NO AL PIZZO di Antonio Moresco
Posted by rosellapostorino on December 1, 2008
[Un affettuoso ringraziamento da parte di tutta la redazione de La poesia e lo spirito ad Antonio Moresco per averci concesso di pubblicare l'articolo che segue].
Cari amici di La poesia e lo spirito, vi ringrazio per avere dato spazio a Lettere a nessuno e per la discussione appassionata e seria che ne è seguita. Vi mando questo piccolo scritto il cui capoverso iniziale è apparso sabato 29 novembre su “Tuttolibri” e che pubblicherò anche sul “Primo amore”.
Un caro saluto e un abbraccio fraterno,
Antonio Moresco.
NO AL PIZZO
Elogio di un libro coraggioso e considerazioni su come stanno le cose anche nel libero mondo della cultura.
Sull’ultimo numero di Tuttolibri è apparsa (a firma di Nico Orengo) una sbrigativa e sarcastica liquidazione di Lettere a nessuno. Io non contesto il diritto che ognuno ha di scrivere quello che vuole e usando gli argomenti che preferisce. Né mi lamento dell’accoglienza riservata dai giornali a questo libro, perché -accanto a cose analoghe-sono apparsi anche articoli di ben altra serietà, passione e spessore. Quello che mi sembra inaccettabile è questa pratica di stroncare un libro senza averlo neppure letto, la presa in giro dei propri lettori, la disinformazione. Leggendo queste righe, sembrerebbe infatti che Lettere a nessuno sia il resoconto di piccole beghe editoriali e pettegolezzi vari. Mentre vi si parla, anche e soprattutto, in modo ravvicinato, dell’Italia degli ultimi quarant’anni, del passaggio d’epoca che stiamo vivendo, di santità, di violenza, di realtà e di realismo (entrando nel merito delle semplificazioni giornalistiche di questi anni), di Teresa di Lisieux, di Leopardi, di Gramsci, della nostra attuale situazione planetaria e di specie, di restaurazione, di sproporzione… E anche quando si parla di battaglie letterarie e culturali tutto questo è ricondotto dentro un sogno e un orizzonte più vasti. E allora perché dare un’immagine così meschina e fuorviante di un libro che non si è evidentemente neppure letto?
Ma adesso vorrei allargare il discorso e porre anche altre domande.
Perché in alcuni campi (sociale, politico, economico, religioso…) si può portare la critica e battersi per una rigenerazione dell’esistente mentre lo stesso non lo si potrebbe invece fare nell’altrettanto nevralgico campo artistico e letterario? In questo campo guai a chi si permette di dire come stanno le cose, di credere che la letteratura non sia un esercizio irrilevante buono solo a intrattenere le persone in attesa della loro morte, ma qualcosa di distruttivo-costruttivo, di fondativo e prefigurativo della nostra vita e del nostro mondo, soprattutto in epoche di restaurazione, intossicazione e torpore come quella che stiamo vivendo.
Tutti pronti a indignarsi quando si parla di mafia, di camorra, di corruzione della politica, di casta, di leggi ad personam, di economia drogata e truccata ecc, ma guai a toccare l’orticello della cultura, dove ti aspetteresti invece di trovare più libertà, abnegazione e coraggio ma dove dominano purtroppo le stesse logiche, rese se possibile ancora più grottesche dal ruolo ininfluente, terminale e gregario in cui ha accettato di stare.
In questi mesi nelle scuole e nelle università gli studenti si stanno cominciando a rendere conto della trappola in cui sono state chiuse le ultime generazioni, negli Stati Uniti – che parevano avvitati in un destino di arroganza e ottusità suicida e senza ritorno – la maggioranza degli elettori ha compiuto uno scatto di immaginazione e ha eletto Obama. Nel nostro paese siamo invece alle prese con un sistema chiuso, presidiato, mortuario, in ogni campo, compreso quello della cultura.
