La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Qual è e quale vogliamo che sempre più sia lo specifico del blog collettivo La poesia e lo spirito? A differenza di altri blog o gruppi di opinioni vari presenti in rete, questo dovrebbe caratterizzarsi per una grande apertura a orientamenti e opinioni provenienti da settori anche piuttosto diversi. Una sola vera discriminante ci sentiamo di mettere necessariamente all’inizio ed è quella, forse ovvia, ma assai importante da tenere ferma, che “solo le posizioni tolleranti sono tollerate”. Precetto che va bene inteso, e forse a sua volta interpretato, ma che certamente implica che sono escluse da questo spazio opinioni e forme di discussioni che non siano fondamentalmente rispettose delle differenze, che ricorrano all’insulto o comunque alla denigrazione delle posizioni diverse senza argomentazioni ma solo per superficiali slogan. Vorremmo fare di questo luogo una specie di grande Giardino (alludiamo ovviamente alla Scuola del Giardino di Epicuro) – purtroppo solo virtuale, dato che sarebbe molto più piacevole realmente passeggiare assieme per le aiuole e discutere sui più diversi temi – nel quale diverse opinioni anzitutto si conoscono, eventualmente si scontrano, e comunque si arricchiscono a vicenda. Un luogo nel quale si sia disponibili, con tutte le difficoltà che sappiamo essere insite in una tale impresa, a spogliarsi non certo delle proprie convinzioni profonde e dei propri sentimenti, ma di quelli che possono invece – a un esame più accurato – rivelarsi dei malcelati pregiudizi. È evidente a tutti che esistono diversità più ‘delicate’ e altre meno; una differenza di opinioni sugli scritti di Gadda non è lo stesso che una differenza di opinioni sul problema dell’aborto, ma è appunto questo che deve guidarci nella ricerca: quando si parla di Gadda possiamo sì immergerci completamente nel problema e considerarlo fondamentale, coscienti d’altra parte che potremo comunque voler bene a nostro fratello anche se egli odia Gadda; esattamente come vorremmo arrivare a volergli bene se la sua posizione sul problema dell’aborto è diversa dalla nostra; il criterio che ci guiderà sarà questo, che cercheremo sinceramente di comprendere attraverso quali diversi sentieri due esemplari diversi della stessa specie, Homo Sapiens, possono avere opinioni anche radicalmente diverse. Con l’idea di fondo che in un grande palazzo, scale diverse possono anche condurre nella stessa stanza. A nostro parere, con tutte le difficoltà connesse con la natura umana, è un’utopia alla quale si può credere e alla quale si può almeno tendere; si può tenerla cioè come modello/traguardo cui riferirsi sempre e soprattutto nei momenti di difficoltà.


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    METROMORFOSI infocritica


Dopo Mumbai, il mostro allo specchio

Posted by lapoesiaelospirito on January 5, 2009

di Arundhati Roy*

Se stavate guardando la televisione magari non avrete sentito che anche molte persone semplici sono state uccise a Mumbai. Sono state sterminate in una stazione ferroviaria e in un ospedale pubblico, i terroristi non hanno distinto tra ricchi e poveri. Hanno ucciso entrambi
con lo stesso sangue freddo. I media indiani sono stati fulminati
dall’onda di terrore che si intravedeva attraverso le baracche lucenti dell’India scintillante e spargeva la sua puzza sui marmi e le sale da ballo di due incredibili hotel di lusso e in un piccolo centro ebraico.
Ci dicono che uno di questi hotel è una icona della città di Mumbai. Questo è assolutamente vero. E’ l’icona della oscena ingiustizia che gli indiani subiscono tutti i giorni. Nello stesso giorno in cui i giornali erano pieni dei necrologi di persone stupende che parlavano delle magnifiche stanze dell’hotel dove erano stati, dei ristoranti che amavano (ironicamente uno di questi si chiamava Kandahar) e delle persone che vi lavoravano, in un piccolo riquadro sulla parte alta delle pagine nazionali (sponsorizzato credo da una compagnia che vende pizze) si leggeva “Hungry, kya?” (“Fame eh?”). Informava i lettori, sono sicura con le migliori intenzioni, che nella classifica internazionale
della fame l’India si trovava dietro a paesi come Sudan e Somalia.
Ma chiaramente questa non era quella guerra. Una guerra che si continua a combattere nei quartieri dei dalit dei nostri villaggi, sugli argini dei fiumi Narmada e Koel Karo, nelle piantagioni di gomma di Chengara, nei villaggi di Nandigram, Singur, Chattisgarh, Jharkhand, Orissa, Lalgarh nel West Bengala; e negli slum e bidonville delle
nostre magalopoli. Quella guerra non va in televisione.
Non ancora. Così forse come fanno tutti dobbiamo affrontare quella che vediamo.

