La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

Italia De profundis, di Giuseppe Genna

Pubblicato da fabrizio centofanti su dicembre 21, 2008

 

Recensione di Valter Binaghi

Esistono scrittori, e sono i più, che sono essenzialmente narratori di miti o favole collettive: nella propria personale creazione artistica danno forma alla sensibilità ma anche anticipano le grandi svolte di un epoca e forniscono al loro tempo un linguaggio rinnovato ma condivisibile, quell’illusione collettiva che chiamiamo cultura. Che Genna non sia uno scrittore di questo genere lo ha dimostrato a mio avviso con Hitler, in cui il suo raffinatissimo artigianato non è riuscito ad andare oltre lo stereotipo del XX secolo di Hitler come incarnazione del male: libro che ho definito malignamente l’opera di uno che studia da ministro della cultura.

Per fortuna forse non sua ma nostra, Genna è scrittore di altra tempra e di altro destino. La sua è scrittura sciamanica, di chi racconta essenzialmente sè stesso non per autoidolatria narcisistica ma perchè in sè stesso partorisce, incarna, crocifigge e resuscita il senso stesso di un divenire che sfugge alla formula e si dipana nella purezza di un canto per il quale la distinzione tra poesia e prosa risulta ormai inutile e ininfluente. In questo senso e direzione il talento letterario di Giuseppe Genna non mi pare avere uguali in questo paese, e comunque nessun libro come questo da molto tempo a questa parte mi ha precipitato negli abissi, privandomi di difese e preconcetti da scrittore vero o presunto come Ishtar dei suoi veli davanti al Dio della morte.

Italia De Profundis è tale storia del 2007: la morte del padre, l’impossibilità di un amore, la deriva in esperienze sordide e squalificanti che vorrebbero suicidare definitivamente la mancanza dell’amore medesimo, il festival del cinema di Venezia e il trionfo bacchico delle mitologie del rappresentare, fino all’orgia dell’idiozia italiota di un Villaggio Vacanze. Ma a che serve riassumere linearmente una scrittura che la linearità rifiuta in linea di principio? Leggetelo e basta, adoratelo e compatitelo come ho fatto io, riconoscete la genialità quando è evidente e stigmatizzatene l’infantilismo (perchè nessuna mente razionale sta al passo con la danza dello sciamano, neanche quella dello sciamano medesimo). Alla fine, se vi va, scrivetene soprattutto a lui. Genna è lo scrittore più generoso che conosco, nel senso che è capace di interloquire lungamente e con profondità con chiunque si interessi sinceramente dello scrivere, dal celebrato recensore all’ultimo dei blogger.

Io, per parte mia, nel ringraziarlo di quest’opera che mi ha tenuto compagnia per giorni (e in un luogo della mia anima in cui lascio entrare pochi e malvolentieri) gli voglio porre solo tre domande, in cui si celano delle riserve.

1) Nel romanzo un personaggio accosta Genna e si complimenta con lui per il Dies Irae, affermando di avervi riconosciuto episodi di storia italica da lui stesso vissuti. Genna ne constata il fallimento del libro: tutto l’autore avrebbe desiderato, tranne fornire materia di identificazione a un lettore ormai mutato in “spettatore”. La domanda è: Giuseppe, credi che l’Advaita Vedanta, il catarismo metodologico, la magia della “Golden Dawn” o di Crowley, cioè i riferimenti di cui dissemini il testo e che costellano l’interpretazione autoriale della tua voce narrante, siano più autenticamente post-romanzeschi e post-spettacolari? Non sai che queste cose sono ormai presenti nella biblioteca dell’assessore di Rogoredo, o nei siti New Age che spacciano post-umano a buon mercato? In questo modo, oltre a innalzare forche caudine per il lettore separandolo dalla purezza della tua scrittura, non contribuisci tu stesso alla “spettacolarizzazione” che temi?

