Quando i libri bruciano i lettori
Posted by emanuelegiordano on August 7, 2008
L’opera d’arte – scriveva Sartre – non ha fini, e fin qui siamo d’accordo anche con Kant. Ma è un fine. La formula kantiana non tiene conto dell’appello che risuona in fondo ad ogni quadro, ogni statua, ogni libro. Andrebbe solamente aggiunto che tale appello non sta in un rapporto privo di fratture con l’impegno tematico della poesia. La spietata autonomia delle opere (non dal soggetto che le scriva o dal lettore che le assimili), che si sottrae all’adattamento del mercato e allo smercio, diventa spontaneamente attacco. Questo però non è astratto, non è un atteggiamento invariante di tutte le opere d’arte nei confronti del mondo che non perdona loro di non adattarglisi completamente. Al contrario, il distanziarsi delle opere dalla realtà empirica è contemporaneamente e intrinsecamente mediata da quest’ultima. La fantasia dell’artista non è una creatio ex nihilo; solo dilettanti e gente fine se la immaginano tale. Le opere d’arte, contrapponendosi all’empiria, obbediscono alla forza di quest’ultima, che quasi respingono la creazione artistica e la rigettano su se stessa. Non c’è contenuto, non c’è categoria formale di una poesia che, per quanto trasformata fino all’irriconoscibilità e nascosta a se stessa, non sia risultata dalla realtà empirica da cui erompe. Per tal via, così come attraverso il mutato raggruppamento di momenti grazie alla sua legge formale, la poesia consegue il suo rapporto con la realtà. Anche l’astrattezza dell’avanguardia, su cui il filisteo s’indigna e che non ha niente in comune con l’astrattezza di concetti e pensieri, è un riflesso che reagisce all’astrattezza della legge che obiettivamente regna nella società. Lo si potrebbe dimostrare sulla base delle creazioni poetiche di Beckett. Esse godono l’unica fama oggi umanamente degna: tutti se ne ritraggono impauriti e tuttavia nessuno può imbastire chiacchiere fino a convincersi che quegli eccentrici drammi e romanzi non trattino di quello che tutti sanno e nessuno vuole ammettere. Per i filosofi apologeti il suo opus può star bene come progetto antropologico. Ma gli argomenti che tocca sono argomenti storici estremamente concreti: l’abdicazione del soggetto. L’ecce homo di Beckett è quel che gli uomini sono diventati. Essi guardano muti dalle sue frasi, quasi con occhi inariditi dal pianto. La malia che irraggiano e sotto cui stanno si scioglie col rispecchiarsi in loro. E certo la piccolissima promessa di felicità che vi è contenuta e che non si svende a nessuna consolazione è stata ottenuta a un prezzo non minore della completa, integrale articolazione, fino all’assenza di mondo. Ogni impegno per il mondo deve essere liquidato affinché si soddisfaccia l’idea d’opera d’arte impegnata, di straniamento polemico che il teorico Brecht pensò e che egli tanto meno praticò quanto maggiore fu la gradevolezza con cui si dedicò all’umano. Questo paradosso, che provoca l’obiezione di essere pura escogitazione, poggia, senza molta filosofia, sull’esperienza più semplice: che la prosa di Kafka, il teatro di Beckett o il romanzo, veramente mostruoso, L’innommable, esercitano un’efficacia di fronte alla quale le opere poetiche ufficialmente impegnate sembrano giochi puerili; esse destano la paura di cui l’esistenzialismo non ha fatto altro che parlare e che continua a dire ancora oggi nel verso decostruzionista e post-moderno. In quanto smontaggi della parvenza essi fanno saltare dall’interno l’arte che il proclamato impegno sottomette dall’esterno e quindi solo in apparenza. La loro ineluttabilità costringe a quel mutamento di comportamento che le opere impegnate si limitano a pretendere. Chi è stato travolto dalle ruote di Kafka ha perso la pace col mondo così come la possibilità di accontentarsi del giudizio che le cose vanno male: è stato cauterizzato il momento di conferma insito nella rassegnata constatazione della preponderanza del male. Per la verità, quanto più grandi sono le pretese tanto maggiore è la possibilità di crollare e far fiasco. La perdita di tensione, osservata in pittura e in musica nelle creazioni che si allontanano dal riprodurre oggettuale e dal nesso logico comprensibile, si comunica sotto più aspetti alla letteratura, chiamata testi da un uso linguistico deprecabile. Essa va a finire ai margini dell’indifferenza, degenera impercettibilmente a lavoretto da hobby, a gioco ripetitivo di formule, già smascherato in altri generi artistici, a disegno di tappezzeria. Ciò mette spesso nel suo diritto la rozza richiesta d’impegno. Le creazioni che sfidano la bugiarda positività del senso sfociano facilmente in una insensatezza di altra specie, nella parata positivistica, nel vano gioco di bussolotti con gli elementi. In tal modo rimpiombano nella sfera da cui vogliono staccarsi; il caso limite è dato dalla letteratura che si scambia adialetticamente per scienza e invano si mette al passo della cibernetica. Gli estremi si toccano: ciò che taglia i ponti con l’ultima comunicazione diventa preda della teoria della comunicazione. Non c’è criterio palpabile per tracciare i confini tra la negazione determinata del senso e la cattiva positività dell’insensato quale andazzo che si prosegue zelantemente come fine a se stesso. Meno che mai tale confine sarebbe un’invocazione dell’umanità e una maledizione della meccanizzazione. Le opere d’arte che con la loro esistenza prendono partito per le vittime della razionalità che domina la natura, nella protesta sono state anche sempre coinvolte, per costituzione loro, nel processo di razionalizzazione. Se lo volessero negare sarebbero ugualmente inani sul piano estetico e sul piano sociale: strapaese di qualità superiori. Il principio organizzante e unificante di un’opera d’arte è appunto preso in prestito dalla razionalità, alla cui pretesa di totalità vorrebbero por freno.

















Mario said
Preciso e profondo come sempre