Il ventennio di Berlusconi
Posted by fabrizio centofanti on October 3, 2008
di Alberto Asor Rosa
Nel corso dell’estate, sottovalutando il rischio che il solleone avesse ulteriormente infrollito il già scarso acume dei commentatori politici e giornalistici italiani, ho pubblicato sul questo giornale (6 agosto) un articolo («Più del fascismo»), in cui mi sforzavo di collocare Berlusconi e il berlusconismo nel solco della storia italiana contemporanea. Apriti cielo: quali analogie ci possono essere mai tra Berlusconi e Mussolini, tra berlusconismo e fascismo? Ovviamente nessuna: non sono mica scemo. Io non ho inteso – e non ho scritto – che Berlusconi è come Mussolini né che il berlusconismo è come il fascismo: io ho inteso, e scritto che – nella specificità e peculiarità delle rispettive identità – sono peggio . Di questo inviterei a discutere, non delle fittizie (e talvolta tendenziose letture) che di quel testo sono state date. Per favorire tale (peraltro improbabile) obiettivo aggiungerei qualche argomento al già detto. Richiamo l’attenzione (se c’è ancora qualcuno disposto a prestarmene) sull’«incipit» di quell’articolo: «Il terzo governo Berlusconi rappresenta il punto più basso nella storia d’Italia dall’Unità in poi». Di questa frase è soggetto implicito l’ Italia : certo, soggetto in sé astratto, difficile da definire, come tutti quelli che se ne sono occupati sanno, connotato tuttavia, nonostante tutto, da una storia e da alcuni dati identitari comuni di lunga durata; ancora più astratto, forse, ma ancor più ancorato a una storia e ad alcuni dati identitari comuni, se consideriamo l’Italia sotto specie di Nazione («dall’Unità in poi…», appunto), ossia di quel conglomerato di fattori politico-ideal-istituzionali, di cui ci apprestiamo a celebrare (2011) il 150˚ anniversario, proprio nel momento in cui – questo è ciò che sostengo – quel conglomerato sembra in fase di dissoluzione. Ebbene, per valutare a che punto è arrivato tale processo, e anche per operarne alcuni confronti sul piano storico (storico, ripeto, non etico-politico), bisognerà individuare alcuni indicatori, che ci facciano capir meglio di cosa stiamo parlando. Parliamo una volta tanto, se siamo d’accordo su questo punto di partenza, dell’Italia, più esattamente dell’Italia come nazione (altri punti di vista ovviamente sono legittimi e possibili; quello di «classe» ovviamente non ci è estraneo, ma noi questa volta, per l’eccezionalità della situazione in cui ci troviamo, riteniamo preferibile questo). Poiché si parla dell’Italia, e dell’Italia come nazione, pare a me che gli indicatori fondamentali non possano che essere questi tre: l’ unità (e il senso dell’unità), il rapporto del cittadino con l e istituzioni (e cioè, anche, il senso della distinzione tra pubblico e privato) e il rapporto del presente con la tradizione italiana (e cioè il senso dell’identità e dell’appartenenza nazionali). Da tutti e tre questi punti di vista il berlusconismo è peggio del fascismo, o per lo meno si sforza tenacemente di esserlo. Dal punto di vista dell’ unità la fondatezza di tale affermazione è lampante. Nel governo Berlusconi siede come ministro delle riforme (!) un signore il quale si batte fieramente (ed esplicitamente) per la disarticolazione e frammentazione dell’unità politicoeconomico-istituzionale e identitaria del paese. Si tratta di un processo, evidentemente: ma che diffonde una cultura politica e un senso comune avversi a tutte le definizioni topiche dell’essere «italiano» . Il berlusconismo ingloba questa fenomenologia e la fa propria; se non altro perché al presidente del consiglio unità o non unità nazionali sono del tutto indifferenti, purché la macchina del potere resti tutta in ogni caso nelle sue mani. Secondo indicatore: il rapporto del cittadino con le istituzioni non è mai – ripeto, mai – stato così mortificato dal punto di vista della prevalenza degli interessi privati su quelli pubblici. Ovviamente una dittatura tutela comunque i suoi esponenti dalle eventuali contestazioni pubbliche. Ma nessuna dittatura europea del Novecento (e dunque neanche il fascismo) ha fatto dell’interesse privato del leader (e dei suoi accoliti) il fulcro intorno a cui far ruotare l’elaborazione e la promulgazione delle leggi e persino l’esercizio della giustizia. Lo «Stato etico» rappresenta senza ombra di dubbio una torsione intollerabile nella lunga e tormentata storia dello «Stato di diritto» moderno. Ma il livello di corruzione (inteso il termine anche questa volta in senso puramente fatturale: come un aspetto, una forma, una modalità della macchina del potere) raggiunto dal berlusconismo non trova eguali nell’esercizio fascista delle istituzioni e del potere, almeno formalmente rimasto al rispetto o addirittura all’esaltazione della legge, per quanto dispotica (naturalmente sarebbe troppo ingeneroso arrivare a contrapporre ad Alfano e Ghedini le figure di Rocco e Gentile…). Nel terzo indicatore precipitano e si moltiplicano tutte le nefaste conseguenze degli altri due. Il fascismo ebbe con la tradizione italiana un rapporto distorto ma vistoso: volle ristabilire a modo suo (un modo esecrabile, non ci sarebbe bisogno di dirlo da parte mia) la continuità con il Risorgimento, vanificata e interrotta secondo lui dalla tarda, sconnessa e impotente esperienza liberale. Il berlusconismo non ha nessun rapporto, né buono né cattivo, con la tradizione italiana: il suo eroe eponimo è un homo novus che spinge ai limiti estremi la sua totale mancanza di radici, in sostanza niente di più di un abile affarista, che usa il pubblico per incrementare e proteggere il suo privato e il privato per possedere senza limitazioni il pubblico. Tutto ciò che ha a che fare con etica e politica dello Stato di diritto moderno gli è estraneo. Ha tratto anche lui la sua forza dall’impotente declino e dalla irreversibile crisi di questo regime liberal-democratico: nasce cioè e vive da una corruzione, non da una reazione, come invece presunse di fare il fascismo (da intendersi anche in questo caso ambedue i termini in senso politico-istituzionale, non etico-politico). Ora, nella storia italiana post-unitaria, di cui si diceva, è innegabile che a fondare il nocciolo più duraturo della nazione siano stati il Risorgimento prima e la Resistenza poi: da considerare quest’ultima – come fu da molti protagonisti di diverse parti politiche e ideali considerata – una