2) L’autoisolamento, la negazione del mondo, l’impazienza dell’apocalisse, sono la condizione esistenziale di una vocazione “sciamanica” che io ti riconosco con sincerità. Ma fare di questo il metro di giudizio della condizione umana come tu fai, e trascinare nella stessa volgare insensatezza l’egotismo sfrenato dei farisei e la custodia della forma dei padri, bollandoli ugualmente come ricerca di una hitleriana e robotica linearità, non ti trascina a un disprezzo furibondo e universale per l’umana condizione che forse non vorresti? L’unica autentica pietà per un essere umano che si coglie nel tuo testo è quella per il padre defunto. Bisogna essere morti per essere degni di pietà?

3) La stessa indignazione morale e civile per questo paese “devastato e vile”, non perde forza e valore dal momento che niente e nessuno è salvato e salvabile, non ci sono Lari nè Penati ed Enea resta a contemplare la città in fiamme, rapito in un’ebbrezza che a tratti lo rassomiglia un po’ troppo a Nerone?

16 Risposte to “Italia De profundis, di Giuseppe Genna”

  1. [...] Continua qui su La poesia e lo Spirito [...]

  2. gg detto

    sono Scrittori come genna che mi fanno amare un paese che odio.
    ^Ma a che serve riassumere linearmente una scrittura che la linearità rifiuta in linea di principio?^
    questa tecnica del salto quantico, per cui una micronarrazione del paragrafo, saturandosi di energia, salta al livello superiore, mutando status e storia.
    e poi la metafora paterna (di cui non oso dire nulla per rispetto umano) mi ricorda ‘il male oscuro’ di berto e il bipolarismo e la devastante felicità.
    grazie valter!
    e grazie giuseppe!
    :)

  3. Anzitutto, grazie a Valter Binaghi, che mi fa arrossire, perché è VERGOGNOSO che ancora non abbia redatto la recensione che si deve al suo DEVOTI A BABELE. La stendo nelle Feste, periodo in cui spero di potere respirare. Vado poi a rispondere ai quesiti che Valter avanza, non prima di avere ringraziato anche Gg qui sopra (con una precisazione personale: quella paterna non è una metafora e nemmeno un’allegoria – quanto a me, è ovvio, perché la lettura è legittima in ogni declinazione).
    La recensione di Valter e le mie risposte, se mi è concesso il permesso, le pubblicherei nei prossimi giorni sul mio sito. Tento di rispondere alle domande poste:

    1) Dubito fortemente che l’Advaita si trovi nella bibliotechina di Rogoredo: non si trova infatti in nessuna biblioteca. Ci sono Scritture, cioè il Vedanta, che il fondatore e avatar induista Shankara, discepolo di Gaudapada, dice essere “false”. Lo dice perché è la prassi metafisica interiore che è da condurre, e non una lettura. In questo senso, tutto è un fallimento: un fallimento per mediazione. Si tratta di trascendere forme e nomi. In questo libro io non ho per nulla una simile ambizione. Non c’è un’ideologia gnostica, come a te pare, anche se è legittimissimo che ti paia così. Qui c’è il tentativo di liberare me (non il lettore: me, anzitutto) da una forma veicolare che è il romanzo di formazione protonovecentesco, evitando l’errore linguistico/ontologico della neoavanguardia: ravvedo in queste due tare delle autentiche bare personali, per quanto riguarda il rapporto tra me e la mia scrittura. Va specificato poi, per stare al prosieguo della tua domanda, che io non temo affatto la spettacolarizzazione: io E’ spettacolo. Come faccio a chiamarmene fuori, nel momento in cui sto in una fascio di supposta “realtà” che si regge sulla triade soggetto percipiente | percezione ! oggetto percepito? La radice dello spettacolo è questa tripartizione che cristallizza una differenza. Cioè: abolisce l’amore, che unifica. Non c’è dunque alcuna disseminazione da parte mia di catarismi o crowleyismi: si dichiara che essi fanno parte di questo osceno spettacolo, di cui “io” sono radice. Non ho mira alcuna, nel senso in cui poni la domanda. Un ulteriore fallimento letterario si dà se tu percepisci così: significa che, nuovamente, la “mediazione” è stata condotta male.

