Le astuzie dello Spirito
Pubblicato da fabrizio centofanti su novembre 11, 2008
Rebecca Solnit, in cerca di una nuova speranza
Una intervista con la studiosa statunitense che nel suo libro più famoso, «Hope in the Dark», ha provato a rispondere alla disperazione di una certa sinistra nostalgica e lamentosa, mettendo in luce le conseguenze positive e imprevedibili dei grandi momenti di crisi
di Marco d’Eramo
Dalla grande finestra entra la tersa luce autunnale di San Francisco. Sono a casa della saggista americana Rebecca Solnit che, come scrive nel suo libro più famoso, Hope in the Dark, è nata nel ’61, l’anno in cui fu costruito il muro di Berlino, lo stesso anno in cui è nato Barack Obama. Quel libro fu scritto nel 2003, dopo che i movimenti contro la guerra non erano riusciti a impedire l’invasione dell’Iraq, e divenne subito oggetto di accesa discussione in tutta la sinistra americana. Il suo è un vero e proprio «Elogio della speranza», non quella passiva di chi si siede in poltrona e aspetta di vincere alla lotteria, ma quella attiva, pugnace, che si batte per realizzare le proprie speranze. Un libro contro la depressione di sinistra, contro il militante nostalgico e un po’ piagnone.
Anche Obama ha scritto nel 2006 un libro sulla speranza, Audacity of Hope (L’audacia della speranza, Bur), Perché questa categoria è diventata centrale? Negli anni ’60 non si parlava della speranza, si sperava.
Negli anni ’60 trionfava ancora il modernismo e si pensava che il mondo fosse riplasmabile a piacere e il solo problema era chi avrebbe avuto il potere di riplasmarlo Nei ’60 c’era quasi un’arroganza delle aspettative. Questo si è smarrito, e ora molti tendono a vedere la storia della sinistra come una lunga storia di sconfitte: una visione abbastanza imprecisa. E poi non dimentichi il «Tenete viva la speranza» di Jesse Jackson nel 1988. Io sono un po’ una bastian contraria nella sinistra e in quel libro stavo rispondendo alla specifica disperazione del 2003, quando si pensava che non solo non eravamo stati capaci di fermare la guerra, ma eravamo impotenti, buoni a nulla, destinati per sempre alla sconfitta.
Una sindacalista dell’Arizona mi diceva che i giovani hanno un disperato bisogno di sperare.
È strano. Qui in America la gente si perde tante di quelle cose da non essere cosciente nemmeno di quello che si perde, da non sapere cosa è una vita piena di senso, tesa a uno scopo. Quindi è molto difficile parlare a persone così. Ma Obama è stato elettrizzante, ha eccitato tutti. Non so se poi riformerà davvero, ma rappresenta un cambiamento, la possibilità di chiudere la ferita originaria di questo paese, la schiavitù. Qualcuno mi ha mandato la prima pagina del giornale francese «Libération», con Un nero alla Casa bianca, è straordinario.
Tra le ragioni di sperare, nel libro sono citate la caduta del muro di Berlino, la fine dell’apartheid in Sudafrica, il movimento zapatista e il movimento no-global di Seattle. Ma zapatismo e no-global rappresentano ancora una speranza?
Alla fine dell’anno scorso sono stata in Chiapas per il loro quattoridcesimo anniversario, ed era bellissimo, straordinario, illuminante. Ho partecipato a incontri di donne, su cosa significa vivere una vita da liberi, la vita di ogni giorno: maternità, educare i figli. Adesso gli attacchi del governo sono più forti, ma per 14 anni gli zapatisti sono stati imbattuti e continuano a rappresentare un modello per tutti noi di come pensare la liberazione. Per quanto riguarda la globalizzazione, la gente vuole a tutti i costi rivedere un movimento come quello del 1999 (Seattle) o del 2001 (Genova). E questo non c’è, ma nel frattempo l’Organizzazione del Commercio Mondiale è spazzatura, la maggior parte dell’America latina ormai persegue politiche anti-globalizzazione, anche in modo aggressivo. L’attuale crisi mondiale è una crisi dell’intero progetto della globalizzazione, ne svela il fallimento: è l’ideologia stessa della globalizzazione che sta collassando.