realizzazione più avanzata ma consequenziale del primo. Ma se al Cavaliere nulla importa dei valori di democrazia e del rispetto delle regole (Carta Costituzionale, separazione dei poteri, rapporto elettori-istituzioni, ecc.), cosa dovrebbe importargli non dico della Resistenza, ma dello stesso Risorgimento, che bene o male ha fondato unità e identità italiane nazionali e dato inizio al processo di costruzione di una società (sia pure limitatamente) democratica nel rispetto delle regole? La «rottura storica», alla quale egli, senza sforzo e senza neanche pensarci, si sottrae, non è quella del 1945, è quella del 1861-1870: Cavour è più lontano da lui di Palrmiro Togliatti. Rispondiamo ora, per andare verso la conclusione, all’ultima, più insidiosa e forse più legittima obiezione al nostro ragionamento precedente: si può comparare una democrazia (quale che sia) a una dittatura, arrivando alla conclusione che la democrazia è peggiore della dittatura? Mah, non lo so. Non vedo però che cosa ci sia di male a tentare un confronto, se non altro per capire meglio cosa ci sta accadendo oggi (non è così che si formano i parametri di giudizio storici?). Il fascismo è stato «il male assoluto»? Proviamo a pensare cosa sia per essere e per produrre il «male relativo» nel quale noi attualmente viviamo: «male relativo», ma endemico, profondo, penetrato in tutte le fibre. Quel che mi sembra di vedere dal mio angolo visuale è la crescita di una sorta di dittatura (De Mauro: «governo autoritario, in cui il potere è concentrato nelle mani di uno solo»), ma di tipo nuovo, democratico-populista, fondata non sulla violenza e sulla coercizione esplicite ma sul consenso (come faceva, a modo suo, anche il fascismo…) ed esercitata con un astuto, davvero inedito in Europa mix di suggestioni mediatiche, stravolgimenti istituzionali e intermediazioni affaristiche. Il «modello» – che, come tutti i modelli forti, è politico, culturale e persino antropologico – sta penetrando in profondità e sta facendo fuori la continuità storica su cui si sono fondati finora l’identità e i valori «italiani» al cospetto del mondo. Alla fine del processo non ci sarà una nazione (pur nei limiti ben noti in cui tale processo si è sviluppato nei centocinquant’anni che ci stanno alle spalle) ma solo un mero aggregato di stati-vassalli (di varia natura: economici, corporativi, regionali, ecc.), che troveranno la loro unità unicamente nel fare riferimento al solo Capo. Per questo, – non per motivi più tecnici e circoscritti, come qualcuno cede alla tentazione di argomentare, lasciandosi cullare dal sogno delle «riforme condivise» – vanno fatte fuori le articolazioni finora più autonome e indipendenti dello stato, in primissimo luogo la magistratura e la scuola: esse, infatti, in questo momento, per il solo fatto di conservare la loro indipendenza, costituiscono l’ostacolo maggiore alla compiuta realizzazione di tale disegno (naturalmente, mi rendo conto che, se le cose stanno come dico, la parte più interessante del discorso consisterebbe nel chiedersi come mai tale disegno distruttivo proceda attraverso il consenso: ma cosa sia diventato il popolo italiano in questi ultimi vent’anni, a cosa aspiri, in cosa creda, merita un discorso a parte, che prende ancora più di petto la politica, e che forse un giorno faremo). La conclusione, cui pervenivo nel mio precedente articolo, va oggi ribadita: per quanto non esista in Italia forza politica, uomo politico, in grado attualmente d’intenderla e di praticarla. Per combattere un simile flagello ci vorrebbe un partito, un movimento, un’opzione al tempo stesso politica e culturale, capaci di coniugare la difesa della patria-nazione con quella degli strati più nuovi, più reattivi e più a rischio della società italiana contemporanea (molto a rischio: alla catastrofe nazionale s’accompagnerà, non c’è ombra di dubbio, la catastrofe economico-sociale). Ma dov’è? E, visto che non c’è, quanto ci metterà per nascere, o rinascere? P.S. Il modo migliore di manifestare solidarietà a un giornale è di scriverci sopra. Aggiungerò che i rischi che corre attualmente una testata come il manifesto rappresentano la manifestazione esemplare di quanto avviene in Italia e che ho cercato di descrivere nelle righe precedenti. Il lettore tiri le somme e saprà cosa fare.
Pubblicato su Il Manifesto, 1 ottobre 2008

















Marco Saya said
“Per combattere un simile flagello ci vorrebbe un partito, un movimento, un’opzione al tempo stesso politica e culturale, capaci di coniugare la difesa della patria-nazione con quella degli strati più nuovi, più reattivi e più a rischio della società italiana contemporanea (molto a rischio: alla catastrofe nazionale s’accompagnerà, non c’è ombra di dubbio, la catastrofe economico-sociale).”
Forse qualche opzione ci sarebbe ma la gente si è “assuefatta” anche alle alternative delle opzioni, dunque non vi è opzione. una vi è e scusatemi l’ironia/sarcasmo, ma un Tremonti che aiuta la sinistra a riscoprire Marx, che volete di più?
Marco
bimodale said
io credo che bisognerebbe farla finita con il maschilismo e con il femminismo, cominciare ad assumere una mentalità meno etero. dare più spazio alla sensibilità gay, che per natura è più protesa verso l’altro, e meno chiusa nei propri interessi. diciamocelo chiaramente, la maggioranza degli etero non hanno una sensibilità particolarmente bella e poi sono troppo orgogliosi. in italia ci sono troppo etero al potere, c’è il papa e c’è la mafia. troppo maschilismo, è inutile.
:)
Giorgio said
Bella analisi, grazie, Fabrizio, non l’avevo letta.
Giocatore d'Azzardo said
Bah. Io sono e sarò sicuramente limitato, ma secondo me l’unica cosa che manca è un’opposizione seria, che la smetta di litigare per gli orticelli ideologici e provi, seriamente, a rifondare la sinistra. Iniziando, magari, a pensionare i fallimentari leader che si è scelta fino ad ora.
Certo è che, se continuerà con questo andazzo, il centrodestra vincerà le elezioni per altri vent’anni, ma sicuramente non solo per merito suo, e Asor Rosa potrà continuare a scrivere le sue lenzuolate per anni e anni e anni e…
Blackjack.
Giorgio said
Io direi:
all’opposizione il merito di essere la peggiore opposizione della storia d’Italia
al governo il vanto di essere “il punto più basso nella storia d’Italia dall’Unità in poi”.
Gena said
Trovo il titolo di questo pezzo, assolutamente straordinario!