    2) Per come avverto io quello che si dice essere “realtà”, la morte è un errore di percezione, un’allucinazione. Francamente non mi sembra di spendere pietà solo per mio padre. Però non posso convincerti del contrario, se tu avverti questo. Non vedo nemmeno l’isolamento e la tendenza apocalittica, non vedo neppure la capacità sciamanica: sciamanizzerei che cosa? L’oggetto è vuoto, nel senso che è immediatamente amore assoluto, molto concreto, di cui E’ FATTO il mondo. Disprezzo l’amiotrofico? Disprezzo le drag-queen? Disprezzo l’uomo che muore al villaggio? Se emerge disprezzo, è perché c’è, all’interno di “io”, del disprezzo, che è una forma di reclamo di amore. Io la vedo così, e credo che avere parlato con te di certi temi influenzi la tua lettura, perchè tu pensi a un’ideologia metafisica, che qui nella scrittura non si dà, anzitutto perché non esiste alcuna ideologia metafisica, e poi perché il primato dell’amore non ce l’ha nessuna ideologia religiosa. Quanto alla questione hitleriana, la riassumo nuovamente: io credo che tutta la storia dell’umanismo occidentale tenda alla forma-Hitler, cioè a una forma paradossalmente antiumana, vale a dire, tende a rovesciare illusoriamente la realtà che il non-essere non c’è. Se la rovescia, va a evaporare l’empatia, il legame d’amore tra uomo e uomo. Mi è dato qui, senza minimamente intaccare il tuo giudizio, discordare da quanto dici su “Hitler”: per me (sottolineo: per me), quel libro non è quanto affermi tu. Ma siamo un lettore che vede una cosa e un altro lettore che ne vede un’altra.

    3) Non c’è ebbrezza incendiaria. L’incendio è un allegorema della catastrofe tragica, che passa per l’idea della pirosi universale, la quale è data sempre: il fuoco sta per ciò che è immobile e in quiete allo stesso tempo. Non comprendo nemmeno l’accostamento di una nozione di salvezza a quanto scrivo: in che senso non c’è salvezza? non credo di avere scritto un libro moralista, perlomeno non lo intendevo. Chi deve salvarsi da cosa? La salvezza è già data, sempre, da sempre, per sempre. E’ continuare a dare consistenza ontologica alle forme e ai nomi che produce l’idea di un esterno in cui salvarsi (esterno in ogni senso, in ogni accezione, ovviamente). Io dico semplicemente come mi sento qui e ora, mentre scrivo. Il ragionamento finisce sempre in un nulla di fatto, non nell’abolizione della realtà. Il trascendimento è possibile in ogni momento, tra istante e istante si dà il “qui e ora” a cui guardo e da cui avverto emergere le forme, anzitutto quella che le percepisce, cioè “io”: se questo è l’isolamento, allora anche il Cristo è isolato nel momento in cui dice che è NEL mondo ma non DEL mondo. A differenza del Cristo, “io” non sa cosa significa non essere DEL mondo, io non lo so, letteralmente io non lo so.

  4. Mi accorgo di avere fatto un errore, che è un lapsus significativo dovuto alla stanchezza: al punto 3, parlando del fuoco, richiamo il “Vangelo di Tommaso”, e intendo dire che il fuoco è ciò che è “mobile e in quiete allo stesso tempo”. Mi scuso per l’equivoco!