Il terrorismo e il bisogno del contesto

C’è una feroce e indimenticabile frase che ricorre nei discorsi di oggi sul terrorismo.
Da una parte (chiamiamola parte A) ci sono coloro che vedono il terrorismo, specialmente quello “islamico”, come qualcosa di odioso, insano, un flagello che ruota su un suo asse, in una sua orbita e che non ha niente a che fare con il mondo che lo circonda, nulla a che fare con la storia, la geografia o le politiche economiche. Per questo la parte A, nel tentativo di trovargli un posto nel contesto politico,
o anche per provare a capirlo, arriva fino a giustificarlo. E questo è un crimine di per sé. La parte B crede invece che siccome nulla può giustificarlo e spiegarlo, il terrorismo esiste in un particolare momento,
posto e contesto politico e rifiutarsi di vedere ciò può solo aggravare il problema e mettere in pericolo sempre più persone. E anche questo è un crimine in sé. Hafiz Saeed, che ha fondato Lashkar-e- Taiba (l’armata dei puri) nel 1990 e che appartiene all’ala dura della tradizione Salafi dell’islam, sicuramente va a spostegno della parte A. Hafiz Saeed approva gli attacchi suicidi, odia gli ebrei, gli sciiti, la democrazia e crede che la jihad deve essere portata avanti fino a quando l’islam, il suo islam governi il mondo. Tra le cose che ha detto: «Non ci può essere pace fino a quando l’India resta intatta. Tagliateli, tagliateli fino a che si inginocchieranno davanti a voi chiedendovi pietà». E ancora: «L’India ci ha indicato questa via. Noi vorremmo rispondere all’India occhio per occhio uccidendo hindu, proprio com’è successo ai musulmani in Kashmir». Ma dove troverà posto nella parte A quanto ha detto Babu Bajrangi di Ahmedabad che si vede come un sincero democratico, e non un terrorista? Egli è stato uno dei principali pilastri del genocidio nel Gujarat del 2002 ed ha dichiarato (in televisione): «Non abbiamo risparmiato un solo negozio musulmano,
abbiamo incendiato tutto… abbiamo sprangato, bruciato … crediamo nel dare loro fuoco in quanto questi bastardi non vogliono essere cremati, hanno paura di questo… ho un ultimo desiderio… condannatemi a morte, non mi importa se mi impiccherete, solo concedetemi due giorni prima di farlo e andrò in Juhapura dove centinaia di queste persone vivono… e li sterminerò… lasciate che ancora qualcuno di loro muoia, devono morirne almeno tra i 25mila e i 50 mila». (…) Naturalmente i musulmani non sono state le sole persone nel mirino della destra hindu, anche i dalit sono stati spesso presi di mira. Recentemente in Kandhamal nell’Orissa, sono stati i cristiani vittime di due mesi e mezzo di violenze che hanno provocato la morte di almeno 40 persone, mentre 40mila sono state cacciate dalle loro case, metà delle quali ora vive in campi profughi. (…) Babu Bajrangi, in ogni caso, è libero su cauzione e vive una vita rispettabile
nel Gujarat. Alcuni anni dopo il massacro ha lasciato il Vishwa Hindu Parishad (una delle milizie del Rss, il nucleo ideologico del Bjp, Bharatiya Janata Party, il partito dei fondamentalisti hindu, ndr) e si è unito al Shiv Sena (un altro dei partiti nazionalisti di destra). Narendra Modi, uno dei maestri di Bajrangi, è ancora il primo ministro dello stato del Gujarat. E’ lui l’uomo che ha indagato sul genocidio nel Gujarat, è stato rieletto due volte ed è uno degli uomini più rispettati dalle grandi corporation indiane, come Reliance e Tata. Suhel Seth, un impresario televisivo, ha recentemente dichiarato: «Modi è Dio». I poliziotti che hanno supervisionato e alcune volte aiutato gli assalti delle bande hindu nel Gujarat sono stati premiati e promossi. L’Rss ha 45mila sedi e 7 milioni di volontari che predicano la dottrina dell’odio attraverso l’India. Tra questi ci sono Narendra Modi, ma anche l’ex primo ministro A. B. Vajpayee, l’attual’attuale leader dell’opposizione L. K. Advani, e tanti altri politici, burocrati poliziotti e agenti dei servizi. E se questo non fosse abbastanza per complicare l’immagine della nostra secolare democrazia, dobbiamo anche registrare che ci sono moltissime organizzazioni musulmane che predicano in India la loro chiusa visione bigotta. E quindi, se devo scegliere tra la parte A e quella B io opto per la B. Abbiamo bisogno di un contesto. Sempre.