Satana said
Non vedo che cosa abbia in comune il fascismo con Berlusconi. Berlusconi e i suoi alleati sono stati più volte al governo e durante tutti questi anni la società multuirazziale e il femminismo non hanno fatto altro che crescere e moltiplicarsi ! Inoltre i governi berlusconiani hanno sempre ostentato il più assoluto servilismo verso Israele…
Giorgio said
Infatti Asor Rosa scrive così:
“quali analogie ci possono essere mai tra Berlusconi e Mussolini, tra berlusconismo e fascismo? Ovviamente nessuna”
e poi continua:
“Io non ho inteso – e non ho scritto – che Berlusconi è come Mussolini né che il berlusconismo è come il fascismo: io ho inteso, e scritto che – nella specificità e peculiarità delle rispettive identità – sono peggio”
lucy said
siamo dove siamo perché la sinistra – tutta la sinistra – ci ha consegnato due volte a quelle bis-unte mani. ve lo ricordate il d’alema che mentre si insedia prodi 1 va a trattare per la bicamerale? follia pura: il bis-unto ha portato a casa più benefici stando all’opposizione che stando al governo! andava ridimensionato, impedito di agire come imprenditore e politico: o l’uno o l’altro. ha scelto la seconda opzione: a modo suo, non “a modo”, per poter imperterrito farsi i fatti e fattacci suoi. “o massarlo o tegnirselo”. ce lo teniamo, dal momento che monarcomachi moderni non se ne vedono. e pensare che sarebbe un bel campione di tirannello da infiammare l’alfieri, da armare la mano del bresci. intanto gli itagliani ingrassano, dicono le statistiche: perché stanno davanti alla tele a sgranocchiare schifezze, penso io. come si dice: due piccioni con una fava. governerà per vent’anni. ne ha fatti solo settantadue, la pelle ben massaggiata-messeguata tiene, la calottina del big jim anche. in fin dei conti i vecchi gerarchi sovietici comparivano in pubblico sostenuti da trespoli e stampelle, forse persino dopo morti, e facevano la loro porca figura. non la farà un così bel giovanotto che fa battere il cuore alle poche sopravvissute casalinghe itagliane? più del testa di morto in feluca, gli fa battere il cuore. il cuore delle itagliane sta dalla parte del portafoglio.
mario pandiani said
E’ evidente che c’è un equivoco di fondo, il ragionamento fila troppo liscio e non produce che passività crescente al posto di una sana reazione.
La radice di questo male va cercata nella sinistra italiana della generazione (politica) dell’ex comunista Dalema e dell’ex socialista Berlusconi.
Mi ricordo una trasmissione in cui Dalema rispondendo ad una biondona di forza italia che ventilava la paura del comunismo riferita al partito democratico della sinistra in lizza elettorale disse; Guardi, (o forse disse mi consenta) io faccio parte del partito socialista europeo (o forse era segretario), si figuri che il presidente del mio partito è segretario della NATO, vede bene che non deve avere paura di noi.
Tutto l’arco parlamentare è di fatto controllato dalla NATO e la supremazia di Berlusconi dipende unicamente dal fatto che ha alleati più fedeli (meglio pagati?) ed un’opposizione stuoino perfettamente lubrificata dai sensi di colpa.
La frammentazione del paese è poi naturalmente funzionale ad avere un porto franco nel meridione per traffici mondiali illeciti a man salva, un Kosovo italiano che prima o dopo rivendicherà l’autonomia.
Su quello a cui si è ridotto quel composto fumante che è il popolo italiano trovo poco interessante parlare, in fondo è tra il letame che sono fioriti sempre i fiori migliori e continueranno a farlo, e quanto più il letame sarà nauseabondo e putrido, tanto più saranno rari, luminosi e profumati.
fabrizio centofanti said
grazie a tutti.
morale della favola: ognuno ha il governo che merita.
le cose cominceranno a cambiare quando ci sarà dialogo, rispetto, e valori condivisi.
per il momento, prendiamoci una valeriana.
buonanotte
fabry
obviamens said
della formazione di costui…
meno male che Asor Rosa pianta per bene il chiodo della non sovrapponibilità fra fascismo e berlusconismo -
però liquida sbrigativamente con ex-socialista la formazione del giovane Silvio in quota, fin dai suoi esordi imprenditoriali, agli amici di Bettino Craxi (lui pure uno che attirò su di sé l’iconografia mussoliniana, ma oggi ce ne siamo quasi del tutto dimenticati) (sennò non era in fondo lo stesso Mussolini un ex-socialista?)
no, non ci si lasci ingannare troppo facilmente dall’icona canora duettante con Apicella per bollare come quella di un homo novus senza radici l’avventura imprenditorial-editorial-politica del nostro, che invece a mio modesto parere mostra in più punti della sua biografia di aver assimilato fin da giovane gli impulsi dell’utopismo anarco-socialista ottocentesco, epurato del concetto di abolizione della proprietà privata (eccetto le donne, per le quali rimane in vigore il concetto di “uso comune” e “commerzio” secondo Tommaso Campanella), senza la quale proprietà rivendicata per diritto naturale crolla qualsiasi logica speculativo-predatoria con cui produrre capitali più o meno leciti in grado di istituire enclaves appetitose per la classe media italiana…
si dice tanto del Sogno-Barack Obama… Berlusconi è già stato più di quarant’anni fa il Sogno per la rampante classe media italiana, la Città del Sole, la Nuova Atlantide incementata nel primo quartiere Edilnord, quello di Brugherio, alle porte della metropolitana milanese, quartiere enclave edificato su una mappa che sembra ricalcare quella famosa stampata nell’editio princeps dell’Utopia di Tommaso Moro, quartiere dove lavoro e vedo tutti i giorni le facce della gente, ne sento l’odore della pelle quando si saluta, c’è tanto verde e un lago coi cigni, negozi per tutte le esigenze, farmacia, parco giochi, una chiesa a portata di mano sul retro, quartiere ad alta concentrazione ciellina, abitato anche da vip del centro-sinistra locale, feudo elettorale della coordinatrice locale di AN… 3.000 abitanti recintati da un’alta cancellata tutt’attorno, con due ingressi a sbarre con vari divieti esposti, di cui uno chiuso tutte le sere dopo le 22.30-23.00
o enclaves mediatiche, come fu la prima tv via cavo di Milano 2,
sto studiando il lavoro, alla ricerca di conferme sugli eventuali intrecci con la nascente ideologia berlusconiana, di Vico Magistretti e Luigi Caccia Dominioni, i due famosi architetti che due-tre anni più tardi fondarono sui medesimi criteri il progetto del quartiere San Felice di Segrate (cancellata però molto più lunga dell’Edilnord brugherese), la stessa Segrate dove, ancora pochi anni dopo, la società Edilnord tira su Milano 2, ecc. questa volta, che strateghi, con l’ospedale a fianco, il San Raffaele
berlusconi è un anarchico pirata ben consapevole della teoria dei “buchi nella rete” dove fondare zone temporaneamente autonome, interconnesse fra loro da generose gerarchie di sottomissione tribale al Negus che redistribuisce a larghe mani i suoi tesori ai fedelissimi, da traslocare con il sistema delle compravendite societarie non appena il giustiziere di turno vede da lontano i fuochi accesi di Libertalia e manda in avanscoperta le truppe malgasce a riconquistare il terreno abusivamente occupato (altro che Centri sociali, ragazzi!
