento concettuale per spezzare le facili dicotomie (bianco o nero) e per spiegare quanto perfino all’interno di un lager nazista, cioè là dove sembrano chiare e nette le responsabilità, i confini fra bene e male tendano a confondersi e mischiarsi, e così pure i ruoli di vittima e carnefice. Fatte le debite proporzioni, e tenendo presente che questo è un racconto e quello era un saggio, la vie en beige cerca di dire che se l’ossessione del denaro è il combustile che alimenta questo sistema perverso, allora anche il protagonista, all’apparenza così lucido e consapevole, ne è coinvolto. Un saluto e un ringraziamento a Fem, Elio e Gena.

  18. emanuele giordano said

    @bonetti. Non si tratta di mettere nella penna di qualcuno quello che pensa un altro e non è vero che la scrittura va accettata integralmente. Esiste un mondo, che si chiama critica, che vede anche la sfumature, i colori e non solo il bianco e il nero. Esiste una critica che osserva i limiti. E la vera ammirazione passa per una seria critica.

    @garufi. non ho mai parlato di trattato filosofico. Ho più volte, si tratta di un plurale, parlato di raccontare, narrare. La critica che mi sono permesso rivolgerti nasce dal fatto che non è certo la prima volta come sai che ti leggo su internet e ho trovato una costante nella tua scrittura che a me sembra un limite che potresti superare. Non si tratta di fare filosofia, si tratta di andare più a fondo, di cercare la matrice collettiva di certi sogni e visioni, di aprirli a una trama, a una parola che possiedi nella scrittura. Ora, descrivere la matrice colletiva di qualcosa che è vissuto personalmente, significa imprimere le proprie percezioni nel racconto. E’ ridicola l’obiezione che mi sollevi sul discettare di principi hegeliani! Ho detto questo? ma se proprio vuoi scendere su questo livello del discorso, parlare con linguaggio narrativo del fatto che la gente fa sogni sempre più piatti e riduce il suo immaginario a un principio di realtà che non è reale, che tradotto significa inseguire il mondo delle merci, dei consumi, dell’immagine televisiva, raccontare il contrasto tra aspirazioni e fallimenti significa forse discettare
    di principi hegeliani? Certamente no per chi legge narrativa, ma certamente sì se si vuole tradurre in concetti il senso di un racconto, visto che questo è sempre riproducibile. La scrittura, qualunque forma assuma, è sempre pensiero!!!
    In quanto al fatto che il web offra scritture per tutti i gusti, se si compara con la carta scritta, non si può dire che il web raggiunga lo stesso livello sebbene ci sia stata e c’è un’evoluzione positiva. Questa questione è stata già ampiamente analizzata e mi sembra fuori dalla discussione collettiva. I numeri parlano da soli. La tendeza poi alla semplificazione è in parte poi dovuta dal mezzo ma il mezzo sta anche a sua volta evolvendo e sono del parere che il mezzo va sempre forzato portato al di là dei suoi limiti. E poi se vogliamo parlare di semplificazione, questa non è mica solo del web. La scrittura moderna è già molto semplificata, carta o web, il pensiero è già parecchio annacquato, il linguaggio della letteeratura italiana ha subito un’involuzione. La contemporaneità sta mostrando tutti i suoi limiti, i limiti di una congiuntura e crisi della scrittura e del pensiero. Non c’è in Italia una classe di scrittori di alto livello al momento né per scrittura né per cultura, con le dovute eccezzioni, ma certo non c’è quel ricco nmanipolo di grandi scrittori che avevamo 50 anni fa. Almeno, questo è il mio giudizio.

  19. sparz said

    ritrovo solo oggi la rete dopo qualche giorno di forzata assenza. Apprezzo come sempre i tuoi pezzi, Sergio, la prima parte mi ha fatto tornare in mente questa strofa di Fabrizio da una canzone poco gettonata Nella mia ora di libertà:
    C’hanno insegnato la meraviglia
    verso la gente che ruba il pane
    ora sappiamo che è un delitto
    il non rubare quando si ha fame
    ora sappiamo che è un delitto
    il non rubare quando si ha fame.

  20. Angie said

    Ti ritrovo dopo tantissimi anni.. e la scoperta mi lascia senza parole.
    Avevo già intuito allora che eri “speciale”..

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