Il primo bacio, un’altra cicca
Posted by robertoplevano on January 14, 2009

Questo testo, già apparso con qualche variante come racconto nell’antologia Hai da accendere?, Giulio Perrone Editore, 2008, è tratto dal romanzo 100 miglia (0111 Edizioni, 2009).
(N.B. L’autore non intende promuovere o incoraggiare in alcun modo il tabagismo)
Era come guardare i due all’interno della stanza dal buco di una serratura, dietro la porta chiusa. Esserne costretto per necessità di testimonianza, per poter dire: ecco, io c’ero, io ho visto, io so, quello che affermo non potrà essere negato. Non potrà essere deriso. Due personaggi, seduti uno di fronte all’altro ai lati di una piccola scrivania in legno chiaro con il piano ingombro di libri, annotazioni, e una scatola di latta piena di mozziconi di sigarette a far da fermacarte, ben chiusa per buona sorte. La settimana di una fumatrice, e infatti la stanza ha visto molto fumo, fumo nervoso, fumo di giovani che non fanno caso all’inalazione, continuano a parlare e muoversi e far schemi e guardarsi. Gli adulti, quelli per cui l’età comincia a essere una domanda, prendono tempo e sospendono alcune attività, ogni boccata è una pausa rubata, al lavoro, agli impegni, alle preoccupazioni, anche agli affetti. Ma questa non è una vicenda di adulti: due personaggi, un uomo e una donna giovani, soli nella stanza. È scontata la disposizione ad amoreggiare.
Il ragazzo, testa di riccioli e faccia sbarbata di fresco, si alza, si china sulla scrivania, si avvicina senza una parola al viso di lei e appoggia con delicatezza la mano aperta sulla sua guancia, la carezza lievemente, come a sostenerla e guidarla piano verso di lui.
La guarda negli occhi, si avvicina ancora di più, con un gesto lento posa per la prima volta le labbra sulle labbra di lei, per l’occasione libere dal mozzicone. La ragazza non si sottrae, non oppone resistenza, anzi, si fa condurre, lascia fare lascia fare, è un tacito invito a proseguire, e lui avverte sulle superfici di accostamento delle labbra un cenno di increspatura che è un abbozzo del sorriso di lei, fermato e quasi fisso nel contatto, e poi sciolto nel nodo di labbra e lingue, carni morbide, percettive, umide, beneauguranti. Ecco, i due volti sono uniti.
Tutto questo, e altro ancora, direttamente da qualche pagina dello scartafaccio in mio possesso, colmo di notizie, di parole, di vita. Di più non si potrebbe leggere in una notte. Dalla pagina quell’evento accadeva un’altra volta, condannato a ripetersi, sottratto alla quiete della dimenticanza. Certe cose hanno vita due volte, e anche tre, quattro, se incontrano il rispetto del lettore. Certi fatti sono accaduti al di là di ogni possibile dubbio, possiedono un supplemento di realtà che richiama doverosi testimoni e che assicura la verità del loro accadere. Ogni dettaglio, anche il più trascurabile, basterebbe da solo a ricostituire il tutto.
Il ragazzo chino sulla scrivania (è anche qui davanti a me che leggo, ma adesso è un duplicato, muto, forse inconsapevole, del suo esemplare di allora che guardo dalla serratura) indugia nell’atto, vorrebbe fermare il momento, così come aveva certamente e autenticamente formulato quel medesimo desiderio in quella lontana stagione, in quella camera che ora non esiste più, accanto a una persona che non abita più lì, ma camera e persona sono state esattamente come descritte dalle righe di scrittura tese di fronte ai miei occhi di adesso. E il ragazzo sa ora, come sapeva quella volta, che l’adesione delle sue labbra a quelle di lei avrà breve durata, anzi, deve avere breve durata per rimanere impressa nella memoria di lei con la giusta mistura di appagamento, piacere e desiderio di pronta iterazione. Si stacca dunque, allo scoccare del misurato decorso del bacio, ché un bacio deve rimanere un bacio, un istante di troppo lo muta in grottesca pigiatura. Si stacca allora, mette da parte il volto a cui si è abbandonato, gli occhi in cui si è sommerso, le labbra morbide, e torna al realismo precedente, la scrivania, i libri, la lampada, la latta di cicche estinte e puzzolenti, la sua stessa posizione eretta ma china, scomoda: ma come si può offrire un primo bacio con un piano di lavoro di mezzo, in piedi, torti verso destra e pendenti in avanti al limite del capitombolo?
