OH, VALENTINO!

Oh! Valentino vestito di nuovo,
come le brocche dei biancospini!
Solo, ai piedini provati dal rovo
porti la pelle de’ tuoi piedini;
porti le scarpe che mamma ti fece,
che non mutasti mai da quel dì,
che non costarono un picciolo: in vece
costa il vestito che ti cucì.
Costa; ché mamma già tutto ci spese
quel tintinnante salvadanaio:
ora esso è vuoto; e cantò più d’un mese
per riempirlo, tutto il pollaio.
Pensa, a gennaio, che il fuoco del ciocco
non ti bastava, tremavi, ahimè!,
e le galline cantavano, Un cocco!
ecco ecco un cocco un cocco per te!
Poi, le galline chiocciarono, e venne
marzo, e tu, magro contadinello,
restasti a mezzo, così con le penne,
ma nudi i piedi, come un uccello:
come l’uccello venuto dal mare,
che tra il ciliegio salta, e non sa
ch’oltre il beccare, il cantare, l’amare,
ci sia qualch’altra felicità

La maestra era una bella donna che teneva al proprio aspetto. Era sempre truccata e ben pettinata e ben vestita.
La maestra era una maestra un po’ strana, anche la bambina lo aveva capito. Non faceva mai fare ai bambini le recite di Natale davanti ai genitori. Istigava alla velocità matematica con le gare fra gli scolari, a due a due: il primo che risolveva un problema o un calcolo complesso, riceveva l’encomio: 10 (se la soluzione era giusta) bravo e svelto. La bambina non aveva mai sentito di voti simili altrove.
Poi la maestra voleva che la divisa fosse nera, unica classe in tutta la scuola, mentre tutti gli altri bambini avevano il grembiulino azzurro.
La maestra, inoltre, faceva imparare pochissime poesie a memoria. E questo alla bambina non piaceva.

A lei piaceva imparare le poesie, specialmente se erano in rima. La rima creava una musicalità particolare, come nelle filastrocche o in certe canzoni. E aiutava a ricordare i versi.
La bambina faceva fatica a ricordare le cose a memoria, ma le poesie, specie se in rima, erano facili da studiare.

Un giorno la maestra legge in classe e poi l’assegna come compito a casa, da imparare, una poesia che si chiama Valentino. L’ha scritta Giovanni Pascoli, un nome grosso, un nome importante, uno di quelli che ti annoia studiarli…
Ma la poesia va giù che è una meraviglia e la bambina si commuove nel leggere quei versi, nel declamarli, nell’immaginare quel povero bimbo di nome Valentino.

Quanti anni ha Valentino?
La poesia non lo dice.
La bambina immagina un ragazzino di circa sei o sette anni, cioè appena più piccolo di lei. Lo vede biondo, con i capelli dritti e la frangetta sugli occhi e magro di stenti. Cerca di immaginare come può essere quel vestito nuovo che la mamma ha cucito per lui, a prezzo di grandi sacrifici. Questo è un po’ difficile, la bambina non sa come si vestiva ai tempi di Valentino. Per quanto si sforzi, riesce a vedergli addosso solo pantaloni simili a quelli dei suoi fratelli, che però non sono nuovi, ma in genere ereditati da qualche altro parente. La mamma della bambina non sa cucire vestiti. Sa fare molte cose, ma la sarta no.
Un punto per Valentino.

La bambina vede benissimo però i piedini scalzi. Come si fa d’estate, al mare, o anche in casa, che tanto fa caldo. Ma Valentino ha i piedi scalzi d’inverno. Chissà che freddo poverino. E quella povera sua mamma che non è riuscita a comprargli le scarpe, ma gli ha lasciato quelle che gli ha regalato alla nascita. Quelle fatte della sola pelle.
La bambina ha un brivido di freddo. Lei ha avuto i geloni, e pensa che anche Valentino avrà i geloni, e le dispiace tanto.
Però Valentino è fortunato. Ha delle galline che gli regalano l’ovetto, che si spremono a più non posso per fare tante uova, che poi la mamma le va a vendere e così riempie il salvadanaio. Solo che, accidenti, i soldini non sono bastati nemmeno a comprargli le scarpe.
Alla bambina le scarpe non mancano, per fortuna. Quelle nere, belle, di vernice per esempio, sono fantastiche. Gliele presterebbe volentieri a Valentino, ma lui è maschio, non gli starebbero bene. Essere l’unica femmina in casa vuol dire avere la fortuna di avere quasi sempre scarpe nuove, non riciclate dal fratello maggiore e nemmeno da altri parenti, perché si sa, i bimbi le scarpe le consumano subito.
Valentino si consuma la pelle, invece.
Dio, come le dispiace! Mentre si affanna a ricordare i versi quell’immagine di sofferenza le entra negli occhi per uscirne come lacrima.

