I disguidati
Posted by rferrazzi on August 20, 2008
Oltre ai dietrologi, la realtà contemporanea presenta almeno altre due sfaccettature singolari: i “disguidati” e i “flagellanti”. Dei flagellanti parlerò in una prossima puntata. Oggi vorrei intrattenervi sui disguidati.
Chi sono costoro? Quelli che hanno consumato la vita rincorrendo un sogno impossibile, poi tutt’a un tratto si trovano di fronte al fallimento e non ci vogliono credere. Non classificateli nella categoria degli “ultimi romantici”: non lo sono affatto. Sono rancorosi, permalosi, vendicativi. Non vogliono ammettere di avere preso fischi per fiaschi: è la realtà che ha sbagliato, mica loro. Ormai non cercano più la realizzazione di un (bel) sogno, ma solo una rivincita (possibilmente cruenta e da ottenersi con qualunque mezzo). Però se glielo fate notare si incazzano.
Anche il brano che segue fa parte del fantomatico romanzo di cui vi ho parlato e può darsi che contenga qualche riferimento poco comprensibile. Vi do la mia parola che in quei riferimenti non c’è niente di rilevante ai fini dell’episodio. Il protagonista si trova in uno stato mentale alterato: ha dei vuoti di memoria e ricorda a sprazzi. Si è perso in una zona semidesertica della Sierra de Guadarrama, ha incontrato un accampamento di gitani che l’hanno rifocillato. Gli torna in mente un episodio successo due mesi prima.
Robert voleva diventare qualcuno. Voleva far soldi, e tanti, per mandare tutti a quel paese, per essere libero. Era il suo chiodo fisso. La società era ingiusta e lui non riusciva a sopportarla. Sapeva di non poterla abbattere e tantomeno di costruirne un’altra, ma questo non gli imponeva di rivedere le sue idee: ci era troppo affezionato. E poi si sentiva abbastanza forte per sfruttare le contraddizioni di quella società che disprezzava.
Cominciò a comprare e vendere appartamenti. Gli andò bene e passò a interi stabili da ristrutturare. Poi gli capitò di mettere le mani su un prodotto con una bella quota di mercato. Si convinse che valeva la pena di prenderci dei rischi e venne a cercarmi. Mi spiegò come pensava di sviluppare l’attività: macchinari, stabilimenti, rete commerciale, finanziamenti. Era un accidente di progetto.
“Dovrai lavorare venticinque ore al giorno” gli dissi.
“Lo so. Per questo te ne parlo. Ho bisogno di qualcuno di cui fidarmi a occhi chiusi. Potresti essere tu. Ti do un’opzione fino al dieci per cento del capitale.”
Dovetti dirgli di no. Ero sicuro che avrebbe sfondato e mi dispiaceva buttar via una occasione, ma lo studio andava a gonfie vele e non mi lasciava tempo per altre avventure. Non mi rendevo conto di una cosa che in seguito avrebbe cominciato a pesarmi sulla coscienza: senza le entrature di Alberico non avrei battuto chiodo; senza Nicchia, Alberico non si sarebbe occupato di me. La contropartita del mio successo era un debito impossibile da saldare; mentre, se avessi collaborato con Robert, sarebbe stato lui a essere in debito con me. Ma io credevo solo in me stesso. Volevo farmi strada usando gli altri senza farmi usare. Quello era il mio obbiettivo primario, e pensavo che una volta affermato avrei potuto ricuperare anche gli obbiettivi secondari. Si ragiona così, da giovani, quando si guarda il futuro e non si vede il fondo.
Le persone, quando le perdi di vista, è come se restassero depositate in una cella frigorifera. Quando poi te le ritrovi davanti all’improvviso, non sono più quelle. Sono cambiate loro; sei cambiato tu; chi lo sa? Robert l’ho rivisto a Losanna due mesi fa. Non so come ci sono capitato. A dir la verità, non sapevo neanche dove andavo. C’era stata l’eclissi e il tempo si era fermato. Il mondo si era bloccato su un fotogramma e io vedevo e ascoltavo, ma nessuno parlava con me. Erano morti tutti. Almeno, così pareva. Poi il fotogramma cambiò: ero a Losanna, in un bar-ristorante che aveva per insegna un cinque di cuori. Questo lo ricordo bene. Ricordo l’insegna, la strada, il lago. Robert era là, solo, seduto davanti a una bottiglia. Alzò gli occhi. Mi riconobbe, ma senza sorridere. Con un gesto della mano mi invitò a sedere.
“Prendi un bicchiere, avvocato. Alla tua salute. Tu hai capito tutto.”