  5. vbinaghi detto

    Grazie Gius. Le mie domande nascono a lato del testo, che ha una sua necessità e compiutezza intangibili. Ma è poi sempre di cultura e di destino storico che riesco a parlare, specialmente quando l’insufficienza del mondo e del dialogo frusta come una febbre, e spinge all’ulteriorità. La poesia è la salvezza della parola, ma chi o che cosa salverà il poeta e il lettore, io credo non sia necessità. E’ ovvio che tra i due il moralista sono io, ed è in questo sguardo che il testo si legge, o forse si rispecchia. Ricondurre a un mito dell’origine o della fine, questa è la mia ossessione. Ti chiamo sciamano, perchè tu servi la Parola con una purezza di cui io non sono capace.

  6. Caro Valter, è molto interessante quanto dici del mito dell’origine o della fine. Nella mia prospettiva, non riesco a intravvedere un mito originario che non sia un mito finale – non nel senso che credo a una ciclicità dei tempi, come suppongo immagini, ma invece perché ritengo che l’operazione interiore che l’esposizione umana a un mito costringe a fare sia extratemporale. Le varianze del mito io le vedo possibili solo per questo motivo. C’è dunque una forma di storia che continuamente allude non a una causalità o a un destino, quanto a uno stato che, manifestandosi NEL tempo, non è temporale. Ora, questa sostanza, almeno per me e per certi altri, non è possibile che l’umano la intercetti se non essendo: essendo, l’umano, può essere solo “io” – presenza-radice che si declina poi in una miriade indefinita di forme. Quindi “io” è per me la radice di ogni mito, di ogni storia che sta nel tempo trascendendolo. Di qui, non riesco a vedere il tuo moralismo. Se la prospettiva è ricondurre a QUESTO TIPO di mito, non è possibile un moralismo, mentre è chiaramente e implicitamente possibile uno storicismo. Ora, però, provo a farti io, il più discretamente possibile, una domanda: perché avverti quella necessità di riconduzione al mito? Cioè: una volta che tu sia riuscito a rappresentare in mito, cosa accade e in te e in chi ti legge? Perché si avverte questa necessità? Nell’ultimo Giap! di Wu Ming, WM4 mette la letteratura in relazione a un’eccedenza (è un intervento per me notevolissimo): è questa eccedenza e il suo richiamo il mito stesso, dove storia e non-storia si manifestano in una forma che porta nell’apertura totale? E cosa c’è nell’apertura totale?
    Se le domande sono indiscrete o irritano, me ne scuso previamente!

  7. dimitrichimenti detto

    Ciao Valter, ciao Giuseppe,
    Come sempre entro a gamba tesa e scusarsene in anticipo è forse solo una manovra retorica. Mi interessa però la discussione. Non ho letto ancora Italia De Profundis (giuro di non averne avuto ancora il tempo), dunque non ne parlerò. Le questioni da voi sollevate mi sembra però vadano ben oltre un singolo libro. Da circa un mese sto lavorando sul Dies Irae, sono quasi a conclusione e mi piacerebbe discuterne un po’ con voi.
    Le vostre argomentazioni sono ricche di riferimenti e citazioni. Io manterrò un profilo un po’ più basso. Spero comunque di non svilire il confronto.
    Di seguito vi incollo un pezzo del mio lavoro dove mi occupo della “rappresentazione”. Nasce da una lunga discussione avuta con Giuseppe.

    La sequenza narrativa del congresso socialista dell’89 è descritta soprattutto attraverso la visione di Darida: i personaggi che intravede (Sandra Milo, Giuliano Ferrara, Margherita Boniver), la sua interazione con alcuni di loro (avverte Berlusconi del pericolo magistratura), i suoi pensieri (quello di proiettare sul grande schermo dell’Ansaldo il materiale compromettente sulla vicenda di Vermicino). Questo innesto offre un apparato di significati in buona parte già garantito a livello extratestuale, ed è su di esso che viene a collocarsi il prelievo, ossia il discorso che Benito Craxi ha realmente pronunciato in quell’occasione.

