La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

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IL LABIRINTO di Lucia Arsì

Pubblicato da massimomaugeri su febbraio 16, 2009

Introduco brevemente questo racconto mitologico di Lucia Arsì. Si intitola Il Labirinto, con chiaro riferimento al mito che racconta l’uccisione del Minotauro da parte di Teseo. Qui però il Minotauro non muore. Chiedo il perché all’autrice. Mi risponde: “Perchè Teseo, l’uomo in viaggio, scopre che nel labirinto della vita l’uomo, come il Minotauro, é doppio, metà spirito e metà materia, metà bene e metà male, e in tale compresenza o meglio in tale coincidentia oppositorum scivola, quasi indifferente, il flusso dell’anima del mondo”.
Massimo Maugeri

* * *

IL LABIRINTO di Lucia Arsì

Un giorno. Non mi sovviene la data. La mia memoria cancella i dettagli. Va oltre. E, nel superare quel limite, ravviso il mistero. È bene o è male varcare la soglia, bucare quel muro che immette nell’Ade?
Il mistero non farfalleggia, pretende consensi.

Un giorno. Solito giorno. Mentre un bagliore s’insinua e impone il risveglio, mentre lo spasimo serra il respiro, mentre mille cani randagi si sfregano ai muri, un pensiero ri-torna… lo stupore di lei.
Sussurra: ” Teseo… Arianna….”.
Un grande evento. Non è da spiluccare. Entrarci col pensiero del cuore.

E ci sono… nel labirinto. Non per coraggio. Sola, a dismisura ridotta, vibrante di umanità, mi sento chiamata. Una Voce. Una Forza mi attrae… l’infido Caso?… la Buona Novella?

Entro. Mi dirigo là, ove il monstrum si annida, nel fondo più fondo. Fissarlo, rivedermi col suo occhio sbilenco e tornare all’indietro. Bearmi di luce diversa. Cantare vittoria. Per me e per gli altri.
“Possibile ?” e ondeggia la chioma. È possibile… se soccorre la volontà.
“Forza, forza taurina, che balli e ridi insolente, sorda ad ogni preghiera, esci di casa, presta il tuo aiuto… !!!” invoco.

Già dentro… perduta… esausta.
Fatti pochi passi non da gigante, mi rannicchio in un angolo, un luogo adombrato, un incavo da altri scavato. Da un punto si snoda un selciato sventrato, sterposo, poi, alla curva, una fetta di strada corretta e ancora cunicoli, sporgenze e rientranze e diramazioni a destra e a manca.
“Stramazzi, se non t’avvedi che il terreno è crivellato di buchi, che ingoiano e annullano.”
Quel terreno tortuoso fomenta il ricordo: Ceram. Indonesia. Per nove notti, in nove luoghi diversi, uomini di nove famiglie eseguono una danza a tre voci : la danza maro. Cinquemila anni fa. Al centro lei, Rabie di nome, la fanciulla luna. Ogni notte prodiga di doni: porcellane, monili d’oro, oggetti di rame.
Gli uomini provano invidia. La sotterrano. “Paghino il fio ” sancisce uno che sta molto in alto.
Ha inizio il ponos, la fatica del vivere, il viaggio attraverso la porta a nove volute. Il labirinto. E saranno uomini quelli che la varcheranno, il resto anime erranti o bestie.

E Persefone? Anch’ella fanciulla lunare, nel riproporre l’eterno fertile ciclo della nascita crescita morte.
Persefone: la grande intuizione… tutto ciò che brilla alla luce del sole rivela una “giustezza “, le cui origini sono oscure, radicate nel confine del non-essere.
E all’uomo è dato cogliere l’essenza del non-essere attraverso il misterioso messaggio, il tenebroso percorso, il profondo anelito. Magnifici doni d’una ambigua dea.

E torno al labirinto, al mio viaggio. Pre-vedere e ri-ferire. Ecco il senso. Un debole soffio. Un respiro smorzato. Di chi non vuole apparire. Scrutare e non farsi vedere. Avanti a me c’è lui. L’uomo della mètis, Teseo. So tanto di lui. Plutarco ha rivelato le gesta, immortalato il ricordo. Sono ad un passo dall’uomo segreto. È immenso nella dimensione irreale. Simile ad un dio: Gesu’, Krishna. Ha una missione da compiere. Purificare. Il miasma ha contaminato uomini, cose.
Non è dato intaccare l’assetto normale.
E Pasifae, vittima di intrecci sottili, che sfuggono all’occhio comune, ha osato tanto: una storia insolita.
Arde d’amore.
Un rapporto che evoca radici bestiali, fonte di tanti misfatti. Si unisce col toro, suo padre, Zeus celeste.

Eterno dilemma:
serrati in spazi ridotti, ove cementizi abitacoli opprimono i sensi, ove lamiere allettanti imprigionano anche l’affanno, e lì si crepa d’inedia, strapazzati da sferzate di vento e talvolta essiccati dal sole cocente o… volare tanto in alto e sparire leggeri leggeri….

Le ali dedalee soccorrono. Un volo “cultuale” libera dai tentacoli del labirinto. Il coro delle donne di Trezene, nell’Ippolito, singhiozza: “Se in luoghi inaccessibili della terra io fossi… o uccello, che l’ali porta, levarmi in volo….”

La disperazione infernale genera l’anelito a spazi elevati.

E Pasifae si è aperta al cielo, realizzando l’impossibile, distruggendo tabù. Il frutto è una doppia natura: metà uomo, metà bestia.

Tu, tu che t’immergi in questa lettura,
tu, che senza nulla arrogarti, bilanci il pensiero,
caparbio, martelli la roccia indurita e fori… fori… e
il tuo animo è gonfio di vana baldanza,
il petrolio zampilla
offre lingotti
e tu, che hai distrutto la terra, gioisci…

….di colpo il sorriso si spegne
riveli la tua nudità
ti rivesti di ciò che hai stracciato
….dalle macerie e con le macerie la spinta in avanti, più su…

La vita : “Attraversamento da un capo all’altro.”
Entro l’arco ci sei tu con gioie e patemi, istinto e riflessione.

Io ho paura. Quel luogo, a forma di budella, mi riporta alla mente Humbaba, un demone. Gilgamesh lo ha affrontato. Lo ha ucciso, ha risolto il problema.
Ha scoperto che solo agli dei non è dato morire.
L’uomo muore più volte e ogni volta soffre di più.
Forse sono nell’Ade. Nel buio totale. I sensi all’erta. Il velo, che adombra gli oggetti nel modo qualunque, si dilegua e scorgo di più.

Vedo larve che non torcono il collo.
Resti di animali rapaci. Una parete schizzata di rosso.
L’uomo ha lasciato una traccia.
Un vecchio in procinto di bere… il latte della saggezza.
Addossata ad una roccia spuntata
una donna… senza capelli… stagnata…
bloccata dal senso comune. E vermi giganti.
Sazi di ogni lerciume. E sillabe, lanciate così.
Attendono mani robuste e restano in bilico.

Chi sa dare forma all’informe? Quale voce, dal labirinto emergente, profeta di ciò che sarà?

È troppo per me. Torna la paura. Teseo è avanti, lontano da me. Ho le ali spezzate. C’è un modo per stargli accanto. Col ritmo del cuore. Le mie gambe, pur ferme, battono il passo, ora tenace ora incalzante, e le mani, calcanti sui fianchi, sfilano il filo.
Sì, il gomitolo. Lì la salvezza, nella capacità di sdipanarlo e raggomitolarlo. E intanto scoprire “la direzione”, quella tanto cercata. A quel filo logico mi aggrappo.