Però c’è anche qualcosa che viaggia in direzione diversa. Faccio un solo esempio: ho ricevuto pochi giorni fa un libro intitolato No al pizzo (editrice Thor), che raccoglie le testimonianze di tredici imprenditori siciliani che si sono ribellati alle logiche mafiose nonostante la durezza di questa lotta e le continue aggressioni e intimidazioni. All’inizio di ogni testimonianza ci sono le fotografie di chi racconta la propria storia. In modo che tutti (mafiosi compresi) possano vederle. Sono cose che commuovono e che ci mostrano l’esistenza anche di qualcosa d’altro oltre a tutta questa ignavia e a questo volare basso dentro cui sembrerebbe imprigionato il nostro paese. Ancora di più stupisce che queste persone – dopo avere condotto una battaglia così limpida anche all’interno della loro stessa organizzazione – siano state addirittura elette dalla maggioranza dei loro colleghi alla presidenza di Confindustria in città come Agrigento, Caltanisetta, Palermo…
Oggi tutti si riempiono la bocca di elogi per questo tipo di battaglie civili e per chi le compie (tanto più che sono altri a rischiare…), mentre nella piccola palude italica della cultura posizionata dominano le stesse logiche, le stesse confraternite, le stesse sinecure, lo stesso controllo del territorio, lo stesso gioco truccato, la stessa rassegnazione, la stessa omertà, le stesse caste, gli stessi dare-avere, le stesse ironie nei confronti di chi non sta al gioco, lo stesso conformismo, la stessa disinformacija, gli stessi pizzi, persino gli stessi pizzini.

















andrea ponso said
Sono felice di leggere questo intervento di Moresco: il suo ultimo libro è un’opera davvero importante e la sua riduzione critica alle beghe editoriali non fa che confermare la verità del libro, e anche la sua estrema necessità. Ci sarebbe molto altro da aggiungere, spero di poterlo fare nel seguito di questa discussione, intanto grazie a Moresco, davvero di cuore…
andrea ponso
nadia agustoni said
“Ma adesso vorrei allargare il discorso e porre anche altre domande.
Perché in alcuni campi (sociale, politico, economico, religioso…) si può portare la critica e battersi per una rigenerazione dell’esistente mentre lo stesso non lo si potrebbe invece fare nell’altrettanto nevralgico campo artistico e letterario?”
Già perchè?
michele marinelli said
non ho letto il libro di moresco. ma ho letto l’articoletto di orengo. ha ragione antonio moresco. l’impressione è quella di una stroncatura facile, rapida e indolore. propria di chi ha sfogliato il libro.
lambertibocconi said
Basti pensare che l’han fatto anche quassù col libro dell’a me ignoto Pierantozzi. Lo sapete perché? Perché tutti fanno tutto in scioltezza, alla cazzo di cane, per dirla con un’espressione espressiva che usa anche Moresco. Perché è in via di estinzione il concetto di serietà. Perché ci si adegua a una Weltanschaung superficiale. Et coetera.
francesco sasso said
Anna, ma capita a tutti di subire un’ingiustizia simile. Non è giusto, bisogna ribellarsi, ma non così. Quanti scrittori sono malmenati da una critica disonesta? Alcuni. E quanti subiscono intimidazioni mafiose? Alcuni. Non gli stessi. Distinguiamo le cose. Iniziamo, per esempio, a non scrivere testi retorici.
Vado a braccio nonostante la stanchezza accumulata in ventiquattro ore.
Premesse:
1) Ho amato Gli esordi.
2) Ho letto metà delle opere di Moresco.
3) Oggi ho, guarda caso, acquistato Lettere a Nessuno.
Questo per affermare che apprezzo molto lo scrittore. Eppure, a me pare che l’articolo sia enfatico e mischi le carte in tavola.
