Il giorno che le cose mutarono, di Andrea Sartori
Posted by fabrizio centofanti on December 2, 2008
Molto tempo fa – il Paese era ancora una nazione – il capo del governo italiano s’ammalò gravemente di nervi. Poche persone del gabinetto vennero messe a conoscenza delle sue reali condizioni di salute, e ben presto si creò un cordone mediatico, intorno a Palazzo Chigi, con lo scopo di mettere il primo ministro al riparo dalle indiscrezioni, e di preservare l’apparenza delle sue capacità decisionali. Ragioni connesse all’animosità della coalizione di maggioranza, e alla delicata situazione internazionale – l’Italia svolgeva compiti di rilievo nella gestione diplomatica delle guerre dichiarate dagli USA – impedivano all’intero consiglio dei ministri di dire la verità. I parlamentari e i sottosegretari dell’opposizione, naturalmente, erano a conoscenza dei fatti ed assecondavano la menzogna, sperando di ricavare, da un probabile passo falso, un tornaconto che avrebbe loro garantito il potere politico per parecchi decenni a venire.
I più stretti collaboratori del presidente del consiglio convocarono allora i massimi esperti di comunicazione da ogni parte del globo, proponendo loro di lavorare alla salvaguardia di una non specificata immagine pubblica, il cui ruolo autentico, nonché stato mentale, dovevano restare sconosciuti. Allo scopo, gli esperti dei mass media vennero ospitati nelle suite di un hotel cinque stelle lusso, in condizioni di massima operatività e concentrazione, ma anche di assoluta ignoranza circa l’identità del personaggio che avrebbero dovuto tutelare. Venne loro chiesto, previa elargizione d’un compenso che era pari a qualche decimale del prodotto interno lordo del Paese, di lavorare ad una simulazione, nella quale ogni protocollo d’azione veniva sottoposto ad una formula condizionale, del tipo: «poniamo che [omissis] viva nel centro di Roma, e sia a capo d’una composita organizzazione aziendale…»; «poniamo che [omissis] debba quotidianamente apparire in pubblico per la gestione dei propri affari…»; «poniamo che [omissis] affronti periodicamente dei viaggi all’estero per incontrare capi di multinazionali chiamati a prendere importanti decisioni in materia finanziaria…»; «poniamo che nelle funzioni di [omissis] rientrino pressoché quotidiane apparizioni televisive…», e così via. I cervelloni della comunicazione erano convinti di lavorare per un’industria che da sola manteneva in attivo la produttività economica italiana, ma nessuno di loro, per amore del rigonfiamento del proprio conto in banca, osò mai mettere il naso fuori dalle finestre dell’albergo in cui era pagato per alloggiare indefinitamente, onorando così la clausola contrattuale che impediva ogni contatto con il mondo esterno.
Il presidente della Repubblica, che aveva ormai compiuto novantotto anni, telefonava tutte le sere alla moglie del capo del governo, per informarsi sullo stato di salute del consorte, ma strategicamente rispondeva all’apparecchio un incaricato dell’ufficio stampa, il quale rassicurava l’anziano uomo con poche parole di circostanza, noncurante della loro plausibilità, perché egli sapeva che il suo affannato interlocutore, a causa dell’età, le avrebbe dimenticate nel volgere di qualche ora di sonno. In tal modo nulla trapelò.
Le poche volte che il primo ministro si faceva vedere in occasioni ufficiali, rimaneva in silenzio, e si limitava a leggeri movimenti del capo che lasciavano credere che la sapesse lunga in materia di politica interna ed estera, mentre ormai erano solo i sottosegretari e il portavoce a lavorare di fatto come governanti. Alla sera, invece, poco prima d’andare a dormire, il presidente del consiglio iniziava ad urlare senza motivo contro le pareti della camera da letto, si strappava i capelli e, completamente nudo, cercava d’infilarsi di corsa nei corridoi della sua sontuosa dimora, prima che un paio di robusti inservienti lo placcassero e lo riportassero al cospetto del suo dottore, per l’iniezione d’un sedativo. Al mattino, all’opposto, restava a giacere nel letto fino all’ora di pranzo, in stato pressoché catatonico, senza dire parola.
Il giorno che le cose mutarono, nessuno se ne accorse.