L’abbraccio mortale dell’odio, la familiarità terrificante e l’amore

In questo subcontinente nucleare, il contesto è la divisione. La linea Radcliffe che separa India e Pakistan e che divide stati, distretti, villaggi, comunità, territori, acquedotti, case e famiglie venne tracciata virtualmente in una notte. Fu il regalo di addio che la Gran Bretagna ci lasciò quando se ne andò, Questa divisione innescò il massacro di milioni di persone e la più grande migrazione umana della storia contemporanea. Otto milioni di hindu fuggirono dal nuovo Pakistan, mentre i musulmani fuggivano da questa nuova India abbandonando le loro case e scappando solo con quello che avevano indosso. Ognuna di quelle persone ha tramandato una storia di sofferenze, odio, orrore ma anche di desiderio struggente. Quelle ferite, quei muscoli strappati ma non morti, quel sangue e quelle ossa rotte ci tengono ancora insieme in un abbraccio di odio, di terrificante familiarità, ma anche di amore. Ha lasciato il Kashmir prigioniero di un incubo da cui sembra non uscire, un incubo che ha provocato più di 60 mila vittime. Il Pakistan, la Terra dei Puri, divenne una repubblica islamica e ben presto uno stato militare corrotto e violento, apertamente intollerante ad altri credi. L’India dall’altro canto si dichiarò uno stato aperto, una democrazia secolare. Fu una magnifica promessa, ma i predecessori di Baby Bajrangi hanno lavorato duro e sin dal 1920 hanno istillato veleno nel sangue dell’India, minando quell’idea di nazione prima ancora che nascesse. E nel 1990 erano pronti per prendere il potere. Nel 1992 bande di hindu esortate da L. K. Advani presero d’assalto Babri Masjid (la storica moschea della città di Ayodhya, al centro di una annosa disputa tra musulmani e hindu, ndr) e la demolirono. Nel 1998 il Bjp era al potere. La Guerra al terrore degli Usa mise il vento alle loro vele. Permise loro di fare esattamente tutto quello che volevano, anche commettere genocidi e presentare il loro fascismo come una forma legittima per una democrazia caotica. Questo accadeva mentre l’India apriva apriva il suo grande mercato alla finanza internazionale ed era interesse delle coorporation internazionali e dei mezzi
di informazione che possedevano proiettare l’immagine di un paese che non poteva fare nulla di sbagliato. Questo consegnò agli hindu nazionalisti tutta la forza e l’impunità di cui avevano bisogno. Ecco il contesto storico del terrorismo in questo subcontinente e dei recenti attacchi di Mumbai. (…) Così come fece dopo l’attacco al Parlamento nel 2001, l’incendio nel 2002 del treno Sabarmati Express, e gli attacchi nel 2007 al Samjhauta Express, il governo indiano ha annunciato che ha prove «incontrovertibili» che il gruppo del Lashkar-e-Taiba appoggiato dai servizi segreti pakistani (Isi) sia dietro agli attentanti di Mumbai. Il gruppo Lashkar nega ogni coinvolgimento, ma resta il principale accusato. Secondo la polizia e i servizi segreti, il gruppo Lashkar operava in India attraverso una organizzazione che si chiama “Indian Mujahideen”. Due cittadini indiani, Sheikh Mukhtar Ahmed, un ufficiale che lavora per la polizia di Jammu e del Kashmir, e Tausif Rehman, residente a Kolkata nel West Bengala, sono stati arrestati per gli attentati di Mumbai. A questo punto l’accusa contro il Pakistan si complica un pochino. Quasi sempre quando queste storie incominciano a svilupparsi rivelano complicate reti di agenti, reclutatori, addestratori, mediatori e operatori dei servizi che lavorano non solo per entrambe le parti sulla frontiera indo-pakistana, ma contemporaneamente in diversi paesi. Al giorno d’oggi provare a identificare la provenienza di un attacco terroristico e isolarlo entro confini ben precisi di una unica nazione è un po’ come provare a identificare la provenienza delle finanze delle grandi corporation. E’ quasi impossibile. In circostanze come queste, raid aerei per eliminare i campi dei terroristi potranno cancellare i campi, ma non elimineranno certamente i terroristi. E non ci riuscirà neanche una guerra. Proviamo con un sforzo morale a non dimenticarci che il movimento di liberazione delle Tigri del Tamil, del vicino Sri Lanka, uno dei gruppi più micidiali tra i terroristi, fu addestrato dall’esercito indiano.

