La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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Estate di lettere – Vitaliano Trevisan

Posted by robertoplevano on August 17, 2008

Short CutsVitaliano Trevisan / Massimo Tuzza – Reading
Rassegna Busnelli Estiva Nel Giardino Magico – Dueville (Vicenza) Martedì 12 Agosto 2008

Vitaliano Trevisan ha scritto romanzi, racconti e pezzi teatrali. Tra i non molti autori italiani nell’ultima quindicina d’anni a essere tradotti all’estero. Coltiva anche una carriera di attore e autore di teatro e cinema. Massimo Tuzza lavora con percussioni di ogni tipo da più di venticinque anni. E c’è un’affinità tra l’idea di musica che può avere il musicista Tuzza, tutta colpi, scansioni, ritmi, e la scrittura di Trevisan, che usa le parole per battere come un fabbro una materia che ha interminabile bisogno di definizione, quando non le usa per incidere sulla memoria del lettore e asportare i sedimenti del superfluo, di ciò che viene accettato per abitudine, solo per abitudine.
C’è affinità tra i due, anche esteriore. Coetanei, si assomigliano, stessa zucca rasata. Stessa sobrietà. Stesse idee sull’espressione: deve essere sincopata, l’improvvisazione strutturata in precisi vincoli ritmici, il refrain appena accennato, poi si passa ad altro, a quello che deve seguire. Brevità. Shorts appunto, il titolo della raccolta dei brevi di Trevisan (Einaudi, 2004).
Sul palco i due si alternano, si accompagnano l’un l’altro, due cadenze che tracciano un accadere. Tuzza passa dalle congas alla batteria, si siede al tavolino del bar e dà il tempo. Trevisan legge i suoi Shorts, sceglie quelli di tema jazzistico. Apre l’album di famiglia dei suoi alieni di impossibile, inspiegabile talento: Charlie Parker, Eric Dolphy. E anche lui pare sceso da un pianeta lontano per un soggiorno in incognito nella zona Italia, settore Nord-Est, a imparare i modi di vita e i pensieri (c’è davvero differenza?) degli abitanti di questa landa pedemontana che arriva al mare, a confondersi con essi. Compito portato a buon fine, quasi completamente. Rimane un senso sottile di non appartenenza, di detachment, di insopprimibile sofferenza mimetica.

Qui una parte di un testo di Trevisan ancora inedito, pubblicata su LPELS per gentile concessione dell’autore stesso.

Vitaliano Trevisan, La brutalità dei fatti. (estratti)

“Il paese non è cambiato come tanti altri, ma è pur cambiato. Fino a questi ultimi anni (primi anni 60, ndr) era restato quasi fuori dallo sviluppo industriale e commerciale del dopoguerra, ma ora ci è arrivata una piccola brezza di prosperità. Tra il paese e la nuova strada di Schio è sorto un quartiere di case nuove…
In questo paese che si svecchia e si sgretola, mi dicevo, le cose di prima avranno più senso, non meno. Il cromo scaccia il legno, i finti marmi la pietra, il neon le lampadine, i bagni entrano nelle case, le cucinette moderne soppiantano le vecchie cucine; verranno i termosifoni, i frigoriferi, i tappeti. Non importa: è perché la gente ha ricominciato o forse ha sempre continuato a vivere”. (1)

Interessante: brezza di prosperità, nuova strada per Schio, a ridosso un quartiere di case nuove, il paese che svecchiandosi si sgretola, gli oggetti muovi che perdono senso mentre i vecchi, uscendo dall’uso, ne acquistano… Su questo ho dei dubbi: che acquistino senso è vero, ma è un senso misterioso, lontano dalla loro stessa natura, e dal presente; e poi quella chiusa per cui tutto si spiega col fatto che la gente ha continuato a vivere. Non so perché, ma mi sembra un pensiero così… come posso dire: democristiano. Certo, se tutti i maladensi fossero morti, Malo non si sarebbe inglobata con il resto del presepe, (2) e Piovene scriverebbe ancora, riferendosi a Vicenza: “L’intera provincia è bella”. (3) E se tutti noi abitanti della periferia diffusa, non fossimo così ostinatamente determinati a vivere, e, com’è ovvio, non lo fossero stati tutti quelli che ci hanno preceduti, i problemi sarebbero risolti da tempo, e un qualsiasi turista tedesco potrebbe ancora scrivere, come Goethe: “La strada che porta a Vicenza è bellissima”. (4) Il fatto è che non solo viviamo, ma vogliamo continuare a vivere in un certo modo; e il modo nostro, evidentemente, è questo.
Ma perché questo?

