Breve viaggio con Fellini #1 – di Franz Krauspenhaar
Pubblicato da sergiogarufi su gennaio 10, 2009
Notte estiva, la luna è calante. Guardo dalla finestra e per associazione di idee musicali penso immediatamente a Peppino Di Capri. Poi penso a mio padre, il tedesco, perché Peppino era il suo cantante italiano preferito. Parlando con Jan, giorni fa, concordiamo sul fatto che i tedeschi delle vecchie generazioni hanno gusti musicali piuttosto standard. Che poi, a pensarci ora, Peppino Di Capri è standard fino a un certo punto. Lo era, magari, ma con il registratore del tempo, riavvolgendo il nastro di decenni di musica popolare, dal twist al pop beatleasiano al rock fino a oggi, abbiamo il risultato non tanto di una rivalutazione, quanto di una vera e propria valutazione fuori dal tempo. La sua musica è davvero leggera, nel bene e anche nel male.
Torno al divano, sono una specie di Andy Capp nottambulo che invece del giornale sfoglia le pagine del Corriere online. Ma il pc è nell’altra stanza, ora sono nel pregiato soggiorno di casa, davanti al 22 pollici. Inizia la danza della pioggia di canali: è lo zapping, una specie di autoinstallazione video. Sono parte di un’opera d’arte concettuale: maglietta da personaggio di A sangue freddo, ciuffo bianco sparato verso l’alto da punk inconsapevole, vecchi pantaloncini americani da ginnastica e pantofole in plastica, feticciato anni ’80 ancora in servizio. Nella mano sinistra la solita Camel e nella destra il telecomando impazzito. Da telegiornali in affondo a giovani zoccolone che si dimenano nel falso erotico promettendo – dietro chiamata telefonica – una masturbazione condivisa. E poi vecchi telefilm western, la vecchia, grande Barbara Stanwyck che comanda una muscolare nidiata di figli adulti – matriarcato west – in un technicolor ingiallito.
Finché freno di colpo su Retequattro, uno dei canali più demenziali della storia della tivu del dolore di chi guarda: ma è notte, il paragiornalismo dell’ex inviato speciale RAI è cascato nel sonno dell’ingiusto; e dunque è l’ora dei vecchi film, l’ora della tregua notturna. Ci metto mezzo secondo a riconoscere la pineta fantasmatica sulla quale cammina Giulietta Masina in Giulietta degli spiriti. Il colore è abbacinante, ogni inquadratura è un quadro; è come se Federico Fellini stesse dipingendo un quadro mobile dal quale, in aggiunta, provengono delle voci, e una musica di sottofondo. E’ come se l’arte della pittura – stiamo nuotando chiaramente, perlomeno da un punto di vista strettamente formale, nell’iperrealismo – si fosse fusa con il teatro, con la musica, addirittura con la vita stessa. Come se il quadro divenuto mobile si fosse staccato dalla parete – che anch’essa, a lume di ragione, dovrebbe muoversi – e appunto si fosse messo in cammino verso di noi; è uno zoom? In quel momento noi spettatori del quadro entriamo nell’opera, diventiamo in qualche modo parte di essa. Una pittura che oltre alle forme e ai colori ha il movimento e le voci e le musiche di accompagnamento. Il cinema di Fellini è anche questo.
[Continua.]














jacopo detto
Che bello questo pezzo. Dentro Fellini si nuota, è vero. Ho appena ricevuto in regalo il suo ‘Libro dei sogni’. E anche lì si nuota, e da lì, braccciata dopo bracciata, si arriva, o si ritorna, al mare dei suoi film. Al mare che c’è nei suoi sogni e nei suoi film. Fellini era enorme, è enorme.