Non resta che sperare nella primavera. E infatti arriva marzo, e Valentino indossa il vestito nuovo fattogli dalla mamma, ma è sempre senza scarpe. Come un uccellino, impara a memoria la bambina. Ha le penne, ma non le scarpe. Però l’uccellino vola, ha le ali, se sente freddo ai piedi può farsi un giretto volando e così tira su le zampe e le tiene al caldo sotto la pancia. Con tutta la buona volontà, la bambina non crede che Valentino possa volare per scaldarsi i piedi.

Gli ultimi versi della poesia sono misteriosi per la piccola.
Quale altra felicità c’è al mondo oltre al beccare (beccare?!) cantare e saltare? Forse l’avere un paio di scarpe? È possibile. Ma certo, dev’essere così!!! Per Valentino sarebbe stata una felicità avere un paio di scarpe qualsiasi, oltre che una necessità. Forse per l’uccello venuto dal mare un po’ meno, magari a lui occorreva un paio di pinne, ma insomma, la bambina non poteva giurare che la bestiolina non avrebbe gradito anch’essa una calzatura sulle zampe.

Chiarito il mistero, la bambina ripete a lungo la poesia, con il viso infreddolito di Valentino davanti agli occhi. L’indomani sarà interrogata e lei vuole il suo solito 10.

La bambina ancora non lo sa, ma questa poesia le sta lasciando il segno per gli anni a venire
Intanto, sarà l’unica di quelle poche liriche  che la maestra le ha fatto imparare che ricorderà sempre alla perfezione.
Poi, ogni 14 febbraio, mentre il mondo consumistico festeggia il patrono degli innamorati, lei inevitabilmente ripenserà al suo piccolo amico Valentino, lo rivedrà col suo bel vestitino nuovo ma scalzo come l’uccellino che viene dal mare. I versi del pascoli si riaffacceranno, a ogni febbraio, usciranno da depositi polverosi e torneranno alla mente e alla bocca, che anche in silenzio tornerà a recitarli.
Infine, la bimba, ormai donna, avrà la mania delle scarpe, che continuerà a comprare senza necessità e senza esserne mai soddisfatta.

24 pensieri su “OH, VALENTINO!

  1. ramona, metti una suorina al posto della tua maestra, il resto collima. scarpe comprese. non ho mai visto oh, valentino nelle antologie: per molto tempo pensai di essermela sognata! ma anch’io stamattina, vedendo la data, ho recitato i primi versi e ho visto il bambino e i piedini piagati. [aggiungi al tutto la libidine delle scarpe da tango]. un bacione!

  2. la poesia alimenta l’infelicità? potrebbe essere.

    vero che il ricordo di versi imparati a scuola rimette le scarpe al presente. :-)

  3. @Lucy: valentino era una della mie poche poetiche certezze delle elementari, insieme a “San Giuseppe vecchierello, cosa porti nel cestello?” e “[…]il campanile scocca lentamente le…”. Direi che altro non ricordo di avere imparato a memoria a quei tempi. E ti dirò che me ne dispiace. Già alle medie dovetti prendere atto che non mi avevano neppure mai fatto leggere “La cavallina storna” e altre cosette simili, e mi sentii un essere incompleto. Ma per il resto della mia maestra ho un ottimo ricordo. In quanto alle scarpe… i nostri traumi infantili, sia pure solo poetici, spiegano certe nostre scelte, evidentemente…
    Un bacio a te!

    @Gugl: Forse la poesia alimenta solo il sentimento, che non necessariamente è sempre e solo un sentimento allegro. Nel mio caso sì, mi raffiguravo un bimbo povero e infelice e mi rattristavo per lui, ma al contempo capivo che al confronto, e nonostante le difficoltà economiche della famiglia, io ero quasi una regina. Almeno le scarpe le avevo… E dunque ero felice per me!! Ad ogni modo mi piacerebbe che anche oggi si insegnassero più poesie ai bambini delle elementari, perchè la Poesia vera ti entra dentro e non ti lascia più. Grazie, un abbraccio.

  4. Questo è un buon anti -valentino, ma con il ricordo di un vero sacrosanto Valentino..pascoliano d.o.c.
    Amai quel Valentino bambino della poesia.
    Mi intenerisce inoltre, perché è l’ultima poesia che mio padre, nella sua “ultima” telefonata prima di andarsene, commentò scherzando, al pronipote, tenuto in spalla dalla madre; ed è un cosa da uomo, non da professore, l’affezione che provò lui, figlio di contadini, che la povertà aveva vissuto.
    Maria Pia Quintavalla

  5. @gugl: sono d’accordo!

    @Maria Pia: bel ricordo, grazie… versi sempre uguali, che lasciano ricordi diversi in ognuno. E’ una magia.

    Grazie a tutti!

