La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

Avola, 2 dicembre 1968

Pubblicato da giorgiomorale su dicembre 2, 2008

Rrèpitu per il 2 dicembre
Memoria breve in cinque tempi
di Sebastiano Burgaretta
(edito nella sezione Le piume da Libreria Editrice Urso, Avola 2008)

A quarant’anni dal 2 dicembre 1968 la verità dei tragici fatti di Avola continua a rimanere occultata tra le millanta carte della Res publica nata dalla Resistenza.

Quel 2 dicembre
Quel 2 dicembre fu di lunedì.
Bloccata la vita tutta nel paese.
Gelo nella decima notte vuota
e ancora al fuoco caldo dei falò
pane tostato e olive per operai,
braccianti e poliziotti amici.
Ma quei ceppi fumiganti forieri
furono di ben altro fumo nero.

Nìuri tizzuna comu piçi
a-llampu caruti ri lu çelu.
Nìuri tizzuna comu piçi
a-llampu caruti ri lu çelu.

La celere mandata dai potenti
A compiere l’opera suprema.
Gli elmetti in testa ai militari
annunciano la carica vicina.
Squilli di tromba rituali
e via alla sardana comandata.
Acri lacrimogeni infernali
tornati per il vento agli emissari.

Ittati mazzacani a-mmenzâ strata!
Picciotti, nun si passa a-bbia ri forza!
Ittati mazzacani a-mmenzâ strata!
Picciotti, nun si passa a-bbia ri forza!

Scurria lu sangu
Scurrìa lu sangu a funtaneddhi,
scurrìa lu sangu a funtaneddhi
a-mmenzê ménnuli a-Gghjusi ri Carru.
Scurrìa lu sangu a funtaneddhi.

Cade il sangue ad arrossar
le ali di una candida colomba.
Giustizia di piombo scende sugli inermi.
Scurrìa lu sangu a funtaneddhi,
scurrìa lu sangu a funtaneddhi
a-mmenzê ménnuli a-Gghjusi ri Carru.
Scurrìa lu sangu a funtaneddhi.

Corron nell’aria i morti rivoltati.
Ora e sempre torna a trionfare
l’antica bestia dagli occhi di fuoco.

Scurrìa lu sangu a funtaneddhi,
scurrìa lu sangu a funtaneddhi
a-mmenzê ménnuli a-Gghjusi ri Carru.
Scurrìa lu sangu a funtaneddhi.

Rrepitu
Curremu, fimmini, curremu!
A casa ni vutàu sutta e supra.
Punteddha nun ci n’è ppi la difisa
e-mmancu tarca niura i cummogghju.

Solo pianto sale per la via,
conforto necessario a chi rimane.
Non valgono parole e attestati
Tardivi come polvere di mota.
Ora l’eterno rrepitu si canta
E culla morte e vita senza tempo.

Curremu, fimmini, curremu!
A casa ni vutau sutta e supra.
Punteddha nun ci n’è ppi la difisa
e-mmancu tarca niura i cummogghju.

Ferru vecciu
Centucinquanta campagnoli dinunziati,
ferru vecciu scanciatu e cantuneri.
Inchiesti rui ma senza risultati.
Saccu ri giustizia senza funnu.
E poi e poi nun si ni sappi nenti.
Na pocu i privulazzu ppi-cuntenta:
centucinquanta scaciunati cco rial
ginirusu è-ddanni ri l’amnistia.
Rui suli motti per mano di ignoti.
E poi e poi nun si ni sappi nenti.
A manu manca si manciau chidda ritta.
Cchi belli piatti annuçi ssa vilanza!
E poi e poi nun si ni sappi nenti.

Morsi cu morsi
Morsi cu morsi tannu
E aiutu mancu ci ni potti.
Cu mori mancia terra
e-ccu campa va a la guerra.

I morti ormai sono morti,
i vivi nveçi s’han’a –ttèniri forti.
La vita bella continua per noi,
per Angelo e Giuseppe la lapide e la via.

Morsi cu morsi tannu
e aiutu mancu ci ni potti.
Cu mori mancia terra
e-ccu campa va a la guerra.

* * *

Qui e qui il programma delle manifestazioni ad Avola.

