Dialoghi d’amore 3: un chiaro di luna

di Antonio Sparzani

Robert Musil

Robert Musil

 

Ulrich (in una precedente stesura Anders) e Agathe sono fratelli, in qualche versione del romanzo anche gemelli, e sono sempre più i protagonisti di quel romanzo dove nulla sembra accadere che è L’uomo senza qualità, di Robert Musil (1880 – 1942). Come si sa, fu l’opera della sua vita, rimasta incompiuta alla sua morte e del cui proseguimento possediamo vari abbozzi non ancora rivisti dall’autore con quella cura minuziosa che metteva nel portare alla stesura definitiva qualsiasi suo scritto.
Nell’edizione italiana (Einaudi, gli Struzzi 1979) il secondo volume è quello nel quale appare per la prima volta la figura della “sorella dimenticata”, che così è presentata (inizio del capitolo 2): «Non si erano abbracciati per salutarsi, ma avevano sostato cordialmente l’uno di fronte all’altra, poi cambiarono posizione e Ulrich poté esaminare la sorella; di statura stavano bene insieme, i capelli di Agathe erano più chiari dei suoi, ma anch’ella aveva la stessa profumata secchezza di pelle che era l’unica cosa che Ulrich amava del proprio corpo. Il suo petto non si perdeva in sinuosità, era invece sottile e vigoroso, e le membra parevano avere l’affusolata snellezza in cui si fondono beltà e agilità naturale.»
L’ultima parte del volume è dedicata al loro amore, singolare ma di una intensità dolorosa e fiammeggiante. La vicenda continua in uno dei brani – l’unico contenuto nell’edizione Einaudi – di quelli non ancora licenziati da Musil stesso come pubblicabili, intitolato “Il viaggio in Paradiso”. Io qui riporto semplicemente due brani (pp. 1044-48, ottima traduzione di Anita Rho), ancora contenuti nella parte sistemata, dal capitolo 45: Incomincia una serie di strane e meravigliose vicende. Dopo di questo, altri capitoli sono dedicati allo stesso tema, che non posso certo copiare qui. Chi vuole può naturalmente andarseli a leggere sul libro cartaceo.

«Nonostante la forza che tutto questo esigeva, e la violenza che Ulrich aveva esercitato sulla sorella, tutto ciò che essi facevano parve loro stranamente remoto dalla forza e dalla violenza; si sarebbe forse potuto paragonare con lo strano e meraviglioso fervore di un quadro, che per la mano che lo afferra dall’esterno non è altro che una ridicola superficie pitturata. Cos’i essi non avevano in mente null’altro che l’evento corporeo che occupava tutta la loro coscienza, eppure accanto alla sua natura di scherzo innocente e all’inizio anche un po’ rozzo che metteva in moto tutti i muscoli, esso presentava una seconda natura che paralizzava delicatissimamente tutte le membra e al tempo stesso le recingeva con inesprimibile sensività. Con aria interrogativa essi si avvinsero le braccia intorno alle spalle. Divennero partecipi della figura fraterna dei loro corpi, come cresciuti entrambi da una stessa radice. Si guardarono l’un l’altro negli occhi, come se vedessero per la prima volta qualche cosa di simile. E anche se non avrebbero saputo raccontare ciò che era accaduto perché la loro partecipazione era troppo fervida, sapevano tuttavia di essersi trovati all’improvviso, per un attimo, proprio dentro a quello stato comune al cui limite avevano spesso esitato, che tante volte s’erano descritto a vicenda e che pure avevano sempre contemplato solo dal di fuori. Esaminando l’accaduto a sangue freddo — e così, nascostamente, cercavano di fare entrambi — esso sembrava poco più che un caso fortuito e affascinante, che tra un istante, o almeno col ritorno di un’occupazione, si sarebbe dissolto nel nulla; tuttavia ciò non accadde. Al contrario, essi vennero via dalla finestra, accesero la luce, ripresero le loro attività, ma ben presto tornarono ad abbandonarle; e senza aver preso accordi, Ulrich andò al telefono informò la casa dov’erano aspettati che non sarebbero venuti. Egli era già vestito da sera, ma l’abito di Agathe pendeva ancora sbottonato dalle spalle, e solo adesso ella incominciava a riordinarsi i capelli. Il suono della sua voce nell’apparecchio e la comunicazione col mondo esterno non avevano minimamente disincantato Ulrich; egli si sedette di fronte alla sorella, che interruppe quel che stava facendo, e quando i loro occhi s’incontrarono, nulla fu cosi certo come il fatto che la risoluzione era presa e che ogni divieto era ormai indifferente. Tuttavia le cose andarono diversamente. Il loro accordo si manifestava ad ogni respiro; era l’accordo ostinata- mente sofferto di sciogliersi infine dalla malinconia dello struggi- mento, ed era cosi soavemente sofferto che le immagini dell’avveramento si strappavano quasi da loro e li riunivano nella fantasia, cosi come la tempesta sferza davanti alle onde un velo di spume; ma un desiderio ancora più grande impose loro la quiete, e non furono più capaci di toccarsi. Lo avrebbero voluto, ma i gesti della carne erano divenuti impossibili, e sentirono un divieto inspiegabile, che non aveva nulla da fare con i comandamenti morali. Fu come se dal mondo della congiunzione più perfetta, benché ancora fantomatica, assaporata prima come in una immagine fantastica, li avesse colpiti o ispirati un più alto comandamento, un più alto presagio, curiosità o divinazione.
I fratelli rimasero turbati e pensosi, e quando le loro sensazioni si furono sopite incominciarono a parlare, con esitazione.
Ulrich disse scioccamente, come si parla nel vuoto: — Tu sei la luna…
Agathe capi.
Ulrich disse: — Sei volata nella luna, e la luna ti ha restituito a me…
Agathe tacque; i discorsi lunari sono cosi frusti.
Ulrich disse: un’immagine. « Eravamo fuori di noi». « Avevamo scambiati i nostri corpi senza toccarci ». Anche queste sono immagini. Ma che cosa significa un’immagine? Un po’ di realtà con molta esagerazione. Eppure giurerei, quant’è vero che è impossibile, che l’esagerazione è stata molto piccola e la realtà quasi già grandissima!
Tacque. Pensava: “Di quale realtà parlo? Ce n’è un’altra?”»