Liberando Frankenstein

Grazie in larga parte al ruolo che ha dovuto giocare come alleato dell’America, prima nella guerra a sostegno degli islamisti afghani e poi in quella contro di loro, il Pakistan, il cui territorio vacilla grazie a queste contraddizioni, sta scivolando verso una guerra civile. Come reclutatore di agenti per la jihad americana contro l’Unione Sovietica, l’esercito pakistano e l’Isi hanno nutrito e deviato fondi verso le organizzazioni fondamentaliste islamiche. Dopo aver dato la carica a questi Frankenstein e averli lasciati liberi nel mondo, gli Usa pensavano di poterli controllare come e quando volevano. Sicuramente non si aspettavano di vederli arrivare al cuore del sistema l’11 settembre. Così ancora una volta l’Afghanistan andava violentemente rifatto. Ora le macerie del ri-devastato Afghanistan sono finite sui confini del Pakistan. Nessuno, nemmeno il governo pakistano, nega che siamo davanti ad un paese che rischia di implodere. I campi di addestramento per terroristi, il fiato dei mullah, e i maniaci che credono che l’islam debba, o dovrebbe, regnare sul mondo sono il detrito di due guerre afghane. Gli effetti di tutto questo ricadono sul governo pakistano e sulla sua popolazione, così come sull’India. Se ora l’India decidesse di andare alla guerra forse il precipitare di tutta la regione nel caos sarebbe completo. Le macerie di un Pakistan distrutto e alla bancarotta arriverebbero sulle coste dell’India mettendoci in pericolo come mai siamo stati. Se il Pakistan crollasse, possiamo prevedere che avremo come vicini milioni di “non-state actors” con un arsenale di armi nucleari a loro disposizione. E’ difficile capire perché coloro che sono al timone dell’India siano così propensi a replicare gli errori del Pakistan e invitino gli Stati Uniti a continuare ad immischiarsi in modo goffo e pericoloso nei nostri molto complicati affari. Una superpotenza non ha mai degli alleati. Ha solo dei servitori. Inoltre andare in guerra oggi è il modo migliore per l’India per evitare di affrontare i seri problemi che si stanno presentando sul fronte interno. Gli attentati di Mumbai sono stati trasmessi in diretta (e in esclusiva!) su tutti o quasi i nostri 67 canali di informazione e dio solo sa da quanti a livello internazionale. I conduttori televisivi dai loro studi e i giornalisti a “ground zero” hanno inondato l’etere di commenti. Per tre giorni e tre notti abbiamo guardato stupefatti come un piccolo gruppo di giovani uomini armati di fucili e cose simili abbiano tenuto in scacco la polizia, l’elite delle guardie della sicurezza nazionale, i commandos della marina di quella che dovrebbe essere una minacciosa potenza nucleare. Mentre facevano questo, hanno massacrato indicriminatamente delle persone disarmate nelle stazioni ferroviarie, negli ospedali e hotel di lusso, incuranti della classe sociale, casta, religione o nazionalità. (…) La noncuranza con cui uccidevano questi terroristi ragazzini, e il disinteresse rispetto alla possibilità di essere uccisi, hanno colpito l’intera platea internazionale. Hanno inviato un messaggio assai diverso dai soliti attentanti suicidi e attacchi missilistici a cui la gente è ormai assuefatta. Qui c’era qualcosa di nuovo. Die Hard 25. L’osceno atto è andato avanti per ore e ore. Gli indici di ascolto hanno continuato a crescere. Chiedete a un magnate della televisione o a un pubblicitario che misura le trasmissioni in minuti e secondi, non in ore, quanto vale tutto questo. Alla fine i killer sono morti, e in modo drammatico. Tutti tranne uno (forse nel caos qualcuno è riuscito a scappare, ma forse non lo sapremo mai). Durante tutto il periodo del confronto, i terroristi non hanno mai fatto richieste e non hanno mai espresso il desiderio di trattare. Il loro scopo era uccidere e infliggere il maggior numero di danni possibile prima di venir uccisi. Ci hanno lasciato completamente sconcertati.