* * *

Chi si ricorda oggi dei fatti di Avola?
di Grazia Maria Schirinà

Era il 1977 e mi trovavo in treno, per tornare a casa per le vacanze, forse quelle pasquali; il treno era affollatissimo, ma io avevo trovato il posto e mi sentivo fortunata. Stavo comodamente seduta mentre tante persone, soprattutto del Sud, con una giornata intera di viaggio da fare, erano in piedi nel corridoio. All’epoca, viaggiare, soprattutto nel periodo delle vacanze, era un vero problema. Ci si avventurava, ma non sempre il viaggio era comodo: del resto anche ora, e per di più in aereo, non è che i problemi siano di meno. Ma non voglio divagare, altrimenti andrei troppo lontano e invece in questo momento voglio ricordare dei fatti ben precisi.

Eravamo dunque nel tratto di strada che porta da Milano a Bologna (io insegnavo al “Sarpi” di Bergamo) e mi sentivo, ed in effetti lo ero, fortunata, anche se la mia fortuna era frutto, almeno credo, di un lavoro intenso e appassionato di studi classici e letterari. Mi trovavo dunque in treno, intenta, come sempre quando i viaggi sono lunghi, alla lettura di un buon libro (ora non ricordo quale); ogni tanto scambiavo una battuta con mio marito, che spesso interferiva con le mie letture e mi invitava a parlare. Una signora, seduta davanti a me, dopo le prime nostre battute, cominciò a guardarci in maniera sempre più insistente. Non la conoscevamo, ma si capiva che voleva dirci qualcosa. Tra una battuta e l’altra, infatti, esordì col chiedere da dove venissimo. Senza esitazione rispondemmo che eravamo di Avola.
– Ah! Il paese dei famosi fatti! Avevo ben capito che eravate siciliani!
Non capii cosa volesse dire e che tipo di discussione volesse intavolare. Era una signora ben vestita, sui quarant’anni, una del Nord, una docente universitaria che si recava a Bologna a tenere una sua lezione. Questo ovviamente lo sapemmo dopo.
– Cosa ne pensate, voi giovani, dei fatti?

Evidentemente non si era resa conto, forse dal nostro comportamento o forse dal nostro modo di essere, che poi tanto giovani non eravamo, dato che io ero docente e mio marito medico in un ospedale del Nord. Aveva un cipiglio strano, che non mi convinceva; la sua non era solo curiosità, l’espressione era troppo seria, arcigna quasi, che faceva contrasto con i suoi lineamenti e tutto il portamento. Noi parlammo dei braccianti e della loro condizione di vita, del fatto che ci volesse un’attenzione diversa ai problemi della gente, dei lavoratori nei campi in particolar modo, che, all’epoca, non erano garantiti e che lottavano per una giusta causa. Parlammo anche dei morti ammazzati e facemmo le nostre considerazioni sul fatto che i militari erano altri giovani del Sud che, per non avere trovato un posto di lavoro, si erano arruolati e si erano trovati di fronte i loro stessi fratelli. Due giovani erano caduti, Angelo Sigona e Giuseppe Scibilia, appena fuori della città, nel tafferuglio generale. Due che neanche c’entravano avevano perso la vita e avevano lasciato le loro famiglie in preda alla disperazione più nera. Noi, sia io che mio marito, al momento dei fatti, eravamo in terza liceo e, fino alla mattina del 2, quando ci fu riportata la notizia, vivevamo quegli avvenimenti con partecipazione sì, ma forse anche con goliardia: lo sciopero si sa, quando si è studenti, fa sempre un certo effetto. La notizia di quelle morti ci aveva fatti svegliare di botto, ci aveva resi partecipi di una realtà più grande di noi; la moglie di uno degli uccisi era una nostra coetanea, aveva appena diciannove anni; fu allora forse che cominciammo a vedere la protesta con occhi diversi.

Era il 1968 e tutti i giovani reclamavano qualcosa, chi consapevolmente chi inconsapevolmente. In Francia il movimento studentesco era in subbuglio, alla televisione ci facevano vedere cortei di giovani studenti manifestanti, giovani e operai insieme… era una protesta che noi, allora, accettavamo, condividevamo ma della cui portata non ci rendevamo tutti conto. Ci indispettì tuttavia la proiezione della nostra bella città che, durante TG7, venne proposta dalla televisione italiane. Tutte le donne erano velate, quasi con la cappa nera, e gli uomini sembrava quasi nascondessero sotto le giacche la lupara. Dove era andato a pescarle Sergio Zavoli quelle immagini? Non appartenevano alla nostra città, sicuramente non erano veritiere; dov’erano i giovani che scioperavano accanto agli operai?

