Vuoto centrale, di Silvia Tebaldi
Pubblicato da mbaldrati su febbraio 18, 2009
Tu che leggi, anche tu lo sai che le cose sono molto cambiate. Non una catastrofe eclatante, uno tsunami o un undici settembre. E’ la realtà che è cambiata, lentissimamente, impercettibilmente, ci siamo svegliati un giorno e il mondo era senza futuro, senza suono, senza sogni. Solo una smania comune, di gridare (per sentirsi prima che farsi sentire), di essere pubblici (per vedersi prima che farsi vedere): “una civiltà morente che butta semi con furia, come per un mandato primordiale. E tutti a scoprirsi addosso dei talenti, tutti a voler lasciare un segno. Diari, confessioni, prove tecniche di fine del mondo: fioriture tardive, che l’inverno stava già per bruciare” (così scrive Silvia Tebaldi, e così può scrivere solo chi ha vero talento nelle vene).
Tu che leggi, sai anche che tutto questo è in cammino da molto tempo: un declino umano più che una folgorante apocalisse, ma anch’esso ha avuto i suoi profeti. “Non mettere l’insetto in copertina, scrive Kafka all’editore della Metamorfosi: nessuno mostri l’insetto, neanche da lontano. Lo sa benissimo Kafka, il perchè. Lui sta scavando il pozzo di Babele. E dalla morte di Gregor Samsa, rappresentante di tessuti, la letteratura si è riempita d’insetti.
E come i libri, il cinema: invasioni di locuste, donne e uomini ragno; mosche, sciami di vespe, pasticcini farciti di blatte. Ma i più strani di tutti sono i ragni” (così scrivi, Silvia, e si capisce con quanto amore e quanta pena distilli il senso di un’intera cultura, che è il contrario del vacuo citazionismo).
E in questo nostro mondo di persone senza personalità riconosciuta se non quella che ci si ostina rabbiosamente ad esibire, il potere ha cambiato le nostre città in spazi di perenne esposizione e diuturno controllo: “E’ iniziata coi primi guasti: motivi di sicurezza, e potevano ormai spiare dappertutto; e tutte quelle telecamere erano sprecate, se potevano soltanto ricevere. Dopo ogni allarme, si sgretolavano i diritti. E per la sicurezza lavorava il progresso, parola che non manca quasi mai: tecnologie subliminali, ma nessuno ne parla e nemmeno che fossero dei geni, quelli che hanno pensato ad applicarle. E’ roba di molti anni fa, regolarmente brevettata all’estero; illegale, vietata, ma basta un po’ di terrore sociale e le soglie della legge si abbassano”.
E’ in una di queste nostre città, la Bologna di un futuro talmente prossimo da confondersi col presente, che si ambienta il romanzo d’esordio di Silvia Tebaldi, che scarta subito la soluzione più facile per un noir, cioè quella di un protagonista solitario e scultoreo, e identifica il soggetto del racconto in un gruppo.
Un gruppo post-familiare, post-ideologico, post-sessuale: Mara, Elia, Rita e Vliet, sono uniti tra loro da qualcosa di più che un brutale istinto di sopravvivenza, e qualcosa di meno che un ideale riconoscibile. E’ l’umanità, pura e semplice, quella che li spinge a raccogliere gli scarti dell’alveare di cui nessun altro è disposto a curarsi: malati terminali, bambini con problemi di apprendimento, rottami con una storia troppo lunga per poter essere raccontata. E saranno proprio loro, grazie alla percezione sottile di chi fa ancora caso al rumore che precede l’alba, ai dettagli di una vecchia foto, ad entrare in contatto con un delirante clan che pratica l’unica religione capace di sedurre l’uomo terminale: quella della dolce morte.
Resistervi, perchè? Per nessun Dio, se il linguaggio non sa più nominarlo. Per nessuna ragione, se la Rete ha solo noduli e non percorsi necessari. E allora? Per il cuore umano, per la compassione, per l’alba di domani, per la vita che è più di ognuno dei suoi giorni. Vale più questo libro di cento tirate filosofiche contro il nichilismo dei tempi.
Bellissimo esordio, scrittrice da tener d’occhio.
Vuoto centrale, Perdisa Pop 2009














dublinese detto
bella copertina,anche il libro penso