Con l’aiuto di Arianna l’eroe avanza. Sfingeo, ambiguo nella ricerca. A passi lenti procede, incalzato dal fascino sottile del dubbio, dalla tensione che gli serra la gola, dal piacere di essere lì per tentare l’impresa. Teseo si rivela maestro nel dipanare quel filo. Il suo passo è una danza, un movimento a cadenza perfetta, “un salvataggio”. È in ballo la vita. E bisogna procedere col rispetto della giusta misura. Della “danza delle gru” parla Plutarco. Teseo danza in onore di Arianna, a Delo, imitando il verso del labirinto.
Le gru… il mistero… il senso autunnale… l’al di là….
Anche in Omero leggo della danza di Teseo.”Danzavano fila contro fila, una di fronte all’altra. Un movimento a cerchio. Poi il capo si muove nel senso opposto…”

Non è la danza un momento di estasi,
un attimo di libertà assoluta,
” il dove” tu vuoi?…..

Teseo impugna un bastone nodoso. Si blocca. S’è imbattuto nell’effigie d’un uomo. Astuto nel manovrare una coppia di dadi. La somma è sempre quella voluta. Senno sottilmente scaltrito. Ottiene ciò che desidera. Si ode un rantolo. Un solco si empie di gocce. A versarle è il suo animo. Lasciato vergine, consunto, immacolato. Un uomo a metà.
Teseo si sofferma. Solo un attimo. Le gambe prive di forza. Più in là sventola una bandiera. Si legge un dettame, fa impallidire: “Fidanzati alla luce del sole”. Un dettame calzante, inevitabile. I tempi inquinati. I prelati ci sono, a tirare le briglie, a recidere cuori.

Se annulli il Silenzio,
se vieti ai due un luogo appartato,
se reprimi il calore che il mistero del dubbio fomenta,
che ne è dell’amore?.

Non sperdiamo quel poco che resta con radicali sentenze,
che non approdano a nulla!!!!….

Lì c’è un tale che venera l’Utile. Lo invoca, lo adora e odia il fratello, gli amici, non ricorda l’operato degli avi, il sangue versato. In nome dell’utile, gli antichi ateniesi castrarono i Meli, privandoli della loro libertà.
Teseo s’incurva su di uno. Uno strano, anomalo. Capelli ondulati, lunghi sul collo. Un camice bianco scende e copre i suoi piedi. Le mani sottili, privi di unghie, aperte a ventaglio. E quello sguardo su cui leggi i non so e la voglia del sì.
Metodo edipico, da non molti scoperto.
L’eroe, temprato nella fucina infernale di un maestro, che gli ha fornito armi vitali, l’animosità e la razionalità, ode un lamento. Ancora qualche passo.
Pasifae col figlio: il minotauro.
Piange la madre, piange il figlio. Ha fame il mostro, di carne umana. Tarda a venire.
La grande Madre si sente colpevole. Non accetta tanto strazio. Ma non è lei la colpevole. Solo un Dio può rimanere nell’Eden, dove la Fede impera, dove il grande non s’incaponisce né lotta per sé.
Nel recinto dell’essere umano un miscuglio di odori sapori colori.
All’uomo spetta la scelta.
Teseo ha pietà. Comprende. Nel buio dell’Ade la luce più chiara. E, ritraendo le mani, buttato il bastone in un canto, convinto che la violenza, comunque operata, è un Male e i suoi dardi comunque letali, inizia il viaggio all’indietro. Un viaggio senza ferite. Nel tornare un nodo di gioia.
” Patei mathos “.
Ha appreso la saggezza attraverso il dolore.

Saggio nel non uccidere l’uomo a metà.
Lo ha osservato, spiato, accettato.

Saprà Teseo trasmettermi, soffiarmi l’armonia, appresa nei reconditi accessi…?
Saprò, dopo essere lì sprofondata, tornare all’indietro, volare senza impennate…?
Sarò forse vagabonda in eterno…?

* * *

Lucia Arsì è docente di latino e greco al Liceo Classico “ T.Gargallo” di Siracusa. Presidente del “ Centro Culturale Epicarmo”
Tesoriera dell’Associazione Italiana di Cultura Classica (A.I.C.C.).
Ha pubblicato saggi su autori greci e sul Mito.
Ha pubblicato romanzi racconti poesie e pieces teatrali.
E’ presente in numerose antologie italiane.
Ha organizzato convegni facendo intervenire docenti universitari di Greco, di Filosofia, di Psicoanalisi, di Sociologia, di Antropologia, di Estetica ed inoltre Maestri della Chiesa.

46 Risposte to “IL LABIRINTO di Lucia Arsì”

  1. Lucia Arsì detto

    Un modo altro per interrogarci sul labirinto della vita, sui nodi che legano,sulla cura per affrontare la fine( intesa come telos e come finis)

  2. [...] segnalo il racconto Il labirinto di Lucia [...]

  3. Un altro modo e (aggiungo) un ottimo modo, cara Lucia:-)

  4. Simona Lo Iacono detto

    Mia cara Lucia
    condivido questo essere dimezzati. Il minotauro ci rappresenta.
    E condivido l’accettazione di questo dimezzamento, di essere noi e il contrario di noi.
    Grazie! Bellissimo racconto!
    Simo

  5. Lucia Arsì detto

    Cara Simona, e se fosse questo essere perennemente a metà la causa prima della inquietitudine di oggi, incapaci o impossibilitati alla completezza e perennemente alla ricerca dell’altra metà, come Platone ci rammenta? Grazie. Lucia

  6. giulio vitaliti detto

    Gent.ssima Prof.ssa Arsì,

    E’ il tema della “quéte”, in fondo, dell’uomo, finalizzata sempre alla scoperta di sé; la ricerca che irrimediabilmente ci porta all’autoanalisi, e alla scoperta del nostro “bis”, della nostra ” brutta copia”. Perchè abbiamo sempre avuto la necessità di cercare un qualcosa che fosse insito in noi stessi e al contempo doppio e diametralmente opposto alla nostra razionalità? perchè Giano è Bifronte? perchè la nostra natura ricerca la duplicità? forse per poter imporre a se stessa la sua presenza?
    Grazie. Trovo l’originale trattazione del tema superlativa.

  7. Lucia Arsì detto

    E’ bene o non é bene conoscere l’inquieto ospite che ci abita?Sileno rispose al re Mida che lo interrogava su cosa fosse la cosa migliore per l’uomo: vuoi sapere una cosa svantaggiosissima ovvero meglio tu non sappia. Sapere che la vita é un intreccio di intelligenza e ignoranza, é un esserci a partire dal non, é veramente un colpo allo stomaco. Poi…solo poi il isveglio, la luce si fa più forte, ci si convince che bisogna amare la sofferenza e addirittura la morte, come Sisifo che accettò l’assurdo facendo rotolare il masso continuamente, quasi quasi felice. Ha capito, assimilato il carattere , la specificità di essere mortali.E Sileno, il mentore di Dioniso, il dio doppio, dell’ubriachezza che produce estasi,continua: meglio non essere nati, essere ni-ente.Noi aggiungiamo: essere carichi di fede in noi stessi e nell’altro. Grazie Lucia Arsì

  8. Roberto Plevano detto

    La seconda cosa migliore per l’uomo è: morire presto (fàmo gli scongiuri!). Ma il succo di questo discorso non è facile da com-prendere. Il detto di Sileno, in realtà, non ha un’integrale origine antica, ma è stato detto, nelle forme in cui è divulgato, da Nietzsche ne La nascita della tragedia. Lui (Friedrich) voleva sottolineare, credo, il pensiero assente, mutilato, sul Nulla, che caratterizza la storia (e la forma) dell’Occidente.
    Complimenti, bel racconto.