Sarò schematico, chiedo scusa. Son troppo stanco per esser lucido, ma…
Dopo una prima lettura, ad ogni affermazione di Moresco (contrassegno M) mi sono detto:
[dopo la protesta contro Orengo]
Moresco: “Perché in alcuni campi (sociale, politico, economico, religioso…) si può portare la critica e battersi per una rigenerazione dell’esistente mentre lo stesso non lo si potrebbe invece fare nell’altrettanto nevralgico campo artistico e letterario”
Io: Insomma! Non credo che l’affermazione sia vera. A me pare chiaro che chi lavora nel campo della letteratura non ami la “rigenerazione dell’esistente”, mentre non gli interessa se la stessa generazione invade altri campi. Come pure, al religioso non importa nulla se la rigenerazione invade il campo letterario, diverso se un religioso X si batte per rigenerare il campo religioso.
Quindi, in generale, non credo che si possa facilmente criticare e/o battersi per una rigenerazione nel campo della religione, dell’economia o si possa far satira politica in Italia senza subire contraccolpi. Ugualmente nel campo letterario, stessa cosa. Vedi Pound Contro l’usura e tanti altri scrittori e pensatori. La storia è lì a ricordarcelo, dai romani ad oggi. Però la mia è una prospettiva di confine, lontana da ogni partecipazione concreta nel campo letterario, religioso ecc. Posso errare.
E ancora:
M: “In questo campo guai a chi si permette di dire come stanno le cose, credere che la letteratura non sia un esercizio irrilevante buono solo a intrattenere le persone in attesa della loro morte, ma qualcosa di distruttivo-costruttivo, di fondativo e prefigurativo della nostra vita e del nostro mondo, soprattutto in epoche di restaurazione, intossicazione e torpore come quella che stiamo vivendo. ecc”
Io: Anche qui, retorica facile facile. Letteratura come elemento fondativi della nostra vita, sono d’accordo, per alcuni lo è. Per me lo è. Ma non credo che la letteratura cambi il mondo (“distruzione-costruzione”). La scienza cambia il mondo. L’economia cambia il mondo. La politica cambia il mondo. La letteratura serve a darsi una vita più degna, più consapevole. Almeno credo. Vorrei di più dalla letteratura. Amo follemente la letteratura. Però so che altri utilizzano mezzi diversi dalla letteratura per darsi una consapevolezza. E so anche che lamentarsi del proprio tempo è un leitmotiv – topos – nella letteratura antica e moderna.
M: “Tutti pronti a indignarsi quando si parla di mafia, di camorra, di corruzione della politica, di casta, di leggi ad personam, di economia drogata e truccata ecc, ma guai a toccare l’orticello della cultura[…]” ecc.
Io: anche qui, retorica. Tutti chi? Tutti tutti? In Italia non assisto al festival dell’indignazione su camorra, corruzione della politica, leggi ad personam ecc… Difficile raggiungere il quorum minimo dell’indignazione fra i cittadini italiani. Anzi, sembra di vivere in un’atmosfera rarefatta, piena di faziosità. Non dico che sia giusto, dico che a me pare così. Quindi, il presupposto di Moresco a me appare falsato dalla sua prospettiva deformante.
M: “Però c’è anche qualcosa che viaggia in direzione diversa. Faccio un solo esempio: ho ricevuto pochi giorni fa un libro intitolato No al pizzo (editrice Thor), che raccoglie le testimonianze di tredici imprenditori siciliani che si sono ribellati alle logiche mafiose nonostante la durezza di questa lotta e le continue aggressioni e intimidazioni.” Ecc (vedi il seguito)
Io: Sì, ma mi pare di capire che questa non è un’opera letteraria, ma una meritevole opera di testimonianza. Importantissimo testo scritto, sia chiaro. Ma non è letteratura. Quindi che c’entra la cattiva recensione di Orengo e il malcostume letterario con la mafia siciliana? Così facendo si finisce per annullare la differenza che esiste, perché esiste, fra il mafioso e il critico letterario. Si finisce per abbassare l’importanza simbolica dell’iniziativa degli imprenditori siciliani e si innalza, viceversa, il simbolo Orengo a male assoluto della letteratura. Siamo messi bene. Non si può discutere col calibro taroccato da Moresco.