Grazie Franz.
macondo detto
“Champagne” del Peppino, ancora oggi, a risentirla, che brividi… E, dato che siamo in tema di de gustibus, Fellini, invece, vade retro! E proprio “Giulietta”, uno dei suoi film più brutti, con quel simbolismo ingenuo, kitsch, ancor peggio dei film malamente ingenui di Pasolini, tipo “Porcile”, iniziato in bianco e nero, poi zacchete!, quando compare l’attore figo seduto su una panchina che legge Rimbaud (mavvia!) ecco il colore…(de gustibus, neh, de gustibus)
augusto detto
Uno dei film meno riusciti di Fellini, però il brano scelto è tra i più significativi. Era quello il periodo in cui Federico era alle prese con la psicanalisi. Proprio in quel periodo ( ai primi degli anni sessanta ) Federico Fellini fu invitato a Gallipoli, presso il Lido San Giovanni , dove c’era un psicologo dell’immaginale di valore assoluto come Dario Caggia . Si sapeva che Fellini era un patito della psicanalisi e a Roma aveva frequentato a lungo lo studio di un professore tedesco allievo di Jung , con cui era diventato grande amico, professore che era morto da poco e che anche Dario Caggia aveva conosciuto, anzi era stato suo allievo. Il regista era alle prese con “Otto e mezzo” , e praticamente tutto il film fu girato in uno stato d’animo particolare , quasi in trance. Fellini , infatti., sperimentò in quel periodo – sotto controllo medico – perfino LSD e la droga.
Per cui , Federico Fellini a Gallipoli non venne mai, nè allora , nè in seguito . A detta di Giovanni Santoro , Fellini venne in incognito l’anno dopo e fece una breve escursione a Lecce , e a Palmariggi , dov’è il Santuario della Vergine. Ci andò su insistenza della pia e devotissima moglie Giulietta Masina , ma in chiesa neppure ci entrò . Si soffermò nella pineta e rimase colpito dalle cicale…., quelle stesse cicale che cantò più tardi Salvatore Toma, ilpoeta magliese scomparso prematuramente , a soli trentasei anni , per cirrosi epatica causata dell’alcol.
Federico andò in pineta e le vide quelle cicale , vide il loro dramma…Cicale morte , ai piedi degli alberi , tra gli aghi dei pini , a migliaia , bianchicce , molli, gonfie , scoppiate a forza di canti estivi . …Ricordò quand’era bambino e s’arrampicava sugli alberi della pineta di Rimini per cercare di vederle , quelle benedette cicale che frinivano tutto il giorno, o quando si inebriava
del loro canto , cassa armonica e maestosa del silenzio , un santuario del silenzio , tra il verde e la polvere, dove l’estate sembrava sprofondarsi divertita . Sì, perché la polvere era come un belletto che ingentiliva l’estate. Oggi quel viale è asfaltato, e ci sono i giochi per i bambini , cartacce e rumori , la pineta è semicombusta , gli alberi curvi e malati e non si sente più il canto ineffabile delle cicale , né a Rimini, né a Palmariggi , quel canto che sapeva sollecitarti la fantasia e ti faceva fare delle divagazioni deliziose… Quelle cicale erano la poesia che veniva a sostare sugli alberi profumati , a strizzarti l’occhio , a dirti che la vita è una cosa bella , piena di amore e speranza , anche se la strada non conosceva l’asfalto e gli alberi erano impolverati e avevamo un solo vestito e un solo paio di scarpe….