“Priva di ogni ombra di pensiero politico, la DC ha governato secondo i modelli pragmatici del capitalismo occidentale: mescolando diabolicamente tali modelli con quelli spirituali della Chiesa”. (5)

Dunque, se è vero che il territorio, come abbiamo visto, è quella zona sottoposta alla giurisdizione dell’ente amministrativo che lo governa, non dovrebbero esserci dubbi sulle responsabilità politiche di chi quel territorio ha ordinato, o forse, visto il risultato, dis-ordinato. Eppure, mi sembra altrettanto evidente che chi lo ha dis-ordinato lo abbia fatto in fondo nel modo più opportuno a soddisfare le esigenze della comunità; che lo abbia insieme difeso dalle deturpazioni e dagli inquinamenti, su questo ho dei seri, anzi serissimi, dubbi; e se l’avesse difeso, non avrebbe probabilmente soddisfatto le esigenze della comunità. E se torno al presente, non mi sembra affatto che lo stia dis-ordinando meno di quanto altri abbia fatto fino a oggi, e sembra che in qualche modo, anch’esso veneto, ovvero sempre ossessivamente attento al particulare, lo stia difendendo di più. (6) In effetti, se ci penso, con la vecchia Malo è andata svecchiandosi e sgretolandosi anche la Democrazia Cristiana, e, come la periferia, anch’essa è andata diffondendosi. L’edificio sembra essersi effettivamente sgretolato, ma la polvere ha ricoperto tutto e tutti, così che nessun uomo politico, o donna politica, può oggi non dirsi democratico, e visto che in quanto italiano, veneto in particolare, non può non dirsi cristiano, non può di fatto non dirsi democratico cristiano. Chiedo scusa, ma un segno di Croce, parlando di politica, mi sembra opportuno. Ciò che più non serve è lo scudo, visto che non è più necessario celare dietro di esso “l’arroganza fascista che è il minimo comune denominatore del carattere politico del nostro paese da Dante in poi”. (7) Dopo aver rinunciato ai contenuti si è rinunciato anche alla forma, e quell’arroganza fascista di cui parla Parise è oggi addirittura rivendicata come un diritto democratico. Non rivendicata da tutti, questo va pur detto, ma, nei fatti, accettata da tutti, e anche questo va detto. La croce, anch’essa svecchiata e privata di contenuto, non esce perciò dall’uso. Ma per carità, l’autore non vuole certo accodarsi a quelle schiera che imputa tutti i mali d’Italia a una supposta casta, che si presume estranea a una non meno supposta società civile. Con l’uso di queste parole di successo, che si crede siano strumenti di conoscenza, si trascurano e si ignorano interi fasci di connessioni, ottenendo il risultato di impedire l’accesso ai fatti. Servizi giornalistici, libri, spettacoli teatrali eccetera, spacciando di continuo teorie che si basano su tali vuote parole, assuefanno la nostra sensibilità e smussano il nostro senso critico. Nessun chirurgo opererebbe con strumenti tanto approssimativi e impuri. Più ci avviciniamo all’umano, più il nostro bisturi deve essere affilato e adeguatamente sterilizzato. La Democrazia Cristiana prima, e la democrazia cristiana diffusa oggi, non avrebbe così a lungo gestito e non gestirebbe il potere, col relativo e sempre più evidente fastidio di dover nel frattempo governare, se non avesse avuto, e non avesse ancor più oggi, una piena legittimazione da parte dei governati, in nome e spesso per conto dei quali il territorio è stato ed è dis-ordinato. (8) Non bisogna inoltre dimenticare che i governi che durano, e per governo intendo qui il sistema democratico cristiano nel suo complesso, finiscono per radunare nelle proprie mani una tale quantità di interessi così capillarmente ramificati, che arrivano a far desiderare il loro perdurare agli stessi co-interessati oppositori. La parola connivenza affiora; la parola sudditanza affonda. Perché una cosa mi è chiara: gli uomini stanno con altri uomini, e anche con altre creature, in un rapporto simbiotico: si toccano, si avvicinano, concrescono, si sviluppano insieme. Se isolo un singolo, o un gruppo di singoli dall’insieme, è come se pretendessi di descrivere natura e sviluppo concentrandomi su una foglia o sulla falange di un dito. Ma non è così che li si deve descrivere; anche la mano e il ramo e l’albero e l’animale e in definitiva tutto deve essere preso in considerazione, anche se l’elenco, prima o poi, deve interrompersi, se si vuole arrivare a qualche conclusione, cosa che tutte le persone intelligenti sentono e capiscono. Nessun uomo o gruppo di uomini potrebbe essere compreso se ognuno non fosse come gli altri, cioè: nessuno autenticamente se stesso. L’unica legge naturale che l’autore riconosce è: Esistono leggi naturali. Ad esse il singolo si informa, senza per questo conoscerle, né avvertire la forza che lo spinge ad applicarle secondo un protocollo altrettanto naturale. Si palesa così un movente generale: il periodo storico, il territorio, la natura stessa dell’essere umano. In questo caso, la natura dell’essere umano veneto:

“In fondo il veneto ha avuto il suo riscatto, e la sua cultura popolare, dal mondi moderno, il mondo della produzione e del consumo. Altro che Veneto bianco, cattolico, bigotto, eccetera, i luoghi comuni della politica! Il Veneto era, ed è, forte, barbaro, e dunque produttivo e dunque industriale”. (9)

Ecco, qui c’è qualcosa. Barbari. Non quei barbari abbronzati, depilati, palestrati e con gli occhiali da sole, che fanno surf sul mare delle idee, tratteggiati da Baricco; (10) e nemmeno i figli feroci e puri di una natura vergine, come i Goti o gli Unni. Questi barbari veneti sono un prodotto della civiltà: nati anch’essi per distruggere, distruggono costruendo, non hanno tempo per il surf. E in quel frammento di Parise c’è due volte qualcosa: chi scriveva si riconosceva barbaro egli stesso. C’è una punta di orgoglio in quelle righe, peraltro scritte in quell’interstizio (11) di natura vergine lungo il Piave, a Salgareda. È un orgoglio da cui l’autore del presente saggio non è immune proprio in quanto veneto. Il fatto che ora egli si limiti a distruggere il mondo sulla carta, battendo sui tasti di un portatile, anziché distruggerlo manovrando una macchina escavatrice o una betoniera, non fa gran differenza. Egli deve inoltre confessare che nella periferia diffusa in cui è nato e vive, (12) essendo il suo ruolo quello dell’osservatore, egli trova in tutto ciò che lo circonda stimoli continui e potenti. La forza che lo anima, egli lo sente e lo riconosce, è in qualche modo la stessa che sentiva Parise; né potrebbe essere altrimenti, visto che è stato prodotto proprio da quel brusco passaggio da civiltà contadina a civiltà industriale, ed è stato concepito e si è sviluppato in quel breve mentre che tutto ha trasformato. C’è naturalmente un retrogusto amaro, amarissimo. Impossibile non esserne dominati percorrendo quella strada che da Bassano porta a Pordenone, non per quanto il paesaggio sia cambiato, ma perché esso rappresenta, oggi come ai tempi di Piovene, “uno dei grandi modelli del paesaggio italiano”. (13)

1. Libera nos a Malo, Luigi Meneghello.
2. “Il mondo… visto dall’Altopiano pare un presepio”. Libera nos a Malo, Luigi Meneghello. Non è intenzione dell’autore attaccare Meneghello e la sua scrittura, semmai il modo in cui viene istituzionalmente, e dunque acriticamente letto, cosa che a dire il vero non riguarda solo il grande maladense, ma tutti gli scrittori veneti della sua generazione. Quest’ossessiva ricerca delle cosiddette “radici venete”, che si diffonde rizomaticamente grazie alla semina di denaro pubblico, raramente discende per li rami, preferendo sempre una più rassicurante riflessione sul passato, piuttosto che un’escursione nel presente. Questo uso consolatorio della letteratura è totalmente estraneo alla natura dell’autore.
3. Guido Piovene, Viaggio in Italia. Il viaggio iniziò nel 1953 e finì nell’ottobre 1956. (NdA)
4. Goethe, Viaggio in Italia.
5. PP. Pasolini, Lettere Luterane.
6. Giornale di Vicenza del 16/01/2008: La regione salva un filare di gelsi secolari. Un filare!
7. Goffredo Parise, Scritti vari, Opere, vol. 2, Mondadori.
8. “Ricordiamo che i sovrani, quali che siano, sono sempre il riflesso di una nazione, e non resterebbero tre giorni sui loro troni se fossero in contrasto con la loro anima”. Edmond e Jules De Goncourt, Journal, Aragno 2007.
9. Goffredo Parise, Veneto “barbaro” di muschi e nebbie.
10. Alessandro Baricco, I nuovi barbari, Fandango 2007. Detto per inciso, l’autore si chiede come sia possibile fare surf, su un mare così piatto.
11. Sul concetto di interstizio si veda: Mirko Zandini, Interstizi – Intervalli, da Paesaggi Ibridi.
12. Egli anzi si trova sempre più a suo agio nelle periferie, piuttosto che nei centri. Roma o Parigi, Londra o Lagos, Mombasa o Amburgo, Brema o BeninCity, e in definitiva ovunque abbia viaggiato e stazionato per un tempo sufficientemente lungo, sempre, quasi inconsapevolmente, l’autore si è ritrovato a vivere, con suo agio, in periferia. In effetti, nei centri si può essere solo dei turisti, anche se ci si vive; nelle periferie invece si può vivere anche di passaggio.
13. Guido Piovene, Viaggio in Italia.

