Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
VIDEO: L’ultima intervista del giornalista Giuseppe Fava, da “Film dossier” . Una settimana dopo, il 5 gennaio 1984 a Catania, Fava viene ucciso dalla mafia.
La trasmissione della Rai “La Storia siamo noi” ha dedicato una bella puntata a Giuseppe Fava: “Giuseppe Fava, un uomo”. Se non avete visto la trasmissione, il video è online [QUI]
Per saperne di più su Giuseppe Fava: Fondazione Fava [QUI]
L’India è, da sempre, tante (forse troppe) cose insieme: luogo mitico delle origini culturali e antropiche del mondo, l’alfa e l’omega di un’ alterità riottosa, indifferente alla mole di stereotipi ed interpretazioni che non decifrano mai la sua insondabile originalità, l’ombelico dell’altrove dove passato e futuro si sovrappongono vertiginosamente, lo stupefacente Anus Mundi del mondo globalizzato. Troppi odori, troppi colori, troppa sovrabbondanza di razze-religioni-lingue-tribù-folclore per non essere ammaliati da questa specie di Luna park dell’esotismo permanente, accessibile ormai anche a prezzi di saldo. All’interno della storia letteraria italiana, la peregrinazione in India costituisce poi un vero e proprio topos narrativo, tanto che appena 2 anni fa per Avagliano è uscito, a firma di Alida D’Aquino, un importante saggio “L’io e l’altro. Leggi il seguito di questo post »
La novità più interessante per i prossimi mesi è quella della riscoperta di un grandissimo autore francese, Julien Green, di cui Longanesi propone Mezzanotte, un grande romanzo sconosciuto in Italia, una storia torbida in attesa di una speranza, protagonista Elizabeth, costretta a vivere in un ambiente in cui le più subdole umiliazioni sono il suo pane quotidiano. Viene però il giorno in cui l’amante di sua madre si ricorda della sua esistenza e decide di prendersi cura di quella bambina diventata ragazza. Anche qui l’inganno e la sopraffazione faranno della protagonista un’anima che cerca disperatamente la luce oltre gli inferi quotidiani.
Una grande tensione morale si ritrova anche nel “nuovo” Georges Simenon, proposto da Adelphi, Le campane di Bicêtre, che aveva trovato tra i suoi sostenitori François Mauriac che così ne parlava: «In questo romanzo Simenon coglie una verità cui nessun altro romanziere prima di lui aveva gettato una luce così cruda, quasi insostenibile: la prossimità della morte – quella morte che non serve a niente rifiutarsi di guardare in faccia». Leggi il seguito di questo post »
I rapporti ebraico-cristiani sembrano essersi incagliati dentro un arcipelago di scogli: quando sembra che ne sia stato evitato uno ne emerge un altro e le cose sembrano andare di male in peggio. Cosa accade? Cosa sta bloccando un processo che fino a poco tempo fa sembrava orientato nella direzione più promettente?
Cominciò con il Concilio, con la “Nostra Aetate”, proseguì con la visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma e poi al Muro del Pianto di Gerusalemme. Il processo sembrava inarrestabile. Lo contrassegnava l’ammissione dei torti inflitti al popolo ebraico, la cancellazione dell’accusa di deicidio, il riconoscimento del legame profondo tra la Casa di Israele e la Civitas cristiana: fratelli “maggiori” e “minori”. Questa via dei rapporti era giusta e inevitabile ma, alla lunga, non poteva (non può) bastare. Il riconoscimento di un legame non può arrestarsi alla declamazione ma deve proiettarsi nel futuro e sostanziarsi di fatti nuovi. La doverosa ammissione dei torti inflitti non può tramutarsi in un processo infinito, in un elenco senza fine e continuamente riaperto: nessuno può restare in perpetua penitenza per le colpe compiute dai padri. D’altra parte, nessuno può pretendere di mettere una pietra sopra la storia dell’antisemitismo. Leggi il seguito di questo post »
The trouble with comparing a poet with a radio is that radios don’t develop scar-tissue. The tubes burn out, or with a transistor, which most souls are, the battery or diagram burns out replaceable or not replaceable, but not like that punchdrunk fighter in the bar. The poet
Takes too many messages. The right to the ear that floored him in New Jersey. The right to say that he stood six rounds with a champion.
