La sera del prima e del dopo
Posted by Gaja Cenciarelli on September 15, 2008
Quella sera lui era nervoso. In genere era a suo agio nella guida: amava guidare e non si stancava mai. Anche sua madre – generalmente critica nei confronti dell’universo – aveva ammesso che il suo ragazzo era affidabile e coscienzioso.
Però quella sera era agitato: dava colpi di clacson, guidava a scatti, frenava e ripartiva e lei era stufa di sentirsi sballottata avanti e indietro sul sedile. Era l’11 novembre 1992. Stavano andando a cena fuori Roma da alcuni parenti di lui.
Ma perché è così nervoso? Non stiamo nemmeno litigando…, il che era davvero una novità per loro.
Lui imboccò la Flaminia. Sarebbero arrivati di lì a un’ora. Lei aveva fame: l’unico motivo per il quale era felice di essere stata invitata a casa della zia del suo ragazzo era esattamente quello: sapeva che la cena sarebbe stata notevole, e aveva intenzione di approfittarne.
Si ritrovò a testa in giù senza nemmeno sapere perché. Penzolava – e in una frazione di secondo pensò che si sentiva un salame, un prosciutto, un insaccato, e che aveva messo la cintura, cosa che non faceva mai, e che quindi non sarebbe potuta cadere, e che non stava gridando, e che il suo ragazzo la cintura non l’aveva, e che stava vedendo le scintille che schizzavano dalle lamiere, e che se le scintille avessero raggiunto il carburatore sarebbero morti bruciati, e pensò, anzi no, vide sua madre e suo padre davanti alla televisione, e il gatto, il suo splendido gatto bianco di due mesi raggomitolato sul divano, e le venne da piangere al pensiero che non l’avrebbe più baciato, né accarezzato, e che sarebbe morta proprio ora che aveva un gatto, dopo averlo tanto desiderato, pensò che quando si è in punto di morte si vede tutta la propria vita come in un film, ma lei vedeva solo sua madre e suo padre davanti alla televisione e il suo gattino bianco raggomitolato sul divano.
Quando la macchina si fermò lei capì di non essere morta, e che non sarebbe morta.
Il suo ragazzo uscì per primo, carponi. Lei gli chiese di liberarla, ché non riusciva a trovare il gancio della cintura di sicurezza. Lui si infilò nell’abitacolo e lei cadde con un tonfo sordo sul tetto della macchina. Si trascinò fuori.
Mentre il suo ragazzo inveiva, piangeva, dava pugni alla macchina distrutta, si teneva la spalla dolorante, lei si guardava le mani infilzate di schegge. Il corpo. Si fermò un attimo accanto al guard rail. Una ragazza piangeva, lei andò a consolarla dimenticandosi di pensare al suo corpo. Dopo qualche minuto fu certa di stare bene. Non aveva nulla di rotto. Quella ragazza che piangeva era la responsabile del loro incidente. Aveva solo il foglio rosa.
Arrivò l’ambulanza, e i portantini, di fronte allo sfacelo della macchina, dissero: «’ndo stanno i morti?»
Lei rispose, gelida: «I morti siamo noi».
Li caricarono sull’ambulanza e lei pregò di arrivare viva e sana in ospedale. Al suo ragazzo venne diagnosticata la lussazione della scapola. Quaranta giorni di fasciatura e di immobilità.
«Lei si sente bene?» le chiesero.
«Benissimo, grazie».
«Mal di testa, mal di schiena… Qualche dolore?»
«No, niente di niente».
Felice e sollevata che fosse davvero così.
Più avanti, la famiglia di lui le rimproverò di non aver nemmeno finto un colpo di frusta. Per l’assicurazione, sai com’è.
Mentre erano all’ospedale, lei chiamò il suo migliore amico, con il quale aveva da poco litigato. Gli spiegò cos’era successo. Lui si precipitò da loro, e li accompagnò da un comune amico infermiere.
«Cos’hai?» le chiese l’amico infermiere.
«Io? Io niente. È lui che ha bisogno di cure. È lui che si è fatto male». Si stupì che l’amico infermiere si fosse rivolto a lei. Sorrise, scrollando le spalle.
Solo allora l’amico infermiere si rese conto che il suo ragazzo aveva la spalla fasciata.
Qualche giorno dopo confessò che la prima cosa che aveva visto era stato il viso di lei: di un biancore spettrale, cadaverico. Si era spaventato a morte.
L’amico che era andato a prenderli li portò a casa: prima lui, poi lei.
Sul portone di casa la abbracciò fortissimo e le sussurrò, con le lacrime agli occhi: «Se penso che ho rischiato di non vederti più…».
Lei lo strinse, riconoscente, serena. Si sentiva al posto giusto.
Quando salì in casa era molto presto. Era tornata prima rispetto all’orario cui i suoi genitori si sarebbero aspettati di vederla rientrare.
«Come mai?» sussurrò la madre, accendendo l’abat jour.
«Un problema al motore. La macchina non partiva».
La madre la guardò, indagatrice. «Ne parliamo domani. Buonanotte, allora».
«Buonanotte».
Sotto le coperte pensò che era viva e che invece poteva essere morta.
Si addormentò, pensando al suo amico che si era precipitato da lei malgrado qualche giorno prima avessero litigato. Amava il suo amico. Sorrise.
