La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica



Oroscopi e orologi

Posted by rferrazzi on July 23, 2008

La bottega all’angolo di Judenplatz non aveva insegna. Vista dalla strada, faceva pensare all’antro di un alchimista o a un laboratorio di anatomia: il buio al di là della vetrina era una notte dai confini incerti dove una lampada schermata pulsava come una stella bassa sull’orizzonte. Ma tenendo gli occhi fissi e abituandoli all’oscurità si riusciva a distinguere la sagoma di un uomo curvo sul banco, dove giacevano i meccanismi di orologi sventrati.
L’orologiaio si chiamava Shimon Komeran ed era originario di Praga. Aveva cinquantaquattro anni e pochi ricordi: la vita gli era scivolata addosso come l’acqua di un fiume, sempre più veloce. I suoi primi trent’anni si erano smarriti nei vicoli di Hrad e Malastrana, erano rotolati nella Moldava, e la corrente aveva travolto, uno dopo l’altro, giorni, mesi e stagioni.
Shimon Komeran ricordava soltanto Lia. Nell’unico anno benedetto della sua vita, l’aveva conosciuta, l’aveva sposata, e per dodici mesi il tempo aveva smesso di sfuggirgli tra le mani: come il latte nella zangola aveva preso una consistenza tenera e fragrante.
L’anno di buona sorte era scaduto tre mesi dopo il matrimonio. Un’epidemia secca come il vento dell’inverno aveva gelato Lia nel pallore e nell’ immobilità. A Shimon Komeran erano rimasti solo una tomba, il penoso dondolio rituale e le parole del lamento funebre ripetute fino a perdere significato, fino a diventare un puro suono, come lo strepito del corno shofar. Invariabilmente, recitare il lamento funebre gli provocava un vago senso di impotenza e gli riportava alla memoria la leggenda che i contadini mormoravano nelle notti di temporale: ogni sette anni da Vienna partivano per tutte le periferie dell’impero agenti incaricati di spargere epidemie. In un mondo in cui ciascuno si scopriva abbandonato a se stesso, le sciagure non sembravano dipendere da una cattiva stella, ma dalla cieca crudeltà del potere.
Da ventiquattro anni Shimon Komeran aveva lasciato la Moldava per il Danubio. A Vienna imputridiva l’impero, incarnato in un vecchio che considerava figli i sudditi, li giudicava e li puniva in forza di un diritto che si rifaceva ai papi e agli imperatori di mille anni prima. Vienna era la caverna dove Crono non si rassegnava a morire e seguitava a divorare i figli. Vienna era l’orologio sul quale la reggia indicava il mezzogiorno. Lì ogni cosa era un simbolo, come l’ampia strada costruita sul vallo romano, che conduceva ebrei e imperatori a chinare il capo davanti alla cattedrale. Quell’antico fossato legittimava il pennacchio di Franz Josef, il pastorale dell’arcivescovo e la dannazione di Shimon Komeran.
Eppure, l’impero emanava ancora un aroma che impregnava cuori e cervelli. A Vienna tutto sembrava regolato sull’armonia delle sfere celesti. Suo malgrado, l’orologiaio vedeva rispecchiato nella capitale l’inalterabile equilibrio dell’impero millenario.
***
Herr Komeran !
Il signor Leo Fischel mi ha parlato di Lei come di un astrologo
di rara sensibilità.
Elenco qui di seguito i miei dati di nascita. Spero che siano
sufficienti per compilare un oroscopo. Conto di venire a Vienna prima di
maggio e non mancherò di farLe visita.

La lettera, o meglio il biglietto, su carta non intestata e con una firma illeggibile, arrivò in un giorno di aprile che diede inizio alla primavera, una domenica in cui il sole e il föhn sciolsero gli ultimi ghiaccioli appesi alle grondaie.
Quel pomeriggio Shimon Komeran ricostruì lo stato del cielo nell’ora in cui il consultante dichiarava di aver visto la luce. Con metodica pedanteria individuò la costellazione e il grado in cui il sole era sorto all’orizzonte, sezionò la circonferenza siderale nelle dodici case, calcolò la posizione dei pianeti, della testa e della coda del drago, delle parti di fortuna e di morte.
