“Heimat” di Pasquale VITAGLIANO
Posted by Giovanni Nuscis on December 1, 2008
La Ginestra
Il cognome
Dimenticò
Il fiore.
VOTATE LIOY
Passato
Indelebile
Sulla colonna
Di un nobile
Palazzo borbonico.
Vincenzo Cuoco
Non gli impedì
Di finire impiccato
Al suo albero
Di sughero.
Materiale
Per dipartimenti
Di quisquiglie
E per conferenze
Curiali
fra discendenti
Di Ruffo
O per enciclopediche
Monografie
Da dopo-lavoro.
VOTATE LIOY
Incancellato
Graffito partenopeo,
Come gli oggetti
Di casa ereditati
Da una storia
Senza eredità:
Il monocolo,
Le cartoline da Napoli,
Il soprabito-da-teatro,
Un pennino
E una medaglietta.
De Napoli
Fuggì dalla capitale
Per il terrore
Dei giacobini.
E tornò in provincia,
In questa terra senza luogo
Fra Napoli e Palermo.
VOTATE DE NAPOLI
Starebbe bene
Scritto
Sulle colonne corinzie
Del grande tempio
Per vecchiette
Che scavò la fossa
Alla Domusecclesia
Della nostra memoria.
Neppure reliquie,
Ma trofei,
Prede
O pezzi di capro,
Il magico bestiario
Ad abbellire
Come tristi bomboniere
Di porcellana
I balconi crispini.
Il palazzo
De Gemmis
Ignorò
La cospirazione
Del suo padrone,
Quando
I fregi di alloro
Stancamente,
Immobili
Come sempre,
Adornarono
Il podestà.
Nessuno
Ricorda
Il suo nome,
Oppure questo
Si confuse
Sui palchi elettorali
Della democrazia
Infantile
Tra i nomi
Dei nuovi cospiratori,
Garriti
Dalle coppole
Dei contadini;
Le stesse
Dei vescovi
E dei viceré.
Le porte
Lasciate-sempre-aperte
Furono
L’unico lascito
Della memoria.
Quel nome
Neppure mio nonno
Lo ricordava.
Le unghie di mio nonno
Erano sporche di terra.
Mio nonno
Che non fece le guerre,
Che servì il padrone
E non gliene venne nulla;
Che fece lavorare
Due prigionieri tedeschi
E per questo
Non divenne antifascista.
Mio nonno
Era alto
E pareva muto.
La città di mia nonna
Fu la pietra bianca di Trani.
Mia nonna
Che non conobbe città;
Che sconosciuto
Conobbe solo il rosario
E nenie campane.
Mia nonna,
Che si credeva una signora
Perché suo padre era beccaio;
Che fu sepolta
Col suo abito da signorina,
In eterno ritoccato.
In quale paese vissero
Non lo so dire:
Stampe da calendario
Rimangono,
Senza alcun ricordo.
Recupero pubblicitario
Di radici fragili e fredde,
Come di vetro.
Il mondo antico
Masticato
A fatica
Si ingolfò
Nell’occhio
Potente e misericordioso
Di un bracere acceso.
Così sgorgò via
E la faccia
Dura ed evangelica
Di mio padre
Si bruciò.
In cambio
Gli dettero
Una ceroplastica.
La periferia romana
Perse così
Un attore non-protagonista;
E un altro posto
Fu occupato
Al museo interattivo
Del 3 x 2.
La faccia contadina
Fu sfigurata,
Mentre noi
Inizializzati
Per rinnovate figure
Di vecchie forme di vita.
Non c’è
HEIMAT
Perché
Non c’è mai stata
Una terra.
Invano
Invocata
Da una
Poesia civile
Inascoltata
Perché estranea,
Isolata
Perché solitaria,
Irreale
Perché non si incarnò
In un bisogno
Barbarico
Di terra
Ma finì
Anch’essa
Per volteggiare
Nell’aria
Di un luogo
Che fu
E non è più,
Di un ninnolo
Che si ereditò
Da un tempo
Che fu di altri
Sulla stessa terra
Di oggi.
Non i campanili,
Non le Sezioni,
Non gli ipermercati
Ci appartennero,
Come ci appartiene
Il nostro luogo geografico:
Scenario.
Principi,
Papi,
Vati,
Cospiratori e balordi,
Da seppellire tutti
In terra sconsacrata.
Appartenemmo
Tutti a noi stessi
E perciò
Tutti a nessuno
O al proprio impresario.
Eppure
Una terra
Deve esserci
Se esistono
Paesi
A cui qualcuno
Dette un nome
Così sacro:
DELLA DELIZIA
Dove
Sempre plumbea
Una pietra
Riaccolse
Madre e figlio
Che a quella terra
Appartennero.
Ma il figlio
Non morì lì,
Alla ricerca
Di un luogo
Che non c’era più,
Se c’era mai stato.
Così lo ricorda
Un posto d’altri :
Squallido,
Ostile,
Alieno e triste
Come
Una sala d’attesa,
Un parlatorio,
Una sagrestia,
Un viale di periferia,
Una stanza umida
O una reggia blindata,
Dove
Andarono a morire
Orfani o prodighi
I figli
Di questo Paese
Senza terra,
Neppure
Per i nuovi
Unicamente
Orfani
che ne vanno cercando una.
