Il primo ministro era nel suo studio, dove fabbricava fragili castelli con carte da ramino, aeroplanini con fogli ministeriali ripiegati, ed altri curiosi origami che suscitavano gli sguardi compassionevoli della moglie e dei collaboratori. Era l’ora del tramonto, la temperatura stava divenendo primaverile, e lo statista, stanco di navigare tra i suoi fogli di carta ed insolitamente calmo, s’avvicinò ad una finestra dello studiolo, l’aprì, guardò incantato il cielo sopra i tetti di Roma. Sollevò la gamba destra e pose il piede sul davanzale. Aiutandosi con la mano sinistra issò il peso del corpo sul bordo di pietra scavato anno dopo anno da miliardi di particelle atmosferiche. L’aria quieta lambiva la sua figura ricurva, ondeggiante sulla finestra. In quel momento il portavoce entrò trafelato nell’ufficio, era l’ora del cocktail ansiolitico. L’uomo vide il suo presidente spiccare il volo nel ritaglio di cielo che la finestra aperta dischiudeva e, colmo d’orrore, si precipitò al davanzale, nel disperato tentativo di tendere una mano allo sventurato. Non fece in tempo. Con ansia crescente, avvertendo sulle proprie spalle il peso del mondo, scandagliò con gli occhi sbarrati nell’oscurità della sera, per contemplare dall’alto il corpo sfracellato dallo schianto. Non vedendolo, si risolse finalmente per chiamare aiuto e far intervenire la guardia medica.
Il capo del governo, intanto, stava planando sopra Piazza Colonna, desideroso di vedere, finalmente, la cupola di San Pietro dall’alto. Una brezza leggera gli scompigliava i capelli e gl’infastidiva un poco gli occhi, costringendolo a sbattere più e più volte le palpebre, mentre istantanee di cielo e di primavera romana gli s’imprimevano delicate sulla retina. Un sorriso semplice, un po’ stanco ma non rassegnato, gli disegnava le pieghe del volto, ed esso non s’increspò in tratti irregolari neppure quando egli scorse, sotto di sé, il portavoce, la moglie, un paio di ministri ed altri uomini scesi da un’autoambulanza, parlare animosamente tra loro, le mani nei capelli, le teste che ruotavano smarrite in qua e in là. Il presidente raggiunse San Pietro, certe cose non lo interessavano più, gl’importava solo di ammirare dall’esterno la rotondità dello scrigno che conteneva il capolavoro di Michelangelo. Aereo sopra la forza di gravità, avvertì dentro di sé un’energia ch’era pari a quella di tutti i secoli trascorsi, messi uno in fila all’altro.
Per molti anni ancora il primo ministro volò sopra i tetti di Roma, invisibile a tutti, perché nessuno aveva tempo di levare lo sguardo al cielo, e vederlo. Lo incuriosiva il gesticolare continuo, tra gli altri, del suo portavoce, che seguitava a comunicare le decisioni del governo, pur non essendo più, ormai, il portatore d’alcunché. Fu così che s’accorse, spiando dentro i salotti delle case in cui era accesa la televisione, ma anche gettando occhiate telescopiche ai giornali esposti nelle edicole lungo la strada, che la sua voce risuonava ancora in una moltitudine di comunicati stampa, di note giornalistiche, d’interviste registrate, di dichiarazioni fatte pervenire all’ANSA. Tutti parlavano delle decisioni del capo del governo come se questi fosse effettivamente presente, e quasi nessuno si ricordava quanto un giorno aveva detto la moglie: «Il presidente è sparito. Non ce ne capacitiamo».
«In fondo», pensava allora il capo del governo, «la mia sparizione ha interessato ben poco l’opinione pubblica». Tutti continuavano a parlare di politica allo stesso modo di prima, anzi, in assenza di lui, i comunicati stampa, le agenzie, i gossip giornalistici, si fecero ancor più martellanti.
Il presidente non smise mai di sorridere tra sé e sé, e seguitò a giocare a nascondino tra le nubi, indifferente alle voci insensate che gli giungevano all’orecchio: il coro discorde dei ministri e dei parlamentari, degli analisti politici e della moglie, del suo stesso portavoce, ormai perennemente imbarcato su un aereo e divenuto tutt’uno con l’ineffabile leggerezza delle proprie parole.
Venne anche a sapere, dopo un tempo straordinariamente lungo, d’essere stato riconfermato a capo d’una compagine di governo, questa volta più spostata al centro, ma egualmente cementata intorno a valori che lui, all’unanimità, «incarnava».
Il giorno che le cose mutarono, tutto rimase identico agli anni precedenti. Solo il primo ministro ne trasse effettivo giovamento: fu libero di guardare le cose da una prospettiva diversa, assieme ad un amico in cui nel frattempo s’era imbattuto caracollando tra i banchi di vapore del cielo.
Il professor Federico Caffè, contrariamente a chi lo voleva da tempo suicidatosi nel Tevere, era stato da sempre lì, nascosto negli ultimi strati dell’atmosfera, ad aspettare che qualcun altro si decidesse a spiccare il volo.

















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Carla said
che bel volo pindarico…:-)
Fantasmagorico!
come alcuni racconti di Calvino.
robertorossitesta said
Ci vedo più Buzzati che Calvino, ad ogni modo bello davvero.
Direi che per parecchi motivi non possa trattarsi di [omissis].
Grazie e un caro saluto,
Roberto
Andrea Sartori said
Grazie Carla e Roberto per la lettura!
Roberto: hai proprio ragione, non può trattarsi di [omissis]!