Danni collaterali

Quando diciamo “Nulla giustifica il terrorismo”, quello che molti di noi pensano è che nulla giustifica la perdita di una vita umana. Diciamo questo perché rispettiamo la vita, perché pensiamo che è un bene prezioso. Quindi cosa dobbiamo pensare di coloro ai quali non importa nulla di togliere una vita, nemmeno la propria? La verità è che non abbiamo la più pallida idea di cosa fare di costoro, perché sentiamo che ancora prima di morire, queste persone sono andate in un altro mondo dove noi non possiamo raggiungerli. Un canale tv (India Tv) ha trasmesso una conversazione telefonica con uno dei terroristi che si faceva chiamare “Imran Babar”. Non posso garantire sulla veiridicità della conversazione, ma le cose che ha detto erano uguali a quelle contenute nelle e-mail che erano state inviate prima di altri attacchi in India. Cose di cui non vogliamo più parlare: la demolizione di Babri Masjid nel 1992, il genocidio di musulmani nel Gujarat del 2002, la brutale repressione
in Kashmir. «Siete circondati» gli ha detto il conduttore, «morirete quasi sicuramente. Perché non vi arrendete?». «Moriamo ogni giorno» ha risposto in modo strano e meccanico. «E’ meglio vivere un giorno da leoni e morire in questo modo». Non sembrava che volesse cambiare il mondo. Sembrava che volesse portarselo giù con lui. Se vermente questi uomini erano membri del gruppo Lashkar-e-Taiba,
perché non gli importava nulla del fatto che una larga parte delle vittime fosse musulmana, o del fatto che le loro azioni avrebbero determinato dei seri contraccolpi per la comunità musulmana in India per cui sostenevano di combattere? Il terrorismo è una ideologia senza cuore cuore, e come tutte le ideologie che hanno occhi solo per il Grande Obiettivo, gli individui non entrano nei loro calcoli se non come danni collaterali. E’ sempre stato parte, e spesso anche obiettivo, della strategia terrorista di esacerbare una brutta situazione al fine di esporne i lati nascosti. Il sangue dei martiri irriga il terrorismo. I terroristi hindu hanno bisogno di hindu morti, i terroristi comunisti hanno bisogno di proletari morti, i terroristi islamici hanno
bisogno di musulmani morti. I morti diventano la dimostrazione, la prova del vittimismo, che è centrale nel progetto. Un singolo atto di terrorismo non ha l’obiettivo di conquistare una vittoria militare: vuole essere un catalizzatore per innescare qualcos’altro, qualcosa di molto più grande dell’atto in sé, un movimento sismico, un riallineamento. L’atto in se stesso è teatro, spettacolo e simbolo e oggi il palcoscenico sul quale mettere in scena quest’atto di bestialità è la Tv, in diretta. Anche se alcuni conduttori tv sono stati criticati da
altri conduttori, gli effetti degli attacchi terroristici sono stati ingigantiti dalle trasmissioni tv. Attraverso le infinite ore di analisi e infiniti commenti, in India almeno, si è dedicata molta poca attenzione agli elefanti che giravano per le stanze: Kashmir, Gujarat e la distruzione di Babri Masjid. Invece abbiamo avuto diplomatici in pensione ed esperti di strategia intenti a discutere i pro e i contro di una guerra contro il Pakistan. Abbiamo avuto i ricchi che minacciavano che non avrebbero più pagato le tasse se la loro sicurezza non veniva garantita (forse è giusto che i poveri restino senza protezioni?). Abbiamo avuto chi ha sostenuto che il governo avrebbe dovuto dimettersi, e che ogni stato dell’India dovesse essere consegnato a una corporation. (…) C’è stato Suketu Mehta, l’autore di Maximum City and co-editore per Bollywood del film Mission Kashmir che ci ha fornito la sua versione del discorso di George W Bush “Perché ci odiano”.
La sua analisi del perché i religiosi bigotti, sia hindu che musulmani, odiano Mumbai: «Forse perché Mumbai simboleggia l lucro, i sogni profani e la massima apertura». La sua cura: «La migliore risposta da dare ai terroristi è sognare ancora più in grande, fare ancora più soldi e visitare più spesso del solito Mumbai». Ma George W. Bush non aveva chiesto agli americani di uscire dalle case e andare a fare shopping dopo l’11 settembre? Ah si, l’11 settembre la data di cui non siamo in grado di liberarci. (…)