Il viaggio in treno proseguiva con i nostri ricordi e, in verità, diventava anche meno stancante, noi rispondevamo alle domande sempre più incalzanti della nostra interlocutrice che voleva sapere e non capivamo cosa volesse farci dire . Per noi il ricordo era, se non fosse stato per quelle morti, anche piacevole ( gli anni della scuola, col senno di poi, sono sempre i più belli). Eravamo stati anche soddisfatti che fosse stato sancito, proprio ad Avola, lo Statuto dei lavoratori, e, in quel momento, forse anche la curiosità della nostra interlocutrice ci rendeva un po’ orgogliosi per il suo interesse ai fatti. Non sapevamo dove volesse arrivare e non capivamo il suo cipiglio finché non sbottò: Ad Avola si è originato anche tanto altro danno. Nelle università non se ne può più. A Bologna gli studenti sono diventati insostenibili! Tutti pretendono, anche il diciotto politico, a tutti si deve tutto! Mettono sempre davanti le rivendicazioni degli operari, dei braccianti di Avola, come se fosse una cosa che appartenesse anche a loro.

Restammo sbalorditi, la sua era vera e propria rabbia nei confronti del cambiamento, che i giovani universitari volevano attuare negli atenei (il cambiamento ci fu ma i baroni c’erano allora e ci sono anche ora); forse non tutti eravamo preparati ad accettare quello che era successo, forse non tutti volevano ammettere che i tempi erano cambiati (così come oggi non tutti siamo disposti ad ammettere che qualcosa non ha funzionato). Noi non credevamo, allora, che la nostra interlocutrice potesse nutrire tanto rancore nei confronti dei giovani universitari, anche se ci avevano detto che a Bologna la situazione era stata molto calda e che al “Sarpi” stesso, dove io insegnavo le rimostranze degli alunni avevano indotto a prendere seri provvedimenti nei confronti di alcuni facinorosi che avevano malmenato dei docenti. A me sembrava pressoché impossibile una situazione del genere; a Catania ci eravamo riuniti con gli altri studenti, avevamo discusso e manifestato anche noi, ma forse come sempre, da noi, al Sud, la situazione è sempre molto più soft. Eppure c’erano stati i morti dei fatti di Avola e Avola, cittadina del profondo Sud, aveva dato prova ancora una volta di partecipazione sociale ai problemi della nazione, aveva fatto sventolare per prima, ancora una volta, la bandiera della libertà, come nei famosi moti del 1848, quando il tricolore sventolò dal balcone di una casa sita in quello che poi fu chiamato Corso Garibaldi. Negli occhi della nostra interlocutrice notai anche una punta di stizza nei nostri confronti che, gente del Sud, avevamo trovato un posto di prestigio al Nord: emigranti di livello diverso da quello del primo ’900.

Si era arrivati intanto nei pressi di Bologna e, oserei dire fortunatamente, la prof.ssa scese; forse fui un poco sollevata, non mi piaceva più il tono di quella discussione; io non mi sentivo in colpa se gli studenti e i lavoratori avevano reclamato i loro diritti, anzi mi sentivo orgogliosa anche se avevo nel cuore, ancora di più, la rabbia per quelle morti ingiuste che tuttavia avevano attirato, col loro sangue, finalmente, un po’ di interesse.
Continuammo a parlare con mio marito, non ero più serena come prima, quel discorso mi aveva turbata e ancora ora, quando ci penso, mi sento ribollire il sangue. Solo molto dopo fui capace di prendere il mio libro per continuare la lettura, ma non fu più la stessa cosa.

* * *

Per approfondire vedi: Sebastiano Burgaretta, I fatti di Avola, Libreria Editrice Urso.

In rete qui, qui, qui.

9 Risposte to “Avola, 2 dicembre 1968”

  1. Giorgio detto

    Ringrazio Sebastiano Burgaretta e Maria Grazia Schirinà dei loro testi, presentarli ai lettori de lapoesiaelospirito è un modo per partecipare anch’io alle manifestazioni del 2 dicembre di Avola.

    La poesia di Sebastiano Burgaretta sarà presentata questa sera al teatro Odeon di Avola.

    A quest’ora avranno già parlato sempre al teatro Odeon di Avola Epifani, Bonanni e Angeletti, la loro partecipazione è indice dell’importanza dell’evento. Chissà cosa avranno detto.

    In numerosi servizi giornalistici e televisivi, l’ultimo su Report di domenica 30 novembre, abbiamo visto la condizione attuale dei braccianti agricoli in Italia. In 10 in una stanza, con i materassi per terra uno di fianco all’altro, a lavorare 12 ore al giorno per 20 euro, meno 5 per il trasporto al luogo di lavoro.