I corpi celesti, pensò alzando la testa dalle carte, orbitano incessantemente come gli ingranaggi di un orologio, ma obbediscono a norme inderogabili che risplendono nella serena pacatezza dell’ordine. Poichè la Legge che conforta l’ animo del giusto è la stessa che sostiene la volta del cielo stellato.
Shimon Komeran si concesse una pausa e andò in cucina a preparare il the. Ma poco dopo, mentre spiava la superficie dell’acqua in attesa del primo bollore, un’ansia improvvisa lo fece tornare sui suoi passi. Spiegò i fogli, e fu come se una mano gli avesse afferrato lo stomaco: sulla carta del cielo gli astri erano disposti in un modo disarmonico, brutale. Gli tornarono in mente un nome impronunciabile e una pozza di sangue sull’erba di un prato. Si irrigidì: non doveva pronunciare quel nome, non doveva permettergli di uscire dalla tomba.
È colpa dell’oroscopo, si disse, e del presagio di catastrofe che lascia intravedere. Uscì di casa e se ne andò al Prater. La carta del cielo rimase sul tavolo, arrotolata come una vipera in letargo.
***
“Ecco, maestro. Ora può tornare a usarlo per controllare il metronomo !”
Shimon Komeran spinse sul banco un cipollone con la cassa d’acciaio. Il cliente stava in posa militaresca con uno spartito sotto il braccio. La camicia stirata e la cravatta annodata con cura non gli davano l’aspetto di un artista. Ma aveva grosse borse sotto gli occhi.
“Cosa studia in questi giorni, maestro ?”
Per tutta risposta il cliente posò lo spartito sul banco: Anton Bruckner, sinfonia n.8 in do minore, dedicata all’Imperial Regia Apostolica Maestà il Kaiser Franz Josef I.
“Non è questa la musica che la farà salire sul podio dei Filarmonici” disapprovò Shimon Komeran scrollando il capo.
Il cliente ebbe un gesto di sconforto.
“Non saranno neppure i valzer e le operette. Il meglio che mi è capitato sinora è stato una sostituzione per il “Pipistrello”. Il giorno dopo, sul Kurier c’era un trafiletto di elogi per i cantanti e nemmeno una parola per l’orchestra. Stupido io che mi ero fatto delle illusioni ! In un’operetta le masse orchestrali non hanno tattica nè strategia, devono solo accompagnare il canto.” Battè una mano sullo spartito. “Invece, in questa sinfonia archi, fiati e percussioni si muovono come un esercito, come una legione romana !”
Shimon Komeran lo guardò di sottecchi.
Perchè provo simpatia per uno che pensa alla musica come a una battaglia ? Alla sua età guardavo anch’io il futuro con la stessa incoscienza ? Non mi ricordo. Non ricordo più.
Accennò all’orologio, che ticchettava udibilmente.
“Una corona e mezza” borbottò.
***
Shimon Komeran aveva abitudini fisse come un prussiano. Dopo pranzo, prima di riaprire la bottega, passeggiava lungo il viale tra l’Opera e l’Hofburg, in mezzo al viavai di taxi e carrozze, strilloni e fattorini, vagabondi e poliziotti. La città accompagnava i suoi eterni malumori e le sue scarse euforie con la premura di un amico affezionato.
Shimon Komeran alzò la testa: si era fermato davanti allo spiazzo sul quale incombevano due edifici gemelli. Al centro, il monumento a Maria Teresa era circondato da aiole, arbusti e vialetti inghiaiati. Sullo sfondo, in lontananza, si intravedeva una vegetazione incolta, qualche villetta suburbana, e un cielo latteo, soffocante. Lungo i vialetti la ghiaia scricchiolava sotto i passi dei bambini. Giocavano e correvano a testa china.
Avrebbero diritto a prati immensi, a cieli senza ostacoli fino all’orizzonte. Alla loro età avevo almeno questo. E all’età mia dovrei avere migliaia di ricordi. Perché conservo solo quelli di un anno ? Non è stata Lia a cancellare la mia giovinezza: sono io che ho voluto dimenticare. Dove passavo l’estate da bambino ?
A Kalischt, dagli zii. Ogni domenica andavamo in piazza ad ascoltare la banda che suonava marce militari. Per tutta la settimana Gustav le ripeteva a memoria sul pianoforte.