Bevemmo in silenzio. Poi lui mise giù il bicchiere e tornò a fissarmi.
“Quando penso a te un po’ ti mando a quel paese, un po’ mi dico che avevi ragione. Merde! L’azienda fa profitti. Un ragioniere direbbe che è un successo. E invece è al capolinea. Non ci sono più margini per espandersi, non vale la pena di fare investimenti. C’è solo da tirare i remi in barca, fare cabotaggio, sopravvivere.”
“E tu diversifica. Entra in un altro mercato.”
Scosse la testa.
“Non ce la faccio più. Ci vorrebbe la grinta di un giovane. Ma in una azienda senza prospettive vengono solo gli smidollati, quelli che lavorano per lo stipendio.”
“E allora vendila e goditi la vita.”
Aggrottò le sopracciglia.
“Vendere? A chi? I concorrenti stanno appollaiati su un ramo, come avvoltoi. Aspettano. Perché spendere soldi per comperare una mela che cadrà da sola, un giorno o l’altro?”
Era lui, Robert, che era arrivato al capolinea. Aveva passato la parte migliore della vita correndo ventre a terra, rincorrendo un falso scopo. Quando si era fermato e aveva alzato la testa si era reso conto di non avere più obbiettivi.
“Ma se tutto fosse andato come volevi tu, cosa ci sarebbe di diverso?”
“Che domande! Sarei libero.”
“Ah davvero? Supponi di essere a capo di una azienda in espansione. Ogni anno raddoppi il fatturato, ti quoti in Borsa, apri filiali in tutto il mondo. E allora? Pensi di essere libero? Quando mai hai trovato il tempo per godere i tuoi successi? Un’impresa è un moloch che ti assorbe tutto, ti prosciuga fino all’ultima goccia.”
I suoi occhi erano finestre buie, specchi senza espressione. Non rispose. Alzò le spalle. Aveva ancora gli occhi sognanti. Provai a insistere.
“Robert, le scelte sono libere finché non le fai. Ma una decisione, una volta presa, è come un muro. Tu l’hai costruito e tu proibisci a te stesso di passare di lì.”
Lui si versò un altro bicchiere e chinò la testa. Bevve, e tornò a guardarmi. Adesso aveva gli occhi pieni di collera.
“Sei sempre quello di allora. Piovi qui, gonfio del tuo successo di leccaculo internazionale, e ridi di me.”
“Non rido affatto, e non ho proprio niente di cui essere gonfio.”
Non mi fece caso.
“Perché ti ho fatto bere alla mia bottiglia? Non hai voluto berci allora. Vuoi sentirti dire che avevi ragione tu? OK, avevi ragione. Congratulazioni. Adesso te ne puoi andare.”
“Robert…”
“Fuori dai coglioni!”
***
La fiamma non c’è più: il fuoco è diventato cenere e braci. Le vecchie dormono. Gli uomini sono spariti. La gitana si volta verso Giorgio.
“Il tuo amico gode a compatirsi.”
“È vero. Ma non posso neanche dargli tutti i torti.”
“E pensi di poter salvare capra e cavoli?”
Giorgio fissa la gitana senza dire una parola. È lei che torna a domandare.
“Poi cos’è successo?”
“Me ne sono andato. Mi sentivo colpevole di non sapere cos’altro avrei potuto fare. Non lo so neanche adesso.”
Giorgio guarda a terra e non sa cosa pensare.

















Stella maria said
Cro Riccardo,
ho letto. Intensità narrativa peggiore o migliore dell’altro? non saprei. E’ una riflessione sulla vita, realistica e come ogni cosa reale la si può vedere da molte parti. La realtà è poliedrica e dipende dal lato o faccia da cui la vedi.
i disguidati: ognuno di noi insegue sogni, penso sia l’istinto umano della sopravvivenza. Impossibili? forse, dipende sempre dalla nostra volontà, dal sogno e dal fattore “C”.
Tipico dell’essere umano è l’insoddisfazione sempre e comunque, il piangersi addosso come dice la gitana: “godiamo a compatirci a autocommiserarci” Perchè? la felicità fa paura? godere dei nostri successi ci inquieta e fa pensare che ora arrivi la tempesta? o spendiamo solo troppo energie nel raggiungere l’obiettivo che alla fine arriviamo depressi alla meta con neanche più un briciolo di forza per goderci la meritata vittoria?
Mi hanno insegnato a puntare sempre in alto ma a saper godere di ciò che si ha. Sembra una contraddizione invece è solo la “ricetta giusta” per assaporare la vita e le sue difficoltà come i suoi successi.