    La flessibilità, decantata al suo annuncio come la buona novella che avrebbe realizzato la libertà del lavoro, ha reso il mondo del lavoro il gran mondo del caporalato e i lavoratori tutti precari. E quelli che non lo sono ancora lo saranno tra poco, è nei progetti di – come chiamarli? – i “datori di lavoro”, e nelle leggi che chi ci governa ci prepara.

    Tutti quanti a lavorare alla giornata, in competizione l’uno con l’altro e sottoposti a tutti i ricatti possibili. Attenti tutti, se hai un particolare colore della pelle, se sei incinta, se hai bambini piccoli, se hai parenti ammalati, se ti ammali troppo spesso. Lo Statuto dei Lavoratori è diventato un ingombro.

    Allora spero che ad Avola Epifani, Bonanni e Angeletti abbiano espresso l’orgoglio per la giornata di coraggio e dignità del 2 dicembre 1968. Quei braccianti lottavano contro il caporalato e la precarietà.

    Spero che abbiano espresso anche tristezza. Anzi no, la tristezza è mia. Spero che abbiano espresso la vergogna per non essere stati all’altezza di tanta eredità e che abbiano detto apertamente di aver sbagliato… In questo caso sarebbe possibile una nuova speranza.

  2. Giorgio detto

    Alcune segnalazioni:

    sui fatti di Avola c’è un mio ricordo e una presentazione del libro “I fatti di Avola” di Sebastiano Burgaretta qui:

    http://rebstein.wordpress.com/2008/12/02/avola-2-dicembre-1968/

    Poi: vedo che dal fronte della precarietà non mancano le notizie del giorno:

    http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/economia/crisi-4/crisi-4/crisi-4.html

    E a proposito dell’autocritica, anche il Presidente della Repubblica è d’accordo:

    http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/politica/napolitano-intervento/napolitano-mezzogiorno/napolitano-mezzogiorno.html

  3. Nino detto

    Mi spiace deludere le attese di chi ha scritto il commento precedente. Purtroppo dei tre segretari nazionali della triplice, oggi ad Avola non si è vista nemmeno l’ombra; forse avranno avuto impegni più importanti che venire ad Avola a commemorare il 2 Dicembre quarant’anni dopo.
    Ma forse non hanno avuto tutti i torti visto che, manifestazioni “obbligatorie” a parte, la prima ad essersi dimenticata di quel tragico giorno sembra proprio essere la nostra città, vista la scarsissima partecipazione di cittadini alla “vera” manifestazione che è stato il momento dell deposizione delle corone ai piedi della stele, dove cadettero soto il piombo i due sfortunati lavoratori.
    E più grande è l’amarezza nel constatare che la mostra artistica del centro giovanile di oggi pomeriggio ha visto il tutto esaurito probabilmente perchè c’erano da gustare prodotti a sbafo.
    Che tristezza!!!!

  4. Giorgio detto

    Bene, Nino, allora confermiamo quanto detto prima: la tristezza – e la rabbia – è nostra, la vergogna è loro.

    Ma ciò che è detto per Avola sia esteso all’Italia, che non fa eccezione.

  5. vocativo detto

    E ora cosa bisogna fare? Nessuno ha imparato niente. Si disattende la memoria e anche il futuro. Ci tolgono tutto e ancora non si alza un dito…

  6. se non ci scappa il morto, non se ne fa niente.
    anzi, non se ne sa niente.
    grazie, Giorgio.

  7. Giorgio detto

    Grazie a Luigi e a Fabrizio.

    Luigi, che fare ce lo domandiamo ogni giorno… Oggi riporto una possibile risposta, che esprime meglio quello che sento e in cui oltre all’ombra e alla tristezza fa capolino anche la parola gioia:

    “Se la luce, l’ombra, le epoche si susseguono, non si tratta di desiderare o di fantasticare un altro tempo e un altro luogo, ma di creare, lottare, pensare, resistere, in una parola di vivere, attraverso quell’epoca oscura che è la nostra, per quell’epoca oscura che è la nostra. Gioia e tristezza non dipendono dall’epoca in cui ci si trova a vivere. La gioia nasce quando ci è data la possibilità di assumere su di noi la sfida del nostro tempo”. (Besanayag-Del Rey, Elogio del conflitto)