    “La riflessione che dobbiamo fare è che questo è il simbolo dei cambiamenti profondi che sono in corso ormai da tempo nella società moderna post-industriale: cambiamenti nei modi di produzione, con l’avvento di nuove tecnologie, con una ristrutturazione industriale che riduce l’impiego del fattore umano, mentre avanza una società del terziario e del quaternario e, così come cambiano le strutture produttive, si è modificato, ed è in corso di modificazione, il corpo sociale, si ristrutturano i ceti sociali, se ne formano di nuovi, si mescolano e si confondono in un tumultuoso progredire, nel quale chi si ferma ancorato a schemi del passato viene inevitabilmente superato. Ed è lo sforzo che abbiamo fatto in questi anni per capire la nuova realtà italiana, i problemi nuovi, senza perdere di vista quelli vecchi non risolti, sforzandoci di orientare la nostra azione politica in un modo e verso obiettivi che fossero congeniali ai problemi dello sviluppo moderno. E’ lo sforzo che abbiamo compiuto, e che stiamo peraltro compiendo, per dare una consistenza e una prospettiva – vorrei dire anche una base teorica – a quello che abbiamo chiamato il riformismo moderno”.

    Dopo aver letto questo stralcio si potrebbe sospettare che ad essere rappresentata sia una presunta continuità tra quel periodo storico ed il nostro tempo. Una continuità che andrebbe indagata come se si trattasse di trovarne i nessi causali. Una lettura, questa, che può apparire legittimata dal fatto che le parti prelevate dal discorso craxiano sono quelle che annunciano il passaggio ad una società post-industriale. Un modello, buono o cattivo che sia, di cui oggi vediamo a pieno i risultati.
    Ma se è così, lo è solo indirettamente. Il limite di una tale prospettiva è che, se elevata a sistema interpretativo, essa può trapassare in uno storicismo di carattere deterministico. Quel che si rischia di perdere è proprio la specificità letteraria dell’opera, che vede ridotta la propria capacità di significare il reale in un atto di traduzione dell’attuale. Ma la “testualizzazione del reale”, così come viene operata in Dies Irae, non è riducibile al cronachismo; essa va piuttosto concepita come un’elaborazione, estetica e culturale, che allarga i limiti linguistici dell’idea stessa di realtà.
    Se analizziamo questa sequenza è chiaro che, nonostante la puntualità della contestualizzazione storica ed i prelievi operati sui documenti, in essa continua a permanere una linea di fuga narrativa capace di complicare il reale sino a farlo divenire allucinatorio. Ad un certo punto ci si accorge che non è più l’evento storico il vero soggetto della narrazione, ma la visione di esso: l’Ansaldo è un tempio e Craxi una divinità che annuncia il tempo a venire.

    “E’ un boato, lo tsunami dell’aria, la carne che sfrigola immensamente, batte come in tempi arcaici si battevano tamburi di allerta. Craxi ha appena sintetizzato la visione, cosa ci attende, dove andremo e ci ha detto che, ovunque andremo, andremo con lui”.