Il fatto è che ogni cosa e ogni fatto nella camera ha la realtà e l’ambiguità del ricordo, dell’indefinibile, dello scritto da qualcuno e del riletto da altri, un garbuglio irresolubile.
Il ragazzo intanto, indisturbato dalla realtà opinabile della sua esperienza, riguadagna compostezza. Ora viene il difficile, sostenere e continuare la pretesa di esistere, e la tensione, l’eccitazione: sguardo fermo, mani amiche, parole appropriate; il bacio sanziona lo stabilirsi di un rapporto, è un timbro ufficiale – dammi mille timbri. Fortuna che lei gli dà una mano. Sì, lei ha gradito il timbro. È un inizio, attendeva già da un po’, il ragazzo ha perso tempo, un paio di giorni almeno, a sondare la di lei disposizione al contatto fisico, che era ovvia, e lui avrebbe potuto in effetti andare per le spicce. La graziosa offerta del bacio è finalmente arrivata, e lei fa pure il gesto di alzarsi dalla sedia, ma il movimento è appena accennato, rimane in realtà seduta, ben al di dentro della sua parte di territorio della scrivania, così che lui è chino e proteso e ritorto e osculante allo stesso tempo, una posizione provvisoria e da rivedere, perché il baricentro del corpo è troppo avanti. Forse la medesima considerazione sulla precarietà dell’equilibrio statico di lui detta la misura dei movimenti di lei, che non si alza dalla sedia, non si avvicina a sua volta al ragazzo appeso sopra il ripiano della scrivania, non ricambia l’effusione dedicata con un abbraccio – è ancora presto, questo verrà dopo – e riceve la pressione delle labbra di lui con tranquilla cedevolezza ma senza trasporto visibile, come un atto dovuto, come la restituzione tardiva di un oggetto personale smarrito, un gradimento implicito, un’ovvietà che non ha bisogno di spiegazioni né – grazie al cielo – di commenti e interpretazioni.
L’ora del primo bacio non è stata in verità scelta, se scelta davvero è, con la più grande accortezza. La prima parte del pomeriggio non è la più propizia agli intermezzi amorosi: ci sono, quasi sempre, altre cose da fare e cercare di finire. L’occasione non si è neppure offerta, è anzi stata una pausa prolungata, un silenzio caduto nel mezzo di un loro conversare, quasi che, venuto da fuori e traboccato dalla finestra, abbia invaso la stanza, un silenzio poco leggero, anche poco opportuno: il ragazzo ci tiene a passare per piacevole conversatore.
Devo guardare nella stanza in direzione della scrivania? Forse invece il luogo è il letto, i due stanno seduti uno accanto all’altra e ascoltano una radio commerciale da un sistema stereo. Oggi la radio non si noterebbe in mezzo agli altri suoni della città, e il sistema prenderebbe polvere nella bottega di un rigattiere, non è ancora roba da collezionisti. Ehi, il ragazzo non le ha detto che preferirebbe ascoltare Mozart… no, in quel momento gli viene in mente il deutsches Requiem, ‘es ist wie Grass’, ma non è musica che inviti all’intimità, semmai alla tristezza… ah, ho capito, per il ragazzo intimità e tristezza sono sorelle che vanno insieme e d’accordo, acqua, non fuoco. Non può dirlo, non la conosce abbastanza, non sa quale musica le piaccia, e poi la musica… è importante la musica? Il ragazzo ci tiene a passare come un tipo divertente, ma lui non è affatto simpatico e spiritoso, si sforza di apparire così, ma già lo rode il dubbio che la sua esperienza sarà racconto di un sopravvissuto, gridato al cielo e alle nuvole, urlato dentro una fossa di fango, e non servirà a niente. È un sospetto intollerabile, e allora il ragazzo pensa a se stesso seduto accanto alla ragazza, all’aria furbetta che lui ostenta davanti a lei come un travestimento, e al silenzio che monta tra loro, così in contrasto con quell’aria e così in accordo con il peso senza parole che il viso, la voce, il passo di lei hanno già nella sua vita. L’odore di lei, più intenso del fumo, ricorda un qualche fiore sconosciuto, per lui è una cosa affatto nuova: non aveva mai fatto attenzione al profumo dei fiori, salvo ora, vicino a lei, e le percezioni nuove non si sa come descriverle e cosa farne, ci fanno meno simili a noi stessi. No, parole non ce ne sono, qualsiasi frase sarebbe una misera cosa. Deve pur fare qualcosa, a lui il dovere della prossima mossa, ma… ah, rimarrebbe così con lei alcuni anni, prima di pensare soltanto a prenderla per mano.