  9. Lucia Arsì detto

    @ Roberto,dici bene che fu Nietzsche a divulgare la massima del Sileno, però era stata tramandata da Plutarco, che l’aveva desunta dall’opera di Aristotele”dell’anima” e che ritroviamo anche in Teopompo, suo contemporaneo. Inoltre già 2600 anni addietro Mimnermo Teognide Menandro e ancor molto prima Omero presentano cenni della sentenza silenica.Nietzsche, di fronte al tragico dell’esistere, spinge l’uomo ad essere se stesso, ad essere più forte, più malvagio e più profondo,più partecipe della vita, insomma più dionisiaco, più orgiastico.Non abbandonarsi al pessimismo ,ma dire sì alla vita in toto.Equivale a gettare luce sull’ombra, a mantenere quella doppiezza che ci connota.Grazie Lucia

  10. Lucia Arsì detto

    Queste le riflessioni di Domenico Di Lieto, che riporto perché siano anche oggetto di riflessione collettiva.

    “La costruzione di un racconto partendo dal mito del Minotauro ma con risvolti filosofici (Kerenyi),classici (il coro delle donne di Trezene),mitologici (Pasifae-Humbaba-Gilgamesh), religiosi (Krishna),sociali (venerazione dell’Utile), psicologici (…saprò tornare all’indietro…) il tutto condito da una prosa scorrevole,attraente e intrigante in cui predomina l’AMORE quello che muore se si annulla il Silenzio,i Luoghi Appartati….e l’amore libero distruggendo tabù,sicuramente l’effetto è dirompente;ci si accorge (almeno per me) della pochezza della propria cultura e la professionalità-non limitata al latino e greco- di cui l’Autrice ne è in possesso. Fantasticando sul suo ingresso dov’è il Minotauro, nota in lui questo insieme di bene e di male di cui è permeato l’uomo,nota ancora la forza e la scienza di Teseo,la sua mente vola, come fece Dedalo per sfuggire alla morte,considerando la realtà.Ci attira il guadagno ma poi “ci vestiamo con le stesse vesti che abbiamo buttato”.Mi è piaciuta molto la considerazione della forza dell’Amore svestita da false credenze o tabù (scusa la domanda: ma Pasifae si congiunse col toro inviato da Poseidone dopo che Dedalo le aveva costruito una barca cava in cui lei alloggiava quando il desiderio irrefrenabile la spingeva ad accettare “l’amore” del toro-così so io-ma nel racconto si parla “ si unisce col toro, suo padre, Zeus celeste;è un’altra versione?) ma anche quella “se annulli il silenzio.Il finale è imprevedibile si aspetta l’uccisione del Minotauro da parte di Teseo che impugna un bastone;ma Teseo butta il bastone convinto che la violenza è un male e viaggia all’indietro.L’autore s’interroga, è questa, a mio modesto avviso,la parte pregnante e vitale del racconto avremo la forza di Teseo di “digerire ed immettere in noi stessi certi valori in modo da tornare indietro senza impennate….” o saremo alla ricerca di valori che pur avendoli a portata di mano non ne rileviamo l’importanza. Un ultima considerazione ho cercato di non “inforcare gli occhiali della stima e dell’amicizia che mi legano all’autore” ma oltre alla bellezza del racconto ed ai suoi richiami abbracciando l’esteso campo della cultura mi ha costretto ad un esame introspettivo per conoscere se anche io so tornare indietro ma sopra tutto voglio evidenziare 2 cose:ho appreso la danza delle gru,il labirinto di Carol Kerenyi,il sumero Gilgamesh,Plutarco ecc. ma sopra tutto mi ha regalato un momento di felicità che solo pochi hanno il piacere di trasmettere.”
    A mio avviso Teseo, di fronte al minotauro, vede se stesso, come in uno specchio scopre la sua natura e spirituale e materica e non lo uccide. Anzi… Lucia

    La novità é che io non faccio morire il minotauro, essere materiale e spirituale,perché immagino che Teseo si sa specchiato e abbia riconosciuto se stesso.

  11. Roberto Plevano detto

    Lucia,
    non è per acribia, ma lasciamo fuori Aristotele da questa variegata (e non del tutto chiarita) trasmissione del detto. Sappiamo entrambi, credo, che quel meteco nutriva tutto sommato dell’estraneità per il senso tragico, e il De anima proprio non c’entra. U. Curi ha fatto uscire un libro su queste facende: “Meglio non essere nati” La condizione umana tra Eschilo e Nietzsche, Bollati Boringhieri, 2008.

  12. Mariacristina Messina detto

    Gentilissima Prof.ssa Arsì,
    Grazie per averci regalato questa straordinaria rivisitazione del Mito di Teseo e Arianna.Condivido a pieno “l’affascinante” idea che ogniuno di noi, come Teseo ,possa rispecchiarsi nel Minotauro.Inoltre ha suscitato in me un profonda riflessione la citazione :
    ” Patei mathos “.
    -Ha appreso la saggezza attraverso il dolore-,solo attraverso quest’ultimo si arriva alla conoscenza di se.
    Mi chiedo se è davvero l’unico mezzo?
    Grazie :)

  13. Lucia Arsì detto

    Roberto, sono d’accordo con te che sulla trasmissione del detto esistono tanti dubbi( ma é poprio vero che Aristotele lo abbia scritto?). Ti assicuro però che con Umberto Curi abbiamo discusso a lungo( é stato mio ospite ad un convegno da me organizzato la settimana scorsa)sulla suddetta massima. Grazie per il tuo intervento. Lucia

  14. Lucia Arsì detto

    Cara Mariacristina, nell’Agamennone di Eschilo é il Coro a pronunciare la frase, che rivela la forma mentis del tragediografo. Attraverso il dolore si ha la conoscenza.Ed io credo proprio di sì. L’energia mentale,la fanciulla Psiche, priva di amore(luce), soffre e fa il suo viaggio di dolore fino agli inferi, ove dovrebbe trovare una scatoletta. Poi la rinascita, la luce.Se non attraversi il dolore in toto non puoi tornare a vivere. E torni con una esperienza in più. Hai le idee più chiare.Trasformata.Ciò che non ti uccide, ti corrobora. Grazie . Lucia Arsì

  15. Cara Lucia,
    ringrazio te e gli altri amici per la interessantissima discussione che si sta sviluppando in seguito alla pubblicazione di questo tuo racconto.
    Ho ricevuto un commento da parte di Lorenzo Russo.
    Lo pubblico di seguito.

  16. (di Lorenzo Russo)
    Grazie a te Massimo e a Lucia Arsì dell’occasione che mi presentate di
    rispondere con una mia recensione sul tema descritto abilmente da Lucia.
    -
    Russo Lorenzo 2004-02-24 17:00
    -
    Miti, principi Arianna, Teseo, il labirinto, il mostro
    Arianna: bella, giovane, piena di grazie e sentimenti.
    Teseo: anche lui, giovane, coraggioso, orgoglioso e avido d’azione per dimostrare le sue qualità.
    Labirinto: è la vita stessa, semplice all’apparenza e invitante, per poi ingannare e punire gli imprudenti.
    Mostro, Minotauro: rappresenta i rischi e i pericoli della vita.