Then they sell beer or go on sporting commissions, or, if the scar tissue is too heavy, demonstrate in a bar where the invisible champions might not have hit him. Too many of them.
The poet is a radio. The poet is a liar. The poet is a counterpunching radio.
And those messages (God would not damn them) do not even know they are champions. Leggi il seguito di questo post »
“A pensarci bene, questa città è un vero schifo” disse mentre ci avvicinavamo al cinema.
Se aveva deciso di fare un discorso, Mario le trovava tutte per portarlo avanti. E quella sera, prima del film, voleva parlare male della nostra città.
“Roma è un paesone di provincia, ecco cos’è! La differenza con un paese di provincia, sai qual è?”.
Io stavo zitto.
Vi scrivo dalla postazione che l’organizzazione del convegno “Ritratti di poesia” ha gentilmente messo a disposizione de La poesia e lo spirito.
Proprio in questo momento il Presidente della Fondazione Roma, nostro ospite, Emmanuele Emanuele, ha dato la parola al ministro dei beni e delle attività culturali, Sandro Bondi, presentandolo come un ministro che, malgrado la crisi economica, riesce ugualmente a fare molto per la cultura, ma “soprattutto grande poeta”…
Ora, io capisco tutto, ma in una manifestazione di questo tipo, alla quale saranno presenti poeti laureati e non, non si può, proprio non si può definire Sandro Bondi “grande poeta” (non si può nemmeno dire che stia facendo molto per la cultura, e non so cosa sia peggio).
E’ un piccola cosa, un neo, un tic, nel grande mare dei problemi che sconvolgono quotidianamente la vita di ognuno di noi. Ma è un segno di disprezzo verso tante persone che lavorano seriamente e duramente, sulla propria pelle, e che non cercano gloria né facili consensi. Un piccolo segno dei tempi. Brutti.
Ogni volta che leggo un libro, alla fine mi faccio sempre una domanda: a quale interrogativo fondamentale esso intende rispondere? Quale problema risolvere? Se non vado errato, la domanda fondamentale del libro di Marcello Pera Perché dobbiamo dirci cristiani è la seguente: “come impedire che crolli la ‘casa’ – l’ethos direbbero i greci – che l’Occidente ha costruito come dimora degna dell’uomo? Come ridare stabilità ad un edificio che sta mostrando crepe talmente pericolose da preludere al crollo?”
È opportuno chiarire che cosa denota questa metafora della casa/edificio. A diversità degli altri animali, l’uomo si colloca dentro al mondo in cui vive non solo in modo da assicurarsi la sopravvivenza individuale e specifica. Egli desidera naturalmente una collocazione buona e vera, non solo utile e piacevole: desidera un modo di essere e un modo di stare nella realtà che sia adeguato alla sua natura di persona. Per esemplificare: non un qualsiasi modo di vivere in società, ma il modo giusto. Tutto questo intendo quando parlo di ‘casa’, di ‘edificio’ degno dell’uomo.
Ovviamente la domanda di fondo genera logicamente due sottodomande:
a) di che dimora si sta parlando?
b) perché si afferma che essa è a rischio di crollo? Leggi il seguito di questo post »
E dita lunghe. Troppo lunghe. E tua madre pianse. Per come eri: uno sgorbio sputato da Schiele. Come una. Creatura aliena che covava urla in utero: sei sorta. Come la paura. Sei sorta come chi spalanca: le prime pupille. E la potenza che piange: costretta in un corpo piccolo. Troppo piccolo. Per occhi troppo grandi. Troppo freddi. E non capivi il perché delle tue percezioni e proporzioni [ sicuramente sbagliate, anche se tutti – ora – sembrano: sorridere ]. Leggi il seguito di questo post »
Il rosso e la neve Nello splendore del supplizio*
di Adam Vaccaro
Qui è ormai tutto bianco
come una perfetta notte
di Natale mentre una fitta
si conficca nel costato
di questa impotenza
che può solo pensare
al rosso che cola
tra i muri massacrati
di Gaza Leggi il seguito di questo post »
Hervé Guibert, Pazzo di Vincent, Playground, pp.80, € 8
Traduzione di Maria Grazia Ruspoli