  8. Marco Cavallarin detto

    Messina, 2 dicembre 1968: 60° anniversario del terremoto.
    Ricorre oggi il 60° anniversario del disastroso terremoto di Messina e Reggio Calabria. Il numero dei morti non è mai stato accertato. Sono previste numerose “celebrazioni” ufficiali.
    La città mostra ancora evidenti i segni della distruzione: rovi e macchia spontanea (fichi d’India, cactus, ortiche, fichi, magnolie) crescono rigogliosi sulle macerie; edifici e la storica architettura romanica e barocca distrutti da quell’evento di portata epocale sono rimasti solo mucchi di rovine e pietre; in baraccopoli malsane, ben nascoste dietro la facciata, sola parte restaurata della città, circa 15.000 persone, il sottoproletariato urbano, continuano a vivere malamente, assediate dalle fognature, dai miasmi, da montagne di spazzatura, dagli assalti notturni di topi antropofagi, dagli assalti mafiosi, politici, clientelari, che, in tempi di elezioni, promettono, in cambio del voto, il pacco di pasta, la seconda scarpa compagna della prima già assegnata, la seconda metà del biglietto da mille lire rimasta in tasca al propagandista, il posto in ospedale, al comune, come bidello, l’assegnazione della casa popolare. E’ facile controllare che il voto sia stato dato a chi promesso: il sistema del “bloccaggio” consente un controllo totale, seggio per seggio, dei voti individuali tramite l’assegnazione di combinazioni personalizzate delle preferenze.
    Il movimento degli studenti è ai suoi primi passi, ma già riscuote ampie adesioni. Lo slogan “studenti e operai uniti nella lotta” ha trovato terreno fertile nella mobilitazione contro le gabbie salariali che penalizzano fortemente le paghe degli operai meridionali, soprattutto edili, che a Messina sono tanti da quando il sacco della città è in atto; e la mafia di don Stilo, prete calabrese di Africo Nuovo, controlla amministrazione ed esami all’Università di Messina. Tra i baraccati è forte il malumore perché solo qualche giorno fa un bambino di pochi mesi è stato divorato nel sonno da una zoccola di pantegana.
    Tra le manifestazioni per il ricorrente anniversario è la riapertura, dopo i lavori di ricostruzione, del Teatro Vittorio Emanuele, gravemente danneggiato 60 anni prima dall’ondata di maremoto che aveva distrutto anche la contigua Palazzata del Porto. Da allora il Vittorio Emanuele è rimasto impraticabile maceria. E’ serata di gala questa. La portaerei USA che da qualche giorno sosta attraccata ad una banchina del porto ha acceso i suoi festoni. 60 anni fa erano state navi russe ad entrare per prime in porto a recare i primi soccorsi. Oggi la crème della buona borghesia e l’aristocrazia messinese hanno rispolverato pellicce e ornamenti per l’occasione. Spontanea è l’aggregazione di studenti, operai e sottoproletari di fronte all’ingresso transennato e presidiato del teatro: non un gesto è stato compiuto dalle amministrazioni per rimuovere l’indegnità delle baracche dalla città. Sono momenti di tensione, la polizia si schiera in forze aggressive contro i manifestanti, ci si guarda in cagnesco. Il commissario Zisa, della squadra politica, si affanna a calmare i manifestanti; arrivano i deputati del PCI, De Pasquale e Tuccari, a cercare di sedare gli animi. Quelli degli altri partiti scendono orgogliosi con le mogli dalle loro automobili blu, che si fermano vicine all’ingresso perché gli onorevoli e le personalità che hanno voluto il restauro, possano sfilare davanti agli obiettivi dei reporter della “Gazzetta del Sud”.
    Qualcuno ha una radio: si diffonde in un istante la notizia che i contadini di Avola sono stati caricati dalla polizia e che ci sono dei morti. La tensione è alta in tutt’Italia. A Roma, di fronte a stazione Termini, la tenda rossa degli operai licenziati dall’Aeternum è aggredita dai fascisti sotto gli occhi della polizia che si gode lo spettacolo. A Messina un primo uovo marcio va a infrangersi sul pelo risplendente della pelliccia della moglie del senatore appena scesa dalla macchina di rappresentanza, volano sacchettini di vernice rossa sulle risplendenti pelate degli onorevoli, un riflettore dal tetto di una pantera della polizia lancia improvviso il fascio di luce sulla abbagliante parure di diamanti della moglie del sindaco, suona la tromba della polizia preannunciando la carica, risponde alto l’urlo corale: “Ad Avola sangue, qui i diamanti”.

  9. Giorgio detto

    Grazie, Marco, per questo tuo ricordo di quel giorno, che per me volle dire aprire gli occhi alla società e ai suoi problemi. E sangue e diamanti sono ancora a segnare divisioni tra persone e persone: il mio pensiero in questo momento va a quanto succede a Gaza, mentre altrove si fa festa.

    Ancora grazie. Un abbraccio, e un augurio.

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