    La componente allucinatoria della visione, rende difficile sia l’identificazione primaria (con la voce narrante), che quella secondaria (con il personaggio di Darida). Quello che ci viene offerto è un punto di vista che pone il lettore in uno stato di indecidibilità. Stato che viene amplificato dal trovarci di fronte ad una figura che, nel corso del romanzo, viene declinata in posture tra loro antitetiche: Craxi è prima un potente uomo politico, poi una divinità pagana ed infine un un uomo claudicante linciato in diretta televisiva.
    Ma poiché del personaggio vengono rappresentati quasi esclusivamente questi punti notevoli, piuttosto che assistere ad una sintesi percettiva nei suoi confronti, che ce ne faccia percepire il continuum, lo vediamo frammentarsi sotto i nostri occhi. Non si tratta però di una seriazione infinita della figura, che denuncerebbe la presunta incapacità del discorso letterario contemporaneo a rappresentare il reale. Da questo punto di vista Dies Irae spinge la rappresentazione sino al limite della figurabilità1, nel senso che cattura nel testo un mondo la cui esistenza possiamo verificare solo al di fuori del testo stesso.
    E’ vero piuttosto che il continuo gioco al ritardo della sintesi percettiva non permette la pacificazione dello sguardo sul cliché. Alla “trasparenza” artefatta dell’icona mediatica di Craxi, viene opposta un’opacità di fondo che ci costringe all’incontro con un’irriducibile alterità.
    Lo si vede ancora meglio quando viene descritta la celebre scena in cui Craxi è investito da una pioggia di monetine. La narrazione ci fa vedere le cento lire che impattano al rallentatore sul tettuccio dell’auto, ci sospinge al suo interno, il narratore mostra pietà per il personaggio, ci dice della sua caviglia dolorante.
    Si tratta di un evento di cui tutti, o quasi, conservano memoria perché lo hanno percepito per via mediatica. In questa prospettiva si può dire che l’immagine non ha significato l’evento, ma l’ha sostituito senza lasciare alcun buco di visione e di senso. Ed è proprio ricostruendo questo sguardo mancato o mancante, che Dies Irae imprime un senso alla Storia. Una Storia che non si da più come trasparente, perché i legami di senso restano tutti da fare, quanto come mistero profondo e questione esistenziale e ad un tempo.
    Il mistero non è però inteso come un vuoto di cui la narrazione debba fare un pieno, in questo caso ci troveremmo di nuovo dinanzi ad una saturazione dello sguardo di tipo televisivo. Se pensiamo ai due personaggi più misteriosi di tutto il romanzo, Darida e Aberdeen, constatiamo che non si capisce mai quale ruolo essi effettivamente ricoprano, né per chi davvero lavorino; l’unica cosa certa è che concorrono ad un’organizzazione della miseria su scala internazionale. In Dies Irae il mistero si configura quindi come potenza letteraria che spalanca le porte sul possibile, ma si tratta di un possibile prodotto all’interno di ciò che ho definito “campo del reale”. Si può dunque dire che il possibile letterario si configura come un reale latente, perché gli manca l’attributo dell’esistenza extratestuale, che trova però verificabilità all’interno dei nostri codici culturali.
    Guardando all’intera narrazione da questa prospettiva, si può affermare che se inizialmente il lettore viene catturato dall’aspetto investigativo della vicenda di Vermicino, ben presto il pozzo artesiano non sarà più indagato in quanto vicenda irrisolta, ma come immagine di una condizione esistenziale e storica assai più ampia. Per questo è difficile definire quest’opera un romanzo noir, perché manca il complotto, o se c’è esso non lascia presupporre un centro di smistamento del potere. Si tratta piuttosto di uno sguardo su una grande macchina – ‘Conta la macchina, non Gelli’, dice Aberdeen – in cui il potere si confonde con i suoi mezzi: le messe in scena politiche, i giornali, le televisioni, la pubblicità, l’economia. Eppure, nonostante la consapevolezza che tra la realtà e la sua rappresentazione si frappongono infiniti discorsi mediatici e propagandistici, Dies Irae non abdica da questo mondo, smaterializzandolo in un divertissement linguistico dai quali l’orizzonte degli eventi storici è definitivamente sottratto. Ad essere operativizzata è piuttosto una ‘testualizzazione del reale’ che mette insieme i diversi ordini discorsivi di cui è formata la nostra esperienza della realtà, calandosi negli interstizi che permangono ai margini di ogni apparato produttivo del discorso. Ciò a cui assistiamo è quindi una variazione incessante dello spazio che intercorre tra la cosa e la sua descrizione.