Bello come un dio in bianco e nero ospitato nel corpo leggero e tagliente del ragazzo che in pochi anni – quelli che partono dall’esordio letterario per interrompersi all’improvviso con una morte ferocemente prematura – scriverà trenta libri, quasi tutti di narrativa, seducendo un pubblico vastissimo, Hervé Guibert è approdato in Italia tardi, tardissimo anzi, soltanto grazie ai testi ultimi, pressoché postumi, vale a dire quelli (pur splendidi, meravigliosi) ai quali aveva affidato il difficile compito di raccontare il proprio calvario, l’avventura definitiva, lo scontro selvaggio destinato al fallimento tra il suo corpo e una malattia orribile, il virus maledetto che nei primi anni Novanta fu battezzato “peste del secolo”. La trilogia dell’aids, composta da Lettera a un amico che non mi ha salvato la vita, L’uomo dal cappello rosso, e Le regole della pietà, arrivò dalle nostre parti solo in virtù della sua riconducibilità a un tema tutto sommato di moda in cui il morbosismo e le umane affezioni nei confronti della morte che rendono ciascuno di noi – consapevolmente o meno – spettatore necrofilo, trovarono terreno fertile per un successo editoriale tanto vigoroso quanto prevedibile, clamore comunque destinato a spegnersi in breve tempo, considerata la natura passeggera di ogni evento mediatico. Leggi il seguito di questo post »
Cuneo, il piccolo Schindler che salvò gli ebrei di Anversa
di
Riccardo De Gennaro
L’abitazione della pittrice Gianna Paola Cuneo si trova nel cuore di Trastevere e assomiglia a un museo. Antichi ritratti di Garibaldi e di Napoleone sono appesi a quasi tutte le pareti, occupate anche da stampe della rivoluzione francese, un editto di re Vittorio Emanuele II, opere della stessa Cuneo. Nelle numerose vetrinette sono conservate carte e oggetti preziosi del periodo risorgimentale e tra le due guerre, mentre una stanza intera è adibita a magazzino e contiene altri quadri della padrona di casa, libri d’arte, giornali dell’Ottocento, serigrafie del Maggio francese, manifesti della rivoluzione russa. Leggi il seguito di questo post »
Bronte, 1638. Periodo di malcontento popolare e di Santa Inquisizione. Francisca Spitalieri è un’esposta dotata di una peculiare caratteristica: ama le parole belle. Parole liturgiche e dell’offertorio, sentite in convento, che “ruba” e ripete di continuo pur non conoscendone il significato. Parole che re-interpreta, ammaliata dalla loro austerità e musicalità. Questo suo amore, però, viene considerato anormale. Per questo motivo, e per altre circostanze a esso legate, viene messa a giudizio dal Santo Uffizio. Francisca è la protagonista di “Tu non dici parole” (Perrone, 2008), romanzo d’esordio della siracusana Simona Lo Iacono, magistrato e dirigente del Tribunale di Avola. Una storia tragica, dolente; ispirata da personaggi realmente esistiti e caratterizzata da visionarietà artistica e grandissima teatralità; “messa in scena” con un riuscito impasto linguistico imperlato di espressioni in latino, in volgare e in dialetto siciliano.
“Tu non dici parole”. Un titolo molto evocativo. Da dove nasce?
- Da una poesia di Pavese, tratta da “La terra e la morte”. Non dire parole è più di un silenzio. È una privazione. Quando mancano le parole è perché la vita non si manifesta. Perché la bellezza cessa di stupire. Una fine. Chi scrive, invece, compie un atto vitale, scaglia continuamente parole contro la morte. Leggi il seguito di questo post »
Cresciuto in ambiente ateo e marxista, si convertì alla fede cristiana nella Chiesa ortodossa. Da allora è stato un vero protagonista del dialogo fra Oriente e Occidente. Originale la sua lettura della contestazione
DI Andrea Riccardi
O livier Clément si è spento la sera del 15 gennaio. Erano anni che non usciva più dalla sua casa in un vivace quartiere popolare di Parigi. La malattia l’aveva provato, ma aveva ancora un grande interesse per la vita, i fatti del mondo, le vicende della Chiesa.
Quando l’ho salutato, poco prima che si spegnesse, ho guardato la grande finestra della sua camera, da cui si vede la città fino alla Tour Eiffel, pensando ai suoi ultimi anni di ‘eremita’ alla finestra del mondo.
Il suo cenno di saluto esprimeva la simpatia e l’amicizia che hanno caratterizzato la sua vita. Qualche anno fa aveva scritto: «La vecchiaia favorisce un’altra conoscenza, quella che l’Oriente considera come l’unione dell’intelligenza e del cuore».
