Lettera a una studentessa

pubblico, perché mi sembra molto bella, e anche urgente, questa lettera a una studentessa che Nichi Vendola ha pubblicato in prima pagina su Liberazione di ieri 30 ottobre. [a.s.]

Non hai un solo nome, sei un soggetto plurimo, sei una moltitudine, sei maschile e femminile. Eppure voglio scriverti pensandoti come un singolo, anzi come una singola. Si, come una studentessa: e non certo per pelosa galanteria, ma perché la “cosa” che incarni è così poco militarizzata e gerarchizzata che mi offre una declinazione al “femminile” dei pensieri che mi ispiri. E dunque, cara studentessa anti-Gelmini: ti spio, ti annuso, provo a decifrare il tuo lessico, cerco di indovinare i tuoi gusti e le tue passioni. Hai la faccia anche della mia piccola Ida, che è andata al suo battesimo con la piazza con la serietà con cui ci si presenta ad un esame scolastico. Il suo primo corteo. Mi sono imposto, per una questione di igiene politica, di non fare paragoni (il 68, il 77, l’85, la pantera): quei paragoni che dicono molto della nostra vecchiezza e poco della giovinezza di chi compone le forme nuove della ribellione al potere. Ho cercato di non sovrapporre la mia epopea, la mia biografia, la mia ideologia, al corpo sociale che tu rappresenti, al processo culturale che tu costruisci, alla radicale contraddizione che tu fai esplodere con la fantasia e il sarcasmo dei tuoi codici comunicativi e della tua contro-informazione.
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Parole di carne e ossa : Alaide Foppa

Costa poco la parola, anzi, non costa nulla. Tanto, la si dice soltanto e dire non è fare. Dire non vale. Non è vincolante. Non è una promessa. Si può sempre tornare indietro, tanto l’ho solo detto. Siamo abituati a poter dire tutto ciò che vogliamo senza temere alcuna conseguenza e infatti diciamo tutto, siamo circondati di parole e produciamo in continuazione fiumi di parole, parliamo senza fine, senza pensare, scriviamo, leggiamo, pensiamo, le parole non ci lasciano mai in pace ( e nemmeno noi a loro concediamo un attimo di tregua), ci girano sempre intorno, le sentiamo, ma non le ascoltiamo e se le ascoltassimo, scopriremmo che il più delle volte non significano nulla. Tutto è possibile, tutte le parole sono permesse e in questo fiume traboccante le parole non si distinguono più. Continua a leggere

La vita DELLE COSE

GRAMMATICHE DELLE EMOZIONI PER LE MERCI DEL PRESENTE

A cinquant’anni di distanza dai «Miti d’oggi» di Barthes tre libri analizzano da prospettive differenti oggetti e comportamenti della contemporaneità. Ma urgono nuove griglie interpretative
Vanni Codeluppi

Fin dall’antichità gli oggetti hanno avuto significati che andavano oltre il semplice valore d’uso e di scambio. Oggi, però, per gli effetti del marketing e della cultura del consumo, la loro capacità di «comunicare» si è moltiplicata a tal punto, che è sempre più difficile intrattenere un rapporto equilibrato con questo flusso vischioso di significati sempre nuovi e sempre più numerosi. Non solo vivere nell’ipermodernità vuole dire vivere immersi in mezzo agli oggetti, ma la distanza tra i soggetti e gli oggetti si è ridotta sensibilmente. In altri termini oggi, come diceva Baudrillard, è l’oggetto che ci guarda, e ci coinvolge in profondità. Alcuni libri recenti consentono tuttavia di ragionare sulla possibilità di ristabilire nuovamente una distanza tra noi e gli oggetti, quella distanza che in passato ha consentito lo sviluppo di uno sguardo critico. Continua a leggere

Una strana riflessione su Ferito a morte, di Raffaele La Capria

Palazzo Donn'Anna - foto E. Tarantino, 2005Per quale ragione, sottilmente autolesionista, uno dovrebbe prendersi la briga di mettere in discussione un monumento della letteratura come Ferito a morte, di Raffaele La Capria? L’enorme fortuna critica di cui ha goduto fino ad oggi (ricordo solamente il recente saggio di Leonardo Colombati pubblicato su Nuovi Argomenti lo scorso anno), come una agguerrita guardia presidenziale se ne sta lì in difesa della sua solidissima reputazione.
Perché dunque intaccare, timidamente, una tale consolidata unanimità?
Per una ragione molto semplice: la lettura di Ferito a morte (FAM) mi ha suscitato qualche domanda. E parecchi dubbi sia sul contenuto che sulla forma.