E Fellini pensò e rivide la sua vita attraverso le cicale morte di Palmariggi
Il suo fu un atto d’amore nei confronti di Palmariggi e delle cicale e l’amore – si sa – può tutto. Forse Federico ricordò l’amore per Roma , la città eterna, la città della madre, la sua seconda patria, la patria dell’anima. Ci era venuto , diciannovenne appena , con la madre di origine romana , per studiare e prendere una laurea in giurisprudenza , ma invece di frequentare l’Università, si innamora delle strade degli odori delle ombre dei vicoli della città eterna e se ne va a zonzo per Roma finendo per fare quello che voleva , il giornalista umoristico per il famoso bisettimanale Marc’Aurelio. La madre, disperata, se ne ritorna a Rimini e così Federico ha campo libero per fare vita notturna, frequentando cafè-chantant e spettacoli di varietà. Conosce persone che sarano basilari per il suo futuro di regista: oltre il trio Maccari Pinelli Flaiano , Aldo Fabrizi , con cui fa un sodalizio che gli aprirà le porte del cinema, partendo dal varietà. E conosce ,poi, Rossellini con cui realizza (da co-sceneggiatore )il film “Roma città aperta” e da aiuto regista “Paisà .” Intanto ha conosciuto un’attrice di prosa e dopo solo sei mesi di fidanzamento l’ha sposata. Si tratta di Giulietta Masina … E lo sapete dove e come si sono conosciuti? A una festa da ballo in casa della zia di Giulietta, dove si festeggiava il diploma di maturità classica della Masina… E Fellini invitò ad un ballo Giulietta…Era un tango…Da quel tango galeotto nacque il lungo sodalizio familiare e professionale, una fortuna per il cinema italiano. Con la Masina , Fellini farà due capolavori , La strada e Le notti di Cabiria, due oscar , mentre Giulietta degli spiriti , fatto sull’onda cel suo innamoramento della psicanalisi , si
rivelerà un mezzo fiasco. Intanto Fellini viene apprezzato o tollerato nei primi film come Luci del varietà , Lo sceicco bianco e , I vitelloni , ma la fiaba triste di Gelsomina suscita un’alzata di scudi . Viene considerato un film elusivo, fuorviante, criptocattolico…Ci vorranno almeno dieci anni affinché la sinistra intellettuale e pensante resituisca legittimità alla forma della favola , riconoscendone il carattere mitografico , simbolico e perfino eversivo. E dovettero tramontare Stalin, benedetto Croce e Pio XII perché gli orizzonti si allargassero…Fellini era avanti a tutti di almeno dieci anni….Ma quel film, La strada, gli era costato caro. Pochi sanno che a soli venti giorni dalla conclusione , il regista era stato colpito da una grave forma di depressione, una specie di Cernobyl della psiche… Cosa era accaduto? Lo racconta lo stesso Federico:” Era come se qualcuno avesse spento la luce, uno svuotamento psicologico, una nube nera che sommerge l’umore e la volontà, un’opaca vertigine , la micidiale sublimazione di tutte le angosce provate da bambino…Mi sembrò che dovessi morire da un giorno all’altro, da un momento all’altro, fu come un black out totale”.
Federico si ritira in camera , ma non riesce a dormire , le notti bianche si
sommano alle giornate di lavoro e poi ancora notti bianche . Deve tirare avanti al limite della resistenza…Giulietta lo porta da un psicanalista ,Servadio, Federico riesce a tranquillizzarsi e arrivare in fondo… In qualche modo La Strada è la storia che racconta anche questo itinerario psichico…, un vero e proprio sogno narrato , a rischio, che descrive il caso clinico del suo autore e come tale è suscettibile di infinite interpretazioni, chiose , ipotesi. Se è vero che ciascuno di noi ha la sua fabula personale , non sempre facile da far emergere dai recessi dell’Es, questa rimane la favola più tipica , dolorosa ed enigmatica di Fellini…
franz krauspenhaar detto
grazie.
macondo: è questo un film che è stato poco amato dal pubblico ma quello che dici secondo me non ha molto senso.
“simbolismi ingenui”? non direi. diciamo che ci sono scene più riuscite ed altre meno. ma era da un punto di vista strettamente visivo (usava il colore per la prima volta in un lungometraggio)con la fotografia di un maestro come gianni di venanzo che volevo porre l’accento.
se ci fermiamo ai simbolismi… comunque, de gustibus… certo che “champagne”, con tutto il rispetto…
caro augusto, mille grazie per questo tuo post, interessante e pieno di notizie che spero anche i lettori apprezzeranno.
non ho alcuna pretesa da critico: è un viaggio narrativo e spesso casuale in alcuni “spezzoni” del cinema e della vita del maestro.
jacopo, il mare ricorre spesso (simbolismo ingenuo?)
graie. si nuota, è vero. riguardate la sequena che ho pubblicato qui: è un sogno, un incubo, qualcos’altro? non è straordinario? non è straordinaria la masina che dalla spiaggia tira una fune inesistente, la fune delle sue paure, dei suoi intimi mostri, forse?
macondo detto
@ augusto
sì, anch’io, da non-felliniano, riconosco in La strada e Le notti di Cabiria, due capolavori.