Tempo dei ragazzi e tempo del sentimento, non coincidono mica, il secondo si fa limpido più tardi. Titubante, diffidente, timido, si accosta alle labbra di lei con un tremore interno che gli fa dimenticare di cingerle le braccia al collo, lui, un fiore di bosco afferrato da una gelata improvvisa. Lei concede. La risoluzione tuttavia rimane incerta. Dovrei aspettarmi che l’animo di lui si scuota, frema di entusiasmo, venga preso da frenesia, che assordanti melodie celesti accompagnino quel bacio, ma non è così. Al primo bacio seguono minuti di impacciato silenzio e stentate parole, una banale conversazione, è ovvio il timore di lui di sprecare l’attimo, di perdere irrimediabilmente la faccia con lei, che pure gli dà corda. Quel ragazzo stupido, sa già di amarla? O se ne accorgerà solo dopo, quando non potrà fare più niente per tenerla accanto a sé come in questo primo pomeriggio, su questo letto? O era la scrivania?
Dopo, dopo, lascio al dopo il conto degli anni. Dal punto di osservazione del buco della serratura sostengo lo sguardo abbastanza a lungo da pareggiare la giusta durata del bacio. Mentre il ragazzo applica la pressione delle sue labbra su quelle fini di lei, si vede scrutare da occhi sempre attenti e in movimento, che osservano, vagliano, soppesano e decidono infine del valore di quell’atto. A stima conclusa, i due si staccano. Rare parole, è vero, però lei sorride – compiacimento? soddisfazione? – come se avesse ricevuto un omaggio.
«Avrò fatto bene?», si chiede lui senza farsi sentire, ma non presta attenzione alla domanda. È intento a ritenere sulle labbra, sulla lingua, il gusto un po’ metallico e un po’ dolce che è sulla papilla il distillato del profumo che lo ha attirato con la scia odorosa. Quando quel sapore scompare dalle labbra, lui cerca di ritenerlo nella memoria e lì riprodurlo. Più tardi, dopo appunto, scriverà le mille pagine e arriveranno le cento miglia di scrittura di un perseguitato alchimista, ossessionato a duplicare un odore e un sapore, solo quelli, nell’unico modo a lui conosciuto, col fuoco e la memoria e le parole, lavorando in clandestinità. Il fumo di uno studio, piccola fornace, carbone, rame, zolfo e mercurio… ah, c’è anche aroma di tabacco bruciato. La ragazza si accende una sigaretta, aspira il fumo, nel silenzio di tempo che ancora continua.
Tempo di chiudere il libro di Renato. Non mi sono mai piaciuti i guardoni. Chissà se il profumo rimane, quello che porta intorno quella strana tristezza di lei.















Chiara Daino said
Un tempo, prima che i miei capelli diventassero bianchi
speravo di cavarmela con la scaltrezza.
Oggi lo so, non c’è scaltrezza che basti.
a riempire lo stomaco di un uomo in miseria.
Per questo dissi: lascia perdere!
Guarda il grigio fumo
che passa a sempre più fredde freddezze.
Così passi anche tu.
L’uomo onesto, scrupoloso, l’ho visto angariato
e così ho cercato anch’io la via traversa.
Ma anche questa porta uno di noi verso il basso
e adesso non so più dove sbattere la testa.
E così dico : lascia perdere!
Guarda il grigio fumo
che passa a sempre più fredde freddezze.
Così passi anche tu.