La realtà ha vinto per noi…
Sì, ma quando si è verificata Seattle, eravamo minoritari. Se osavi criticare la logica della globalizzazione venivi deriso e i vari Thomas Friedmann (opinionista «liberal moderato» del New York Times, ndr) ti insultavano. Adesso le nostre idee hanno acquistato diritto di cittadinanza, se ne discute apertamente. La nostra agenda sta prevalendo. Sono contenta, sono speranzosa.
Lei è ironica contro una certa sinistra «vera erede dei puritani. Puritana perché il punto è dimostrare la propria virtù, non raggiungere risultati. E puritana perché il cupo piacere di condannare è la parte più duratura di questo retaggio, insieme al senso di superiorità personale che viene dal negarsi il piacere». Però nello stesso tempo usa spesso le categorie di «fede», «anima», «appartenenza a una comunità», tutti pilastri del religioso. Insomma la sinistra è una religione?
Se capisco bene la domanda, sì, sono per la fede, per l’appartenenza a una comunità, ma sono contro la repressione, contro il sentirsi superiori moralmente, il riscatto attraverso la sconfitta. Ma c’è anche un altro modo di essere religiosi, pensi per esempio alle chiese nere, dove la religione è molto più nei corpi, è più allegra, è più sociale. Non a caso invoco Coyote, il dio dei pellerossa, un dio improvvisatore, lascivo, comico, indistruttibile, un creatore spiritoso che non conclude mai il compito di creare.
Molti suoi esempi sull’imprevedibilità della storia, sul nostro essere «all’oscuro», rientrano in realtà in quel che Hegel chiamava «l’astuzia dello Spirito» e che la teoria dei sistemi chiama «conseguenze involontarie». Per esempio il Viagra che finisce per salvare dall’estinzione i rinoceronti perché i cinesi non comprano più a prezzo d’oro la polvere del suo corno ritenuta un afrodisiaco.
Le conseguenze involontarie sono uno strumento assai specifico per descrivere la complessità delle cose. Io cerco di pensare in uno schema più ampio. Nel 2004 la gente era in lutto per la vittoria di Bush, e adesso dopo solo quattro anni vedi quanto la vittoria non fosse eterna affatto. L’America è così diversa oggi! Spesso si confonde speranza con ottimismo. Ma non è così: il giorno di Seattle nessuno immaginava la profondità delle conseguenze di quel che stava succedendo. Non si vede quel che accade. È un problema di visione al margine, di cogliere un movimento anche se non si sa cosa si sta muovendo.
Una frase di Hope in the Dark è il tema del suo prossimo libro: «Da quando avevo 15 anni sono stata affascinata da come la gente risorge in occasione dei disastri». Ma questo suo prossimo saggio su ciò che di positivo emerge dai cataclismi (dal terremoto di San Francisco del 1906 all’uragano Katrina del 2004), riguarda proprio le conseguenze non intenzionali.
Quella frase risente forse dell’influenza catastrofista del mio amico Mike Davis. In realtà il modo in cui la gente si organizza di fronte a una catastrofe è prevedibilissimo, c’è un’intera letteratura sociologica sull’argomento, a partire dalla seconda guerra mondiale. Già il matematico Eric Temple Bell, che aveva vissuto il terremoto di San Francisco, raccontava di non aver visto scene di panico, d’isteria, ma una reazione calma. Dopo Katrina, la versione del governo era quella di una umanità (nera) hobbesiana pronta a scatenarsi e a saccheggiarsi reciprocamente. In realtà la vera barbarie lì la compì il governo. Ecco perché nel 2005 scrissi su «Harper’s» un saggio dal titolo Gli usi del disastro: del cattivo tempo e del buon governo. Adesso, dopo anni passati a studiare il fenomeno, ho quasi finito il libro, uscirà l’anno prossimo.
A volte sembra che lei faccia suo lo slogan «piccolo è bello».