@ franz,
forse quel che io chiamo “ingenuità” ha la stessa valenza di ciò che tu chiami “cinema allo stato sorgivo”
macondo detto
@ frans,
vado a braccio del ricordo, ma in “8 e mezzo” non c’è forse anche lì una corda tirata?, stavolta l’oggetto (Mastroianni-Fellini) è in cielo, come un aquilone… ecco, sono queste scene dove a mio avviso c’è una sorta di spreco o eccesso simbolico, peraltro giocato nell’opacità dell’allusione, dove le scene sono arbitrarie, non congruenti, che (de gustibus, neh) trovo ingenue, e la narrazione filmica non riuscita
Antonio Scavone detto
Si era ginnasiali, si dicevano stupidaggini (supponenti, adolescenziali) poi a un certo punto si andò al cinema Alambra o Corallo o Eden (ce ne sono stati con questi nomi in ogni città) per vedere “Otto e mezzo”: si entrò nel cinema con la cravatta per sembrare adulti e sfuggire il divieto e si uscì né ginnasiali né liceali né universitari. Tanti anni dopo, una ventina di sicuro, a Roma con gli attori T.B. e G.D.P. incontrammo il Maestro a Piazza del Popolo: ci avvicinammo, ci presentammo smaniosi di parlargli, lui fu gentile con la sua vocina inconfondibile: si era fatto da poco e maldestramente la barba (piccoli tagli sul mento alla Scorsese), tornava dall’ottico per un paio di occhiali rotti e ci disse: “Fatevi vedere quando saprete che farò un film”. Non ci facemmo vedere, Franz Krauspenhaar, e non c’era bisogno, eravamo soddisfatti di noi stessi, di non essere più ginnasiali, di non aver fatto i soldi che speravamo, di essere entrati nella vita combattendo come tuttora combattiamo. Se “Giulietta” è stato uno dei film non riusciti del Genio?!… Non mi sono mai posto il problema, Franz, credimi. ASA NISI MASA
Antonio
augusto benemeglio detto
Ho conosciuto Fellini nel 1991, a Venezia, tornavamo entrambi dal festival , lui come regista sommo , uno dei pochi italiani conosciuti in tutto il mondo, io da spettatore. Mi consentì ( ma più che a me , che ero troppo cerimonioso e troppo sperticato negli elogi , direi a mia moglie, che lo trattò invece con la cordialità affettuosa con cui si tratta uno zio distratto , dalla barba lunga e le scarpe rotte e impolverate ) di filmare per qualche minuto , con la superotto , questo “storico” incontro, mentre si intratteneva all’aeroporto conversando con mia moglie di cose futilissime e banali. Dieci anni dopo questo incontro ( Fellini era ormai morto da diversi anni ), scrissi un recital , “Omaggio a Fellini” che ho anche messo in scena presso un Circolo di Marinai , omaggio ad un genio che i francesi dissero parente di Moliere , Balzac, Daumier, Goya e Pagnol e George Simenon , classificò come poeta maledetto ( “è un Villon o un Baudelaire , un Van Gogh, o Edgard Allan Poe …nei suoi film dietro le risa c’è la morte”) . E c’è chi , come Luciano De Crescenzo , lo ho posto addirittura davanti a Gesù e Socrate …
Esagerati?…
Forse sì. Anzi , c’è chi dice , leggi Enzo Bettiza ( un po’ come Macondo), che è addirittura un regista noiosissimo e gode di una fama assolutamente immeritata .
Ma una cosa è certa. Nessuno come Fellini ha rappresentato il costume italiano ,a livello internazionale , per almeno un trentennio, dagli anni ’50 agli anni ‘80 .