Ecco, l’ho detto. Nonostante tutto, posso ancora pronunciare il suo nome. Gustav. È stato il mio migliore amico. Ma non devo pensarci.
Che altro c’era a Kalischt ? C’era lo zio, che prestava soldi e ogni anno di-ventava proprietario di un altro negozio. Affari, diceva. Ma non era tutto lì. C’ era la soddisfazione di ridurre a suo dipendente il sellaio che gli aveva venduto briglie e finimenti, il maniscalco che gli aveva ferrato il cavallo. Quando ho avuto bisogno di loro mi hanno preso per il collo; adesso paghino.
Ma lo zio non faceva credito ai disonesti. Lo faceva agli ingenui, per esigere capitale e interessi al momento buono, e impadronirsi delle garanzie.
Beh, gli affari sono così. E i gentili hanno poco da recriminare. Loro prestano senza interessi, senza pegni ? Perchè non sanno cosa vuol dire essere stranieri a vita. Hanno un impero, loro, da più di mille anni, e sono così snob da vederne solo i difetti.
Ma se cadesse l’impero ? La solidarietà dei gentili si squaglierebbe come i ghiaccioli sotto il föhn. Senza un padre venerando e terribile i popoli non farebbero che odiarsi; l’umanità verrebbe sbriciolata in milioni di individui, ognuno solo con se stesso.
***
Quell’oroscopo faceva paura. Ogni volta che tornava a studiarlo Shimon Komeran ricordava la sera in cui era andato al Prater ed era salito sulla Ruota. Il panorama notturno del Danubio con i fari rossi e verdi delle chiatte gli aveva placato l’ansia. Ma quando la cabina era giunta al sommo, l’orologiaio si era voltato verso sud, si era avvicinato ai vetri e un’attrazione irresistibile l’aveva spinto a guardar giù a perpendicolo. Il panico gli era entrato nelle vene: come se il pavimento si fosse staccato sotto il suo peso, aveva creduto di precipitare dentro a un vortice dove le urla non trovavano un’eco e il vuoto non finiva mai. Si era aggrappato al corrimano per resistere alla voglia pazza di aprire la porta e gettarsi fuori.
Faceva paura, quell’oroscopo. Shimon Komeran ci leggeva il presagio di un atto sanguinoso e incolpava il destino di averlo reso testimone, forse complice. L’impero colpito a morte ? Sarebbe stata la vendetta per i suoi anni segregati, per il contagio che gli aveva tolto Lia, per la rabbia di una vita agli sgoccioli. E invece, in tanti anni, il suo odio era diventato incoerente. Il trascorrere del tempo aveva convertito il nemico in un appoggio per la sua debolezza. Il solo fatto di conviverci era stato un compromesso. E ormai non poteva più farne a meno.
“Amo coloro che non aspettano di trovare nelle stelle una ragione per tramontare. Amo coloro che della propria virtù fanno una vocazione e un destino funesto.”
Strane parole. Dove le aveva lette ?
***
Nella bottega entrarono due uomini scuri in volto. Shimon Komeran ne riconobbe uno: era venuto un giorno insieme a Gerda Fischel ed era tornato poi da solo. Aveva scelto un cronometro usato, di poco prezzo.
L’altro era un tipo curioso. Si guardava intorno con lo sguardo di chi si crede al di sopra della norma, anche se il suo aspetto faceva pensare piuttosto il contrario. Aveva i capelli che gli spiovevano sulla fronte, occhi da ladruncolo, un volto magro da lupo affamato, due baffi che in un altro viso sarebbero apparsi ridicoli. Portava una giacca con i gomiti lisi tanto da far intravedere la fodera, e i pantaloni erano impillaccherati di vernice dalle caviglie ai ginocchi. Eppure, anche così male in arnese, riusciva a imporsi: l’amico di Gerda Fischel lo trattava con deferenza, si faceva piccolo, e sembrava stupirsene lui per primo.
“Va’ pure, Hans Sepp” disse il capo, con una risatina odiosa. “La tua sirena ti aspetta.”
Hans Sepp girò attorno un’occhiata, disse “Arrivederci” con voce troppo alta e uscì. L’altro estrasse dalla tasca del panciotto un orologio senza catena e lo posò sul banco.
“Non va più” disse, contrariato.