    Teseo, impavido e disposto a rischiare tutto pur di scoprire e tentare il proprio destino, fu anche furbo e prudente ricorrendo all’aiuto d’Arianna e migliorando così le proprie probabilità di successo. Arianna, anche lei coraggiosa e pronta ad aiutarlo per amore, sapeva che solo con lui si sarebbe realizzata come donna nella sua vita. Sono due personaggi che, allora come oggi, esistono ed operano. Entrambi, giovani e belli, coraggiosi e impavidi, ma anche furbi e prudenti, maliziosi e pronti a raggirare la natura, affidandosi entrambi delle proprie qualità donate loro dalla natura stessa, anch’essa arguta e maliziosa, capiscono che insieme possono ottenere di più, sia nel godere la propria giovinezza consumandola nel tremore dei loro corpi freschi ed esultanti di passione, come nell’affrontare i pericoli con prudenza e coraggio, sempre pronti a vincere o morire insieme. Il confronto con l’oggi ci fa vedere che i giovani, all’inizio innamorati e pronti al tutto per la vita intera, giurano ancora, si perdono ,col passare degli anni e delle vicende della vita, per mancanza dei requisiti necessari per vivere una vita insieme anche nei tardi anni, dove i ricordi sono comuni, felicità come infelicità dell’uno anche dell’altra, dando così testimonianza di comprensione,continuità e fermezza. Sono qualità che collegano il passato con il presente e garantiscono un futuro felice e sereno, e dalle cui esperienze nasce la maturità per l’unione.
    Non voglio criticare la gioventù odierna; è la stessa di sempre; a mio parere, sono le molteplici possibilità economiche e la malintesa libertà personale d’oggi che costringono i giovani, e purtroppo anche gli adulti, ad agire per il consumo ad ogni costo.
    Il giovane ha oggi più difficoltà d’individuare la strada giusta in un ambiente che è troppo dominato da tentazioni e costrizioni dannose per lui; non è quindi la gioventù debole, ma semmai la società intera.
    Senza la disponibilità alla comprensione e al perdono reciproco per gli errori compiuti, perdiamo la visione reale della vita, che è impegno continuo per il superamento degli ostacoli che permanentemente incontriamo sul nostro cammino.
    Sono requisiti che danno il senso della continuità, di cui si potrebbe e dovrebbe essere fieri e grati.
    La società, debole e leggera, che ama più le ferie e il divertimento, che schiva la tranquillità della meditazione, non tiene il passo con i propositi seri della vita, gli unici che ce la lasciano comprendere e crescere.
    La corsa frenetica all’alloro d’oro si rivelerà un errore gravissimo. È tempo quindi di organizzare le forze sociali sane per avviare quel processo culturale ed economico basato sull’equità e giustizia, cui aspirano i molti perdenti di questo mondo.

    È necessaria, una spinta decisiva verso il meglio, incominciando con riforme sociali adeguate allo stato di precariato attuale della società. Esse devono essere richieste dal ceto basso, dove le ingiustizie sono sentite e sofferte, quando il ceto dei privilegiati si dimostra ottuso e incompetente.
    È necessario, inoltre, considerare la ricchezza con un nuovo senso e scopo, affinché diventi un mezzo di sostegno e di pace per la collettività intera.
    Questi sono i compiti della società nel mondo nuovo. È tempo di chiudere con un passato dominato delle differenze, oppressioni, torture, guerre tremende, e dare una spinta definitiva al processo evolutivo umano, che ci aspetta da sempre e nel frattempo non gli rimane che rimanere sbigottito e sgomentato di così tanta ignoranza.

    Saluti
    Lorenzo

  17. Davvero interessante, e complimenti per la luce diversa data al mito di Teseo.

    Fabrizio

  18. Lucia Arsì detto

    Lorenzo, sottolineo i momenti interessantissimi del tuo intervento:insieme possono ottenere di più;passato più presente;la colpa é della intera società;necessita equità e giustizia; riforma sociale dal basso; la ricchezza al servizio della pace.Valori questi condivisi e apprezzabili. Grazie di averlo ricordato. A proposito del mito voglio sottolineare lo sguardo diverso sul mito del labirinto. Tu hai commentato il raccontoche la tradizione offre. Io ho entato di leggervi altro:Teseo alla presenza del minotauro, materico nella parte inferiore e spirituale nella parte superiore, si blocca, vede come in uno specchio se stesso, intuisce la vera condizione naturale dell’uomo, riflette sulla i-gnor-anza(energia pesante del corpo)e sulla intelligenza(energheia viva).Compreso ciò, non rimane a Teseo che tornare indietro, dato che ha raggiunto il fondo del labirinto e ha scoperto il sacr, ossia la luce e l’ombra, il bene e il male, la vita e la morte.Grazie Lucia

  19. Lucia Arsì detto

    @ Fabrizio, grazie a te. Dice Erodoto che la vista é più affidabile delle orecchie(Candaule). Vuol dire che se affiniamo il nostro sguardo intellettivo e non andiamo dietro alle rumorose chiacchiere,ai pettegolezzi mossi sempre da un egoico interesse, bé…forse non é in-utile il tempo che perdiamo a stare bloccati al computer.Ancora grazie. Lucia

  20. Giulia Campisi detto

    Gentile prof.ssa Arsì, ho letto la Sua originalissima rivisitazione del mito di Teseo, che si articola in un crescendo incalzante di emozioni, e nè ho tratto l’amara conclusione che il labirinto sia in fondo come la vita
    ed il suo travaglio, che, come ha scritto un famoso poeta,
    “è una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di botiglia”.
    Mi chiedo e Le chiedo, se attraverso la saggezza, come per Teseo, per l’uomo vi sia una via d’uscita per superare l’inquietudine e la limitatezza connaturale all’essere umano?
    Grazie

  21. Maria Teresa Asaro detto

    professoressa carissima, la lettura della sua straordinaria creazione mi ha estraniato totalmente, avvinto a sè proprio perchè il mito acquista nuova linfa vitale, viene ri-creato dalla sapiente mano della scrittrice, e puoi cogliervi tutto un mondo dentro, ricco di istanze filosofiche, morali, letterarie…del resto, cos’è il labirinto se non l’uscita da sè dello Spirito hegeliano, che successivamente torna a sè in questo eterno circolo il cui inizio corrisponde con la fine? Ma il ritorno a sè implica un arricchimento del sè proprio attraverso l’attraversamento dell’essere altro da sè! Tutto ciò da’ spunto ad ulteriori riflessioni…si potrebbe parlare per ore! professoressa, lei è, come sempre, straordinaria!