  8. Non ho parole, Dimitri. L’analisi su Craxi, e in particolar modo sulla non infinitizzazione dei punti percettivi, è, per quanto concerne me, il punto centrale del romanzo, che non ha nulla a che vedere col supposto modello eccellente di “Underworld”, come qualcuno ha detto. Il mio problema è esattamente disslvere la finta dialettica tra trasparenza iconica e opacità della “prosa del mondo”, per stare a un categoria hegeliana. Il buco nero o finisce in un buco nero esso stesso, o diventa un simbolo “duro” che invera il nemico del continuum prosa/poesia, o l’avversario illusorio che è la triade soggetto | conoscenza | oggetto…
    Davvero, non so come ringraziare, è un’intercettazione totale, rispetto alle mie intenzioni…

  9. vbinaghi detto

    @Giuseppe
    Chiedi: “Una volta che tu sia riuscito a rappresentare in mito, cosa accade e in te e in chi ti legge?”
    da questo punto di vista credo di essere molto tradizionalista: del mito mi interessa quello che ha interessato più o meno tutti gli antropologi ed etnologi, cioè il suo carattere normativo, fondante, esemplare. Ricondurre l’avventura singolare del soggetto o la cronaca alla filigrana del mito significa provare a intercettare la patologia e la decadenza restaurando la possibilità della guarigione. Ovviamente, tutto questo presuppone la colpa e il declino, che sono non inevitabile svolgimento delle cose umane, ma risultati del rifiuto dell’intendere e dell’amare. Per questo l’approccio di chi come me è un narratore di parabole, è inevitabilmente moralistico.
    Naturalmente, se facciamo un passo avanti, qa ricapitolare la normatività extratemporale del mito c’è il Cristo storico, il Verbo fatto carne, ed è il motivo per cui dopo Cristo ci sono solo due specie di parabole: quella cristiana e quella gnostica. La prima, consegna la storia dell’anima e del mondo all’incarnata salvezza di Cristo. La seconda, lacerando l’insensatezza presunta del mondo e della storia, ne chiede la consumazione nell’Eterno.
    Io nella tua scrittura leggo l’autentico anelito alla luce dell’anima in esilio, spiritualmente vitale quando si apre al canto, tendenzialmente gnostica quando si autointerpreta.
    So che ti sembrerà tutto troppo semplice, ma è così che sento.

  10. vbinaghi detto

    @Dimitri e Giuseppe
    Io dal Dies Irae mica ci sono uscito indenne. Quando l’ho letto ero a metà di quello che resta il mio lavoro più impegnativo (I 3 giorni all’Inferno di Enrico Bonetti cronista padano) e questo tentativo di attraversare e smascherare la presunta stratificazione di evento storico-rappresentazione mediatica e opinione pubblica mi è sembrato qualcosa di molto simile a quello che provavo a fare io, ma completamente diverso. Io cercavo la soluzione contro Lyotard, in quella che credo l’ultima narrazione compiuta dell’occidente, cioè la teologia barocca (il teatro del mondo), Genna in una sorta di attraversamento medianico che trasfigura autore regista pawlcoscenico e pubblico in un flusso che ne scioglie i profili e ribalta le gerarchie.
    Ho capito che nonostante me e nonostante lui il confronto con il lavoro di Genna per me è essenziale, perchè si tratta di un organo di senso spirituale che a me completamente manca e in lui è preminente.
    Dopo di che vi dico che ieri, leggendo un libro su Goethe, ho trovato questa passo del medesimo:
    “Ditemi dunque, perchè a me un’opera d’arte perfetta appare un’opera della natura”?
    “Perchè risponde alla vostra natura migliore, perchè è al di sopra della natura, non al di fuori di essa”
    Qui l’accento cade su “migliore” e “al di sopra, non al di fuori”. E questo credo sia tutto quel che ho da dire sulla verità della rappresentazione artistica. Portare la realtà sulla scena non è portarvi il quotidiano o la cronaca, e la storia senza il mito è illeggibile. La filologia ha certo i suoi diritti, ma credo che l’arte abbia altri doveri.

