Francesco Forlani, Autoreverse
Posted by adezeno on December 14, 2008

Francesco Forlani, Autoreverse
pp. 160, l’ancora del mediterraneo, euro 13,50
Il 27 agosto del 1950, in una dimessa stanza dell’Hotel Roma di Torino, Cesare Pavese decise di togliersi la vita consegnando alla futura memoria di migliaia di lettori quel solitario e autodistruttivo simulacro che ancora oggi avvolge senza rimedio la sua figura artistica e umana. Un albergo che esiste tuttora – a due passi dalla stazione ferroviaria Porta Nuova – e che dopo quell’ultimo gesto non ha avuto molte difficoltà a tramutarsi in meta per devoti pellegrinaggi da parte di quanti in Pavese hanno voluto scoprire non solo l’artefice di romanzi e poesie intramontabili, ma anche l’essenza di un disperante e fanciullesco mito della letteratura mondiale. Ed è proprio nel luogo in cui l’autore piemontese si suicidò 58 anni fa che Francesco Forlani immagina l’incontro tra Angelo e François, romantico concierge notturno il primo, ossessivo e scrupoloso scrittore il secondo. I complici destini dei due si incrociano proprio lì, al bancone della stessa reception che più di mezzo secolo prima aveva accolto la firma di Pavese, e che ora insiste a collezionare il solito perpetuo avvicendarsi di viaggiatori senza meta, amanti clandestini, cameriere discrete e tanti altri mostri senza patria né nome. Ne scaturisce un lungo, fitto e altalenante dialogo in cui trovano spazio racconti di vita, sogni infranti, ricordi legati a esistenze errabonde fatte di migrazioni, fughe e segreti nascosti in anfratti oscuri; ma soprattutto, tra una parola e l’altra, continua a insinuarsi l’inquieto spettro di un’anima in pena, l’anima, per l’appunto, di un uomo morto sotto quello stesso tetto molti anni prima. Un uomo che spese ogni energia al servizio della scrittura, della cruciale affezione per le Lettere, e che tuttavia non riuscì a gestire la potenza dei furori amorosi, maligni e impietosi nemici capaci di vanificare un’esistenza in mezzo battito di ciglia. La fallimentare resa di Pavese, a quanto pare, ebbe (anche) un nome di donna, Costance Dowling, ed è dietro questo nome che vollero guadagnare spazio la forma e l’essenza dei suoi fallimenti, della sua morte. E’ il nome dolce e ammaliante dell’attrice americana che lo abbandonò dopo un intenso teatrino seduttivo, e la cui presenza, ai limiti della morbosità, è testimoniata da lettere, versi, e scomposte annotazioni tracciate nel celebre Mestiere di vivere. Impossibile non provare tenerezza di fronte a un sentimento tanto feroce, buio e irrimediabilmente impari, così come appare impensabile l’idea di scindere la costernazione esistenziale di Pavese dal dato biografico, o almeno da ciò che di esso trapela attraverso le cronache più intime e scabrose giunte fino a noi, proprio quei fastidiosi pettegolezzi, per inciso, che vennero chiamati in causa nell’ultimo messaggio d’addio scritto sul frontespizio dei Dialoghi con Leucò. Ma un’ossessione è un’ossessione, e come tale consente licenze che travalicano etica, scrupoli morali e remore, da cui ne consegue la necessità di osservare le cose nel loro complesso: ed è qui che inizia a farsi strada l’inevitabile confronto con gli scomodi scheletri nascosti nell’armadio del nostro anti-eroe, nell’irrefrenabile impulso che costringe i suoi esegeti a seguirne ogni traccia, ogni testimonianza, anche la più piccola, anche la più insignificante. Traccia che, nel caso di Forlani, gioca a esistere e a non esistere traducendosi in qualcosa di più, qualcosa che, almeno in potenza, supererebbe di gran lunga qualunque altro feticcio testimoniante; dettaglio ulteriore, tessera assente, ecco ciò che davvero manca alla ideale biografia di un simbolo eterno: la sua eterea, ultraterrena voce di uomo. Perché in una voce – come annota François a un certo punto – ci sono scariche elettriche, e quel che ti illumina di un discorso è proprio il tono con cui vengono dette le cose. Peccato che Pavese se ne sia andato prima che il progresso sistemasse telecamere in ogni dove, praticamente a due passi dalla nascita della televisione, degli archivi radiofonici e delle infinite tecnologie di incamerazione dati che giusto un attimo dopo iniziarono a proliferare come funghi fino a raggiungere i parossismi informatici dei giorni nostri. Insomma della sua voce pare non esista traccia, e tanto basta per far nascere nel cuore di François l’ansia per una ricerca bulimica e inaudita, con ogni probabilità votata a desolanti rese. Ma è pur vero che cercando qualcosa, alla fine si rischia di trovare altro, e ripercorrere i solchi scavati da una chimerica preda significa in qualche modo sfiorarla, starle comunque vicino, e infine assimilarne i gesti e grazie a loro incontrare nuovi mondi, altri fratelli, insperate amicizie come quella di un portiere notturno rintracciato per caso. Ed è forse questo il senso definitivo dell’oscura indagine disegnata in Autoreverse: comprendere che anche una voce perduta per sempre può ostinarsi a parlarci, a costruire avventure mai esistite, insomma a inventare altri pianeti, altre storie.
Pubblicato su Liberazione, 14 dicembre 2008

















gianluca said
amo le voci perdute, simili alla luce delle stelle che magari ormai più non ci sono. e vediamo solo il tragitto che fanno le luci, come le voci.
amo pavese e amo la sua decisione estrema.
nadia agustoni said
Un romanzo che si legge d’un fiato e che ho letto con grande piacere. Auguri a Francesco.
carmine vitale said
una costellazione disperata e serena un piccolo mare al quale la scrittura parla come fosse un cuore
i silenzi non vani
di ritmo e respiro
un respiro amico che risale incredibile dal tempo andato
a effeffe
c.
véronique said
Una magnifica lettera di invito da leggere Autoreverse. Il libro sembra scintillare di mille cammini. Un’indagine che si cerca nella notte, nel soffio dell’amicizia, nel murmuro dei ricordi. Ho appena terminato il mestiere di vivere, si legge un dolore vivo nelle ultime pagine, è in margina che si ricompone la storia di un amore infelice.
Autoreverse, l’aspetto come voce poetica sulla margine bianca del diario, come un murmuro che solo un cuore sensibile puo trascrivere, come solo si puo ascoltare il grido di un ucello misterioso nel silenzio dell’acqua.
Auguri
cf05103025 said
Leggerò leggerò, ne sono assai curioso!
MarioB.
rmorresi said
non ho letto, ma a questo punto credo proprio che leggerò: dall’insondabile inseguimento della voce (di vaga eco derridiana, forse?) all’intreccio implacabile di vite e finzioni, mi sembra proprio interessante.
mi pare invece pericolosissima questa frase qui: “un’ossessione è un’ossessione, e come tale consente licenze che travalicano etica, scrupoli morali e remore” – non è proprio questo il problema di chi scrive? pretendere di sdoganare, di buttar fuori tutta la propria visionarietà senza interrogarsi sui limiti?
un saluto caro,
r
Chiara Daino said
Alla voce – che non si perde [ pèrdono tutti ].
A Francesco, a ogni Angelo [ Cocchinone che sia o altro ].
Un abbraccio.