  22. Lucia Arsì detto

    Il saggio, cara Giulia, é l’essere misurato, quello che si riappropria di se stesso e non supera i limiti, il moderato insomma. Se ci sforziamo, controllando le nostre intempestive movenze dell’animo, se stoicamente o meglio cristianamente ci avviciniamo agli altri con coscienza che gli altri amano e soffrono come noi, potremo sperare nel vivere tranquillo.Grazie Lucia Arsì

  23. Lucia Arsì detto

    Cara Maria Teresa, torni ad Hegel, alla sua sintesi. Non pensi che la sua teoria sia qualcosa di astratto, che spiega solo i percorsi della mente razionale, mentre noi umani, oltre alla ragione, viviamo altra dimennsione, quella nascosta, che fa capolino di tanto in tanto, e pertanto per spiegarci abbiamo bisogno di vivisezionare il racconto, che esprime il percorso della vita in toto?Se spieghiamo tutt con la logica ,cadiamo nell’assurdo, dicendo che la vita ,nonostante le sofferenze é bella. Che Dio é onnipotente e nello stesso tempo umile, che A e B non possono esserci senza C, il tertium che offre loro la spinta.Ma la vita é bella pe l’intreccio, per la duttilità, perché intrepida, nascosta, enigmatica, povera e ricca e ci chiama a sé, anche, anzi fondamentalmente, nella sofferenza. E noi dall’anima doppia, -in noi Atene e Gerusalemme convivono-,dobbiamo inchinarci e attraverso la conoscenza(dura conoscenza) imperterriti rispondere e mai annullarci o tediarci. Grazie, sei una mente vivace e gioisco nel confabulare con te. Lucia Arsì

  24. Giuliana Maltese detto

    Gentilissima Prof.ssa Arsi’,
    il tema del duplice è sempre presente in ognuno di noi.La vita ha un carattere ciclico,dove l’inizio si configura al tempo stesso come fine.Il compito dell’uomo è quello di comprendere la sua vera natura,la quale è duplice e varia,piena di contrasti,dunque di opposti.Ritengo pertanto che la nostra natura si rispecchia perfettamente con quella del minotauro;è dunque,la nostra esistenza è caratterizzata dal tema della doppiezza?Questo mito ed in particolare la figura del minotauro,ne sono la prova…Trovo originale e ricca di contenuti attuali,la sua trattazione…

  25. Lucia Arsì detto

    Cara Giuliana,apprezzo la tua lettura e intendo precisare che la normale condizione umana per cui siamo questo e quello deve invogliare i giovani a perseguire la strada del meglio, del bene, della giusta misura, della carità, della gioia, della com-passione. Il mondo , oggi, ha bisogno di giovani svegli, capaci e sicuri di scelte propositive anche se difficoltose.Leggere il mythos con gli occi del nostro quotidiano e renderlo interessante e proficuo ai giovani mi rende veramente carica di entusiasmo.Un abbraccio. Lucia Arsì

  26. Maria Teresa Asaro detto

    esattamente come il dionisiaco di Nietzsche! Contrapposto, appunto, all’apollineo di cui Socrate è simbolo. ergo, dottrina dell’eterno ritorno, amor fati…necessità della “morte di Dio”, come annuncia Zaratustra. vivere, calarci dentro il nostro labirinto interiore ricco di passione, contraddizioni, irrazionalità! il mio riferimento ad Hegel riguardava proprio la circolarità ed il superamento del secondo momento come un tentativo di tirarsi fuori dal labirinto, per il progresso dell’io, come accenna Freud parlando della psicanalisi finalizzata al superamento delle patologie. e’ un tema veramente stimolante, ricco di spunti. A presto, professoressa.

  27. lorenzo russo detto

    Grazie Lucia, allego una mia riflessione sul significato del vagabondare di Ulisse versa casa (luogo da raggiungere, dopo essersi conosciuti nel proprio intimo, e dove godere della saggezza ottenuta, ma sempre con il senso di non essere arrivati mai alla fine, essendo questa la nostra condizione di vita reale). Di fatti, Ulisse fu spinto sempre da un desiderio impagabile di vagabondare: segno d’immaturità o di non sazietà verso un qualcosa ritenuto sempre nuovo, o semplicemente d’incapacità di restare nel riconosciuto e di esso farne la propria identità. Si nasce navigatori, sedentari, nullafacenti, o ricercatori dove conta più l’azione che il trovato?

    Mi piace la tua interpretazione. Che cosa può fare l’uomo, se non un qualcosa nel quale ritrovarsi e capire la sua situazione. In ogni azione e pensiero possiamo trovare la nostra identità e assumerla, come se fosse quella assoluta, o insoddisfatti continuare nella ricerca fino a raggiungere il livello più elevato possibile.
    È solo in questa ricerca che ci accorgiamo di non arrivare mai alla fine, è in essa che ci accorgiamo di essere sempre presi dai propri difetti che ci deviano dalla via diretta alle rivelazioni più elevate.
    Il non raggiungerle segna il limite delle nostre percezioni e per me anche quello dimensionale, oltre il quale non si è più corpo e spirito, ma solo quest’ultimo, pur con le dovute differenziazioni di grado e intensità.
    Essere o non essere rimane sempre la domanda fondamentale, che dovremmo porci continuamente. Vivere nella letargia o muoverci perpetuamente, affinché le nostre energie si rinnovino e con esse la percezione di vivere con un senso proprio e soddisfacente.
    Grazie e scusami della lunghezza.
    Lorenzo
    Mie riflessioni sulle vittime delle guerre e violenze umane.