Quelli che son vecchi, si dice, non hanno speranze,
perchè è il tempo che ci vuole, e il tempo non ne resta.
Ma per i giovani, si dice, la porta è spalancata,
è vero, ma solo verso il nulla rimane aperta.
E anch’io dico: lascia perdere!
Guarda il grigio fumo
che passa a sempre più fredde freddezze.
Così passi anche tu.
[ LA CANZONE DEL FUMO, BERTOLT BRECHT ]
E non passa. E resta. E radica: * bionda * alchimia. Tabacco e tensioni del dire piena – la potenza. E nel * dopo * tutto quello che rimane. Presente.
” il luogo è il letto “: e culla di sensi [ de ]scritti.
Grazie Roberto,
Chiara
lucy t. said
mi piace molto la tua scrittura, roberto. approfondirò. mi piace lo sguardo estraniato che, al contrario, scava dall’interno (io c’ero): così non c’è il rischio di alcun fraintendimento comico, bensì l’effetto è “drammatico”. mi piace la riflessione, metaletteraria quasi, sulla duplicazione dell’esperienza attravrso le parole “in clandestinità”. scrivo queste minime note solo sull’onda del racconto, non so cosa mi aspetta in “100 miglia”. tuttavia mi hai incuriosito. se ho capito fischi per fiaschi, abbi pazienza e goditi la mia ammirazione.
8avio said
“ah, rimarrebbe così con lei alcuni anni, prima di pensare soltanto a prenderla per mano”…!
mon dieu ma sono stato io a scrivere?
Roberto Plevano said
@ 3
My God! Credo che sia stata la mia penna.
Roberto Plevano said
@ Lucy
Carissima! Il tuo parere è molto importante per me. Ti confesserò che ho avuto mille esitazioni a confermare il post (l’avevo programmato mesi fa), stretto tra la tragedia di Gaza e le discussioni di Autori Affermati Che Rivendicano La Loro Professionalità.
Ora, io autore non sono, sono solo un presuntuosetto amatore dilettante (che scrive in modo ridondante), arrivato su questo sito per una serie di circostanze fortuite.
Comunque, questo testo ha un particolare significato per me (credo che si capisca) e l’ho postato oggi per ricordare una ricorrenza.
Hai colto un aspetto importante. Io credo che la letteratura (quella buona) sia un medium unico. La mediazione letteraria è un organizzare il vissuto in modo sì vicario o rimasticato, ma è nel modo che permette la definitiva appropriazione personale delle esperienze. Insomma, il racconto dà contenuto e forma all’esperienza.
Una parte del romanzo che ho scritto gioca proprio su questo duplice piano. Romanzo che, mannaggia, dovrebbe essere già fuori, la casa editrice procrastina.
Va a finire che finirò su lulu[dot]com
Roberto Plevano said
@ Chiara
Ti ringrazio per la lettura, che ha richiamato belle suggestioni. Hai colto il nesso fumo — dopo (“Dopo, dopo, lascio al dopo il conto degli anni”), cioè la metafora del tempo. E il tempo in realtà è la crux del narrato. Omnia vanitas, tradotto da Ceronetti con “tutto è fumo”.
E tu DAVVERO non puoi sapere quanto appropriato al contesto sia il poema di Brecht.
Sono io che ti ringrazio.
Chiara Daino said
Roberto,
tu nel nesso fumo-tempo hai reso chiare le lettere, scansando e “scusando” le nuvole.
Chi [ come me ] è solo un piccolo seme ha sete “di aria”: fame quotidiana che chiede di capire, imparare e crescere [ come persona e nel come pagina ]. Leggerti è una piena pura per i miei polmoni [ nidi di nicotina, nidi di interrogativi... ]
E ancora: grazie
roberto n. said
Mi è piaciuto. Il tono funambolo in equilibrio tra gravità (tenuta lontana) e leggerezza (appena, ma più in là, s-fumata nello stesso procedere per distanze e cortocircuiti memoriali, dall’assenza presentificata). I tagli riflessivi, scandagli, sonde infilate nella carne del testo, ritagli di tempo nel tempo.
Se l’antipasto introduce la cena, mi accomodo volentieri al tuo desco.
Insomma volevo solo fugacemente dirtelo.