7 Responses to “Estate di lettere – Vitaliano Trevisan”

  1. Carlo Cannella said

    A mio parere, oltre ad essere uno dei pochi autori italiani ad essere tradotti all’estero, Trevisan meriterebbe di essere uno dei pochi, o pochissimi, autori italiani ad essere letti in patria.

  2. Giovanni Nuscis said

    Un articolo davvero stimolante, su mali vecchi e nuovi, locali e nazionali. Prendo dalla bibliografia: 8. “Ricordiamo che i sovrani, quali che siano, sono sempre il riflesso di una nazione, e non resterebbero tre giorni sui loro troni se fossero in contrasto con la loro anima”. Edmond e Jules De Goncourt, Journal, Aragno 2007.

    Grazie. Un saluto.

    Giovanni

  3. lucy said

    argomento di grande interesse e ottimo per conoscere un altro autore veneto di spessore.
    per quanto concerne meneghello vorrei capire l’attribuzione di democristiano al passaggio “perché la gente…ha sempre continuato a vivere”, nel contempo mi urge una nota sul tema delle radici. credo sia inevitabile cogliere questo aspetto in tutti i libri che parlano di luoghi spiccatamente “regionali” e collocano le vicende nel passato.
    la storia del nostro paese rende questo ricorso quasi inevitabile, il suo variegato paesaggio, le lingue che vi si parlano non consentono di passare “oltre”. il forte colore locale salta agli occhi e produce letture nella direzione del”recupero” di radici e altro. ma non tutta la critica, di meneghello in particolare (che rimane molto poco letto), ha visto questo o questo soltanto. che meneghello non si dedichi principalmente ad un amarcord pur mimandone i gesti è del resto abbastanza evidente. all’autore preme filosoficamente stabilire una relazione tra gli oggetti e i nomi della lingua del “pappo e ‘l dindi”, poi tra questa e la lingua (straniera) italiana. per far questo fu inevitabile per lui lavorare su uno snodo critico, sul momento storico in cui si preparava il drammatico passaggio tra un’identità quasi esclusivamente rurale e una industriale e commerciale. il momento cioè dell’accantonamento di oggetti e stili di vita arcaici e dei nomi che li definivano. lo stesso processo, senza l’attenzione particolare al fatto linguistico, interessò l’altro grande luigi: malerba, scomparso lo scorso maggio. tre libri almeno furono pubblicati lo stesso anno, il 1963 (che anno!) sul tema della “perdita” del mondo rurale e della confusione indotta dalla modernità: libera nos a malo, la scoperta dell’alfabeto, marcovaldo. tutti e tre scelsero la strada dell’umorismo in luogo della denuncia. scelsero di far (sor)ridere perché forse c’era )c’è) da piangere. non mi pare di vedere in nessuno dei tre propriamente un ritorno alle o un salvataggio delle radici, né che la critica abbia visto in loro solo questo. credo si possa non parlare del passato in un romanzo che abbia per paesaggio il paesaggio veneto (sia esso la laguna, la pedemontana bellunese, i colli berici, le dolomiti…) solo se non si ha un’età sufficiente per avere un passato che possa dirsi tale.