Shimon Komeran incastrò la lente sull’occhio destro, aprì la cassa ed esaminò i meccanismi.
“Questo orologio” borbottò “è stato trattato come un asino.”
Il cliente si irrigidì.
“Come sarebbe a dire ?”
La voce aveva un tono permaloso.
“In tanti anni” spiegò Shimon Komeran “nessuno ha aperto la cassa, nessuno ha pulito gli ingranaggi. E l’orologio ha sempre funzionato. Come un asino, ha sempre detto J-A; poi un giorno è crollato e non si è rialzato più.”
L’uomo aggrottò le sopracciglia.
“Come sarebbe a dire ?” ripeté.
Le parole gli nascevano sulle labbra prima che nel cervello. Mentre le pronunciava si accorgeva di aver parlato senza pensare e il volto prendeva una espressione risentita.
“Gli ingranaggi sono ossidati. Bisognerebbe pulirli, sostituirne alcuni. Parecchi, a dir la verità.”
“Non farla lunga, giudeo !” Il volto del cliente era diventato terreo. “Quanto verrebbe a costare ?”
Shimon Komeran lo guardò di sotto in su. I gentili alzano la voce e ti chiamano giudeo quando sono senza soldi.
“Ci sono troppi pezzi da sostituire. È troppo malandato. Non le conviene.”
Richiuse la cassa e spinse l’orologio sul banco.
“Come sarebbe a dire, non conviene ripararlo ? Vale tanto poco ? Parla chiaro, giudeo ! Quanto vale ?”
“Sì e no si potrà ricuperare la cassa.” L’orologiaio alzò gli occhi. “Senta, ho appena revisionato un cronometro. È praticamente nuovo e lo vendo per quaranta corone. Se lei mi lascia questo relitto, glielo cedo per… diciamo… trentacinque ?”
“Cinque corone per il mio orologio ?” Il cliente sembrava più indignato che sorpreso. “È una rapina !”
Parlava e si ascoltava. Si esasperava al suono della sua stessa voce.
“Ti faccio vedere io !”
Si sporse sul banco e cercò di afferrare l’orologiaio per il bavero.
“Se ne vada !” gridò Shimon Komeran.
“Ladro giudeo ! Giuro che ti spacco la faccia con le mie mani !”
Hans Sepp e Gerda Fischel entrarono in quel momento, videro la scena e impallidirono. Hans Sepp si fece avanti parlottando di un treno per Monaco, prese l’uomo sottobraccio e cercò di trascinarlo via. L’altro gli diede uno spintone, si guardò attorno, non trovò un oggetto su cui sfogare la collera e uscì a precipizio sbattendo la porta.
***
Marte retrogrado fra un mese, Saturno fra quattro anni. Opposizioni, quadrature. Tornando a studiare l’oroscopo, nell’animo di Shimon Komeran si fece strada una certezza: chi gli aveva scritto stava per commettere un’azione devastante, un attentato che avrebbe provocato la dissoluzione del potere costituito. Quale insofferenza, quale odio poteva spingersi fino a quel punto ?
In fondo, chiunque può irritarsi sentendo svalutare un orologio dal quale contava di ricavare una ventina di corone. Se quel ringhioso imbianchino non l’aveva preso a pugni era perchè l’opinione pubblica l’avrebbe considerato un malfattore, e lui lo sapeva. I giovanotti con la vocazione del teppista non erano tenuti a freno dalla polizia e dai tribunali: l’impero formava le coscienze e il comune sentire garantiva legge e ordine più della forza pubblica.
Ma fate scoppiare una guerra ! Anni di fame e di stenti, milioni di morti, un lutto in ogni famiglia. E soprattutto perdetela ! Travolgete l’impero in una disfatta senza rimedio. La gente perbene, non sapendo più a chi credere, concederà il beneficio del dubbio anche ai teppisti.
***
“Shimon, perchè non ti sei risposato ?”
“Perchè me lo domandi ?”
Il farmacista scosse il capo come se non avesse più parole. Conosceva Shimon Komeran da vent’anni e per la prima volta si era azzardato a fargli una domanda personale.
“Stiamo invecchiando. Te ne sei accorto ?”