in Italia la storia della sinistra più o meno radicale, e dei movimenti extra-parlamentari di ispirazione anarchica si sta incartapecorendo proprio sul non riconoscere la sostenza delle reali radici del berlusconismo, nel continuare a dargli del fascista (lui se li beve gli ex-fascisti che ha aggregato al suo progetto!
accanto ad un’edizione di lusso del Principe di Machiavelli commentato da Napoleone Bonaparte e prefato dal nostro, la casa editrice Silvio Berlusconi Editore pubblicava a metà degli anni Ottanta l’Utopia di Tommaso Moro quale strenna per il suo entourage, prefazione a firma di Silvio ampiamente scopiazzata da un commento di Luigi Firpo (cfr.
http://cosoleto.free.fr/n/Plagio_di_Berlusconi_con_Utopia.html)comunque il catalogo completo si può facilmente reperire presso la Fondazione Biblioteca di Via Senato di Milano, quella creata e presieduta da Marcello Dell’Utri, che credo possieda copia di tutti i volumi di classici della letteratura e del pensiero filosofico e politico editi dalla prima casa editrice di Silvio (e, se non ricordo male, ne commercializzi anche i reminders
della tempistica…
parlare di ventennio mi sembra esagerato, se si prende come riferimento la “discesa in campo” del 1994, riduttivo se si inizia a datare dalla prima impresa edile-urbanistica del 1964-65
“che fare?” (diceva Lenin
la strada del boicottaggio…
si dice del potere del consumatore, no? se una multinazionale si comporta in modo eticamente scorretto, il non acquisto e il biocottaggio possono essere strumenti di efficace esercizio di potere dal basso, per fare pressione su di essa al fine di modificarne comportamenti scorretti
così è stato con il celebre caso Nestlè – boicottare scientemente tutti i marchi del gruppo
allora boicottare Mediolanum o Mediobanca? spegnere la tivù? se ne può parlare…
già, ma vallo a spiegare ai consumatori antagonisti al berlusconi-sistema di non andare più allo stadio a vedere il Milan, di non comprare più biglietti del Teatro Manzoni di Milano, di non vedere film distribuiti da Medusa, di non comprare libri Mondadori
(scusate per l’ennesimo delirio notturno del sottoscrivente)
(Mario Bertasa)
obviamens said
(e chiedo scusa per il tag che ha generato la barratura di parte del testo….!)
lucy said
umberto eco scrisse una volta su repubblica, non ricordo più quanto tempo fa, che b. era il più comunista di tutti. non era un paradosso, tanto per parlare. il procedimento dimostrativo poggiava su una serie di esempi comportamentali concretamente manifestati dal nostro. ovvio che perché lo fosse compiutamente mancava sempre qualcosa. ma, tanto per cominciare, il culto del capo era più sovietico che fascista. delirio credere che la prova del nove su quanto gli itagliani fossero cotti a puntino sia stata la prima edizione del grande fratello? se lo sorbirono anche 12.000.000 di spettatori. tutto concorse a farne il fenomeno che è. anch’io sono convinta che le fila dell’affair b. risalgano molto più in là e che fin da sempre quest’uomo abbia pensato ai risultati di oggi. è stato a lungo in campana, defilato, ha unto e bis-unto i gangli del potere, li ha foraggiati, è stato alla finestra. la classe politica italiana aveva un congegno a tempo: prima o poi doveva saltare per aria. e lui si sarebbe proprosto come il salvatore della patria. la colpa di questo monstrum è in chi lo ha corteggiato invece di contrastarlo, senza chiamare in causa tutti quelli che (mistero!) lo hanno favorito stando sul suo libro paga. che ne uscisse in piedi come i gatti era già scritto.
intanto gli itagliani mangiano merendine pop corn salatini davanti alla tele. comprano gli uni e l’altra da lui, pressapoco. e con questi semplici mezzi lui vende loro un sogno. se un barlume di raziocinio rimane e uno di questi consumatori spegne la tv e si mette a mangiare patate e fagioli del contadino, lui lo becca dal giornalaio. non c’è scampo. bisogna emigrare. le notizie sulla scuola sono pessime: i tagli sono destinati a far fuori quelli che per presunzione sono ritenuti gli unici comunisti rimasti: quelli che dicono ai ragazzi di leggere il principe senza la prefazione del b. e di ispirarsi a utopia, senza le villette a schiera o i falansteri, ma solo, così, nell’animo. quelli sì che sono pericolosi. finiremo come winston, massacrati e felici in seno al grande fratello?
geremia said
Mamma mia, come siamo tutti colti, e intelligenti, e fini scrutatori nelle altrui piccolezze! Verrebbe da dire: meno male che ci siamo noi (piccoli e neri, ma è un’ingiustizia, però!). Come mai alle elezioni vincono gli altri, i beceri, i venduti, i mutati antropologicamente? Come mai, quando vincono i “nostri” fanno delle figure da cioccolatai?
Mai nessuno a cui venga il dubbio che forse, invece di scandalizzarsi per la beceraggine altrui, sarebbe il caso di fare un esame di coscienza?
fabrizio centofanti said
di esami di coscienza ce ne sono parecchi in giro.
dalla coscienza poi bisognerebbe passare all’azione: e lì si dovrebbe davvero cominciare da se stessi.
grazie per gli interventi.
fabrizio
Bartolomeo Di Monaco said
Questo articolo è la dimostrazione di cosa può succedere nella mente di uno (e qui si tratta di uno storico di un certo nome) che si è nutrito di un viscerale antiberlusconismo. E’ un articolo diseducativo. Non apre gli occhi a nessuno sul futuro del nostro Paese. Anche Asor Rosa, pur di dir male di Berlusconi, lascia intendere – nel mentre afferma che non ci può essere nessuna analogia tra fascismo e berlusconismo – che Mussolini fu migliore di lui. Cavolo, siamo arrivati a questo punto! Vediamo di lasciar perdere la persona di Berlusconi e maggioranza e opposizione si confrontino sempre su fatti concreti (scuola, sanità, lavoro, pensioni, disagio sociale e così via)
Riguardo al peggiore governo dell’Italia del dopoguerra, non ci possono essere dubbi: è stato il governo Dini – Scalfaro del 1995/1996. In confronto, tutti i precedenti e i successivi impallidiscono.
