Stiamo attenti alla nostra umanità
Posted by giorgiomorale on January 14, 2009

di Massimo Parizzi
Mi hanno chiesto di parlarvi di Beslan. Sapete tutti che cos’è Beslan?
L’1 settembre 2004 un gruppo di terroristi ceceni assalta, dopo averla minata, una scuola elementare di questa cittadina dell’Ossezia, nel Caucaso, e prende in ostaggio centinaia di alunni, genitori e insegnanti. È il primo giorno di scuola. Il 3 settembre nell’edificio si odono spari ed esplosioni, e le forze speciali russe intervengono. I morti sono centinaia, in gran parte bambini.
Questo è successo e non si può porvi rimedio. È successo.
Perché allora ricordare? Il ricordo è una rivolta contro questa ‘irrimediabilità’: è dire a coloro che sono morti “siete ancora vivi nel nostro ricordo”, e a coloro che hanno ucciso “non li avete uccisi nel nostro ricordo”.
Ma il ricordo non è la realtà: non resuscita i morti. Questo lo rende debole. E lo carica di un senso di frustrazione e impotenza – “non posso far sì che ciò che è avvenuto non sia avvenuto” – che è difficile da reggere. Questo lo rende fragile. E spiega come mai sia tanto facile, non solo dimenticare, ma che il ricordo si trasformi in rito – il rito sta in piedi da solo – o, peggio, che venga, come si usa dire, ‘strumentalizzato’: ognuno sceglie di ricordare quello che conviene a lui e al suo gruppo, alla sua parte, adesso.
Troviamo qui, già, un’esortazione che da una giornata come questa può venirci: bisogna rendere il ricordo meno debole, meno fragile. Un modo può essere interrogarlo, e interrogare noi stessi mentre ricordiamo, a fondo e con spietatezza (verso di noi).
Io dirigo una rivista, che si chiama Qui – appunti dal presente. […] Il numero che uscì nel febbraio 2005 era composto da pagine di diario che coprivano i mesi da settembre a dicembre 2004. Beslan accadde l’1 settembre, e intitolammo il numero E subito è Beslan. Sui giornali, il 4 settembre, leggemmo un dialogo, se si può chiamare così, che ci colpì moltissimo, tanto che lo riportammo all’inizio di ogni sezione di quel numero, come un ritornello ossessivo che non ci usciva dalla testa. Volevamo che non uscisse neanche dalla testa dei lettori. Erano poche righe: “Un ragazzo di tredici anni racconta: ‘Alcuni di noi scolari hanno detto ai terroristi: lasciateci vivere, siamo solo dei bambini’; uno ha risposto che ‘era peggio, se fossimo diventati grandi’.”
La mostruosità di questa risposta e il motivo per cui allora ci impressionò tanto sono evidenti. Non c’è bisogno di spiegarli. Ma con il passare del tempo queste parole, rimaste in testa, hanno fatto germogliare altri pensieri. Ve li dico.
Che cosa vedeva quel terrorista in quel bambino? Vedeva un futuro soldato russo che sarebbe andato a uccidere la sua gente in Cecenia. Lo vedeva, si può dire, statisticamente. Statisticamente, la stragrande maggioranza dei bambini russi diventano soldati russi e, se il loro governo li manda a combattere in Cecenia, ci vanno. Quel terrorista ‘prevedeva’ il futuro di quel bambino: non vedeva in lui un essere non prevedibile, che sarebbe potuto diventare qualsiasi cosa. Aveva ragione? Sul piano del bene e del male naturalmente no. Già vedere in un nemico qualcuno da uccidere è mostruoso, e vedere in un bambino, ‘statisticamente’, un futuro nemico, è peggio che mostruoso.
Ma quella visione ‘statistica’, a noi, è proprio estranea? Non è una visione che coltiviamo anche noi, ‘innocentemente’, quando parliamo dei morti in Iraq, in Afghanistan, in Palestina, in Israele, o anche in incidenti stradali, in termini statistici, di numeri? E quando parliamo di “gli americani”, “gli arabi”, “gli extracomunitari”, non ci abituiamo a non vedere il singolo individuo? Certamente non ci educhiamo a vederlo. Riflettiamoci, per favore.
Poi – continuiamo a interrogarci spietatamente – sul piano del vero e del falso, del probabile e dell’improbabile, a differenza di quello del bene e del male, quel terrorista aveva proprio torto? No, purtroppo. La stragrande maggioranza dei bambini russi sono ‘destinati’ a diventare soldati russi e, se ricevono l’ordine di andare a combattere in Cecenia, ci vanno. In una certa misura, il loro futuro è prevedibile. Ma soltanto il loro? È una caratteristica della Russia, questa? E il nostro, il vostro futuro? Da qui può venire un invito: a prendere in mano il proprio futuro e proibire a chiunque – siano pure le esigenze del ‘mercato del lavoro’, per esempio – di prefabbricarlo o indirizzarlo su strade che non siano frutto di una scelta e una storia personali. E questo significa proibire a chiunque di trattarci da meri strumenti intercambiabili, come numeri in una statistica. Ma… un momento… la pubblicità, per esempio, non ci tratta proprio così?
Quello che successe a Beslan suscitò un’enorme emozione, commozione in tutto il mondo. Giustamente. Erano stati presi di mira dei bambini. E i bambini sono innocenti, inconsapevoli, indifesi. Era stato violato un istinto umano e anche degli animali. Quello degli adulti a proteggere i bambini come gli animali proteggono i loro cuccioli. L’uccisione dei bambini suscita sempre più emozione di quella degli adulti. È giusto, è normale. Ma le emozioni nascondono sempre un lato oscuro, che non significa necessariamente torbido, ma non evidente, non apparente. Proviamo a guardarlo.
