PROVOCAZIONE IN FORMA DI APOLOGO 87
Posted by robertorossitesta on November 19, 2008
Due presenze speciali, nell’infanzia di Erre.
La prima, il fratello minore del nonno materno. La meningite che l’aveva colpito bambino l’aveva lasciato bambino per sempre. Ma quando andava a trovarlo al Cottolengo, Erre vedeva ben altri casi, spettacoli che in quell’Italia pretelevisiva solitamente si consideravano “vietati ai minori”.
La seconda presenza speciale nell’infanzia di Erre era Emme, cugina alla lontana e, come si diceva allora, mongoloide. I suoi genitori, dei veri pionieri, si erano molto adoperati per fornirle ogni stimolo e darle un’educazione normale: con tale successo che Emme, almeno agli occhi di Erre, era solo un poco più lenta e tanto più dolce delle altre ragazze.
A più di quarant’anni di distanza somigliano tutti a Emme, ma ancora in meglio, i giovani Down, oggi si dice così, che Erre incontra per le strade del quartiere dove abita ora: si muovono in gruppo scherzando fra loro, con le cuffiette per la musica e parlando al cellulare, vestiti secondo l’orrido gusto corrente fra tutti i ragazzi .
Nel quartiere si vedono anche parecchi disabili (disabili, sì: tutti lo siamo, in questo o quest’altro), i disabili che un tempo si nascondevano in casa; girano su carrozzelle elettriche fra i banchi del mercato con buste e borse appese allo schienale, o stanno intorno ai tavolini del chiosco vicino al giardinetto pubblico.
Ci sono persino un paio di cani con le zampe di dietro paralizzate che attraversano regolarmente il corso alberato su delle specie di calessini su cui appoggiano la parte deretana e che loro medesimi tirano, quasi promossi a bipedi, con le zampe davanti. Chi avesse da ridire non ha che da osservarne il fiero impegno, e le occhiate che scambiano con i loro padroni.
La vita non è bella né facile ma non è vero che nulla cambi mai, o che tutto sia destinato a peggiorare sempre. Solo che per accorgersene ci vuole buona volontà, buona fede e pazienza.















renatamorresi said
Un’amica che lavora in una comunità per persone con bisogni speciali, ovvero handicap mentali, mi dice che non nascono quasi più bimbi down, perché ora lo screening neonatale dà risposte molto certe sulla sindrome di down. Però mi dice pure che il confine tra disabilità e abilità, tra malattia mentale e normalità, non è affatto chiaro, e molti clinicamente “normali” starebbero benissimo nella sua comunità, mentre molti “speciali” vivono una vita assai più piena e sensata degli altri.
Un saluto,
R
robertorossitesta said
Cara Renata,
sono d’accordo su tutto; il primo ad essere in bilico sono proprio io (almeno lo so).
Il fatto che insieme ad Erre incontriamo tanti giovani down, malgrado l’esiguità del loro numero complessivo, è causato probabilmente dall’esistenza di qualche centro o comunità nei nostri paraggi.
Grazie e un caro saluto,
Roberto
fabrizio centofanti said
grazie, Roberto: tutti conosciamo la dolcezza irresistibile di queste persone.
come se la vita potesse esprimersi così delicatamente solo nella più riconosciuta delle imperfezioni.
che sia un segno?
un abbraccio
fabrizio
Carla said
Questo è l’apologo più dolce che potevi donarci, caro Roberto!
*
nadia agustoni said
Un saluto Roberto, un frammento dolce questo, come dice Carla.
robertorossitesta said
Cari amici,
la sofferenza che è dentro e intorno a noi a volte sembra non lasciare spazio ad altro.
Riuscire a cogliere almeno una briciola, di quell’altro, e condividerla, non sana i moribondi né risuscita i morti,
ma è comunque un atto d’amore, l’unico che in certi momenti si può compiere.
Vi abbraccio tutti,
Roberto