Il giorno dopo si accorse di avere tutta la scala cromatica sul basso ventre. La cintura di sicurezza aveva fatto il suo dovere, e ora il dolore era acutissimo. Raccontò tutto a sua madre, che non le parve affatto stupita.
Ogni tanto scappava il camera sua o in bagno perché non riusciva a trattenere degli improvvisi, torrenziali scoppi di pianto e si vergognava di singhiozzare davanti ai suoi.
Verso sera squillò il telefono. Era sua zia. La sua adorata zia.
«Non dire niente a tua madre. Sai com’è fatta. Domani mi ricovero».
«Perché?» riuscì a balbettare lei.
«Ho un nodulo al seno. Ce l’avevo da un po’, ma il nostro ginecologo di famiglia mi aveva detto che era solo una ghiandola…»
«E non lo è?»
«No. Non lo è. Ma non dirlo a mamma».
«Zia, non posso. Tua sorella non è una stupida. Vuoi che non capisca?»
«Ma si tratta solo di un paio di giorni…»
«Ha il diritto di sapere».
La zia si ricoverò il giorno dopo, rimase in clinica una settimana: la diagnosi fu cancro al seno con metastasi al fegato. Lei chiese al suo ragazzo di non lasciarla sola quell’estate, lui le rispose che se non fosse andato in vacanza con gli amici non sarebbe nemmeno riuscito a starle vicino. Lei ingrassò trenta chili, sua zia morì il 30 settembre 1993.
L’immagine è di Jerry Uelsmann.

















viola amarelli said
Il tuo ritmo narrativo va sempre più migliorando, Gaja, davvero. E anche lo sguardo, polifonico, sulla realtà: “Più avanti, la famiglia di lui le rimproverò di non aver nemmeno finto un colpo di frusta. Per l’assicurazione, sai com’è.” è di fatto una tipica reazione italiana, un abbraccio, Viola
sparz said
“sguardo polifonico” mi sembra proprio la parola giusta, cara Gayakks, ottimo crescendo, vai così.
fabrizio centofanti said
quando qualcuno è a testa in giù mi ricorda sempre il calviniano Castello dei destini incrociati, col tarocco dell’Appeso che dice: ho fatto tutto il giro e ho capito: il mondo si legge all’incontrario.
ecco, Gaja, penso che questo tuo bel racconto lo confermi.
Gaja said
vi ringrazio tanto, tutti.
non so se il mio ritmo narrativo vada migliorando, cara viola, mi rendo conto che questo racconto ha assunto il ritmo che voleva lui senza che io abbia fatto nulla (di consapevole) per crearlo: più passa il tempo e più mi accorgo che ogni cosa che scrivo vien fuori con la sua forma specifica. non so se riuscirei a scrivere così sempre. non per il mio romanzo, certamente.
però è vero, in questo caso era giusto così.
vi abbraccio.
riccardo ferrazzi said
Il mondo è all’incontrario? Oppure siamo noi che vorremmo rovesciarlo come una clessidra? E siamo sicuri che, una volta rovesciato, starebbe meglio?
I migliori racconti sono quelli che non danno risposte, ma fanno sorgere un sacco di domande. Grande Gaja!
Gaja said
sei un tesoro, richard TLH, grazie di cuore.
(sono d’accordo sui racconti che fanno sorgere un sacco di domande…)
un bacione:*
nadia agustoni said
Ciao Gaya, anche io concordo con Viola.
Auguri per il tuo romanzo.
Gaja said
Crepi il cacciatore, Nadia! ;))*
Grazie mille di tutto, dell’attenzione e dell’incoraggiamento.
lucy said
hai il dono prezioso, gaja, di condensare eventi travolgenti in “prime volte” e in “prima e dopo”, senza sconti, senza scampo. così molte si affoltano le domande e poche le risposte. come è giusto che sia. però, anticamente, sapientemente, tu non lasci del tutto solo il tuo lettore: tu lo conduci e lui, povera creatura, va da qualche parte, si mette da qualche parte, pensa almeno una cosa, o due, e non si sente abbandonato di fronte all’ignoto della pagina.
“c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d’antico”.
Gaja said
“di condensare eventi travolgenti in “prime volte” e in “prima e dopo”, senza sconti, senza scampo. così molte si affoltano le domande e poche le risposte.” è vero. è così che faccio, non so se bene o male, ma lo faccio sempre – quando scrivo e nella mia vita… grazie di avermi saputo leggere, mia lulù:*
jolanda catalano said
Quante cose hai detto, Gaja, in questo racconto! E quante altre ne hai fatto intravedere! Sai già che apprezzo il tuo stile quindi desidero soffermarmi per qualche riflessione.
Per una vita salvata, un’altra invece va.
Un ragazzo insensibile, una ragazza ingrassa 30 chili, la zia muore giorno 30.
Seppure con un altro tono, ecco ancora il dolore della donna, un dolore diverso da quello dei tuoi precedenti racconti, ma sempre, un dolore devastante.
ti abbraccio
jolanda
elio said
Nonostante il tema cupo, si legge con vero piacere.
Gaja said
@Jolanda: sono senza parole per le tue osservazioni. non avevo notato certe “coincidenze”… grazie infinite.
@Elio: ti ringrazio davvero. un abbraccio.
Elio said
Ricambio l’abbraccio :-)