Eccetera… Per me, in Italia manca una idea forte di letteratura. Punto. I romanzi di Moresco mi danno coraggio, ma a volte alcune sue invettive mi spezzano le gambe dalla delusione.
Comunque, questo pomeriggio ho piluccato Lettere a nessuno. Merita.
Peccato! Domani non potrò leggere l’eventuale dibattito in calce all’articolo di Moresco. Sono lontano dal notebook.
f.s.
lambertibocconi said
Francesco, ti parrà strano ma concordo con te. Mi riferivo solo alla pratica di scrivere recensioni senza leggere i libri, sintomo di superficialità diffusa. A quando torni!
Giuseppe Panella said
condivido ogni parola del post di Francesco Sasso – però Lettere a nessuno è a tutt’oggi il miglior libro di Moresco (io ho letto però l’edizione Bollati Boringhieri)… e non mi pare che Nico orengo sia uno stupido… il fatto è che non bisognerebbe scambiare per una stroncatura una recensione che non sia positiva ma giustamente solo critica:-)
fabrizio centofanti said
ringrazio Antonio per questo testo che ci ha regalato e Rosella che glielo ha chiesto. al di là delle osservazioni di Francesco (confermate da Giuseppe), che a quest’ora di notte non ho l’energia per passare in rassegna, credo che l’articolo metta il dito in una piaga purulenta. tutto il sistema si regge su presupposti traballanti che potrebbero crollare con un soffio. ma economia e politica provvedono a puntellare a meraviglia anche l’architettura più inaffidabile.
vbinaghi said
A proposito di impegno civile, anche il libro di Moresco “Zingari di merda” è un libro coraggioso e commovente.
francesco sasso said
Cara Anna,
Sui censori…ripesco un mio vecchio post pubblicato su LPELS nell’agosto del 2007: http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2007/08/27/vita-di-vittorio-alfieri/
Seconda metà del settecento, l’Alfieri scrive ne “Vita”, Epoca quarta- VIRILITÀ:
[...] Ogni cosa letteraria mi si andava ad un tempo stesso estinguendo nella mente, e nel cuore; a tal segno, che varie lettere ch’io avea ricevute di Toscana nel tempo de’ miei disturbi in Roma, le quali mi mordeano non poco su le stampate tragedie, non mi fecero la minima impressione per allora, non piú che se delle tragedie d’un altro mi avessero favellato. Erano queste lettere, qualcuna scritta con sale e gentilezza, le piú insulsamente e villanamente; alcune firmate, altre no; e tutte concordavano nel biasimare quasi che esclusivamente il mio stile, tacciandomelo di durissimo, oscurissimo, stravagantissimo, senza però volermi, o sapermi, individuare gran fatto il come, il dove, il perché. Giunto poi in Toscana, l’amico per divagarmi dal mio unico pensamento, mi lesse nei foglietti di Firenze e di Pisa, chiamati Giornali, il commento delle predette lettere, che mi erano state mandate in Roma. E furono codesti i primi cosí detti giornali letterari che in qualunque lingua mi fossero capitati mai agli orecchi né agli occhi. E allora soltanto penetrai nei recessi di codesta rispettabile arte, che biasima o loda i diversi libri con eguale discernimento, equità, e dottrina, secondo che il giornalista è stato prima o donato, o vezzeggiato, o ignorato, o sprezzato dai rispettivi autori. Poco m’importò, a dir vero, di codeste venali censure, avendo io allora l’animo interamente preoccupato da tutt’altro pensiero.[...] (pag 211-212)
[...] E nuova cosa mi convenne allora conoscere per dura esperienza. Siccome pochi mesi prima io avea imparato a conoscere i giornali ed i giornalisti; allora dovei conoscere i censori di manoscritti, i revisori delle stampe, i compositori, i torcolieri, ed i proti. Meno male di questi tre ultimi, che pagandoli si possono ammansire e dominare: ma i revisori e censori, sí spirituali che temporali, bisogna visitarli, pregarli, lusingarli, e sopportarli, che non è picciol peso.[...] (pag. 216)
f.s.