[ …………………………………………………………………………. ]

«Perciò Ulrich compendiò tutto il già detto in un’unica frase:
— Quello che ci ha portati l’uno verso l’altro, fin dal primo momento, ben potrebbe chiamarsi una vita di notti lunari! — E Agathe trasse un respiro profondo. Poteva voler dire qualunque cosa; e probabilmente voleva dire: « Perché non conosci anche un incantesimo che impedisca che ciò ci divida all’ultimo momento? » Sospirò così naturale e spontanea che ella stessa non se ne accorse.
E in tal modo incominciò di nuovo un impulso che li spingeva l’un verso l’altro e li teneva divisi. Ogni commozione profonda che due persone hanno provato insieme sino alla fine lascia in loro la nuda intimità dell’esaurimento; anche un litigio produce tale effetto, e quanto di più la tenerezza di sentimenti che svuotano l’ossa riducendole quasi a flauti! Cosi anche Ulrich, udendo il suo lamento senza parole, per poco non abbracciò Agathe, commosso ed estatico come un amante la mattina dopo i primi fervori. Già le sfiorava la spalla ancora scoperta, ed ella a quel contatto rabbrividì sorridendo; ma negli occhi le balenò la non voluta dissuasione. Strane immagini sorsero allora nella mente di Ulrich: Agathe dietro grate di ferro, o accennante sgomenta sempre più di lontano, trascinata via dalla separatrice violenza di braccia sconosciute. Oppure invece egli non era soltanto l’abbandonato impotente, ma voleva lui stesso la separazione… Forse erano le eterne immagini del dubbio d’amore, logorate dalla vita mediocre, o forse no. Volentieri gliene avrebbe parlato, ma Agathe adesso aveva volto lo sguardo verso la finestra aperta e s’alzò titubante. La febbre dell’amore era nei loro corpi, che però non osavano ricominciare, e fuori della finestra dalle tende dischiuse stava ciò che aveva rapito loro la fantasia, senza la quale la carne è soltanto bruta e disanimata. Quando Agathe fece i primi passi a quella volta, Ulrich, indovinando il suo consenso, spense la luce per meglio vedere la notte. La luna era sorta dietro le vette degli abeti, che si staccavano densi e nero-verdi sull’indaco dorato del cielo e sul pallido luccichio delle lontananze. Svogliata Agathe contemplò quel profondo pezzetto di mondo.
— Dunque null’altro che romanticismo da chiaro di luna? — ella chiese.
Ulrich la guardò senza risposta. Nella penombra, sullo sfondo della notte biancastra, i capelli biondi sembravano accesi, le labbra erano dischiuse da ombre, la sua bellezza era dolorosa e irresistibile. Probabilmente anche lui le appariva così, con le orbite azzurre nel viso bianco, perché ella riprese. — Sai a chi somigli? Al “Pierrot lunaire“! E un consiglio di prudenza! — Voleva fargli un po’ torto, presa da una commozione che quasi l’induceva al pianto. Nella pallida maschera del lunare solitario Pierrot s’erano visti tempo addietro tutti i giovani inutili: capricciosi e dolenti, il volto coperto di cipria gessosa, le labbra rosso sangue, abbandonati da una Colombina che non avevano mai posseduto; la predilezione per le notti di luna ne risultava notevolmente volta al ridicolo. Ma Ulrich, aggravando da principio il dispiacere della sorella, aderì prontamente. — Anche il “Ridi, pagliaccio!” ha fatto correre brividi di intimo consenso giù per la schiena a migliaia di filistei, — egli commentò amaro. Poi soggiunse quasi bisbigliando: — Tutto questo cerchio di sentimenti è davvero sospetto! Eppure in questo momento mi appari così, che vorrei dare in cambio tutta la memoria della mia vita! — La mano di Agathe aveva trovato quella di Ulrich. Egli continuò piano, appassionatamente: — In questo nostro tempo s’intende per gioia del sentimento soltanto il vuoto sentimentalismo, e l’ebbrezza lunare è degradata a un’orgia di romanticume. Non s’immagina che, se non è un’incomprensibile perturbazione mentale, dev’essere il frammento di un’altra vita!
Queste parole — forse appunto perché esagerate — avevano la fede e quindi le ali dell’avventura. — Buona notte! — disse Agathe improvvisamente, e se le portò via. Aveva ritratto la mano e chiuse le tende cosf in fretta che l’immagine di loro due ritti al chiaro di luna sparì di colpo; e prima che Ulrich accendesse la luce, ella era fuori della stanza.
Ulrich d’altronde gliene lasciò il tempo. — Questa notte dormirai irrequieta come prima di una lunga gita!… — le gridò dietro.
— Bene, è quel che voglio fare! — rispose Agathe chiudendo la porta.»