  6. Sono Elisabetta .una maestra elementare e ho letto volentieri il tuo commento. Questa poesia la voglio presentare ai miei alunni di quinta elementare e scopro con piacere che i ricordi delle poesie studiate alle elementari restano nel tempo. Un abbraccio

  7. Ho letto solo oggi, quella bambina potrei essere anche io. Questo testo emozionante e leggero eppure profondo mi ha colpito al cuore. Accade che qualcuno valuti superficialmente Giovanni Pascoli, ma siamo ancora in tanti ad avvicinarci a lui (anche senza la maestra :) )
    Grazie

  8. questa poesia in particolare ed altre ancora, mi hanno accompagnata durante tutta la mia vita e di sicuro mi accompagneranno ancora…si, le poesie riempiono di sensibilità altrettanto quanto la musica la pittura la danza ecc…aprono cosi, orizzonti nuovi …

  9. Mario G. Ho studiato questa poesia quando andavo alle scuole elementari .Oggi alle ore 11 am 27 Gennaio 2013 a 74 anni circa in una giornata molto fredda ho ritrovato questa poesia su internet. Rileggendola mi sono rivisto quando avevo 10 anni circa che a piedi scalzi saltavo nel fango della mia campagna schizzandomi un p’ò d’appertutto un po per gioco un poco anche per necessità. La sterzata alla mia persona nonostante l’età è stata forte e pertando oggi Sabato ho deciso di andare a ballare.Grazie All’Autore. Ciao Valentino.gallo

  10. Mi emoziona incontrare ancora commenti a questo vecchio post, e ringrazio tutti coloro che passando di qua lasciano la loro testimonianza. Quello che conta, che mi fa un immenso piacere, è che certi capolavori restano nella memoria collettiva, a dispetto degli anni che passano, grazie a una scuola che forse non esiste più. Cerchiamo di non dimenticarli. Grazie a tutti.

  11. Ma che bel commento, commovente! Anch’io faccio parte di quella generazione che le poesie le studiava alle elementari, ma anche alle medie, e devo dire che ne ricordo ancora tante. Per dir la verità a quei tempi non ero molto contenta di dover “mandare a memoria”, anche perchè ne avevo poca e mi costava fatica, ma adesso mi fa piacere ricordare quei versi. E come non ricordare anche i versi di “Pianto antico” del Carducci…

  12. Mia mamma non ha potuto frequentare la scuola, che pure amava tanto, perchè ha dovuto aiutare in casa e in campagna ma è ugualmente riuscita a trasmettermi il suo amore per lo studio e soprattutto per la lettura e le poesie. Aveva un vecchissimo libro dal quale mi leggeva i versi di Pascoli, Carducci, Leopardi e mi invitava ad andare oltre le parole, ad immaginare un mondo dietro ad esse; oggi, che lei non c’è più, alcune poesie, come questa in particolare o “La cavallina storna” , me la fanno sentire ancora viva e vicina.

  13. E’ vero sono in completa sintonia con Mariaserena Peterlin, Pascoli è uno scrittore che mi è sempre piaciuto ma che anche io dimentico di leggere e di ricordare…
    Grazie cara Ramona di questo bel salto nel passato.

    Mi è piaciuto tanto.

    Ernesta Scappaticci.

  14. Che meraviglia aver ricordato questa meravigliosa poesia che mi accompagna dalla mia infanzia e declamo sempre a San Valentino la insegnerò al mio nipotino come feci con mia figlia. Grazie di cuore.

  15. Mi sono commosso a rileggere questi versi, ho rammentato, quando, durante la guerra, sfollato con la mia Nonna, al Poggio, un paesino a Bogliasco, nei pressi di Genova, nascondevo le scarpe nei buchi dei
    muri, poiché i miei amici del posto andavano scalzi, un po’ perché usava così e un po’ per necessità, allora, essendo io di città, avevo la fortuna di camminare con le scarpe ed i miei amici mi prendevano in giro. Le nascondevo poiché la Nonna
    non voleva assolutamente che camminassi scalzo, sono trascorsi oltre 65 anni !!!

  16. Grazie a voi per le vostre testimonianze. E’ impressionante vedere a quante persone questa poesia è rimasta nel cuore, quando oggi forse non si usa più darla a studiare ai bambini, che così vengono privati di emozioni forti e dolci. Grazie, ancora!

  17. Salve, vale lo stesso x me, credevo che qst poesia esistesse sl nei miei sbiaditi ricordi di bimbo e invece NO, dovrò ringraziare x sempre la mia MAESTRA delle elementari…che bello!!!Cmq ricordo xfettamente che la leggemmo il 14/02/1992 e ho ancora vivo le immagini che mi ispirarono i versi….che potenza la poesia….

  18. Grazie Ramona, mi hai fatto emozionare ricordandomi questi versi meravigliosi che non ho mai dimenticato. Molte volte da bambino correndo scalzo nel cortile mi sono sentito un po’ Valentino.

  19. Che emozione questa poesia che a 46 anni di distanza ancora recito a memoria e riesce sempre a commuovermi, pensate che la recitavo insieme alla mia cara zia che mi ha allevata, la sera nel letto prima di dormire, dopo le preghiere.
    Belli i miei ricordi di infanzia, semplice, povera ma tanto tanto serena e piena di amore e sorrisi!!!
    Grazie

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