Iannozzi said
Moresco lo si può solo stroncare con queste “Lettere a nessuno”. Nico Orengo ha tutte le ragioni a non perdere tempo dietro a chi consuma la penna per centinaia di pagine tutte di un futile piangersi addosso senza alcun ritegno. C’è poco altro da dire, se non che Melissa P. a confronto di Moresco è milioni di volte meglio. Era uno scartafaccio impubblicabile: comunque non sorprende più di tanto che in Italia ci si permetta di pubblicare Moresco affossando così sempre più l’editoria e sceverandola della già poca credibilità di cui gode.
rosella said
iannozzi, saresti così cortese da argomentare le tue facilmente provocatorie affermazioni? altrimenti fai solo presenzialismo di bassa lega, e credo che non vada a genio nemmeno a te. in ogni caso: “era uno scartafaccio” significa o che hai letto il manoscritto delle nuove lettere a nessuno e secondo te era impubblicabile, oppure che non hai capito che il volume da poco uscito contiene una prima parte, in cui ci sono le vecchie lettere, che forse conosci, o almeno abbastanza per criticarle, e una seconda, nuova parte. se non avevi capito questo, ti prego di prendere in mano il volume, prima di scagliarti come sei solito fare. e buona lettura, ma solo se ti va.
Iannozzi said
Rossella, in primo luogo sarebbe decente che ti firmassi perlomeno con un indirizzo di posta elettronica valido, invece di alzare il tono di voce. Rossella chi?
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2349/rosella-postorino/
Questa?
Mah! Chi lo sa!
Presenzialismo lo fai solamente tu, che subito accorri a difendere Moresco senza portare uno straccio di argomento che possa far anche solo minimamente traballare le mie osservazioni.
Il problema è anche questo: il libro, in versione meno voluminosa, uscì già dieci anni or sono e già allora ci trovanno di fronte a osservazioni impubblicabili per stile e contenuti fatti di niente; oggi sono state ripubblicate “Le lettere a nessuno” con altre lettere scritte nel corso di altri dieci anni, un totale di 730 pagine e passa, dove Moresco continua a rompere gli zebedei con le sue solite paranoie, dallo scrittore incompreso agli anni perduti della giovinezza, degli amori impossibili. Mon Dieu! Non se ne può proprio più di simili diari buoni neanche per pulircisi il deretano. Come già ho osservato, “Lettere a nessuno” era impubblicabile e il fatto che sia stato pubblicato di nuovo mi fa solo capire che l’editoria italiana è cieca e masochista: benvenga dunque che simili libri non vengano toccati da mani umane e che presto finiscano al macero, perché miglior destino davvero, in tutta sincerità, non gli si può augurare. Nico Orengo fa un’osservazione geniale quando cita Aldo Busi: «Mandami una pagina, la prima, e ti dico se val la pena pubblicarlo». Dopo mezza pagina delle vecchie lettere, dopo mezza pagina delle nuove lettere, ero già stomacato: Moresco è solo impubblicabile e non difendibile.
La mia critica l’ho fatta qui:
http://biogiannozzi.splinder.com/post/19160672/Un+Moresco+trash+da+evitare
E’ intervenuto anche Giulio Mozzi, a cui ho chiesto delucidazioni su queste “Lettere a nessuno” e sulle falsità lampanti contenute nelle note di copertina, che chiamano in causa Pavese e Leopardi, e non si capisce perché, quando è lapalissiano che Moresco non ha la statura né dell’uno né dell’altro. Ma per vendere si arriva a scrivere anche queste scempiaggini, nelle note di copertina: tutto ciò è a dir poco scandaloso. Aspetto comunque, con pazienza, eventuali delucidazioni da parte del Signor Mozzi, là dove è intervenuto in casa mia. Ma forse è fuggito con la coda fra le gambe e chi lo rivede più!
Cordialmente tolgo il disturbo.