    Le avventure e disavventure della vita: qual è lo scopo del nostro vagabondare e scoprire?
    (testo ispirato dalle disavventure d’Ulisse)
    Dieci anni impiegai a ritornare a casa da mia moglie.
    Non altro fu possibile. Come potermi avvicinarmi a lei, con tutte le colpe che io mi attribuii in forma d’inganni, tradimenti e molte, molte altre ancora?
    Il mio spirito avvelenato dal mio carattere e destino fu incapace di ritornare là dove vissi sano e puro d’animo.
    La lunga guerra mi mise alla prova, in essa scoprii che i miei difetti erano molto superiori ai miei pregi.
    Dopo la guerra, vissi dieci anni di disavventura verso l’ignoto, per dimenticare quello che feci ed ero diventato.
    Solo dopo aver superato la mia crisi personale, potei ritrovare la mia assoluzione e ritornare dove vissi giovane e poi marito felice.
    Le lunghe disavventure senza destinazione mi fecero capire l’orrore della guerra, l’errore compiuto da me e da tutti gli altri, senza distinzione di parte, nell’uccidere le vittime della nostra presunzione, diventata poi nel momento dell’azione una necessità senza rimedio per prevalere o soccombere.
    Ora, riconosco nelle vittime la parte debole dell’uomo, la mia e la loro, e l’inganno nel nostro riflettersi nel prossimo, amico o nemico secondo dei nostri timori e necessità che dettano la nostra volontà d’azione e reazione.
    Le vittime, tutte, mi perseguirono per dieci anni, perché rappresentarono quella parte che è comune in tutti gli esseri umani, l’appartenenza alla stessa specie e destino.
    Non più accecato dalle proprie debolezze, mi ritrovai in loro e la pace dei loro sguardi inermi e rasserenati subentrò anche in me e mi fece riflettere.
    Il tempo ci sembra trascorre così lentamente come noi impieghiamo a comprendere le assurdità delle nostre decisioni, quando sono sostenute dai pregiudizi e necessità che ci spingono a combattere e uccidere, invece di cercare l’accordo e spartire equamente il fabbisogno per vivere.
    Dichiariamo nemico chi provoca in noi i timori, dietro i quali si nascondono le nostre debolezze e i nostri difetti.
    Eliminandolo, perdiamo questa possibilità di controllo, i pregiudizi agiscono di nuovo in noi e facciamo fatica a riconoscerli e ancor meno a controllarli.
    Li temiamo più d’ogni altra cosa e ci liberiamo di loro accusando gli altri, invece di affrontarli e impegnarci a superarli; troppa fatica per chi sceglie la via più semplice che scagiona ogni propria colpa e difetto.
    Ulisse sta per l’essere intelligente e astuto nei suoi anni migliori alla ricerca di sé stesso nel groviglio della vita.
    L’avventura, l’appagamento delle proprie necessità, la conquista della fama, il bisogno d’esplorare l’esterno, non immaginando che è simile al proprio interno, sono i pericoli della vita, e dimostrano che anche oggi siamo incapaci di riconoscere le proprie debolezze, se non trasferendole nel prossimo che diventa la vittima di turno.
    Il confronto pacifico, invece, svelato nella sua natura e origine, crea la possibilità di maturare e alla fine comprendere, e così l’Ulisse rappacificato con sé può ritornare alla sua Itaca, ricongiungersi con la moglie rimasta fedele e costante nell’animo e godere i frutti delle cognizioni raggiunte.
    Ulisse rappresenta quindi l’uomo che si dà alla vita per riconoscersi nelle vittorie e sconfitte, nel guadagno della gloria e nel perderla di nuovo. Attraverso questo processo cognitivo riesce a creare armonia tra gli elementi opposti della sua esistenza e raggiungere lo stato di serenità e saggezza.
    Cos’è che rende la vita interessante, se non il desiderio di mutarla per il nostro meglio?
    La mutazione rappresenta lo stimolo che ci dona la coscienza d’essere e poter intraprendere qualcosa.
    Dalla guerra nasce la pace, quando dopo tante sofferenze e privazioni diventa una necessità primaria, e da questa ultima sorgerà di nuovo la guerra, quando non abbiamo saputo costruire una pace duratura, cioè non siamo stati capaci di risolvere i problemi della convivenza pacificamente e per il bene di tutti.
    Si traccia così un sistema basato sulle cause ed effetti e agente sulle loro probabilità.
    Diversi elementi messi in gioco danno luogo a diverse combinazioni e probabilità (le nostre realtà) che aumentano e variano con l’aumentare e variare degli elementi.
    A causa della complessità del sistema, ogni successo raggiunto mette alla luce nuovi problemi prima non riconoscibili, così che abbiamo sempre qualcosa da temere, scoprire e regolare.
    Le vittime dei nostri errori sopravvivono nei superstiti, così che si delinea un percorso unico e continuativo della specie umana fino al momento dove tutto muterà e ………
    Saluti,
    Lorenzo Russo lì, 29.10.07

  28. Lucia Arsì detto

    ma é proprio necessario che Dio muoia, Dio speranza, Dio fede, Dio compagno e mai tiranno, Dio Umile e grande,? ti pare cosa da nulla? Ciao Maria Teresa.
    Senza il dolcino della speranza, come faranno i giovani a sostenere il miasma che oggi coinvolge il mondo?

  29. lucia rodante detto

    cara prof. Arsì,
    innanzitutto le faccio i miei complimenti per lo straordinario modo in cui ha reso l’inquetudine di fondo di ogni uomo: non siamo altro che viandanti, minuscole e insignificanti presenze di passaggio su un grande e multiforme teatro, sempre in cerca di una meta da seguire.E allora,quale miglior meta, forse, del nostro stesso profondo? certo, quello che ci si apre dinanzi si prospetta come un viaggio oltremodo lungo e difficile, terribilmente difficile: “pathei mathos” giustamente dice lei,riprendendo il ben noto principio eschileo, e a ragione… condivido particolarmente la risposta che ha dato a Roberto Plevano: la vita è solo sofferenza, sì, ma non bisogna mai lasciarsi sopraffare dal dolore. Effettivamente, se ci abbandoniamo alla convinzione che tutto quanto ci circondi sia solo male,angustia e affanno, cosa resta di noi? Secondo me l’uomo ha bisogno di credere in qualcosa di positivo, altrimenti per lui è finita… ma forse il mio è solo lo slancio eccessivamente positivista e, aggiungerei, anche abbastanza ingenuo di una diciassettenne, che ancora della Vita non ha visto e non conosce praticamente niente.
    rinnovo i miei complimenti e spero un giorno di riuscire a dissipare le numerose ombre che offuscano la mia mente, magari con il suo aiuto. Arrivederci ;)

  30. Lucia Arsì detto

    Grazie Lorenzo perché ci hai offerto un’ampia e profonda testimonianza di vita.Giustamente dici che i vinti ossia le vittime della guerra ti hanno fatto soffrire e pensare molto. Se tutti potessimo calarci nei cuori degli afflitti!Se tutti potessimo stendere la mano per regalare una parola buona al nemico di turno! Respireremmo meno cattiveria, meno stupri, meno omicidi.Come Teseo di fronte al male si blocca e torna indietro con un’esperienza in più, così tu sei tornato con l’animo più dolce,ricomposto. Ciao

  31. Lucia Arsì detto

    Lucia, sei un essere meraviglioso e le ombre che attraversano la mente sono normali; sono le paure di prestazione, dato che sei studiosissima e temi di non farcela; sei bellissima e temi che il tuo ragazzo possa non amarti. Fatti forza! Il coraggio é un’energia che viene dal cor e il tuo cuore palleggia sempre con la tua mente. Ho tanta stima di te e con certezza so che raggiungerai alte mete, se vorrai. Un caro saluto

  32. lorenzo russo detto

    @ Lucia Arsì
    la tua magnifica e poetica analisi del mito del Minotauro, mi fa ricordare diversi miei commenti sul viaggio dell’uomo verso il suo inconscio.
    Per timore di non ritrovare più la via di ritorno e non sapendo cosa avrebbe trovato in fondo del labirinto delle sue ricerche, preso quindi da turbamenti, Teseo, sagace, furbo e prudente, ricorse all’uso del filo che affidò alla sua metà percettiva e cognitiva rappresentata da Arianna. Affronta la sua avventura con lei, simbolizzando l’ipotetica unione del dualismo terreno, creato per frenare le possibilità evolutive dell’uomo e per dar luogo al processo della procreazione e quindi al perdurare dello stato dimensionale limitato.
    Chi riesce ad arrivare fino in fondo del labirinto e scoprire la sua vera entità senza subire danni gravi, non sarà più l’essere di prima e di conseguenza non avrà più bisogno della guida del filo conduttore per uscirne, avendo acquisito in sé l’inizio e la fine della sua natura.
    Sarà diventato un essere nuovo, pronto per i compiti successivi e potrà entrare e uscire a suo fabbisogno e sentirsi dappertutto a casa.
    Gli altri, perché impreparati e timorosi, soccomberanno.
    Da qui la necessità di una preparazione profonda, cognitiva e personale, per chi vuole addentrarsi nel buio (inconscio) del proprio io.
    Sarebbe anche un monito serio, nell’assumere certe verità, troppo elevate per il suo grado di comprenderle ed assumerle nel loro pieno significato, così che poi le ricopre e falsifica a suo agio e uso.
    La verità comporta un’identificazione e responsabilità incondizionata nel suo uso, di modo che non crei più danni che utili a sé e agli altri membri della società.
    Un richiamo alla scienza, quando viene sostenuta senza possedere le necessarie qualità morali, etiche e culturali.
    Ti ringrazio vivamente dell’attenzione e dei vantaggi chiarificatori che la tua recensione mi ha donato.
    Lorenzo