La schiuma delle birre si era sciolta. I sigari erano stati fumati e i mozziconi giacevano nel portacenere. Il pomeriggio scivolava verso la sera con la riluttanza di un vitello sulla via del mattatoio.
“Faccio fatica a prender sonno” ammise Shimon Komeran.
“Prendi un po’ di valeriana.”
“Non è pericolosa ?”
Il farmacista sorrise.
“In una certa misura, tutto ciò che ingeriamo si accumula nel corpo. Ai melanconici si gonfia la milza. Ai collerici il fegato. I flemmatici trattengono gli umori. I sanguigni diventano pletorici sino ad affaticare il cuore.”
Shimon Komeran rimase in silenzio. L’altro gli lanciò un’occhiata in tralice e sospirò.
“Non camperemo in eterno. Perchè dovremmo vivere male gli anni che ci restano ? La valeriana ti darà sollievo. Vieni a trovarmi domani in farmacia.”
***
Quando il consultante si fece vivo, una sera di fine maggio, all’ora di chiudere bottega, Shimon Komeran aveva preso le sue precauzioni ma non era sicuro dell’uso che ne avrebbe fatto. Il giovanotto parlava malvolentieri e si guardava attorno con occhi sospettosi. Disse di chiamarsi Gavrilo Princip e di aver viaggiato per due giorni e due notti: tanto era lontana Sarajevo, la sua patria. La chiamò così: la sua patria, non la sua città, e aveva il tono di chi vorrebbe sfogare la nostalgia in un lungo discorso. Invece tacque, e scosse la testa come per scacciare un pensiero ostinato.
Shimon Komeran stese sul banco la carta del cielo e cominciò a tastare il terreno.
“Lei non è ancora sposato, vero ?”
“Non sono venuto fin qui per parlare di me” lo interruppe il forestiero.
“Cosa la preoccupa ? La salute, l’amore, il denaro ?”
“Ho un progetto. Voglio sapere se avrò successo.”
Shimon Komeran tornò ad avvertire una stretta alla bocca dello stomaco.
“I presagi di un oroscopo vanno interpretati in relazione alla personalità di ciascuno” mormorò. “Cos’è per lei il successo ?”
Guardò in su, ma il giovanotto non rispose. Aveva gli occhi persi nel vuoto.
“Ascolti, è sicuro di voler conoscere l’avvenire ? Creda, a volte è meglio non sapere.”
Il cliente non mostrò alcun segno di preoccupazione. I suoi occhi erano diventati scintillanti come quelli dei cacciatori quando la battuta incomincia. Non mi ascolta, pensò l’orologiaio, non vuol capire.
“L’astrologia non può prevedere la durata di una vita umana” mentì Shimon Komeran. “Ma prevede i momenti critici, e nel suo futuro ci sono due circostanze nelle quali lei verrà a trovarsi in grave pericolo.”
L’altro parve risvegliarsi.
“Può dire quando accadranno ?”
“Sì. La prima è imminente. La seconda dovrebbe verificarsi tra circa quattro anni.”
“Le stelle dicono che vivrò ancora quattro anni ? Allora il mio progetto riuscirà !”
“Dicono soltanto che sulla sua strada ci sono due rischi mortali. Non creda di essere invulnerabile.”
Gli occhi del forestiero si velarono, per un attimo tornarono vacui, e di nuovo brillarono.
“Quel che è in gioco è molto più importante di me. La morte è un prezzo che sono pronto a pagare.”
Shimon Komeran lo guardò sbigottito.
“Si illude di ottenere la riconoscenza dei posteri ? Ma ciò che giova ad alcuni potrebbe nuocere a tutti gli altri. Ci ha pensato ?”
Il giovanotto rimase in silenzio, con le sopracciglia aggrottate e lo sguardo crudele. Shimon Komeran ricordò di aver già visto quegli occhi nel volto del macellaio kosher, quando impugnava il coltello e andava a svenare un manzo impastoiato. A Kalischt i sacrifici avvenivano nel prato dietro al negozio. Gustav non ne perdeva uno, ma l’orrore del sangue sparso sull’erba lo faceva scappare. Si chiudeva in camera a leggere vecchie fiabe bavaresi, perduto fra stupore e disperazione. Diceva che il compiersi di un destino incomprensibile era come un cielo dove, a una a una, si spengono tutte le stelle.