Per una cronaca di quegli anni terribili, scaricare “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile, qui:
http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?page_id=56 e leggerlo tutto.
lucy said
nel paese della bugia la verità è una malattia.
enrico de lea said
per citare cotanti autori(Gobetti, Gaetano Mosca)
è l’autobiografia di una nazione o la rivelazione dell’Italia a se stessa
(in fondo Asor Rosa si pone il quesito su cui riflettere: “cosa sia diventato il popolo italiano in questi ultimi vent’anni, a cosa aspiri, in cosa creda…”)
Giovanni Nuscis said
Un’analisi puntuale e articolata, quella di Asor Rosa. Grazie a Fabrizio per averla postata.
Tra il serio e il faceto, in questa situazione oggettivamente disperante, pongo questa domanda: potrà Silvio salvarci da Berlusconi? Considero il suo retrocedere da molte delle scelte politiche fin qui operate una delle poche possibilità per uscire dallo stato attuale di malcontento diffuso, scongiurando in questo modo tragedie e dolore infinito per decine di milioni di italiani. L’avversione crescente nei confronti suoi e dei suoi ministri e sodali non è, infatti, quello di un gruppetto di “comunisti”, ma di milioni e milioni di persone normali e moderate senza alcuna tessera politica o sindacale, colpite in vario modo (o in procinto di esserlo) dalle scelte del suo governo.
Ma c’è da chiedersi anche come mai un uomo giunto all’età di 73 anni, ricchissimo, con una vasta esperienza di vita e con ottime relazioni personali in Italia e all’estero (pensiamo solo a Bush e a Putin) non abbia per davvero lavorato per il bene comune che – va chiarito – non è quello che lui ha inteso e intende, duramente contestato, ma quello percepito, se non da tutta una comunità nazionale, dalla sua gran parte. Mai s’è vista in Italia tanta gente scontenta dell’operato di un governo: nelle strade, nelle scuole, nei luoghi di lavoro pubblici e privati, nei quartieri e nelle periferie della povertà e dell’emarginazione.
In una democrazia degna di questo nome, non si può scontentare così tanta gente, non si può suscitarne l’odio e le proteste fino al punto attuale, dichiarando pubblicamente di infischiarsene.
Se non fosse circondato da opportunisti compensati con denaro e privilegi per i servigi resi – “amici fidati”, ora, che lo rinnegheranno e a pugnaleranno quando il leone sarà morente – gli avrebbero detto che non si può governare in questo modo, che il parlamento non è il luogo dove si ratificano scelte fatte altrove da Lui o da pochi altri, ma dove ci si confronta e ascolta fino in fondo, onestamente, pervenendo alle soluzioni più ampiamente positive e condivise dentro e fuori dall’aula.
Così restando le cose, egli avrà frustrato le attese di una larga parte del paese, e il suo nome sarà maledetto e ricordato con disprezzo.
La vita – la sua, la nostra – non è infinita. E come non si può lottare in eterno, così non rimangono in eterno le leggi e le opere non condivise dai più, presto rimosse o distrutte.
Possa dunque Silvio fermare Berlusconi, contenerne i timori di perseguitato dai giudici, convincendolo a un’inversione totale di rotta, nella direzione dell’abbattimento dei privilegi, della giustizia sociale, della valorizzazione della scuola attraverso una riforma autenticamente migliorativa del servizio, e, da ultimo, coi suoi amici capi di stato riformare l’Onu, renderlo un organismo efficacemente operante per iniziare una politica mondiale in tema di guerre e armamenti, di ambiente, di fame e di redistribuzione della ricchezza, di energie alternative etc.
Lo ricorderemo in questo caso con gratitudine, stimandone l’opera meritoria al servizio del paese, e non solo.
fabrizio centofanti said
grazie a te, Giovanni: le utopie fanno sempre bene.
e in rarissimi casi si realizzano.
lucy said
l’espressione dell’operato dell’attuale capo del governo e dei suoi è intrisa di un profondo disprezzo per ciò che è “stato” e “popolo”, salvo tirarli in ballo in qualche frasetta ad effetto. io non vedo ancora attorno a me tutto questo malcontento. vedo e sento le solite tiritere per cui se siamo in cinque quattro ne dicono male, ma almeno due di questi, in forme diverse, hanno votato per l’attuale maggioranza, uno è sinceramente avverso, uno sostiene che sono tutti uguali, il quinto dice se permettete a me sto governo consente di risparmiare in tasse e contributi. e di solito non è uno a reddito fisso. sarà che vivo nel pofondo nord che tira, non si sa fino a quando, ma tira. sarà che vedo, al contrario (per rispondere alla domanda “ma cos’è diventato, in questi ultimi vent’anni, il popolo italiano”), l’imperare di uno stile aggressivo cafone cinico sgomitante cui manca solo la frase lei non sa chi sono io per completare il quadretto: ma a me non convince l’idea che ci sia tutto questo malcontento. anche se sarei indotta a proiettarvi il mio che è tanto e non è di origini solo materiali, anzi, mantengo la lucidità per contare in quanti siamo. siamo pochi e perdenti, irrimediabilmente perdenti. questo aspira a farsi leviatano, signori miei, e non lo molleranno mai i suoi, neanche e soprattutto quello che lo chiamò berluskaiser e berluskaz e gli diede del mafioso. son cose dette per dire, via! un po’ per celia e un po’ per non morir! infatti.
Mauro Baldrati said
Sempre lucido e spietato Asor.
Proprio ora ho letto un’intervista del direttore di “Famiglia Cristiana” che dice che ci troviamo in una “semidemocrazia”.
Questo non è “antiberlusconismo”, non c’entra nulla. E’ la disperazione di chi vede in che razza di tragedia siamo precipitati, e teme che il peggio debba ancora venire.
Giovanni Nuscis said
21@
“Ho posto fede in utopie lontane. O questo mondo è
una specie di incubatrice dalla quale ci schiudiamo ad
altro stato, migliore o peggiore, o non è” (E. Pound)
:)
Roberto Plevano said
Sì, il disastro viene da lontano. Concordo con il commento 12. E dico disastro sapendo che molti amici che votano a destra (ne ho, ne ho) sono tutto sommato soddisfatti, ma non possono negare che ci sono cose piuttosto peculiari in questo paese: conflitti di interessi, corruzione, rapporto spesa pubblica/risorse della scuola (in netta controtendenza rispetto ai paesi europei). Anch’io, dal profondo nord (da una città che però per risicata maggioranza ha voltato le spalle alla destra alle ultime comunali), ho visto negli anni ‘70 i figli degli industriali, degli imprenditori, tutti inesorabilmente buttarsi a destra (ed era la destra di allora, Almirante, Fronte delle Gioventù, ecc.). Qualcuno poi ha fatto carriera.
A lungo mi sono interrogato su qualcosa che urtava tutta la mia sensibilità. Credo (con il senno di poi) che fosse espressione della cattiva coscienza dei padri: quei soldi che cominciavano a arrivare, le ville sui colli, i maglioncini firmati, le auto di lusso, c’era qualcosa che non andava, era tutto come poco reale, provvisorio, oscuramente sconveniente. È il problema storico delle classi dirigenti in questo paese, della loro selezione, che è legato alla debolezza del ceto imprenditoriale, al rancore della piccola borghesia. Non fatevi ingannare: gli imprenditori, la confindustria, guardateli bene, hanno le pezze al culo (perdonate l’argot), come i loro trisavoli.