  33. Lucia Arsì detto

    Caro Lorenzo, é sempre un piacere leggerti e conversare con te. Ciao
    Lucia

  34. Shadia Awad detto

    “La vita: attraversamento da un capo all’altro. Entro l’arco ci sei tu con gioie e patemi, istinto e riflessione”.
    Carissima professoressa, di un mito vivo e presente nella cultura Europea e variamente elaborato da anni ha saputo dare un’interpretazione sorprendente. Ma ciò che mi sorprende di più è la sua apertura mentale capace di catturare quotidianamente la nostra curiositas. Leggere i suoi scritti è come bloccare il tempo e trasferirsi in una dimensione pura ed idilliaca… GRAZIE!!! Con affetto Shadia Awad

  35. Lucia Arsì detto

    cara Shadia,”catturare alla curiositas, dici. Sono parole che mi fanno riflettere, dato che l’oggi parla di disagio giovanile, di disimpegno. Con gioia scopro che non tutti i giovani sono indifferenti alla vita. Esistono alcuni, come te, che tra incertezze e gioie amano il fascino del nuovo, da cui traggono linfa. E ti auguro di esercitare sempre questa attitudine.Ciao

  36. Roberta Carnemolla detto

    Il minotauro rappresenta la doppiezza intrinseca nell’uomo. Teseo,dunque si rispecchia perfettamente nella figura dell’essere mostruoso e non lo uccide: forse perché così facendo ucciderebbe una parte di sé?Forse perché, trovandosi di fronte “all’ aletheia”, assopora il senso di un qualcosa più grande di sé?
    L’uomo,nel suo connubio di sentimenti e razionalità,ricerca l’altra metà di se stesso: la parte opposta ma che al contempo completa la sua essenza;è una ricerca che avviene attraverso la sofferenza?…”patei mathos”,il racconto ne è proprio la conferma.
    Grazie.

  37. Roberto De Benedictis - docente di Filosofia Université de Lion detto

    La via incomprensibile e mistica di interrogarci sui nodi che affrontano la fine del thelos finalizzati alla scoperta del sé quando inesorabilmente ci versa all’autoanalisi del nostro bis al detto di Sileno divulgato da Nietzsche nella tragedia quando Friedrich voleva enfatizzare il pensiero sordo assente, forventato sul Nulla caratterizzante la storia dell’Occidente. Leggerezza colorata degli occhi che Arianna, Teseo, il labirinto del mostro e lei giovane, piena di grazie il signore è con te e sentimenti.
    Theseo:il coraggioso, orgoglioso e avido d’azione per esternare la necessità recondita del bisogno del flusso e dell’essere rappresentato da Zarathustra nel momento vivido e feroce della battaglia con i theokithos che solamente trovandosi di fronte “all’ aletheia”, assopora il senso di un qualcosa più grande di sé, della continua ricerca patei mathos sofferta attesa ed enunziata dal vero significato di mathakathon ebas. Coome nella mente di Humbaba, famosissimo demonio Gilgamesh adorato dalle donne di Trezene

  38. federica parisi detto

    Materialità e spiritualità,sofferenza e gioia che sorge dopo un grande dolore,sono le parole-chiavi di questo grande componimento. I mille dubbi,che arrovellano le menti degli uomini, prendono vita nella danza di Teseo: alla fine l’eroe stanco e sconvolto per il difficile percorso interiore, prende la decisione di non uccidere il Minotauro, mostro per metà, lui che è un uomo a metà.
    Carissima professoressa, lei è riuscita a spaziare in tutto l’universo mitologico con un’abilità straordinaria, coinvolgendo anche noi giovani in problematiche difficili altrimenti da comprendere.Con affetto Federica Parisi

  39. lorenzo russo detto

    Cara Lucia,
    vorrei inviarti un mio racconto-analisi sul rapporto tra Ulisse e Penelope.
    Potrei inserirlo in questa bella rubrica?
    Grazie
    lorenzo

  40. Lucia Arsì detto

    @ Roberta.. dici bene…l’uomo e aletheia, l’uomo e il non nascondimento. Ma come deve essere terribile l’aspetto totalizzante dell’uomo! Chissà come dovette rimanere attonito Teseo nel guardare se stesso: metà materico, serrato alla terra e metà proiettato in alto! Grazie.

  41. Lucia Arsì detto

    Roberto… dici dei nodi, dei lacci, dei legami che determinano il labirinto. Sì, sono d’accordo. E il telos, il fine, cui ogni uomo tende, é sciogliere quei nodi( sempre che abbia tempo e capacità) per riappropriarsi della luce che gli offre conoscenza e gioia. Vivere nelle tenebre fa male, e perciò ci spendiamo nel metterci a contatto con il pensiero dei grandi. Comprendere le loro ragioni di vita e consentire o no. Grazie.

  42. Lucia Arsì detto

    Caro Lorenzo, scrivi tutto, per me é un piacere leggerti. Ciao Lucia

  43. lorenzo russo detto

    Russo Lorenzo 2004-04-27 12:47 Ulisse e Penelope: ieri,oggi,domani Ulisse e Penelope: ieri, oggi, domani? insieme per poter vivere, ognuno, la propria vita
    Raramente si trova una coppia così omogenea e in realtà cosi differente. Sembrano fatti l’uno per l’altra di modo che ognuno possa fare la sua vita. Lui, maschio per eccellenza, sognante della sua libertà che usò senza scrupoli, nonostante tutto amante della sua sposa, appassionato della sua comprensione, riservatezza, fedeltà, bellezza e bontà d’animo, non poteva trovare un’altra compagna più idonea per la sua vita. Lei, premurosa, tutrice della famiglia e casa, piena di grazie femminili non sempre appagate e consumate, trovò nel marito il compagno più idoneo a soddisfare le sue contraddizioni, eccessive, quasi volute dal fato a cui si sottopose volontariamente.
    Un maschio come Ulisse abbisogna di una femmina come Penelope, un’altra l’avrebbe abbandonato, tradito, respinto e sfruttato. Lei no, lei seppe che il frutto più ricco, entusiasmante, insostituibile della sua vita era il suo Ulisse, cui non volle mai rinunciare.
    Una notte d’amore con Lui era uguale a mille e più notti con un altro mortale; il pensiero che la prossima si sarebbe forse ripetuta ad una data dettata dalla sorpresa, la fece soffrire e nello stesso tempo esaltare, nell’attimo dell’ultimo bacio, carezza, unificazione totale. Sembra valga la legge: tutto ciò che è raro è più caro.
    Certamente lo stato economico d’Ulisse le permise di accettare la sua natura.
    Quante donne preferirebbero questo destino, al posto di dover sopportare un maritino diventato col tempo flemmatico, noioso, disinteressato alla propria femminilità e sentimenti, non consci delle proprie attese. Penelope ebbe il suo Ulisse, e Ulisse la sua Penelope, cui pensare come in delirio, di cui conoscere sole gli aspetti piacevoli, divertenti, entusiasmanti.