  11. Mauro Baldrati detto

    L’ho iniziato. Sono a pag. 73. Sono abbastanza sbalordito, uno stile caricato di un’energia che mi sbalordisce, eppure così controllato e maturo. Mi sembra un libro importante, e sono contento di averlo messo in cantiere. Più avanti ci risentiremo, spero, perché non si esce indenni da un testo come questo – proprio come Binaghi dice a proposito di Dies Irae.

  12. bimodale detto

    io è. nella schizofonia della parola che avviene consumandosi. tran-siamo nello spreco che ci tiene ad essere. tra l’io che dice e l’io che ascolta, io-cum gioco per dilapidare il ni+ente. il preassente nella vacanza cosmica. abbiamo la forma di toro cronotopico. il vuoto del gorgo tratto dalle acque centrifughe l’azione percettiva è quel vuoto non il vuoto che non esiste e nemmeno il pieno. corpo e mente nel paradosso antilogico dell’Uomo. quella cultura dell’attimo eterno, rassicurante. il bilogico diveniente che la temporalità della sola parola spezza meccanicamente, e invece la parola comprende l’(ant)eccedenza del consumarsi e l’eccedenza del venire alla luce. ma le cose che vediamo sono come la luce delle stelle lontane e le stelle magari sono collassate da anni.
    —————————————————–

    mmh… le cose sono come la luce delle stelle lontane e le stelle magari sono collassate da un miliardo di anni nell’universo. gli umani sono animali preveggenti.

  13. dimitrichimenti detto

    @ Valter: Giusto, la filologia ha i suoi diritti, ma l’arte ha altri doveri.
    Aggiungo che io questi ultimi non li conosco. Ed è un bene, perché altrimenti dovrei iniziare a predicarli. E’ forse per questo che ricorro alla narratologia e non alla filologia?
    Mi piace occuparmi di un singola opera, a volte di un’unica sequenza narrativa. Mi sembra intellettualmente onesto, perché capita che in cinque parole o ventiquattro fotogrammi si racchiuda un universo di senso (che spesso mi sfugge).
    Sono però felice ogni qualvolta leggo qualcosa di tuo: c’è un che di antico, senza per questo essere artefatto, in ciò che scrivi. A volte ho l’impressione di vedervi in filigrana tutta un’architettura di pensiero e di parola che, davvero, ha saputo restare indenne da certe ideologie (postmodernismo?). Non posso dire altrettanto di me, forse neppure di Giuseppe. Non ci sono torti o ragioni, o almeno non credo. Ci sono le parole, i segni ed i rapporti che intratteniamo con essi. Tu la chiami verità, io non ho un nome da dare.

  14. vbinaghi detto

    Dimitri, lo sforzo più grande che mi voglio imporre è di fuggire sia la tentazione della fuga in avanti ma anche quella del rifugio nel “classico” (che a noi ormai, direbbe Schiller, è precluso). Un lessico e una dialettica della rappresentazione che ci aiuti a procedere in un universo ineditamente spettacolare, cercando “i trascendentali” della rappresentazione. Tra non molto parleremo di ciò che molto riccamente in questo senso si trova nel libro di Marco Dinoi.

  15. Siccome sono di fretta, dichiaro che quanto avete scritto è per me da meditare, ci rifletto e torno a rispondere. Un’unico consiglio agli interessati che passassero di qui: trovo il libro di Marco Dinoi fondamentale per l’oggi. Se avete tempo, prendetelo e leggetelo, non c’è da pentirsi dell’acquisto, garantisco…

  16. dimitrichimenti detto

    Il libro di Marco Dinoi di cui andiamo cianciando è “Lo Sguardo e L’Evento”, pubblicato da Le Lettere nel 2008. A chi volesse approfondire la conoscenza della figura di Marco o del suo libro rimando al sito dell’associazione Level Five.

    http://associazionelevel5.wordpress.com/

    @ Valter: spero che avremo presto l’occasione di parlare a quattr’occhi (o magari 6 o 8) di tutte le questioni che andiamo sollevando. Lo spero davvero.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

 
Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 5.190 other followers