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Donne, da Nasser ai fondamentalisti la stessa repressione

 

di Guido Caldiron

«La religione è un’ideologia politica. Qualcuno ritiene che la religione riguardi la moralità: no, se si studiano i testi sacri non c’è moralità. Nei libri sacri c’è una doppia moralità: una moralità per gli uomini e una moralità per le donne; la poligamia per gli uomini, la monogamia per le donne; persino nel cristianesimo, nell’ebraismo, c’è la poligamia per gli uomini. Ogni qualvolta si ha un doppio principio non c’è moralità, perché la moralità significa uguaglianza. Quindi non c’è nessuna moralità nella religione: c’è la politica, c’è il capitalismo, c’è il feudalesimo, c’è la schiavitù, c’è l’inferiorità delle donne, c’è l’uccisione degli infedeli, c’è il concetto di verginità, c’è il delitto d’onore». Continua a leggere

A me chi ci pensa?

Sonia Marra è scomparsa da due anni.
Era una studentessa che lavorava part time come segretaria per la
scuola di teologia della diocesi di Perugia. Emanuela Orlandi è
scomparsa da 25 anni, suo padre all’epoca era commesso della
prefettura della casa pontificia. La frase che accomuna queste due
sparizioni, quantomeno nei commenti comuni è: “Tanto so’ stati i
preti!”
E da quella frase alla stura di “facciamo vendere i beni alla Chiesa”
alle perplessità su questo Pontefice dall’aria restauratrice e ogni
altro tipo di luogo comune del genere il passo è brevissimo.
E a me, chi ci pensa? Continua a leggere

Tori, Hemingway e altro (seconda parte)

Il toro da combattimento ha le corna ma, se è per questo, le hanno anche i tori delle razze mansuete, le hanno anche le vacche da latte. Quando è libero nella dehesa, nei campi sterminati della Castiglia e dell’Andulsia, il toro selvaggio è indolente come tutti i bovini. Non chiede di meglio che essere lasciato in pace a pascolare. Il timore che suscita è contenuto in ciò che non fa, ma tutti sanno che può fare. A distinguerlo dagli altri bovini c’è soltanto il morrillo, il fascio di muscoli che gli gonfia il collo come una gobba. È quello il segno caratteristico di un animale che, a quattro anni, è capace di scattare al galoppo con la velocità di un purosangue, fermarsi, voltarsi e tornare a caricare senza prendere fiato. Quel fascio di muscoli lo distingue dal toro delle razze da carne che nel resto del mondo viene macellato a diciotto mesi, o anche prima, per fare bistecche. Continua a leggere

Linguaggio di M., di Andrea Sartori

 

«Conobbi quel tizio, di cui ricordo solo l’iniziale del nome di battesimo – M. – all’epoca del mio insegnamento a Venezia. Poteva chiamarsi banalmente Maurizio, o Mario, o fregiarsi d’un ben più nobile appellativo, come Manfredi, proprio non lo rammento, nonostante negli ultimi tempi abbia pensato a lui abbastanza frequentemente. Costui era solito attendermi all’uscita dell’aula, dopo la lezione del mercoledì. Non mi capitava mai di notarlo mentre esponevo il contenuto dei libri della Fisica di Aristotele, in fondo aveva un viso anonimo, simile a quello di tanti altri ventenni che frequentavano il corso – anche se, devo dire, la mia classe, a differenza di quella del collega di storia della filosofia contemporanea, era sempre piuttosto striminzita – ma invariabilmente mi imbattevo in lui quando, all’uscita, l’aula deserta, facevo per varcare, con i miei libri ed i miei fogli sottobraccio, le porte girevoli alla fine delle ripide scale che conducevano fuori dall’emiciclo delle lezioni. Continua a leggere

Raul Montanari, La prima notte

Raul Montanari, La prima nottepp.280, Baldini Castoldi Dalai, euro 16,80

di Ade Zeno

Sheherazad fascinosa e bambina destinata a lasciare il segno e a imprimersi nella nostra memoria con la forza di una piccola travolgente icona, la giovane donna che ci racconta la sua adorabile e oscura storia ha un nome dolce, armonioso, sensuale come la voce che immaginiamo di sentire durante tutto il lungo, abissale percorso narrativo disegnato con la solita perfetta sapienza dalla mano sicura che ha ormai reso celebre la scrittura di Raul Montanari. Continua a leggere

DA CARITO ALLE DONNE

Le primavere compiute da Càrito sono sessanta;
ma la cascata delle trecce è nera.
Piccoli coni di marmo, si drizzano ancora sul petto
le poppe, sciolte d’ogni fascia nude.
Senza una ruga, la pelle distilla d’ambrosia, di mille
vezzi e lusinghe fascinose, ancora.
Se non v’allarmano brame furenti, amatori, venite,
scordatevi la decade degli anni.

