RASOTERRA (4). “I libri che vivono” di Davide SAPIENZA
Pubblicato da Giovanni Nuscis su febbraio 20, 2009
C’è una cosa che succede a chi pubblica libri. È una cosa strisciante che ha drammaticamente cambiato l’editoria. Questa cosa si chiama mancanza di coraggio. Spesso capita che arrivi un autore debuttante o uno più navigato, e che si senta dire, “bello questo lavoro, però…” Non è una protesta contro gli editor, quella che state per leggere, ma solo un modo per riaffermare come un’opera, se a un editore piace, a volte può subire interventi strutturali minimi, per poter esprimere al meglio se stessa ma non può essere la regola “aggiustare” libri che così perdono la propria originalità.
Nessuno di noi scrittori è perfetto e il lavoro con l’editor è spesso affascinante – questo sinché viene rispettata la natura dell’opera. Ma a volte capita di sentire storie incredibili: libri firmati da chi li ha proposti ma completamente sconvolti dalle ambizioni di editor che hanno sbagliato mestiere. E non parlo dei “ghost writer”, quelli che scrivono libri per quelli che poi li firmano. Parlo di gente che ha la forza e il coraggio di credere in un’opera e di difenderla, a costo da rinunciare a un contratto.
In questi anni mi son capitati diversi manoscritti interessanti, alcuni sono poi usciti per i canali classici, altri no. E non c’erano ragioni qualitative, solo misteri sfuggenti. Io ho la fortuna di uscire nei canali classici ma di rivendicarmi un territorio totalmente libero, quando si tratta di opere poetiche e di immagini (come mi è anche capitato di recente), per riservarmi lo spazio di creare qualcosa di speciale far scoprire con discrezione ai più curiosi.
In queste settimane ho tra le mani due libri che vorrei definire straordinari, sia nel senso letterale della parola che in quello contenutistico. Uno si intitola L’occhio del viandante. Me lo ha regalato l’autore, un “filosofo del viaggiare” chiamato Sandro Cordeschi, vive a L’Aquila, Abruzzo. Il libro parla di un viaggio dell’autore ma è come dice le cose attinenti al viaggio che lo rende straordinario. Gran parte dei libri di viaggi sono noiosi, superficiali, ripetitivi. Sembra esista un unico neurone del viaggiatore da discount, e che sia come una sim card con sempre gli stessi sfondi e le stesse suonerie. Non appena apro una pagina mi assale il sonno cosmico, preferisco altro. Poi, ecco che ti capita un libro come L’occhio del viandante, e ti chiedi: perché non è uscito per un grande editore? Cordeschi riesce a descrivere cose comuni a tutti i viaggiatori, poi le universalizza lungo il suo sentiero, le intinge nello spiritus mundi, coglie il genius loci e restituisce intatte riflessioni nelle quali ci si identifica. Il libro è edito per il progetto “Dall’Abruzzo al Mondo” e per averlo vi consiglio di scrivere a info@lhasa.it .
Poi c’è un altro volume che mi ha ammaliato e affascinato. È il libro fotografico di Davide Verderio e ci porge con delicatezza un viaggio nel Ladakh, in Tibet. Quasi In Cielo – Viaggio in Ladakh ci parla con poche, semplici, ma dense parole che lambiscono le splendide fotografie. Davide compie con la macchina fotografica quella magia che Sandro Cordeschi compie con le parole. Sempre di immagini/immaginario si tratta: sempre di relazione con il paesaggio fisico che diventa interiore e si tramuta in potente spinta poetica spirituale. Davide ci ha dato qualche foto che vedete in questo post. Se vi interessa il libro, scrivete a lui: d.verderio@gmail.com .
Morale della storia. Quando si scrive un libro la prima cosa da fare è rispettare l’ispirazione. Poi, la tecnica che utilizziamo per esprimere quella cosa che in fondo non ci appartiene, il misterioso discorso che viene dal grande universo immenso. Queste di cui vi ho parlato sono pagine fatte di una materia insostituibile: la vita.
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Viaggio in Ladakh. Fotografie di Davide Verderio
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robertorossitesta detto
In un’editoria che fosse ancora capace di rispettare la letteratura come fenomeno non puramente commerciale, l’editor dovrebbe servire a dire “sì”, “no”, “se vuoi lavoraci ancora e magari ritorna”, “facciamoci una bella chiacchierata per chiarirci le idee a vicenda”, e/o segnalare tutt’al più qualche svista materiale.
Quanto sopra ovviamente perché in un autore che sia un autore davvero anche le deroghe rispetto alla norma linguistica e alle tecniche dell’esposizione rappresentano al limite idisosincrasie, e concorrono a rappresentare una visione del mondo, pertanto non vanno normalizzate. Sempre che l’autore sia autore davvero, condizione che, mi rendo conto, apre un discorso lungo e niente affatto scontato.
Se viceversa il problema è solo quello di far soldi meglio tentare altre strade, per quanto il carrozzone sia allo sbando le occasioni non mancano.
Segni però confortanti, pianticelle miracolosamente verdi nel deserto, gli autori e gli editor in controtendenza che non solo resistono ma addirittura alzano la testa per far vedere e ascoltare non loro stessi ma delle opere che, ne sono e ne siamo convinti, provengono dritte dall’anima del mondo.
Grazie e un caro saluto,
Roberto
robertorossitesta detto
tecniche dell’esposizione =
tecniche dell’espressione
idisosincrasie = idiosincrasie
Scusate e ancora saluti,
Roberto
Giovanni Agnoloni detto
Bravo Davide, la scrittura, come la fotografia e qualsiasi altra espressione artistica, è una questione di cuore. Su questo non si può contrattare, altrimenti scrivere diventa un lavoro impiegatizio qualunque (con tutto il rispetto per gli impiegati, ché lo sono stato anch’io). Il vero editor (e per fortuna ce ne sono) sa capire l’anima dello scrittore che segue, e aiutarlo a esprimerla nella forma migliore, e non pretende di sostituirsi a lui: sono solo necessari apertura e spirito di dialogo, ma non si possono accettare comrpomessi che snaturino l’essenza della creatività individuale.
Le opere che segnali sono veramente degne di attenzione.
Un caro saluto,
Giovanni Agnoloni