  4. Roberto Plevano said

    Il breve saggio che abbiamo avuto la fortuna di leggere qui in anteprima è ovviamente uno stimolo a comprendere qualcosa in questi confusi tempi. Io spero che Trevisan stesso intervenga qui direttamente, ma devo dire che la sua presenza (assidua questa mese) in Veneto per reading e incontri (ancora domanisera giovedì 21 a Dueville) manifesta un’attenzione che va oltre il dato anagrafico. Io credo in Veneto la (migliore) letteratura abbia avuto un doppio rapporto con il terrritorio: è stata insieme una domanda sulle, e espressione delle, forme di vita, sui modi del pensiero, sull’identità sociale e territoriale. Qui si è percepito meglio di altrove la grande trasformazione dalla campagna all’industria, e d’altra parte l’industria stessa ha avuto una storia molto peculiare, nel quadro europeo più che italiano.
    Ancora. Gli scrittori veneti hanno prestato particolare attenzione alle esperienze letterarie “foreste”: il realismo di Piovene, per Parise il simbolismo francese de Il ragazzo morto, per Rigoni Stern la stile di Hemingway ne il sergente, per Meneghello il lavoro a Reading. Anche Trevisan, per consenso generale, ha preso a modello autori stranieri, visto che è difficile trovare una qualsiasi recensione dei suoi libri che non contenga i nomi di Beckett e Bernhard. Io credo invece che occorra leggere i libri di Trevisan senza un “retrobottega” letterario, l’uomo è un autore genuino e non derivato.
    Resta il fatto che Piovene, Parise, Meneghello, Rigoni Stern sono purtroppo morti, e il rapporto con la letteratura e la società si è interrotto in Veneto a metà anni settanta. E Carlotto, qualcuno obietterà? Carlotto dovrebbe scrivere il Grande Romanzo su cosa è stato il ‘77 in Veneto, la politica veneta, Autonomia Operaia, l’attuale cupola dirigenzial-affaristica distribuita tra Regione e vari consorzi industriali.
    Non ho capito bene che cosa intendi, Lucy, quando dici “credo si possa non parlare del passato in un romanzo che abbia per paesaggio il paesaggio veneto (…) solo se non si ha un’età sufficiente per avere un passato che possa dirsi tale”. Il passato ce lo abbiamo tutti, nolenti o volenti, consapevoli o no, e agisce comunque. La letteratura è (anche) una costante rielaborazione del / riflessione sul passato.

  5. lucy said

    “Quest’ossessiva ricerca delle cosiddette “radici venete”, che si diffonde rizomaticamente grazie alla semina di denaro pubblico, raramente discende per li rami, preferendo sempre una più rassicurante riflessione sul passato, piuttosto che un’escursione nel presente”. Questa mi pareva un’accusa (non trovo una parola un po’meno grossa) a tanta letteratura della mia regione, mentre intendevo esattamente quello che intende lei, Plevano, ma più in generale, sul passato. la differenza consiste nel fatto che il passato veneto sbuca da tutte le parti come si tocca l’elemento paesaggio perché credo che questo sia stato massicciamente, e in tempi abbastanza recenti, manomesso come in nessun altro luogo del nostro paese e, per di più, a velocità supersoniche. lo shock ambientale vuole i suoi cantori. non è l’unico tema “forte”, lo riconosco, ma abbastanza toccante da aver impegnato così a lungo tutti gli scrittori citati: senza, tuttavia, “rassicuranti riflessioni”. le “escursioni nel presente” riprodurrebbero probabilmente l’ambiente anonimo di città qualunque, globalizzate quantomai nel cibo, nel vestiario, nelle abitudini (l’ora dello spritz nel bàcaro è “happy hour”) mentre il ricordo di un mondo totalmente diverso è vivo ancora in gente relativamente giovane, che dunque ha un passato “veneto”. il presente è barbarico anche se gli attori di questo presente non lo sanno, o non gliene importa. da tutto questo non si salva neanche venezia, neanche le isole. mi auguro invece che gli scrittori veneti (quelli citati sono immensi e, ahimè, defunti) insistano con inquietanti riflessioni sul passato della mia regione.

  6. Roberto Plevano said

    Ciò, no sta darme del “Lei”. Son mia un siòr! Vecio magari… no se pol far gnente

  7. lucy said

    vedo che ti gà un passato come el mio: l’età gira e volta xe quea. alora te dago del ti. e ti xe anca un coèga.
    go proprio caro!
    lu

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