Non può essere che noi ci commuoviamo per la morte dei bambini più che per quella degli adulti anche, anche, perché i bambini sono tutti uguali e gli adulti no? Le migliaia di famiglie che adotterebbero volentieri un bambino indiano, o che ospitano ogni anno i bambini di Chernobyl, sarebbero disposte ad accogliere per un mese un indiano adulto? La risposta l’ha data un’inchiesta di Repubblica di qualche giorno fa: ci sono padroni di casa, a Roma, ma ci saranno anche a Milano, che affittano agli immigrati “posti letto a rotazione”, il che significa che uno dorme quando l’altro va a lavorare, a turno. Spesso glieli affittano in edifici fatiscenti, ne ricavano sei-settemila euro al mese e, quando hanno guadagnato abbastanza, li sfrattano, usano quei soldi per ristrutturare il palazzo, e poi lo affittano a famiglie italiane. Insomma, anche per noi come per quel terrorista – ve l’ho detto: bisogna essere spietati con se stessi – è meglio che i bambini non diventino grandi?
Vorrei finire con un ultimo dubbio, o un’ultima domanda, che è quella che, per certi versi, sento più urgente.
Vedete, sempre di più, negli ultimi anni di guerre e stragi, di fronte all’emozione ‘privilegiata’, ‘speciale’, che anch’io naturalmente provo per l’uccisione dei bambini – e che, ripeto, è giusta, naturale – sento però come un disagio. Come se questo ‘privilegio’ accordato ai bambini dicesse anche: “Salvate almeno i bambini”. Salvate almeno i bambini perché a salvare gli adulti abbiamo rinunciato. E quasi, per gli adulti, non riusciamo più a commuoverci. Se succede questo, stiamo attenti, significa che il di più di commozione che proviamo per l’uccisione dei bambini corrisponde, paradossalmente, a un di meno di umanità da parte nostra. Una diminuzione della nostra umanità.
Due sere fa ho iniziato a leggere un libro, che mi sembra prezioso, di Etty Hillesum, una giovane ebrea olandese morta ad Auschwitz nel 1943. È il suo diario. Alla data del 15 marzo 1941, quando aveva 27 anni ed era ancora in Olanda, libera e (relativamente) al sicuro, scrive: “È un problema attuale: il grande odio per i tedeschi che ci avvelena l’animo. […] Quell’odio indifferenziato è la cosa peggiore che ci sia. È una malattia dell’anima. Odiare non è nel mio carattere. Se, in questo periodo, io arrivassi veramente a odiare, sarei ferita nella mia anima e dovrei cercare di guarire il più presto possibile”.
Nel prossimo numero della rivista di cui dicevo c’è una pagina di diario di una giovane di Baghdad, della stessa età, per una strana coincidenza, che aveva allora Etty, 27 anni. In questa pagina dice: “Siamo arrivati alla fine del 2006 e sono abbattuta. Non soltanto per lo stato del mio paese, ma per lo stato della nostra umanità, di noi iracheni. Abbiamo tutti perso un po’ della compassione e della civiltà che, quattro anni fa, mi sembrava ci rendesse speciali. Prendo me stessa come esempio. Quattro anni fa, ogni volta che venivo a sapere della morte di un soldato americano, restavo turbata. Erano degli occupanti, ma anche esseri umani, e sapere che venivano uccisi nel mio paese non mi faceva dormire la notte. Non importava che avessero attraversato l’oceano per venire ad attaccarci, avevo compassione per loro. Se non avessi registrato questi sentimenti proprio in questo blog, adesso non ci crederei. Oggi, per me, sono semplicemente dei numeri”.
Stiamo attenti alla nostra umanità.
(dal numero 20 del novembre 2008 di Qui. Appunti dal presente)

















nadia agustoni said
Grazie per la delicatezza di questo articolo.
lucy said
quando ho voglia di scherzare sul futuro, neanche tanto lontano che ci aspetta, guardo alla mia categoria di lavoro e penso che più bistrattati di così, che la pensione sarà piccola…dico allora che basterà inventarsi una nuova etica. i vecchi daranno fastidio? ci si inventerà l’etica del fornetto. pssssssssss! evaporati, largo ai giovani! basta introdurla poco alla volta, l’etica del fornetto. cremazione ante mortem. psssssssssss! via, niente più individui stanchi malati soli e, soprattutto, economicamente fragilissimi.
quello che ci sembrò mostruoso un tempo potrebbe tornare utile in un futuro alla blade runner. l’etica del fornetto, il mio personale paradigma della perdita di umanità, passa per approsimazioni sempre più brevi, fino al suo compimento, attraverso il non indignarsi, il non meravigliarsi più di niente. passa attraverso lo sconcio di trasmissioni di inchiesta su corruzione di ogni tipo, su guerre e terrorismo, che all’indomani non vedono le folle mobilitate perché non accada più, ma le stesse folle sedute davanti alla televisione in cui i corruttori siedono sulle stesse poltrone di chi la sera prima denunciava il malaffare o le violenze. passa per le immagini dei corpi bruciati dal fosforo bianco in iraq, le stesse bombe che sta impiegando oggi israele. ma il tribunale dell’aja non processerà bush per crimini contro l’umanità. quella non è umanità. non può vedere umanità negli altri chi l’umanità la sta perdendo.
grazie per l’occasione di riflessione.
Giorgio said
Grazie a Nadia e a Lucy, e un caro saluto.
Massimo Parizzi said
Grazie, Nadia e Lucy, per le vostre parole. Per spiegare la forma del testo: si tratta di un intervento pronunciato per il “Giorno della memoria”, nel febbraio 2007, di fronte ad alcune classi di scuole superiori di Milano. Ciao, Massimo (Parizzi)