Shimon Komeran si fece forza.
“Scatenerà una catastrofe. Trascinerà l’Europa in una guerra. Se ne rende conto ?”
La carrozza della posta arrivò in Judenplatz. Il postiglione suonò il corno. Un cavallo nitrì.
Il giovanotto fece un passo avanti.
“Pensa di denunciarmi ?” sibilò.
“Chi le dice che non l’abbia già fatto ?”
I due occhi pazzi vennero avanti, insieme a due mani tese verso il collo dell’ orologiaio.
***
“Fermo o sparo !”
Shimon Komeran aveva estratto di sotto al banco una rivoltella. Il giovanotto era indietreggiato.
“Non posso denunciarla: un oroscopo non è una prova valida in tribunale. La polizia non lo riterrebbe neppure un indizio. Ma io so – capisce ? – io so. E allora immagini di trovarsi di fronte al suo giudice. Parli: dica le sue ragioni.”
La luce di un fanale attraversava di sbieco la vetrina. Shimon Komeran lesse in volto al cliente i pensieri di un disperato. Cosa si dice a chi ti punta addosso una rivoltella ? Con quali bugie si può convincere un bottegaio nevrastenico ?
L’uomo alzò le spalle.
“Perché la Bosnia deve dipendere da Istanbul o da Vienna ? Non ha il diritto di decidere da sé ?”
“Ne sarebbe capace ?”
“Certo. Come chiunque altro. Ma l’impero tiene i popoli in soggezione. Perché ne ha paura.”
Shimon Komeran sentì una fitta, come una pugnalata alle reni. Cercò di reagire.
“La legge e l’ordine sono più importanti dell’identità nazionale.”
“La Storia ha altre leggi.”
“Chi fa la Storia versa il sangue !”
“E chi giudica fa altrettanto !”
Shimon Komeran tacque. Per un lungo momento guardò il volto deformato da un gioco di luci e ombre, le orbite dove gli occhi sembravano scomparsi. Come se fosse giunto al termine di un ragionamento, annuì.
“Non sarò io a giudicare” disse.
Continuando a tenere l’uomo sotto tiro, posò al centro del banco due bicchieri e versò del vino.
“Uno dei bicchieri contiene una dose di digitale. Dimostri che Dio vuole la fine dell’impero. Beva.”
L’uomo ebbe un gesto di rabbia.
“Lei è pazzo !”
Shimon Komeran non rispose. L’altro fece un passo avanti.
“Cosa crede di dimostrare con questa stupida…”
Shimon Komeran tese il braccio e contò.
“Uno… Due…”
Al tre, l’uomo afferrò un bicchiere e bevve.
La carrozza della posta ripartì in un calpestio di zoccoli e di ruote ferrate. Dal fondo della via, fra tetti e balconi, rimbalzò l’eco del corno.
***
La mattina del 26 luglio, a Zurigo, la proprietaria della pensione An der Sihl porse a Shimon Komeran una lettera e un telegramma. Il cugino Yehuda scriveva da un paesino nei dintorni di Monaco. Il telegramma veniva da Vienna.
Shimon Komeran scese verso il lago, comprò un giornale e andò a cercarsi una panchina. Alzò gli occhi alle cime delle Alpi che emergevano da uno strato di foschia. Seguì con lo sguardo la superficie del lago fino al ponte dove l’acqua frusciava contro le pile e riprendeva a scorrere verso l’Aar, il Reno, il mare. Era una giornata afosa. A occidente il cielo minacciava pioggia.
Shimon Komeran prese a sfogliare il giornale dal fondo. Un giovane maestro viennese avrebbe diretto l’orchestra di Zurigo nell’ottava sinfonia di Bruckner. La galleria Limmat esponeva opere di un tal Tristan Tzara. Al circolo panslavo un certo Vladimir Ulianov avrebbe tenuto una conferenza sul tema “Tolstoi e Marx”. In prima pagina non si parlava che dei fatti di Sarajevo. L’ultimatum austriaco stava per scadere. Tutte le cancellerie d’Europa erano in subbuglio.