Iannozzi
andrea ponso said
dire che questo libro di Moresco è impubblicabile è davvero incredibile… ci possono stare anche tante critiche, ma leggerlo come un puro piangersi addosso o come qualcosa di incoerente mi pare indice di poca serietà o, più probabilmente, del fatto che il libro in questione non lo si è letto davvero. E poi attenzione anche a non dividere sempre la letteratura da tutto il resto: è proprio questo che Moresco, mi pare, cerca di dire… qui non è in gioco lo “scrivere bene” ma uno stile che sia vivo e che sappia essere “contagioso”, che sappia spandere il suo viruso a 360 gradi… non a caso la peste nella letteratura italiana ci dice molto della tradizione di questo paese, da Petrarca e Boccaccio fino a Manzoni…
andrea ponso
Iannozzi said
@ ANDREA PONSO
Infatti più che impubblicabile era da cestinare senza pensarci su due volte, punto e basta.
Moresco fa solo osceno diarismo, di stampo pubescente. E’ un frignare per 700 e passa pagine. Il mio invito non può che essere: non leggete Moresco e le sue lettere, tenetevi i soldi in tasca che c’è la crisi e le lagne di un signore di sessanta anni non interessano a nessuno.
E’ poi osceno che si dica che Moresco “si colloca nella grande tradizione dello Zibaldone di Leopardi e del Mestiere di vivere di Pavese” nelle note di copertina. Questa indicazione è d’una falsità bestiale, che non so davvero spiegarmi che gran faccia tosta c’è voluta per scrivere simili note. Note ingannevoli in dispregio ai potenziali lettori; si è superato davvero il limite: che i lettori stiano attenti, attentissimi, che non credano di aver in mano anche solo una virgola di Pavese o Leopardi. In “Lettere a nessuno” c’è solo un gran piagnisteo senza né arte né parte, altro che mestiere di vivere e zibaldone.
lucy said
iannozzi, mi consenta, ho come l’impressione che se lei potesse, diffiderebbe i lettori dal leggere leopardi e pavese, non che moresco. da quando mi capita di leggere le sue furibonde note non ho avuto il piacere di incontrare un solo rigo di plauso a veruno autore contemporaneo-contemporaneo. sento puzzo di bruciato. a quando le Sue “lettere a qualcuno”, supposto che lei abbia qualcuno con cui interloquire?
fabrizio centofanti said
Iannozzi, esageri sempre, sei il Di Pietro della letteratura.
attento al Di Dietro, però:-)
Iannozzi said
Io consiglio vivamente di leggere e capire sia Pavese che Leopardi. Ma in qualità di critico e di consumatore anche, in questo caso, non consiglio Moresco: le sole note di copertina, fuorvianti e ingannevoli sono irrispettose non solo verso la cultura, ma soprattutto verso i lettori potenziali e accidentali. In coscienza non posso consigliare a qualcuno di spendere 22 Euro per leggere qualcosa che potrebbe essere tutto tranne un accostamento a Pavese e Leopardi. Che se qualcuno non l’avesse capito sono due giganti, mentre Moresco proprio no, al massimo una stanchissima e veccchissima melissa di sessanta anni. Consiglio Melissa P. piuttosto, perché molto più valida, e non c’è provocazione in ciò, rispetto a “Lettere a nessuno”, cara Lucy.
Di Pietro è simpatico, Fabrizio. E’ simpatico, qualche volta. Ma solo questo oggi come oggi. Non è più il Di Pietro di Mani Pulite. O forse sì? Staremo a vedere. :-)
francesco sasso said
Scusa Iannozzi, sei ingiusto.
Dici di essere un critico, allora analizziamo insieme il testo, in questo caso la nota di copertina.
Dov’è lo scandalo?
Tu dici: “leggere qualcosa che potrebbe essere tutto tranne un accostamento a Pavese e Leopardi.”
La nota invece dice semplicemente: “che si colloca nella grande tradizione dello Zibaldone di Leopardi e del Mestiere di vivere di Pavese”.