Ci sono legioni di adoratori di Fellini sparsi in tutto il mondo , basta sintonizzarsi sui siti internet , per verificarlo. Questi fans estremi si suddividono in diverse categorie: i fellinizzanti, i felliniani , i fellinisti, i fellinologi , una sorta di organico con possibilità di carriera…nel segno del mito di Fellini. Ma parlare della vita di Fellini significa in buona sostanza parlare dei suoi film che appartengono , nolenti o volenti , al patrimonio del nostro paese. Certe scene poi sono frasi visive di così rara sorprendente e misteriosa perfezione da divenire parte viva della nostra memoria…. Alberto Sordi che , ne “I vitelloni” , fa manichetto ai lavoratori della strada ; la scena della Ekberg nella Fontana di Trevi , nella “Dolce vita” , una Venere vikinga che sembra nascere dalle cascate di quella fontana che oggi vogliono far visitare solo a pagamento, o il Mastroianni nell’harem di “Otto e mezzo” ; la sfida tra tenori e soprano nella sala macchine de “E la nave va” ; il bordello infernale del “Satyricon” ; Il Casanova che copula con un manichino ; e poi il trio di donne che hanno immortalato la Masina: la Gelsomina de “La strada” , la Cabiria delle “Notti di Cabiria” , la Giulietta in “Giulietta degli spiriti” , e il girotondo che chiude “Otto e mezzo” ; e poi le straordinarie musiche di Rota che riascolteremo e tutta la serie di mostri felliniani, i nanetti , le ciccione pettorute, le donne-cannone , le sarghine , le tabaccaie , i clown , i gobbi , gli ultracentenari … Ma ancor prima di tutto ciò, il giovane Fellini provinciale riminese che viene a Roma e diventa umorista e caricaturista del MarcAurelio che sfotteva senza riguardo il vate del futurismo , Marinetti, o la presunta impotenza sessuale del poeta dialettale romanesco Trilussa, o il comico Petrolini che per reazione devastò gli uffici del giornale; e il Fellini “imboscato” che le studiò tutte per non fare il servizio militare…s’inventò una tachicardia e il morbo di Basedow…falsificò i documenti…. E da imboscato , in piena occupazione nazista , si rivelò un grande attore sfuggendo all’arresto dei tedeschi, fingendosi amico di un Ufficiale della Whermarcht …E poi il Fellini aiuto regista di Rossellini che gira una scena in cui è protagonista Totò e non sapendo come chiamarlo gli viene spontaneo dire “principe De Curtis”, come lo chiamano tutte le maestranze e Totò gli risponde benevolmente: ”Mi potete chiamare Antonio…”E poi il Fellini divertito dei Vitelloni, il “cinico che ha fede in quel che fa” , l’esistenzialista malinconico nel Bidone, il poeta suburbano delle “Notti di Cabiria” , il favolista de “La strada”, il rivoluzionario del costume della “Dolce vita” , l’onirico di “Otto e mezzo” , il profeta de “ E la nave va” che anticipa se vogliamo , in qualche modo , l’11 settembre , col terrorismo slavo che genera il naufragio e una piccola apocalisse. Ma anche l’amico scherzoso che risponde al telefono fingendo di essere la servetta di casa Fellini…”il dottore non g’è”. Insomma ce ne sono mille di Fellini ed è difficile sceglierne uno solo…
Ma l’ultimo Fellini, quello che io ho conosciuto casualmente all’aeroporto di Venezia, nel 1991, due anni prima della morte , e con cui ho brevemente conversato , m’era sembrato …un uomo stanco che meditava sulla morte e diceva : “ Guardare la luce della luna è per i mortali la cosa più dolce, il resto è niente”. E rileggeva Leopardi corteggiando la morte… Questo è il senso del suo ultimo film, “La voce della luna ”, realizzato l’anno prima. Dentro di sé c’era forse ancora il “fanciullino pascoliano” , un clown triste e malinconico. alla ricerca del mistero della morte e del silenzio , quel silenzio che abbiamo perduto per sempre. Anche la luna fa la pubblicità…Visse per il cinema , senza nessun altro vero interesse che fosse quello della celluloide, il suo lavoro coincideva con la sua “ vera” essenza, la sua vera esistenza. E in effetti il cinema è quello che risolse una delle contraddizioni della complessa personalità del Fellini giovane , perché riuscì a conciliare il suo perenne bisogno di fuga verso un altrove qualsiasi con l’ imperativo etico di mettersi al servizio di un’ impresa firmata.