Il mostro allo specchio

Detto questo, cosa dobbiamo fare degli attacchi di Mumbai? Qualcuno sostiene che la strategia Usa ha avuto successo rilevando che gli Stati Uniti non hanno subito nuovi attacchi sul loro territorio dopo l’11 settembre. Ma qualcuno potrebbe dire che l’America oggi soffre molto di più. Se l’idea dietro agli attacch dell’11 settembre era quella di spingere l’America a mostrare il suo vero volto, quale miglior successo potevano augurarsi i terroristi? L’esercito americano è impantanato in due guerre che non si possono vincere e che hanno fatto degli Stati Uniti d’America la nazione più odiata del mondo. Quelle guerre hanno contribuito pesantemente alla crisi economica americana e chissà, forse dell’impero. Centinaia di migliaia di persone, tra cui migliaia di soldati americani, hanno perso le loro vite in Iraq e in Afghanistan. Gli attentati terroristici contro alleati/ servitori degli americani e i loro interessi sono aumentati in modo drammatico dopo l’11 settembre. George W. Bush, l’uomo che ha guidato la risposta Usa agli attentati dell’11 settembre, è l’uomo più disprezzato nel mondo ma anche tra la sua gente. Chi può onestamente sostenere che gli Stati Uniti stiano vincendo la Guerra al terrore? La sicurezza interna è costata al governo Usa miliardi di dollari. Poche nazioni, certamente non l’India, possono permettersi questi costi. Ma anche se potessimo, la nostra grande nazione non potrà essere messa in sicurezza o pattugliata nel modo in cui lo hanno fatto gli Usa. Non è quel tipo di territorio. Abbiamo un vicino ostile e armato di nucleare che sta lentamente uscendo fuori controllo; abbiamo una occupazione militare in Kashmir e perseguitiamo in modo vergognoso un minoranza di 150 milioni di musulmani che vengono presi a bersaglio come comunità e spinti contro un muro, i loro giovani non intravedono alcuna giustizia all’orizzonte, e se perderanno tutte le speranze e si radicalizzerano finiranno per trasformarsi in una minaccia non solo per l’India ma per l’intero mondo. Se dieci uomini possono tenere il scacco i comandos della sicurezza nazionale per tre giorni e sono necessari più di mezzo milione di uomini per il Kashmir, fate due conti e ditemi: quale tipo di sicurezza interna potrebbe essere garantita all’India?