Si colloca nella grande tradizione. Non dà giudizi di valore.
Tu sai meglio di me che ogni prodotto letterario, a prescindere da un giudizio di originalità che se ne possa dare, si colloca, per gli insieme degli elementi che lo compongono, in un determinato rapporto con i testi del passato. Parliamo di generi letterari.
Anche l’adolescente che scrive un diario, senza nessun desiderio di vederselo pubblicare, spesso senza consapevolezza, si colloca nella tradizione del genere “diario”.
Se proprio vuoi punzecchiare chi ha scritto la nota di copertina, io avrei contestato una sola riga della nota di copertina. Non ti dico quale, poiché è pur sempre una nota di copertina, non una nota critica.
Un saluto.
f.s..
Iannozzi said
Dal Demauro Paravia che va tanto di moda in alcuni lit-blog, collocare: inquadrare in un preciso ambito cronologico, storico, culturale e sim., anche esprimendo un giudizio di valore.
Le note di copertina sono scandalose, e soprattutto ingannevoli verso il consumatore, in quanto è evidente che portano un giudizio di valore creando una trinità (impossibile), Pavese, Leopardi e Moresco. Le informazioni che vengono messe nero su bianco sono gravi, perché portano il lettore (occasionale, e non anche se sprovveduto) a trovarsi di fronte a qualche cosa di enorme letterariamente parlando, quando invece così non è.
Il fatto non è grave, è invece gravissimo proprio perché all’interno delle note di copertina che sono tra le prime cose che un qualsiasi lettore-consumatore consulta per decidere se acquistare o meno il prodotto che ha in mano. Le note di copertina di un libro svolgono lo stesso ruolo delle etichette sui prodotti presenti sui bancali del supermercato e che poi portiamo in tavola. Non so tu, caro Francesco, ma se io leggo che un prodotto contiene conservanti, coloranti, ecc. ecc., non lo prendo. Nei confronti dei consumatori, di tutti i consumatori, si deve essere onesti, chiari e trasparenti.
In ultimo, io non ravviso che il testo di Moresco “Lettere a nessuno” si possa collocare in una qualche tradizione letteraria del passato. E’ nient’altro che un diario, diarismo del più banale, di quello che si fa sui banchi di scuola in età pubescente e adolescianziale.
Stabilire un rapporto di fiducia fra consumatore e marchio è alla base del commercio. In questo caso la fiducia che il consumatore ha nei confronti di Einaudi viene conculcata. Se per te tutto ciò non è grave!
francesco sasso said
Ciao Giuseppe,
Non evadere dal testo, ti prego. Il tuo punto di partenza nella polemica, mi pare di capire, era incentrata sulla inconsistenza critica di una riga all’interno delle “note di copertina”. Dopo aver dimostrato ciò, si può andare avanti nella discussione.
Se vuoi aiutarmi a capire dove sbaglio nell’interpretare le “note di cpoertina” – e in particolar modo di questa riga “che si colloca nella grande tradizione dello Zibaldone di Leopardi e del Mestiere di vivere di Pavese”- ti prego di non tirare in ballo la lessicografia (vedi la tua citazione del vocabolario).
Tra l’altro, scrivi:” In ultimo, io non ravviso che il testo di Moresco “Lettere a nessuno” si possa collocare in una qualche tradizione letteraria del passato.”
Io parlavo di tradizione dei generi letterari. Infatti si cita lo Zibaldone di Leopardi, da alcuni inserito in un “genere letterario” e non Leoparti e basta.
Oppure si cita lo Zibaldone di Leopardi e non si dice, per esempio, è il nuovo Zibaldone del duemila.
Il problema se la considerazione di questo aspetto del testo letterario sia teoricamente fondante, o almeno utile alla conoscenza del lettore, sta a te dimostrarlo, visto che lo contesti.
Ma,a parte la validità intrinseca dei generi letterari, lo studioso non può prescindere da tali considerazioni, non credi?
