La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica


L’ospite incallito

Posted by Stefania Mola on July 24, 2008

[…] La nostra terra inghiottita non esiste sotto i piedi,
nostra patria è una barca, un guscio aperto.
Potete respingere, non portare indietro,
è cenere dispersa la partenza, noi siamo solo andata.

 

 

È il 13 Luglio. Sono sdraiato nella mia tenda e provo a continuare a leggere. Ma non riesco a concentrarmi, la mia mente è fissata su quella parete. La parete Rakhiot, su quel stramaledetto seracco in mezzo alla parete. In quella fascia di ghiaccio, che ci ostruisce la via di salita.
Un mese fa quando arrivammo al campo base, questa parete mi fece paura. Le foto invece, danno l’impressione che faccia parte del mondo delle fiabe. La parete vista da “Fairy Meadows” si erge con tutta la sua maestosità per 3 chilometri verso il cielo.
Ben 9 chilometri di placconata separano la vetta del Ganalo Peak ad ovest dalla vetta di Rakhiot ad est. Però sono le scariche di ghiaccio che mi procurano paura.
Sono appesi dappertutto su questa montagna, sicuramente già da secoli fanno tremare tutta la valle ed inducono la gente del paese ad avere rispetto e sacralità. Dal basso mi è parsa una montagna ostica, tanto da lasciarmi perplesso e scettico per tutto il periodo che siamo qui.

[...] Fin’ora tutto è andato come da programma, mica ci tireremo indietro adesso? Domani al mattino saliamo alla morena, lo zaino sarà abbastanza pesantello, in più abbiamo gli sci da portare. Aspetteremo fino a quando sarà buio, perché di giorno fa troppo caldo. Se non è nuvolo, la luna sarà dalla nostra parte. Il seracco intermedio deve fare il “bravo” da 8 a 10 ore, non chiediamo poi tanto?! Sfrutteremo una costola nevosa fino sotto la fascia di rocce. Essa non dovrebbe creare problemi. Se poi nella giornata di martedì riusciamo a saltare sopra al “nostro” seracco intermedio allora saremo a cavallo del pilastro! Dopodiché toccherà a noi! A resistere alla fatica e a superare la parete con maestria. Una volta che avremo raggiunto il pianoro sommatale, punteremo la vetta. Abbiamo viveri e gas per sciogliere neve per almeno 5 giorni… speriamo in bene! La discesa è prevista per la via di Hermann Buhl del ‘53. Il nostro staff al campo base ci consiglia invece di scendere dalla via “normale”, per la parete Diamir. Chissà: “forse” gli ho detto, tutto dipenderà da tanti fattori. Inshallah!!! (Come Dio vorrà)
[...]
Siamo nati e un giorno moriremo. In mezzo c’è la vita. Io la chiamo il mistero, del quale nessuno di noi ha la chiave. Siamo nelle mani di Dio… e se ci chiama… dobbiamo andare. Sono cosciente che l’opinione pubblica non è del mio parere, poiché se veramente non dovessimo più ritornare, sarebbero in tanti a dire: “Cosa sono andati a cercare là? … Ma chi glielo ha fatto fare? “.
Una sola cosa è certa, chi non vive la montagna, non lo saprà mai! La montagna chiama!

***

Non c’è ombra di sopraffazione e di conquista, né delirio d’onnipotenza nel diario di un alpinista estremo come Karl Unterkircher. Ciò che colpisce – al contrario – è il muoversi con circospezione e cautela, con quel rispetto che è percezione chiara della fragilità delle cose. Tanto che il coincidere di questo atteggiamento – del “modo” di scalare le montagne, in punta di dita, sfiorando e infilando un appiglio dopo l’altro senza distrazione o indugio, guidati da una sorta di “attrazione celeste” – con la poesia dell’ultima raccolta di De Luca è casuale fino a un certo punto.

[...]
L’attrazione celeste sbalza le catene montuose, suscita le maree,
spinge l’albero in su, il fuoco a sollevarsi,
una corrente d’aria a risalire una parete al sole.
Sta nell’alpinista e nei disegni di Leonardo,
nelle preghiere, nelle serenate, nell’astronomo,
nel moribondo, nel lievito, nel mosto,
nella gola del lupo, nelle ossa del piede,
nell’eruzione, nel gas dei palloncini,
in un grido di pena, nel lancio di un cappello.

[...]

E oltremodo rafforzata dalla presenza di versi dedicati alla memoria di Stefano Zavka, perdutosi nella notte un anno fa dopo aver raggiunto la vetta del K2.

Perduta l’ombra, all’uomo servirebbero le ali
per planare in fondo alla discesa
dove l’azoto è più stretto dell’ossigeno.
Stefano scese al buio dalla cima toccata nel tramonto.

[...]
L’ombra si è persa in cima dopo l’ultima foto all’orizzonte.
Mai perdere l’ombra in una più grande.

[...]

Perché ovunque si avverta forte il senso del passaggio e la precarietà della condizione transitoria lì c’è un ospite, incallito come un peccatore, un criminale, un fumatore… Uno che non è padrone del tempo e dello spazio che separano le opposte sponde dei suoi attraversamenti, e lo sa: ospite della propria e dell’altrui lingua, della terra natìa, dell’amore, del tempo di chi legge le sue scritture. Uno per nulla disposto a rinunciare a questa condizione d’ascolto, nomade, di “cittadino aggiunto”, di “ultimo inquilino” che consente persino di levarsi – come “voce di polvere sottile” – nel silenzio lasciato vuoto da Dio.

E disse: un diluvio di volte nella scrittura sacra si legge della divinità: «E disse». La poesia comincia quando quella smette di dire. [...] C’è un punto nell’orecchio, un ossicino detto labirinto. Lì succede lo scambio tra la divinità che smette e la poesia che inizia come proseguimento. Nel vestibolo dell’osso labirinto le due voci si danno il cambio. [...] Spetta al poeta, che sbanda dentro l’osso labirinto, aggiungere una linea a quello che non disse.

Si è ospiti anche della poesia, colei che parla quando Dio tace ed ha la nostra voce e il ritmo del nostro respiro, lì dove la morte – nonostante tutto – non ha l’ultima parola.

Fai come il lanciatore di coltelli, che tira intorno al corpo.
Scrivi di amore senza nominarlo, la precisione sta nell’evitare.
Distràiti dal vocabolo solenne, già abbuffato,
punta al bordo, costeggia,
il lanciatore di coltelli tocca da lontano,
l’errore è di raggiungere il bersaglio, la grazia è di mancarlo
.

***

Erri De Luca
L’ospite incallito
Einaudi, Torino 2008

4 Responses to “L’ospite incallito”

  1. francescomarotta said

    Un pezzo splendido, Stefania, come non ne leggevo da tempo. Complimenti e grazie.
    E che la “grazia” stia sempre nel “mancare” il bersaglio.

    fm

  2. anch’io ti ringrazio, Stefania, per aver fatto balenare in quest’orizzonte opaco un ospite così particolare.
    fabry

  3. [...] ho scritto qualcosa qui. Erri De Luca L’ospite incallito Einaudi, Torino [...]

  4. Francesco e Fabrizio,

    sono contenta che abbiate gradito questo piccolo assaggio. Non ho saputo resistere alla “coincidenza” tra un fatto di cronaca che mi ha colpito particolarmente e la recente lettura di quest’ultimo De Luca, la cui passione per l’ascesa e le cime condivido: “La cima è un vicolo cieco, dove si sbatte contro lo sbarramento del cielo“.

    Tutto qui. Grazie.

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