Insomma l’importante per lui era eludere gli obblighi familiari e sociali, il servizio di leva, il senso del dovere , l’amor di patria , ecc. ecc., per cercare di seguire la propria vocazione e realizzare se stesso.
Fin da giovanissimo studente marinava la scuola per non costringersi a prendere le cose sul serio ; sentiva il bisogno di fuggire da tutto ciò che fosse serio o impegnato , fuggire da tutto nella corsa verso una meta liberamente scelta da lui , senza costrizioni e per far questo. Ovviamente dovette fuggire , in primis , da Rimini , la città in cui era nato e in cui aveva vissuto l’infanzia e l’adolescenza , e poi s’inventò poi un sacco di bugie su questa fuga, romanzandola , facendone ( appunto) un film. “Sì, sono riminese , ma non riminese bugiardo.. pensare a Rimini per me è come pensare ad un parola fatta di aste e di soldatini in fila…Rimini e un pastrocchio confuso, pauroso, tenero, con questo grande respiro ,questo vuoto aperto del mare . Rimini è il mare di inverno, le creste bianche, il gran vento.. vi dico la verità, io a Rimini non torno volentieri. E’ una sorta di blocco che mi prende qui, allo stomaco perché per me Rimini e la dimensione della memoria , una memoria tra l’altro inventata , adulterata, manomessa su cui ho speculato tanto forse fin troppo….Mi dicono che sono bugiardo, un fregnacciaro , ma la verità è che le più grandi bugie su di me le hanno raccontate gli altri.
In realtà c’è tutta una letteratura , una mitologia sulle bugie , le fregnacce di Fellini: la sua nascita sul treno è una fregnaccia , perché quel giorno , il 20 gennaio 1920 , in cui Federico nacque ci fu uno sciopero dei treni che durò diversi giorni ! ; poi mitica la fuga con il circo dei clowns , descritta nel film “ I clowns” , quando aveva sette anni, è un’altra fregnaccia . In realtà si trattò di una scappatella di qualche ora e fu più smarrimento che fuga . Infatti lo ritrovarono piangente perché la verità è che …aveva paura dei clown . Infine il viaggio da Rimini a Roma , di cui si accenna nel finale dei “Vitelloni” ( Moraldo alla fine parte ) e soprattutto nell’”Intervista” , con il giovane e imbranato Federico che va alla ventura , in cerca di gloria, nella mecca di Cinecittà , intento ad intervistare la “ diva” del momento. Niente vero, fu la madre Ida che volle ritornare nella sua città natìa , Roma, e far studiare il figlio all’Università, cosa che non fece limitandosi alla sola iscrizione alla facoltà di giurisprudenza. Insomma , un’altra, l’ennesima fregnaccia . E’ per questo che a Roma tutti i suoi amici e conoscenti lo avevano ribattezzato Federico “er fregnacciaro”
jacopo detto
Se questo è simbolismo ingenuo e kitsch, allora anche i sogni sono kitsch, e tutta la nostra vita onirica ingenua.
‘Giulietta’ è un film nudo, che scoperchia la calotta cranica a chi ha voglia di farsela scoperchiare. E’ un film popolato di fantasmi, e i fantasmi arrivano a modo loro, ingenuamente, come son capaci di arrivare. Ma spesso fan paura lo stesso.
jacopo detto
Augusto, mi sono immerso in quello che hai scritto. Grazie. Son cose interessantissime, e piene di passione.
krauspenhaar detto
grazie infinite augusto per il tuo post. ricco, interessante, pieno di umanità.
augusto detto
Grazie a voi, amici cari, di avermi dato l’opportunità di postare cose che avevo a cuore da gran tempo e volevo esternare a persone di sensibilità e di cultura, persone rare in questo nostro “tempo penultimo di ininterrotta banalità e di terrore inconcepibile , che non finisce mai di finire” ( Susan Sontag).
Un abbraccio anche nel nome del grande Fabrizio, amico carissimo e uomo davvero straordinario, senza nessuna gratuita iperbole.
Augusto