Penso che le persone debbano muoversi in un ambito di comprensibilità, che possano plasmare, non nell’immanità globalizzata di fronte a cui sono impotenti. Ma ho passato due mesi e mezzo in Islanda (che ha descritto nel numero di ottobre di Harper’s) che è una realtà piccolissima, 320.000 abitanti, con una democrazia in cui tutti conoscono tutti, che però non ha prodotto un gran risultato. Come si vede in questi giorni, sono state prese decisioni distruttive: ecco, in questo caso piccolo non è particolarmente bello.
Lei dice a un certo punto che il movimento no global ha alcune contiguità con le milizie anti-immigrati.
C’è stato un momento negli anni ’90, prima che prendessero una deriva razzista e di estrema destra, in cui si cercava di rispondere a problemi reali, alla concentrazione del potere, alle sua corruzione, al suo non rispondere, al suo smantellare un’America operaia. Non è necessario che questi sentimenti diventino di tipo razzista. Quattro anni fa i contadini – buoni cristiani, tradizionalisti, «trattoreggianti» – del Sud Dakota hanno sconfitto Monsanto e il tentativo di introdurre organismi geneticamente modificati (ogm) nelle loro cerealicolture. Ce l’hanno fatta perché resiste ancora il tessuto di cooperative, di fattorie, risalente al primo ’900. C’è una adattibilità nello scontento che non lavora inevitabilmente a favore della destra.
Qual è il filo che percorre i suoi libri di argomenti così diversi?
Sono sempre stata affascinata dai luoghi che plasmano gli esseri umani e dagli esseri umani che plasmano i luoghi. Il mio primo libro era sugli artisti figurativi degli anni ’50 che hanno forgiato una nuova sensibilità westerner, e il mio secondo sui parchi nazionali e il deserto del Nevada dove furono sperimentate oltre mille bombe atomiche. Ma è anche vera curiosità, il desiderio di raccontare storie mai dette, storie soppresse, storie di potere popolare, storie sovvertite, raccontare gruppi invisibili, forze non riconosciute, il potere dei margini. In questo senso, scrivo sempre contro-storia.
Il suo libro sulla Storia del camminare non rientra in questa traccia.
Lei trova? Anzi, per me è un libro politicissimo: c’è il camminare di chi marcia, è un libro contro il patriarcato, contro i recinti delle proprietà private da non superare, contro la misoginia, contro la cultura dei suburbi, un libro sul muoversi piano, sull’uscire nel mondo, sull’ambiente. No, direi proprio il contrario.
Nei suoi libri si sente che pesa moltissimo il suo essere del West.
Ci può scommettere! Io sono cresciuta nella baia di San Francisco. A 17 anni sono andata a Parigi e lì sono stata sommersa dalla cultura, dai duemila anni di passato. Poi quando nei miei vent’anni sono tornata in America, sono andata a New York perché lì era il centro del mondo, ma poi sono tornata qui. E qui la storia è stata scavata così poco, ci sono tante storie non dette, ancora da portare alla luce! Un mio libro riguarda Eadweard Muybridge, il fotografo che riuscì a fotografare per primo un cavallo in corsa e con questo rivoluzionò la cultura, pose le basi del futuro cinema, alterò l’immagine del west. In copertina c’è la silhouette del cowboy al galoppo, grafizzata dalla sua foto.
Lei spesso dice che le identità sono multiple. Cosa può dire sull’essere insieme westerner e donna?
Ho scritto un libro che s’intitola: «Come Eva disse al serpente: su paesaggio, genere e arte». È buffo, perché per un certo periodo i recensori continuavano a paragonarmi a Susan Sontag, perché una donna va paragonata sempre a un’altra donna. Mai che mi paragonassero a John Berger, come avrei preferito. Il West è stato molto liberatorio per le donne. Proprio perché tutto veniva continuamente inventato, qui hai molto più spazio per reinventare te stessa, per reinventare il tuo ruolo, per reinventare il tuo genere. Le prime donne americane a votare furono in Wyoming, la prima donna eletta deputata fu in California. Storicamente è stato un luogo più favorevole al femminismo. C’è lo spazio aperto, l’immensità del Nevada, del New Mexico dove ho passato anni. Lo spazio può essere letteralmente liberatorio: emotivamente, immaginativamente, anche spiritualmente.
Pubblicato su Il Manifesto il 4 novembre 2008