E per questo non ci sono scorciatoie. Le leggi anti-terrorismo non sono fatte per i terroristi: sono per le persone che non piacciono ai governi. E’ per questo che portano ad un colpevole solo nel 2% dei casi. Sono solo mezzi per allontanare le persone scomode per lungo tempo ed eventualmente poi rilasciarle. Terroristi come quelli che hanno attaccato Mumbai difficilmente si fanno disinnescare dalla prospettiva di essere arrestati senza possibilità di cauzione o essere condannati a morte. Anzi è quello che vogliono. Quello che stiamo sperimentando oggi è un contraccolpo, un risultato complessivo dei decenni di facili soluzioni e sporchi accordi. Il tappeto scricchiola sotto i nostri piedi. L’unico modo di contenere, sarebbe naif dire “porre fine”, al terrorismo è guardare il mostro che è nello specchio. Siamo arrivati ad un bivio.
Un segnale dice “Giustizia” l’altro “Guerra civile”. Non ci sono altri segnali e non si può tornare indietro. Scegliete.

da Outlookindia.com

pubblcato su Liberazione il 17 dicembre 2008

One Response to “Dopo Mumbai, il mostro allo specchio”

  1. Ho l’impressione che la traduzione si inceppi qua e la, trattandosi di Liberazione non saprei dire se per inesperienza o per annebbiare alcuni punti dell’articolo, ma il senso è chiaro, il terrorismo vive di spettacolo e la morte “vive” di silenzio, come se ci fosse un legame indissolubile tra televisione e terrorismo e tra omertà e morte.
    La dolorosa realtà è che una scrittrice di rara lucidità come Arundhati Roy quanto più svela del contesto tanto più esile si fa il bivio che propone alla fine.
    La democrazia ha compiuto il suo ciclo, la sicurezza è diventata la merce che le popolazioni democratiche aquistano in cambio della libertà e senza libertà non può esserci giustizia e senza giustizia la sicurezza è un’illusione.

    Di tutte le foto dell’attacco di Mumbay una mi ha paralizzato, è ripresa dalle telecamere di controllo, sono due terroristi ragazzini, uno alto e magro con i capelli a zazzera e l’altro più basso con i capelli quasi a caschetto, sembrano riprsi nella bussola dell’ingresso del Taj Mahal. Non è la giovane età o il fatto che imbracciano un mitra e uccideranno, è che assomigliano in modo impressionante ai miei due figli, che nello sconfinato scorrere delle immagini di quello spettacolo di lusso, miseria e morte, li ho riconosciuti come i miei due figli, li ho pensati come i miei figli là, all’assalto di un simbolo di razzismo e disparità, li ho visti immersi nella disperazione, quello stato infernale per cui il cuore si congela e versare sangue è indifferente quanto bere coca cola.
    ” L’unico modo di contenere, sarebbe naif dire “porre fine”, al terrorismo è guardare il mostro che è nello specchio.” in quella foto ho visto quello specchio.

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