La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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Stefania Nardini, Gli scheletri di Via Duomo

Posted by fabrizio centofanti on December 22, 2008

Stefania nardini, Gli scheletri di Via Duomo, Tullio Pironti Editore – Pagg. 109 – Euro 10,00.

** * **

di Alberto Pezzini

Bruno Morchio ( quello che ha inventato Bacci Pagano) ama sempre dire che ormai in Italia sono più gli scrittori dei lettori. Anzi, quelli che scrivono libri. Ecco perché i veri scrittori, i pennaioli capaci di sorprendere il lettore saturo, sono sempre di meno. Ecco perché una donna impastata di scrittura argentina, anzi di argento vivo, come Stefania Nardini ha scritto un libro semplicemente corale e magico. In una semplicità francescana. Un libretto corto e smilzo come uno scugnizzo. Uno schizzo sincero di Napoli. Quella di una volta. Colorata, piena di grida, inzeppata di odori che trapanano le narici facendole sbavare di desiderio, fetente.

Stefania Nardini ha scritto un libro di dolore. Anzi, un libro per superare il dolore. Quello fisico, più vigliacco. La scrittura è misteriosa, terapeutica, capace di salvare una persona facendola respirare. Facendole credere che la vita possa anche essere raccontata. Lei lo fa con leggerezza. Quella sapiente che il dolore sa distillare. Quella leggerezza più consapevole perché sa da dove arriva. Lo strumento è una storia che sembra non arrivare mai allo scrocco finale. Sapete, quel suono che ti dà la certezza che un meccanismo si sia svegliato da un certo torpore meccanico che l’ottundeva. Quello scrocco di una chiave dentro una toppa. Che ti fa aprire un armadio dove dentro stanno leoni e principi affatati.

Così lo fa la Nardini. Solo che lei ha in mano la penna bellissima e piena di pastiera dolcissima de Il Mattino. Uno dei più grandi giornali italiani, oggi forse più stanco di una tradizione che ha sostituito una cronaca mondana, alla Scarfoglio e D’Annunzio, con la plumbea curiosità che gli omicidi di camorra portano sui menabò di piombo. Che oggi, peraltro ( e che tristezza ) non esistono manco più perché sostituiti da una freddezza algida tipica del digitale che vibra negli occhi.

Il cronista de Il Mattino è un giornalista che inizia la sua carriera, è un cronista che ha individuato una storia come una volta c’erano ancora. E le sta addosso come su di una donna da innaffiare assolutamente. E’ la storia di una notizia. Alcuni scheletri ritrovati dentro un’intercapedine, un mistero, notizie che vanno e persone che non ricordano subito. Un intreccio che ogni giorno viene aggiornato in settanta righe di piombo fuso. L’incubo del cronista. Fondere e far sapere agli altri tutta una notizia in poche, millimetrate righe. La sintesi devi impararla per forza chè i lettori, massime se napoletani, devono leggere come se mangiassero un casatiello, di lena e con voracità marina.Ogni giorno esce il pezzo e la città sta in pena, è in attesa. Intanto la figura del cronista prende peso, diventa più spessa. Perché sente che la gente lo sta cominciando a godere ogni giorno di più in quelle settanta righe con cui cerca di squarciare il buio. E’ una storia antica. Come i bassi napoletani, come il sesso. I romanzi di appendice hanno fatto una fortuna sul coito interrotto della pagina. Su quel lasciare ogni giorno un’attesa infinita di ciò che verrà dopo. La prossima puntata è quella che ancora oggi fa salire l’audience delle soap opera. E’ l’attesa di qualcosa che te lo fa desiderare. Così la Nardini. Ogni capitolo è acuminato e sembra arrivi come se fosse appena dietro l’angolo. E’ verde, vivo, anzi verdissimo ma dentro tiene il sangue. Per questo il libro salta come argento vivo perché dentro di lui scorre potente lo spirito napoletano. Quello per cui un omicidio sospettato sarà spiegato con la più semplice delle vie. Ma ci vuole del tempo, però. Ed una vita passata a credere sbagliato. Sapete una cosa. Ci sono certi odori o certe immagini mentali che noi tutti ci portiamo appresso. Napoli vista dall’alto,Roma al tramonto quando senti salire un’anima dannunziana che danza nel pulviscolo in controluce. Nardini fa rivivere con un mistero la vera anima napoletana. Quella che sa di cozze, guantiere di paste che sanno di crema nobile, e cravatte dalle cento pieghe. Quelle dove i cronisti de IL Mattino sapevano scrivere bene. E dove un mistero faceva di una notizia una miniera di sensazioni a cui si poteva far ricorso per restituire un’identità a Napoli. Perché le città che arrivano da una guerra sanno sempre di acciaio sotto i denti. Sanno di piombo anche perché hanno dovuto dormire un sonno scuro come la pece. Per cercare di non trovare troppe offese nella violenza degli uomini. La Nardini fa rivivere l’anima più pulita dei bassi napoletani, l’umanità di quella gente che ha dovuto vivere con l’angoscia addosso pur sapendola sempre digerire con un sorriso dentro gli occhi.

Ha una scrittura velocissima come gli scugnizzi quando scappano. Ha una scrittura snella da cronista di razza. Ha una scrittura da napoletana mischiata con un’anima provenzale. Sa di basso napoletano ma anche di aria del mediterraneo. Il suo è un mistero alla Giono, anzi ha del sole morente che attizza. Come nei romanzi di Izzo dove l’amaro ci deve stare per forza perché la bellezza sta anche nel superamento dell’ovvio. Ed il banale si supera soltanto nell’incredibile, ed in quello strano modo di vivere la vita che è il dolore. Strano, inconcepibile perché ti è capitato, ma capace di darti un secolo di esperienza in tre mesi di vita. Come quelli del cronista che cerca di svelare un mistero che si risolverà soltanto nell’ultima pagina. Quando credi di non avere capito ed invece comprendi in una riga quello che avevi davanti agli occhi da sempre. Come la vita. Che bello. Anche se fa male.

5 Responses to “Stefania Nardini, Gli scheletri di Via Duomo”

  1. Giorgio said

    Bella recensione, davvero partecipe e coinvolgente, grazie ad Alberto e a Fabrizio. Spero di leggere presto il libro, nel frattempo complimenti a Stefania e un grande in bocca al lupo a “Gli scheletri di Via Duomo”. E buone feste a tutti.

  2. Mauro Baldrati said

    Mi associo ai complimenti per la recensione e per il libro di Stefania, cui faccio tanti auguri – tra l’altro non conoscevo questa sua attività di giallista – questo libro ha anche una copertina molto bella, una foto in bianco e nero di una facciata di palazzo (dei Quartieri Spagnoli?). Insomma, è tutto maledettamente interessante.

  3. Andrea Sartori said

    Mi associo ai complimenti per la recensione, e all’interesse per il romanzo, che spero di leggere presto!
    Ciao Stefania!
    Andrea.

  4. stefania nardini said

    Un bel regalo di Natale ! Grazie Fabrizio e Alberto. A Giorgio, Mauro e Andrea ricambio gli auguri sperando che il liberculo possa essere di vostro gradimento.
    Un abbraccio
    Stefania

  5. vbinaghi said

    L’ho letto, Stefania, ed è veramente di gran ritmo, con personaggi sapidi e una vicenda che tiene in sospeso. Solo una piccola critica: il finale. Gli avrei dato più respiro.

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