La massima incarnazione del sogno del boom economico italiano (un boometto) è proprio B. Quella che ostenta non è una vita da ricco, ma la caricatura della vita da ricco, confezionata a immagine della suggestione piccolo borghese (”se avessi i milliardi”). Gli homines novi sono un po’ tutti caricature di se stessi, guardateli bene.
È possibile che l’italia così come la conosciamo non esisterà più in venti-trent’anni. Le nazioni, tutte, sono narrazioni, come dice Tahar Lamri, se si raccontano male cedono i nessi dell’intreccio.
La sinistra italiana, duole dirlo, in tutto questo ha responsabilità enormi.
fabrizio centofanti said
mi piace l’idea della nazione come narrazione.
un motivo in più per imparare a scrivere bene.
vincenzillo said
L’unica cosa che mi sento di condividere, tra post e commenti, è: “Le nazioni, tutte, sono narrazioni, come dice Tahar Lamri, se si raccontano male cedono i nessi dell’intreccio.” Il resto non mi convince per niente.
Basta applicare questa splendida metafora all’Italia, per capire perché. In Italia i nessi della narrazione sono saltati da un pezzo, parecchio prima della nascita della Lega Nord. Per opera di chi? Guardiamo con un po’ di onestà intellettuale alla cultura del dopoguerra. Scuola, cinema, giornali, tv, università: il progressivo dominio della sinistra è oggettivo, incontestabile. E’ dunque la sinistra che ha avuto in mano il filo del racconto. Non sarebbe quindi il caso di trarre le conseguenze, e attribuire finalmente le vere responsabilità storiche della definitiva sparizione del senso della patria, già precedentemente distorto a opera del fascismo e mai veramente ripreso in mano dalla Dc né dai cattolici? I nessi sono saltati nelle mani dei tessitori di sinistra, la responsabilità è principalmente loro, Asor Rosa compreso. La cultura del dopoguerra non ha saputo raccontare il fascismo se non come macchietta, così come ora non sa raccontare la Lega (e Berlusconi) se non come macchietta. Un’operazione culturale basata sulla costante falsificazione, che si perpetua sempre uguale a se stessa, dalle università al cinema e oggi anche alla blogosfera.
Roberto Plevano said
A me invece non convince questa affermazione:
“La cultura del dopoguerra non ha saputo raccontare il fascismo se non come macchietta”.
Mi pare che i lavori di De Felice siano tutto sommato diventati senso comune condiviso (fino a quando?) presso la comunità degli storici, così come la descrizione della Resistenza come “guerra civile”, proposta tra gli altri da Claudio Pavone. Della realtà del fascismo in realtà se ne era accorta molta gente, non solo quello mandati in villeggiatura come Gramsci, o passati amiglior vita come i fratelli Rosselli, ma anche il ministro della giustizia Togliatti.
Credo quindi che si possa dire che il fascismo come tema storico è stato trattato in modo piuttosto serio.
Poi, la polemica politica immediata semplifica e ideologizza, come si vede in continuazione (dal dopoguerra fino a B. ha governato la sinistra! oggettivamente! incontestabilmente! è un motivo che ricorre dal ‘94. Vale obiettare?).
Io sarei cauto a fare di tutt’un’erba un fascio (appunto).
E poi, visto che questo è un blog letterario, a parlare di cultura bisogna considerare anche autori che di sinistra non erano proprio. Gadda (citato nella colonnina a destra). Bianciardi (un anarchico, che riposi in pace).
vincenzillo said
Roberto Plevano,
dici bene, “presso la comunità degli storici”, ma che cosa è passato nel senso comune?
In particolare, che cosa è rimasto, a noi, del senso della patria, che secondo me era l’aspetto da salvare, con le dovute modifiche? Il fascismo lo aveva distorto, ok. Ma dopo, dov’è finito? Io direi nel cesso. Perché? Cosa è successo? Non era sicuramente questa l’intenzione dei famosi padri costituenti. La costituzione infatti sancisce l’unità. Suppongo che non fosse intenzione neppure degli Asor Rosa, almeno all’inizio. Ma poi? Prendiamo il cinema, la forma di autorappresentazione più potente. Per quanto mi sforzi, io non mi ricordo di nessun fotogramma di nessun film che ritragga la nostra bandiera con amore. Non se n’è mai accorto, Asor Rosa, prima che arrivasse la Lega? Ma forse l’intellettuale di sinistra viveva in un altro mondo, doveva essere superiore a tutto, anche alla bandiera, anche agli altri italiani, salvo il proletariato, o forse compreso il proletariato. (Altra immagine simbolica: il 25 aprile quante bandiere tricolori sventolano, e quante rosse?) La patria oggi fa ridere, come idea. L’italiano, cioè tutti noi, vede se stesso e la sua patria come macchietta (macchietta delle macchiette è Berlusconi, naturalmente). Come è potuto succedere?
Questo a me fa pensare molto. Soprattutto se lo collego alla famosa egemonia culturale, confermata non da me, ma dal senso comune: viviamo in un paese in cui se dici la parola “cultura”, suona già automaticamente sinonimo di “sinistra”. Se qualcuno ha esperienze diverse, lo ascolto.
(Peraltro, se l’egemonia culturale della sinistra (cinema, tv, giornali, scuola, università) è un tema ricorrente solo dal 94, è solo perché allora qualcuno lo ha finalmente detto ad alta voce. O forse basta citare due, tre, dieci scrittori per negare un’egemonia? Mi sembra un po’ pochino).
Roberto Plevano said
Vincenzillo,
non è questione di numero. Quelli sono i primi che mi sono venuti in mente. A me piace la letteratura non schierata (non engagé, se preferisci), ma se consideri Piovene (un aristocratico), Gadda, Parise, La Capria (che Parise chiamava “la capra”, ma si stimavano), Tomasi di Lampedusa, Soldati, Buzzati, Ortese, Ginzburg, Vassalli, Pontiggia… insomma, ’sta gente non si può proprio definire di sinistra. D’Arrigo scrive pagine definitive sull’immagine di Mussolini, ma certo la sua non è una prospettiva politica. Su molta letteratura italiana lumeggia l’ombra di Céline, (non solo su quella italiana, a dire il vero).
Poi è chiaro che se uno si arresta all’asse Vittorini-Pavese-Einaudi, o la Feltrinelli degli anni ‘60 e ‘70 (che però pubblica Pasternak, mentre Einaudi pubblica Solženicyn), una certa politica culturale è in opera, ma ricorda quello che dice Veneziani (Marcello) sulla gente di destra.