Shimon Komeran ripensò alle ultime ore passate a Vienna, alla rivoltella gettata nel canale, al treno notturno che l’aveva portato a Zurigo. Invece della digitale c’era una buona dose di valeriana in tutti e due i bicchieri. Gavrilo Princip aveva resistito mezz’ora, convinto di morire da un momento all’altro. Prima di chiudere gli occhi aveva parlato ancora della patria, di Sarajevo e Belgrado, di prati, boschi e montagne; ne parlava come della madre che l’aveva messo al mondo. Poi, la valeriana l’aveva sospinto oltre i confini del sogno.
Shimon Komeran si era domandato dove avrebbe trovato una patria lui, ebreo praghese a Vienna, se l’impero si fosse frantumato in tanti stati nazionali. L’ansia stava per diventare panico e l’indice sembrava incollato al grilletto quando una donna che non era Lia gli era apparsa come un’allucinazione. Aveva parlato a lungo, ma di ciò che aveva detto Shimon Komeran ricordava soltanto una frase: gli uomini hanno bisogno di un padre venerando e terribile, ma anche di una madre tenera come la primavera.
Princip si era addormentato. Shimon Komeran si era riscosso, era corso a gettare la rivoltella nel canale, aveva fermato una carrozza e si era fatto portare alla stazione. Da due settimane aveva ceduto la bottega, i suoi bagagli erano già a Zurigo.
Prima di immergersi nella notte, il treno era transitato davanti a un cartello che diceva: K.K. Bahn. Imperial Regie Ferrovie. Già: in Kakania tutto quanto era imperial regio. Nello scompartimento vuoto Shimon Komeran si era tolto il cappello.
***
Le nubi si accumulavano nel cielo e minacciavano un temporale. La donna scese da una carrozza e si avviò verso il lungolago. Shimon Komeran la riconobbe e distolse lo sguardo. Era una donna senza età, con la bocca sensuale e i tratti del viso marcati come quelli di una statua greca. Venne a sedere accanto a lui.
“Grazie di essere venuta, Alma.”
“Davvero vuoi lasciare l’Europa ? Non posso crederci.”
Shimon Komeran si voltò a fissarla.
“Non credi che sia possibile liberarsi di te ?”
Lei sorrise senza rispondere e l’orologiaio desiderò di essere lui a farla soffrire, almeno una volta.
“Che hai fatto da quando Gustav è morto ?”
Lei guardò verso il lago e non rispose.
“Non ti bastava tradirlo. Volevi che lo sapesse. Hai fatto in modo che leggesse i messaggi del tuo amante.”
Shimon Komeran teneva la testa bassa e lo sguardo fisso a terra. Se in mezzo alla ghiaia ci fosse stata una pietra l’avrebbe impugnata nel gesto di Caino.
“Lo so. Me l’ha scritto lui. Dopo la sua abiura non ho più voluto vederlo, e lui mi scrisse che si era convertito per te, che si sentiva colpevole, ma che se fosse vissuto cento volte avrebbe sopportato cento sensi di colpa pur di averti. Sei stata il suo premio e il suo castigo, Alma. È tanto tempo che ti conosco. È tanto tempo che ti odio !”
Lei tornò a guardarlo negli occhi.
“Tu mi hai sempre amata.”
Shimon Komeran scosse la testa. Alma non capiva. L’Europa non capiva. Eppure – lui lo sapeva bene – si può aver ragione anche senza capire.
“Guarda” le mostrò i titoli del giornale. “Lo sapevo e non volevo crederci. Speravo di essermi sbagliato.”
Cavò di tasca la lettera e la esibì come una testimonianza.
“Avevo deciso di dimenticare Praga e Vienna. Pensavo di stabilirmi con i miei parenti dalle parti di Monaco.”
Tornò a scuotere il capo.
“Ma ormai non ho più speranze. L’Europa è una madre di individui soli e di ideali sciagurati. Nel nuovo mondo ci saranno altre stelle, altri orologi.”
Non parlarono più. Rimasero a lungo in silenzio, rivolti al lago, alle nubi che rotolavano giù dalle colline.
Si salutarono senza parlare. Alma si allontanò col suo passo elegante nell’aria afosa dell’ultima estate.

2 Responses to “Oroscopi e orologi”

  1. robertorossitesta said

    Bellissimo!
    Un caro saluto,
    Robertp

  2. sparz said

    Riccardo, è straordinario, un’ambientazione perfetta, molti complimenti. A.

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