In fondo la gitana ha ragione, non è forse lei stessa la metafora della vita? corri, corri e poi la cosa più bella è lì in quella mano che ti accoglie e ti rifocilla, che tu sia un vincente o un perdente, perchè la vita è tutta qui. La vita è una gitana senza meta e fissa dimora, che vive come viene e come va, libera e felice, piena di luci e colori, un sorriso e una mano che si tende e l’amara constatazione che si è infelici per il puro gusto di esserlo.
rileggerò il tuo racconto questo è un primo commento ad una prima lettura ed ora devo lasciarti per dar da mangiare a una piccola gitana di 9 mesi, prima che urli il suo bisogno di essere saziata.
un abbraccio
Stella
robertorossitesta said
Caro Riccardo,
bellissimo. C’è il Tempo che passa portandosi via forze e illusioni e c’è, in particolare, la follia del nostro tempo (del capitalismo forse, come si diceva secoli fa?), dove “un’azienda che fa profitti, invece d’essere un successo, è al capolinea, poiché non ci sono più margini per espandersi, e non vale la pena di fare investimenti: c’è solo da tirare i remi in barca, fare cabotaggio, sopravvivere”.
Da queste bellissime pagine, se non nascerà un romanzo, una raccolta di racconti salterà fuori senz’altro (la scrittura è come il maiale, diceva con una brutta immagine uno che se ne intende).
Complimenti e un caro saluto,
Robert(o)
Chiara Daino said
Riccardo,
– concordo e spero sia [presto] romanzo! [anche] a nome di chi: guarda. Fisso.
Di chi – spesso – DEVE *riscattare* i disguidati “ventre a terra”.
E mi/ri chiedo: Robert persona/personaggio ha prole? Ne vuole? Si confina rel *ruvido rancore* – o esige/impone che il frutto della sua frustrazione viva la vita che lui ha mancato?
Il CONSUNTIVO è un tempo-timer: nel bene, nel male. Si esplode nelle “somme”. Saldo che sia – non siano i figli a pagare.
un abbraccio
Chiara
riccardo ferrazzi said
Grazie a tutti! Siete troppo buoni. Spero di non deludervi con il terzo brano. Stella: naturalmente hai ragione, ma la ricetta è tremendamente difficile da mettere in pratica. Non riesco a impedirmi di provare comprensione e perfino un po’ di simpatia per Robert. Rorote: colpa del capitalismo? Chissà. Temo che la colpa vada ricercata ancora più indietro, nella nostra natura inevitabilmente competitiva. Chiara: sei l’ultima persona dalla quale mi sarei aspettato questa domanda! Niente da fare: Nikita è sempre sorprendente! Ma per non lasciare inevasa la domanda (giustissima e probabilmente vissuta) ti dirò: sì, è probabile che Robert abbia rotto profondamente i coglioni a suo figlio cercando di spingerlo a proseguire sulle sue orme, ma da qualche tempo non sa più cosa fare. Ha perso la fiducia in se stesso.
Chiara Daino said
A te! Grazie – Grande – Riccardo!
Più che *fattore sorpresa* Niki è un *fattore fastidio* – provato “a pelle”. E per interposta persona: il tuo personaggio è personalità che PUò e DEVE *toccare il tempo* alle sue – proiezioni di carne/ossa, rancore/lamento.
Io ho montalianamente metabolizzato dai miei genitori CHI NON SONO, CHI NON VOGLIO ESSERE. Pur, nel tempo che fu [l'anno scorso]: cercando di spiegare ai giovani cantanti di un corso L’IMPORTANZA DEL TESTO [non sono bei disegnini delle labbra! giuro!], chiesi – a tutti “perché, il/la cantante?”.
Indovina la risposta più quotata? “Mah, non so… E’che mio padre, mia madre, mio zio, mia cugina di ottavo grado… etc..”
Curioso sapere l’evolversi/involversi di Robert!
“Souviens-toi que le Temps est un joueur avide
Qui gagne sans tricher, à tout coup! c’est la loi.
Le jour décroît; la nuit augmente; souviens-toi!
Le gouffre a toujours soif; la clepsydre se vide.
Tantôt sonnera l’heure où le divin Hasard,
Où l’auguste Vertu, ton épouse encor vierge,
Où le Repentir même (oh! la dernière auberge!),
Où tout te dira Meurs, vieux lâche! il est trop tard!”
[Baudelaire]
Un abbraccio
Niki
Stella maria said
Anche io ho simpatia e comprensione per Robert.
invece non ti ho fatto i complimenti per il post che è molto bello e te li faccio ora
un abbraccio
Stella