Parli del “senso comune”. Guarda, quello è davvero materia di manipolazione. Io non so che cosa sia il “senso comune”, ma so che è fatto con parole d’ordine e concetti costruiti a tavolini da gruppi dell’élite comunicativa, è sempre stato così (cf. discorso di Marco Antonio alla morte di Cesare e migliaia di altri esempi in ogni tempo e luogo). Oggi il “senso comune” dice che “la gente è stufa, la gente non ne può più”. Come sempre.
La Lega, mah, non l’ho mai capita. So che batte (con l’accortezza di un fabbro) su un punto delicato: la nazione Italia non è mai stata veramente tale, quello che è Italia al nord non è proprio la stessa cosa di Italia al sud. Alcune amministrazioni locali della Lega hanno raccolto consensi. Ma che l’attuale gruppo dirigente della Lega rimanga tale in una “Repubblica padana” mi pare poco verosimile.
Cinema, ti faccio un esempio che contraddice quello che dici: La grande guerra di Mario Monicelli, pluripremiato, campione di incassi. È un film patriottico nel vero senso della parola, senza un ette di retorica.
Senti, io non voglio ribattere punto per punto quello che dici, non se ne esce. A mio parere, le ultime elezioni politiche sono state l’inizio di un periodo nuovo nella storia di questo paese, è finito il dopoguerra, così come negli anni ‘90 è finito nel mondo il periodo della guerra fredda. Ora, rispetto a questo, interpretare il dopoguerra come “egemonizzato” dalla sinistra in vari aspetti della vita pubblica, scuola in primis, è fare ideologia, in certi casi consapevole, altre volte no. Il mondo scuola è stato un serbatoio di voti moderati, maxime DC (non a caso tutti i ministri sono stati democristiani, finché quel partito è esistito). L’impiego pubblico, anche questo era riserva moderata (ora sono fannulloni, secondo il “”senso comune”, no?).
Ho letto da qualche parte che i “fatti”, nudi e crudi, non esistono.
Roberto Plevano said
Esistono solo interpretazioni. Ma era un filologo pazzo (e non di sinistra).
fabrizio centofanti said
temi da sviscerare all’infinito.
presto apparirà un seguito all’articolo di Asor Rosa.
l’unica certezza è che stiamo vivendo un momento difficile per tutti:
può essere un’opportunità inedita e ricca di sorprese.
obviamens said
ci sono anche modi di “narrare una nazione” che provocano guasti inenarrabili: è ancora vivo nella memoria storica il racconto dei rapimenti estatici di un certo Adolf Hitler per le mitologie nordiche della tetralogia wagneriana dell’Anello del Nibelungo, su cui rifondare la nazione germanica…
là il gobbo gnomo nibelungo ha tutte le fattezze dell’ebreo-macchietta…
le macchiette dei personaggi o delle ideologie sono spesso le colonne portanti delle narrazioni, dei canovacci della Commedia dell’Arte come dei grandi romanzi storici alla “Promessi Sposi”
in certi casi funzionano che è un piacere le macchiette, in altri no – come le bandiere, che non vanno mai bene quando si innalzano su cumuli di cenere fumante – come la terra natìa, che può essere madre ma anche matrigna e despota, valle accogliente e ospitale ma anche valle di lacrime – come le identità e le appartenenze: l’uomo fatica ad agire senza un’identità che si definisce anche attraverso l’appartenenza ad un territorio, ad una nazione, ad un’azienda, ad un gruppo, a dei codici di comunicazione e comportamento, epperò non pare possibile costruire oggi un’antropologia senza introdurre il concetto di appartenenza provvisoria, che mette in crisi ogni approccio basato esclusivamente sulle narrazioni immutabili che hanno fondato le grandi civiltà pre-moderne
se ci sono opportunità che le crisi del periodo storico in corso possono offrire, queste si possono vedere solo se si ha la pazienza di arrampicarsi sulle spalle dei giganti, non sugli steccati, che sono più bassi, o sui muri, che crollano
vincenzillo said
obviamens, sono d’accordo col senso generale del tuo intervento. Mi sembra che abbia il giusto equilibrio perché riconosce la necessità umana di un’appartenenza e di un’identità, seppure di tipo diverso da quelle mitologiche del passato. Appartenenza a una patria, direi, più ancora che a una nazione o a uno stato.
Per mantenere la tua metafora, a me sarebbe piaciuto se la bandiera italiana dopo essere stata innalzata sulle ceneri fumanti del fascismo fosse rimasta lì, a segnalare la nascita della Repubblica italiana. Come a dire: sì, il fascismo ha distorto il concetto di patria, ma oggi essa risorge. Ecco, quasi un nuovo risorgimento, un mantenere un filo con il risorgimento, con la sua natura schiettamente nazionale e popolare. Per un po’ è stato anche così, credo. Poi però è successo qualcosa. Da figlio degli anni 70, fin da piccolo io non l’ho mai vista sventolare la bandiera, se non ai mondiali (come dicevo, perfino il 25 aprile ho sempre visto sventolare solo bandiere rosse). E oggi che ho studiato so che Asor Rosa e altri intellettuali hanno detto no al nazionale e al popolare, in nome di un’ideologia internazionalista e operaista e di un ruolo dell’intellettuale al servizio di quell’ideologia e non della nazione (men che meno della patria), del proletariato e non del popolo.
Ai miei occhi quello operato da Asor Rosa è un taglio profondo, ben più di quello della Lega.
Sopravvaluto l’influsso degli intellettuali? Può darsi, ma non credo.
Oggi, a sentire i nostalgici di una parte politica o dell’opposta, sembra di vivere in due paesi diversi. E a sentire la gente aliena da ideologie (e cioè la grande maggioranza), la patria è come se non esistesse proprio.
La mia idea è che chi aveva in mano i fili della narrazione della patria ha commesso il grave errore della dissacrazione continuata.
francescomarotta said
Immagino tu sia un appartenente alla “gente aliena da ideologie”, o sbaglio?
Devi avere una concezione tutta tua, comunque, tanto dell’ideologia che dei suoi derivati, visto che i tuoi interventi sono quanto di più pastosamente ideologizzato sia dato da leggere in questo blog. Per non parlare di quelle perle di saggezza in forma di editoriali che si leggono cliccando sulla tua lucina.
Ciao, ci rileggiamo in occasione del “suo” settantatreesimo compleanno…
fm
vincenzillo said
francescomarotta, dove ho scritto che io sono privo di ideologie? Magari!
Però non mi piace sentirmi superiore in niente, e quindi concedo magnanimamente la parità di impastamento ideologico a molti altri post e commenti di questo blog. Ci tengo per spirito cristiano.
Le ideologie di cui parlavo sono quelle nostalgiche, ormai fuori dalla storia. Vere palle al piede dell’Italia di oggi.