Scompare con Clément (nato nel 1921) una figura europea di spicco, unica e originale. Il suo pensiero è figlio di un innesto complesso e ben riuscito. Le sue radici sono in ambiente laico e non credente. Ha vissuto a Parigi, in una città al plurale, ricca ma con tanti aspetti di deserto umano. Ha sentito l’angoscia degli orizzonti stretti dell’uomo contemporaneo; si è incamminato nei sentieri della ricerca spirituale. Ha incontrato la fede cristiana nella Chiesa ortodossa. La sua ricerca inquieta si è sviluppata nel clima della seconda guerra mondiale. La guerra è, per tanti grandi spiriti, un tempo fecondo di intuizioni. La generazione della guerra conta tanti ‘maestri spirituali’ che hanno detto molto all’Europa, tentata dal ripiegamento. Leggi il seguito di questo post »
[ E dall'antologia, un racconto di Monica Mazzitelli]
Giovedì 29 gennaio, Roma
Ore 18.30 – Libreria Flexi, Via Clementina 9
Presentazione del libro a cura di Mario Desiati e Stefano Iucci Il lavoro e i giorni
Venti racconti sui giovani, la precarietà, la disoccupazione
intervengono Mario Desiati
Stefano Iucci
Raffaele Manica
Emanuele Trevi
Il lavoro e i giorni
Venti racconti sui giovani, la precarietà, la disoccupazione
a cura di Mario Desiati e Stefano Iucci Prefazione di Raffaele Manica
illustrazioni di Mario Ritarossi
Collana Arte e Lavoro, Pagine 160, Prezzo 14,00
Piero Sorrentino, Giancarlo D’Arcangelo Liviano, Chiara Valerio, Nicola Lagioia, Andrea Di Consoli, Monica Mazzitelli, Franz Krauspenhaar, Demetrio Paolin, Marco Missiroli, Elena Varvello, Giorgio Fontana, Barbara di Gregorio, Alessandro Leogrande, Tommaso Giagni, Angela Flori, Federica Manzon, Alberto Garlini, Carlo Carabba, Elisa Davoglio, Gaia Manzini. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su gennaio 20, 2009
L’uomo giunse davanti alla nuova bancarella di frutta e si fermò. Una mela isolata e diversa da tutte le altre aveva attirato la sua attenzione.
“Per favore, mi dia quella mela.”
“Che occhio, signore! Si vede che lei se ne intende. Ecco a lei, sono dieci euro.”
“Dieci euro? Lei è una ladra, se la tenga pure.”
E l’uomo indignato passò oltre. Leggi il seguito di questo post »
Uno spazio per condividere ascolto e partecipazione, perché Milano ha bisogno urgente di opportunità reali di espressione per tutti. Ne siamo convinti: apriamo quindi le nostre porte per lanciare la sfida di un appuntamento fisso settimanale in cui incontrarci a fare poesia e non solo, all’insegna dello scambio e del contatto umano. Saremo protagonisti e saremo pubblico. Cresceremo mese dopo mese anche grazie alle vostre idee. Spesso reading: poeti giovani e meno giovani, noti e meno noti si alterneranno con le loro letture-spettacolo nella sala underground che già si candida a cuore pulsante della poesia a Milano. Altre volte letture aperte: dieci minuti ciascuno per ogni autore; per partecipare basterà presentarsi in sala mezz’ora prima dell’inizio della serata segnando il proprio nome sulla lista; una vera jam-session da club di lettura. Ogni tanto presentazioni di libri: gli autori verranno a parlarci dei loro lavori. Leggi il seguito di questo post »
Ho sempre cercato di essere un ascoltatore della radio, impresa non facile, anzi, quasi disperata. Fin dal loro primo apparire, negli anni Settanta, l’Italia si è subito caratterizzata per l’invasione delle radio commerciali, con conduttori urlanti, gasati, che selezionavano musiche da hit parade, o da discoteca, pezzi passati per metà, o poco più, e subito tagliati per fare spazio alle loro urla, o agli spot pubblicitari. Quando andavo all’estero, in Olanda, in Inghilterra, in Francia, mi veniva il cosiddetto magone ascoltando le loro radio. Che meraviglia la BBC, con musiche di alta qualità, che spaziavano dal blues al punk al reggae al jazz alla classica. E che classe nella conduzione.