Avrei altro da ridire sul tuo ultimo commento, ma non ne usciamo vivi.
Per me va bene così. Capitolo chiuso.
un caro saluto.
f.s.
Sgument said
A me sembra di sognare: state perdendo tempo dietro a Iannozzi! Robe da pazzi…
Iannozzi said
Francesco caro, ho già spiegato e bene. Facciamo dunque un breve riassunto e finiamola qui. Dal Demauro Paravia che va tanto di moda in alcuni lit-blog, collocare: inquadrare in un preciso ambito cronologico, storico, culturale e sim., anche esprimendo un giudizio di valore.
Per quanto si evince, con quel “si colloca nella grande tradizione dello Zibaldone di Leopardi e del Mestiere di vivere di Pavese”
SI PORTA IN MANIERA PIU’ CHE MARCATA ED EVIDENTE UN GIUDIZIO DI VALORE
Le note di copertina sono ingannevoli, un caso di malaeditoria direi.
Ma se ci si vuole arrampicare sugli specchi negando l’evidenza, negando il significato persino dei verbi, negando il valore semantico delle parole, etc. etc. pur di portare con la forza l’acqua al mulino di Moresco, io non ne posso nulla, tranne ribadire che sconsiglio vivamente di leggere Moresco credendo in maniera cieca totale e assoluta alla buffonaggine espressa nelle note di copertina perché l’accostamento di Moresco a Pavese e Leopardi è a dir poco impossibile.
La critica deve essere sveicolata dal buonismo e soprattutto dall’accondiscendere a simili malsane forme di raggirare il lettore dicendogli il falso sul prodotto.
Saluti
francescomarotta said
@ n.22
Hai perfettamente ragione, ma questo è un caso eccezionale: si tratta, infatti, di festeggiare la nascita di una nuova “figura professionale”: il “critico letterario delle note di copertina”.
Stando allo statuto, sembra gli sia tassativamente vietato leggere il libro di cui parla. A vanvera.
fm
luca briasco said
La chiarezza prima di tutto. Lavoro per Einaudi Stile libero. Di solito mi occupo di narrativa e saggistica straniere, ma non nascondo (perché ne vado orgoglioso) di aver contribuito alla pubblicazione di Lettere a nessuno. Ora, Iannozzi ha speso 22 euro per l’acquisto, e ciò gli dà tutto il diritto di criticare il libro. De gustibus. A lui non piace, a me sì, e tra l’altro il libro (come molto di ciò che scrive Moresco) non è certo fatto per mettere d’accordo i lettori. Volevo però soffermarmi sulla “scandalosa” quarta di copertina. Che non ho scritto personalmente, ma che trovo tutto fuorché scandalosa. Come osano quelli di Stile libero tirar fuori Leopardi e Pavese? Rispondo: e perché non dovrebbero? Su Pavese posso personalmente non essere del tutto d’accordo, io avrei citato Diario in pubblico di Vittorini. Ma quanto a Leopardi, è una presenza costante in tutto ciò che Moresco scrive. Perfino nel sito su cui pubblica molte delle sue cose, e che proprio da una poesia leopardiana prende il nome. Se poi Moresco sia un erede degno o indegno, beh, si rientra ancora una volta nel personale. Carducci, in Davanti San Guido, mi pare, criticava tutti coloro che tentavano, secondo lui senza successo, di collocarsi sulla scia di Manzoni e del suo lavoro sula lingua, e parlava di “manzonismo degli stenterelli”. E allora, si dica magari che il leopardismo di Moresco è stenterello (io non lo credo, ma Iannozzi evidentemente sì), non però che parlare di Leopardi sia fuorviante. Se in quarta avessero scritto Moresco si colloca nella tradizione, che so, di Dickens, allora sì che si sarebbe potuto accusare l’editore di “pubblicità ingannevole”. Così, invece, di cosa lo si accusa? Di credere in un autore che pubblica? Di ritenere che, nel suo consapevole ispirarsi a Leopardi, Moresco non se ne dimostri indegno?