Vuoi mettermi nel numero dei “berlusconiani”, e dunque appiopparmi per forza un’ideologia? Fallo pure, anche perché è vero, almeno in parte. (Tuttavia, se hai letto il mio blog saprai della mia infatuazione politica anche per Giorgia Meloni, per esempio).
Parliamo allora un po’ di questa che tu chiami ideologia. Berlusconi porta con sé, oltre a una megalomania difficilmente arginabile, anche una carica di buon senso e di spirito pragmatico che l’ideologia degli Asor Rosa non ha e non può più avere, ormai. Anche per questo, oggi, Berlusconi è il migliore uomo politico in Italia (con qualche piccolo correttivo qua e là, naturalmente, compreso per esempio la necessità che arrivi un degno avversario, cosa che sarà impossibile finché gli intellettuali di riferimento dall’altra parte saranno gli Asor Rosa, con tutto il rispetto per un intellettuale del suo calibro).
Il compleanno. Mentre gli intellettuali di sinistra si stringevano nel cordoglio sull’Unità, il giorno del compleanno del più grande uomo politico italiano degli ultimi vent’anni, io invece, nel mio piccolo, gli ho fatto i miei più sinceri auguri. Questo inficia me e le mie idee politiche ai tuoi occhi o agli occhi di qualcun altro? Cercherò di farmene una ragione.
obviamens said
caro Vincenzillo,
a me piace tantissimo l’idea di “casa comune”, per non dire di quello di “città degli uomini” del buon Lazzati
uno dei giorni più belli della mia adolescenza è stato quando per andare a Parigi ho mostrato la mia carta d’identità al responsabile del vagone-letto su cui viaggiavo, mentre dentro mi risuonavano ancora i racconti dei parenti che per andare a lavorare in Francia o in Belgio, qualche manciata di anni prima, avevano atteso a lungo un passaporto
era più “patria” quella in cui loro vivevano, lottavano, soffrivano, o la mia di oggi, in cui mi posso liberamente muovere (sempre che qualche imbecille si alzi al mattino con la luna storta) senza spinosi confini nazionali, almeno in Europa?
sono d’accordo che il deteriorarsi dei valori positivi che una “patria” porta con sé non costituisca una grande conquista storica, ma addossare solo a certe ideologie la colpa del suo effettivo e verificabile deteriorarsi, mi sembra il modo peggiore per iniziare a ragionare se abbiamo davvero tutti quanti una “casa comune” in cui abitare, magari con idee diverse su certe scelte di vita, animate ciascuna di buon senso e fatte in buona fede, ma chissà perché poi diverse e costrette a convivere dentro un processo di continua mediazione, idee diverse ma comune il senso civico (che è assai più del buon senso), che si fonda per esempio su principi quali “la legge è uguale per tutti”, certi diritti soggettivi sono inalienabili, ecc.
altrimenti, se non si assiste ad un progressivo, per quanto lentissimo e faticosissimo, armonizzarsi delle pressioni dei diversi gruppi sociali, delle plurali identità ed appartenenze, in una tensione etica riconoscibile attraverso una lettura equanime della storia come della giurisprudenza, della cultura artistica come di quella scientifica, ti garantisco che la tentazione di abbracciare la legge della giungla è troppo forte (e il primo articolo di tale legge è che non esiste per nessuno patria che possa tutelare te e chi ti sta a cuore)
e che qualcuno mi venga a dire che la legge della giungla è un dato realistico, che non esiste scienza politica che possa prescindere da questo dato intrinesco alla storia di qualsiasi organizzazione sociale, senza minimanente prendere in considerazione l’ipotesi del suo superamento, beh, non si lamenti se poi gli do’ dell’anarchico, dell’opportunista, del malversatore del linguaggio comune, del traditore della patria
chi fa o avvalla leggi ad personam non mi venga a parlare di senso della patria, per piacere, oppure mi dimostri, con ferrei e fondati ragionamenti giurisprudenziali, che il presupposto “ad personam” non sussiste, e allora lo ascolterò con estremo interesse
Mario Bertasa
vincenzillo said
mario bertasa,
tu dici: “se abbiamo davvero tutti quanti una “casa comune” in cui abitare”.
Questo è il punto: se.
Ma dov’è questa casa comune?
Io parto da un dato d’esperienza: io non la sento, questa casa comune. E non la sento da molto tempo prima di Berlusconi e della Lega. Da piccolo, solo mio nonno mi parlava di patria. Suonava il clarinetto nella banda del paese e mi piace pensare alla sua idea come a un “senso musicale della patria”. Per me era una noia mortale, per tutto il resto della famiglia poco meno.
Crescendo, il mio orizzonte fu il mondo, via le barriere, via gli stati, via tutto, solo uomini uguali.
Vennero le pallosissime assemblee di istituto, dove il sessantottismo spinto si scagliava stancamente contro le istituzioni in quanto tali.
Poi Mani Pulite, e lì, credo, la prima scossa. Mi sembrò un atto di violenza. Le monetine su Craxi che aveva chiesto a tutti i politici un atto di coraggio, piantiamola con l’ipocrisia e diamoci regole nuove, noi che abbiamo rubato per dare al partito. Invece si sa cosa accadde. Oggi ho le parole per dirlo, ma già ai tempi mi sembrò una lacerazione, prima di tutto simbolica. Era assuefazione al ladrocinio, la mia? Può darsi.
Poi arrivò Berlusconi, l’imprenditore capace, si affacciò alla politica, e mi sembrò davvero l’arrivo di uno spirito nuovo. E ancora una volta, da lui come dagli altri politici non mi aspettavo la purezza morale. Mi aspettavo una speranza che coinvolgesse tutto il paese. E arrivò. Detta da lui la parola “speranza” suonava vera, mentre detta dagli altri no. Perché? Solo perché è un “bravo comunicatore”? Non credo. Non so ancora rispondere fino in fondo, ma qualcosa in più ho capito.
La cosa più importante è che lui incarna quella regola non scritta che dice: in democrazia gli interessi di una parte possono riverberarsi positivamente anche sugli interessi di altre parti. E’ una legge misteriosa ma reale, secondo principi economici liberali. Per me questo è diverso dalla tua presunta “legge della giungla” e dall’altrettanto presunto “tradimento della patria”.
Come vede, non sto difendendo le leggi ad personam dal punto di vista giuridico, né sto incensando un presunto superuomo salvatore della patria. Il mio atteggiamento è realistico, disincantato. Dal mio punto di vista la patria non esiste per colpa di ideologie funeste e di partiti che si sono mangiati il senso dello stato, e va ricostruita per opera di forze sociali e politiche che operino secondo democrazia. A partire dalla realtà italiana e dentro la realtà italiana, con tutto ciò che di bene e di male questo comporta.