    Sono due esseri umani che si trovarono e si vollero, costi quel che costi.
    Il positivo che ha trovato il suo corrispettivo negativo e viceversa, dalla quale simbiosi nacque un amore profondo, una comprensione non immaginabile alle coppie comuni; sono quindi due persone con qualità molto eccezionali, irraggiungibili.
    La natura si è permessa un gioco, il cui senso e la cui giustificazione sono l’emozione nell’amare, nel desiderare, nel soffrire per ricevere poi il più eccezionale possibile. Alla fedeltà e alla paziente attesa dell’una ha corrisposto l’infedeltà, ma anche gentilezza, tenerezza, emozionalità nell’amare dell’altro, che, amante sempre e solo del nuovo, dell’avventura, del pericolo, poteva attirare solo la fedeltà dell’altra.
    Sono due contrasti che insieme esprimono la realtà della natura, sempre pronta a dare per poi richiedere e illuderci.
    La portata dei sentimenti e propositi in gioco sono pari ai rischi e pericoli che contengono e che i due protagonisti hanno voluto affrontare, come alla ricerca di sé stessi nel vortice irresistibile ed ingannevole dell’anima umana, che si rispecchia nell’ambiguità della sua psiche, così difficile da comprendere e dominare.
    Che cosa sarebbe la nostra esistenza, senza l’esempio dei due personaggi eccezionali?
    Sarebbe un susseguirsi di vicende uguali nel tempo e nello spazio, un impoverire dei sensi, un mancare di desideri che ci spronino al più.
    Possiamo immaginarci emozioni, successo, sete di agire, scoprire, raggiungere, senza essere pronti al rischio, delusione, sofferenza, dolore, proprio e ancor più quello causato agli altri? Ulisse ha potuto vivere la sua vita, sapendo che a casa lo avrebbe aspettato sempre la sua Penelope, sua in tutti i sensi e quindi conquistata totalmente.
    Penelope rappresenta la sposa-mamma che l’uomo sogna di avere e nella quale, ritornando a tarda età dalle sue conquiste, possa trovare conforto, cura, comprensione.
    Penelope a sua volta potrebbe aver trovato nel suo marito-figlio, una volta capite e superate le proprie sofferenze, la possibilità di spendere il proprio stimolo di donna-madre, trappola o pregio di cui sono dotate molte donne, spesso a loro insaputa.

    Di Paride, anche lui un maschio come Ulisse, ma non così abile, astuto, intelligente, si racconta che la sua moglie-madre Oinone riuscì a sopportare tutti i dolori causati dalla mancanza dell’amato marito nutrendosi del proprio grande e totale amore per lui.
    La notizia della sua morte le spezzò il cuore e morì. Mentre nella separazione poteva nutrire ancora la speranza di riaverlo, la notizia della sua morte le tolse quella speranza che l’aveva nutrita e fatto sopportare la lunga separazione.

    Due esempi di donne che hanno accettato il proprio destino; come fu possibile?
    Furono Ulisse e Paride due maschi eccezionali, da non lasciare alle loro donne un altro destino, oppure due canaglie da punire, esistono oggi ancora donne di questo genere, sarebbe oggi possibile il ripetersi di tutto ciò?
    Io penso, che questi fatti si ripetano anche oggi, nonostante l’emancipazione delle donne. La natura è forse immutabile, ma al più c’inganna e sempre in modo diverso, senza che noi ce ne accorgiamo.

    Penelope ed Oinone hanno sofferto, ma anche goduto; hanno accettato il loro destino inteso come vocazione; hanno capito la natura dell’uomo ed hanno sostenuto la loro parte fino in fondo.
    Il proverbio: meglio qualche giorno da leone, che cento anni da pecora, trova qui riscontro.

    Comunque si voglia giudicare il rapporto tra uomo e donna, una cosa è oggi certa: ognuno deve vivere la propria vita e cercare di addestrarla al suo meglio, ma solo nel rispetto del compagno/a e del prossimo.
    Una prognosi per il domani è difficile. Gli impegni e le necessità della vita odierna impediscono a entrambi di unirsi spiritualmente e di crescere insieme.
    Il rapporto affettivo diventa in breve tempo un ostacolo, un ingombro che è meglio scaricarsi via, l’attrazione fisica limitata al consumo dei propri corpi non ha sostanza ed è quindi breve, il senso di responsabilità ha lasciato il passo alla superficialità, al prendere, servirsi e poi lasciare.
    La nostra è una società senza prospettive per il futuro.

    Il materialismo ha represso lo spiritualismo, l’unica forza rigenerativa della quale è dotato l’uomo. Il crescere dell’omosessualità ci offre una prospettiva incerta; influenzata anche dall’emancipazione dei sessi su principi irreali, ci presenta un quadro di una società senza futuro.
    Dalla tendenza di procreare senza rapporto affettivo nasce una società fredda, tecnica, impersonale.

    Ho ancora fiducia nelle capacità dell’uomo di rimediare in tempo, anche se nel rimedio riapparirebbero di nuovo Ulisse e Penelope, pieni di difetti ma anche di pregi, ad ogni modo umani
    Cari saluti.
    Lorenzo lì, 26.04.04

  44. Cristian Grech detto

    Gentile Prof. Arsi’ le posto il mio commento:
    Sin dall’inizio del brano si perscepisce un certa fluidita’ temporale dell’esperienza descritta. La sicurezza di quel definito ‘die’ che si scioglie in quell’ atemporale infinito precipita la titanica ratio umana nell’ossimorico mistero che la domanda sul ‘folle volo’ conferma. ‘E’ bene o e’ male…?’ Tra quali estremi si consuma questa nostra vitale morte! Questo ossimorico mistero assume la natura di un labirinto che non e’ la dantesca ‘selva’ ma le infinite scale di Escher. Questa unica e impervia strada che ci connette al ‘mythos’, all’eterno enigma che si condensa nelle rivelazioni di Teseo, Arianna, Rabie, Persefone, etc. Sono personaggi lunari e come tali ossimorici, martiri dell’eternita’ e del nulla e pertanto eroi della memoria. Sebbene, il segreto di questa fluidita’ che da temporale si trasforma in umana e’ magistralmente descritta nel testo da questi verbi dove e’ messa in evidenza la cesura tra il prefisso e il verbo stesso. E’ in queste cesure che si cela la sinapsi o quelle proustiane ‘intermittances du coeur’ che denotano una continua contestualizzazione temporale dell’infinito evolversi dell’azione descritta dal verbo. E’ tra queste sinapsi he si consuma l’angosciante e liberatorio slancio tra l’umano e il super-umano. E’ qui’ che si esplicita il folle volo ‘cultuale’. In questa coordinata mentale che ci si libera dalla gattabuia del nostro intimo e viscerale labirinto.
    La seconda parte del brano e’ a mio avviso un inno agli estremi. Penso che solo capendo gli estremi si comprendono le coordinate della nostra umanita’. Il labirinto e’ un’ entrata ed anche un’ uscita dalla ambiguita’. Solo che e’ da uomini entrarvi, esclusivamente da eroi uscirvi.
    Grazie.
    Con affetto,
    il suo ‘eterno’ discente Cristian Grech

  45. Lucia Arsì detto

    caro Lorenzo ,quanto sei vicino ad Eraclito! Coincidentia oppositorum, gli estremi si toccano e creano l’armonia. Di questo hai detto nel tuo racconto di Ulisse e PENELOPE, OPPOSTI MA AMANTI PER SEMPRE.Mi piace il tuo linguaggio scorrevole e comprensibile. Se vuoi leggere il mio penelope, vai in facebook ove nel mio sito c’é PENELOPE. Grazie e ciao

  46. Lucia Arsì detto

    Caro Cristian, insospettabilmente profondissimo. Grazie

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