4 pensieri su “Dialoghi d’amore 3: un chiaro di luna

  1. Grandissimo Musil. E’ curioso notare come a volte i testi letterari in assoluto più “compiuti”, vedi anche Kafka oltre a Musil, siano anche quelli più radicalmente affidati alla sollecitudine redazionale di qualcun altro. Grazie Antonio.

  2. L’UsQ ha avuto in Italia una vicenda editoriale piuttosto complicata. Alla prima edizione “pioneristica” apparsa ne “I Millenni” nel 1956 per la traduzione di Anita Rho e introdotta da Cesare Cases è stata affiancata un’edizione nei “Meridiani” Mondadori curata da Adolf Frisé (grande studioso di Musil), completamente ritradotta da Ada Vigliani con una prefazione del germanista Giorgio Cusatelli (1992). La nuova traduzione mette maggiormente in luce le risonanze filosofiche del testo, oltre a comprendere materiale testuale pubblicato da Frisé. Nel frattempo Einaudi ha continuato a ripubblicare la prima versione della Rho e quindi oggi sono effettivamente disponibili due versioni ìtaliane dell’opera.
    Sul romanzo… che dire… chi l’ha letto non lo scorda più. Una delle vette letterarie del ’900, un romanzo mondo, un testo che esplora i limiti del linguaggio e dell’esperienza, un romanzo inconcluso su cui l’autore si consumò e morì, letteralmente.
    Questa parte mette in luce il montaggio direi espressionistico, molto teatrale, del dialogo dei due fratelli/amanti. Il contenuto, natürlich, è dinamite pura, sono figure archetipiche, l’incesto è la raffigurazione letterario dell’androgino, così come Nietzsche l’avrebbe letto, così come un grande autore può raccontare.
    Endlich, l’UsQ viene preso come elemento narrativo rilevante in un romanzo di un autore italiano esordiente, di imminente pubblicazione presso Zerounoundici Edizioni.

  3. Grazie Roberto delle puntuali notizie editoriali. Sono poi, natürlich, completamente d’accordo con le tue valutazioni finali, che trovo particolarmente ben espresse. Grazie.

  4. non si può morire senza aver letto La montagna incantata, Il processo e L’uomo senza qualità. dico per dire, ma in fondo lo dico sul serio.
    grazie, Anthony, per questo bel regalo di natale.
    fabry

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...