                                                                                                      Filodemo
                                                                        (Grecia II-I secc. a.c. , tr. Filippo Maria Pontani)

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La mia naja, tra sogno e realtà

di Franz Krauspenhaar

Ancora mi succede. Nel pieno rimbombante del sogno, sono in una caserma. Non è la solita, non è una delle caserme che ho frequentato da militare. Ha il tetto basso come un seminterrato, anzi è un seminterrato. Su questo tetto poco più in alto delle nostre teste, che ci racchiude come in una scatola di soldatini semoventi, quasi fossimo delle opere di uno scultore postmoderno e iperrealista, una plafoniera enorme, cioè lunghissima ma stretta non più di mezzo metro, che emette una luce spettrale. Nella camerata-seminterrato ci sono solo delle brande abbastanza classiche, con lenzuola e coperte verdi militare; il pavimento è di linoleum chiaro. L’atmosfera è di cupa rassegnazione. Sono seduto su una delle brande, in mutandoni di lana e maglietta verde (c’è una foto che mi ritrae in questa mise nella realtà, seduto nella mia caserma del CAR assieme a un caporalmaggiore e a un altro tizio in pigiamino di lana portato direttamente dal supermercato sotto casa), ho la testa abbassata del calciatore seduto in panchina dopo una sostituzione non gradita ma necessaria per mancanza di fiato. Continua a leggere

A MOSQUITO, MY LIBIDO

A Mosquito: «Non piove.
Grandina: flagello di frasi. Come bossoli per lo scoppio di meningi: troppi stimoli. Torture che lego a tempesta: notizie e nozioni, fatti e fitte. Schermi e sentimenti. Mordo il freno, rimuovo la placca, il Tartaro avanza: il belpaese infernale? Il belmondo dorato? È felice una facile finzione? Marcio, miseria, morte: ovunque! Assedia l’amazzone e proteggi il pappone? Quale politica? Terapia in parlamento? Un altro cellulare. Controlla la linea, collega, ricorda, dimentica! Subisci. Silenzio! Le grida, la bambina… Continua a leggere

Il soprabito attillato

Avevo un soprabito attillato che mi dava importanza, soprattutto quando andavo a leggere all’ambone, convocato da un padre di nome Jesùs. L’altro si chiamava Serafino, piccolo e calvo, dinamico, con una voce stridula dal forte accento spagnolo. Era la chiesa di riserva: quella grande e fredda, tutta bianca, si trovava in cima alla collina, alla fine di uno scalone immenso, per ricordare che il paradiso te lo devi guadagnare. L’edificio era dei tempi del fascismo, credo, come gran parte del quartiere. Mi sentivo imbarazzato di fronte a tanto sfoggio di potenza: forse fu lì che accentuai la mia tendenza al riserbo e alla misura. Più l’architettura mostrava i muscoli, più mi rifugiavo nel silenzio dei miei libri. Fui tra gli ultimi a imparare il catechismo in forma di domanda e risposta: Chi è Dio? Dio è l’Essere perfettissimo. Me l’immaginavo freddo come i marmi del Ventennio, imponente come le enormi statue bianche che mi squadravano dall’alto. Non ricordo di aver notato differenze fra l’opuscolo del catechismo e quello della scuola guida, una decina d’anni più tardi. In fondo si trattava di motori, uno dei quali era detto immobile. La corte celeste era il Ministero dei trasporti e la condanna all’inferno una sorta di ritiro di patente. La fede è un dono miracoloso se resiste alle insidie dell’Istituzione. E se fossero queste incongruenze a rivelarti un Dio che non è mai perfettissimo, ma ha la faccia del mendicante accucciato fuori della chiesa, un Dio che non è affatto immobile, ma ha le gambe velocissime dello zingarello che ti ruba il portafoglio? Forse, Dio, lo trovi solo se rinunci al soprabito attillato che ti dà importanza, quando la scala da salire resta l’unico titolo di cui fregiarti, la chiave per comprendere la vita, anche se padre Jesùs o fra’ Serafino, col suo forte accento spagnolo, non ti chiamano più, per leggere all’ambone.

(versione audio)

Incula il prossimo tuo


Se il nuovo credo di Pier Luigi Celli, attualmente direttore dell’Università Luiss di Roma, si riassume nel titolo del suo ultimo libro “Comandare è fottere” (sottotitolo: “manuale politicamente scorretto per aspiranti carrieristi di successo“) allora il primo comandamento non può che essere: incula il prossimo tuo.
Celli, scusa, osceno per osceno, chiamiamo le cose con il loro nome. Continua a leggere