Roberta Borsani, Il rosaio d’inverno
Pubblicato da giorgiomorale su marzo 18, 2009

si sono rotte le acque dell’origine
si sono rotte le acque dell’origine
fingere
d’essere nulla
non è più necessario
l’erba non fa rumore la pietra sogna
passa un ciclope enorme
come una nube
tutto il verde delle cose sale
alle stanze del visibile
un figlio dell’uomo dice
albero
allodola
fiume
e gli alberi sono gli uccelli sono i fiumi sono
e siamo noi piccole anime siamo
felici del nome
orgogliose del seme
pascoliamo
le tumide cellule
chiamando a raduno
dolcemente le spinge l’anima mundi
con l’umido muso…
*
l’erba tace più forte
l’erba
tace più forte dopo la pioggia
è signora
non ha niente da dire
qui si nasce e si muore
più volte
ecco tutto
strisciano sul mondo umido
le prime nate della creazione
bestiole del latte
venuto dalle lune di Nettuno
la vita è questo
sporgersi quieto
delle cose nell’acqua
volgersi
al ramo della luce
con immensa lentezza
*
gli animali della sera
gli animali della sera
fiutano la luna
scivola un sogno
sotto una foglia
se c’è un’ombra sulla scala
non è niente non è nessuno
forse
è soltanto un ricordo che trema
e non osa morire
forse è la morte stessa
che ondeggia ubriaca
(a volte lo fa)
è l’ora del salice sull’acqua
delle cose quiete
inesorabili
è l’ora dei pugnali
e delle perle
quando il gambero di fiume
incontra pesci d’argento e denti
aguzzi
*
c’è un fiume che i vivi
c’è un fiume che i vivi
divide dai morti
ma il corso
non è sempre chiaro
talvolta
(sebbene sia raro)
cade fradicio un albero
e unisce le rive
morti e vivi s’incontrano
ci si bacia alla bocca
ci si scambia dei fiori
poi gli addii e le promesse
d’incontrarsi di nuovo e
per sempre
lentamente
il tronco s’immerge
chi rimane ritorna sui passi
chi è in pace
nell’acqua sprofonda
*
i tuoi incantamenti
i tuoi incantamenti
di mattine
color spuma del mare
lasciali giugno
ti prego
non dissolverli
nell’afa del mese che viene
*
posso fermarmi qui
posso fermarmi qui
dove l’acqua è più verde
c’è un tenue
crescere d’ali
tra i fili dell’erba
un venire alla luce
entro fiocchi di bava
che non ferisce
nascendo
non fanno più
rumore del prato
gli insetti
e non soffrono
d’essere meno
di ogni altra cosa
*
furono mesi di cometa
furono mesi di cometa
mio padre era ancora in vita
pallido e senza voce
andava e veniva
(andava e veniva)
io restavo coi figli
a guardarla ogni sera
a berne
la luce gassosa con l’anima
- passa ogni
centinaia di anni
illumina pia
grumose distese d’aria morta
non ci saremo credo
dicevo
la prossima volta
*
il rosaio d’inverno
la notte
che finì con l’incanto
degli unicorni giunti
a nozze
- ricordi? -
noi piantammo un rosaio
che negli anni a seguire
ci diede molti figli
s’infuriò forse un dio
roso da invidia
perché un inverno
pallido
più del gelo
lo uccise.
Non fu nostra la colpa.
*
suonano a morto
suonano a morto
è finito un sogno
qualcuno
consegna il proprio nome
per sempre
grida una rondine cade il sole
piange nell’ombra un corpo
nudo d’essenza
* * *
Dall’Eden al d.n.a
di Fabio Franzin
“Per fare un prato occorrono un trifoglio ed un’ape –
un trifoglio ed un’ape
e il sogno!
Il sogno può bastare
se le api sono poche.”
(Emily Dickinson)
Ora che l’attenzione all’ecologia – per i preoccupanti segnali che la natura ci invia, da troppo tempo, e purtroppo inascoltata, a causa delle sue sempre più allarmanti condizioni – non è più solo il nobile attivismo di pochi animi eletti, per il poeta (di casa in Arcadia, qualunque sia l’epoca in cui vive) è, e come potrebbe essere altrimenti, un disperato grido d’amore, innervato anche dalla espiazione di una colpa antica (l’essere stati scacciati da un Eden a un altro, l’averlo corroso, l’altro cui siamo approdati, perché “si sono rotte le acque dell’origine”). Roberta Borsani fa agire – nella sua raccolta, fra parole ora acuminate come spine, ora umide e morbide come l’erba china al docile peso della rugiada – questo grido, come freccia scagliata da una fiaba a trapassare le pagine, e la colpa è la pietra sognante in cui esso si è modellata la selce della propria punta.
“L’erba non fa rumore la pietra sogna” dice, appunto, un verso tratto da Il rosaio d’inverno, oppure: “scivola un sogno / sotto una foglia”, o ancora: “per fortuna ci sono i sogni”; ne aggiungo solo un altro: “e se muoiono le api / siamo noi / della stirpe di Caino”, ed ecco che Roberta ricompone, come per magia, la splendida poesia di Emily Dickinson che ho voluto in epigrafe a queste mie note sulla sua raccolta. “Per fare un prato (…) Il sogno può bastare / se le api sono poche” afferma la Dickinson; per fare natura, diremmo noi, ora. Per ridarci uno spazio verde in cui lasciar volare, ronzare le nostre parole, osservarle posarsi su un fiore, su un altro, assurgere nettare e trasmettere polline (la Borsani è stata anche apicoltrice, fra l’altro): ricreare, attraverso il laboratorio della scrittura, il ciclo della vita, cioè.
Ma come per la Dickinson, così per la Borsani, il poeta al cospetto della natura non è mai un semplice copiatore di foglie: la “lettura” di un filo d’erba rimanda ad una sapienzialità irta di dubbi, quando non sono solo spine, e l’elenco, il florario interno all’alfabeto è sempre un dialogo che si intesse fra creatura e creatore, un compendio che variega le sue voci fra la religiosità dell’attenzione e la cura del proprio disagio: “io so come si mastica / la felce dell’angoscia”. Così, se bastasse un solo verso, meno, una sola metafora per dire l’afflato panico della Borsani: le “mandrie del fiume” che permettono, esalando nella sua penombra, lo sbocciare dei narcisi, dice che davvero qui ci troviamo di fronte ad un poeta che non si limita a “respirare” la natura che osserva, ma avverte il bisogno di andare oltre l’immagine, il fondale presentato dietro il paesaggio, per indagarla al suo interno, e giù, giù ancora, sino alle più minuscole cellule, alla sbarra del mistero, nel d.n.a. dell’assoluto. Questa metafora ne ricorda una, analoga, di un altro grande maestro (insieme a Jaccottet, a parer mio, e a non pochi poeti cinesi), dell’indagine fra scienza e idioma, fra natura e poesia: Andrea Zanzotto, quando nomina, e aggettiva il fiume Piave: muscolo di gelo.
I versi della Borsani sembrano stati scritti come nelle pause di un continuo dormiveglia che si impastoia e si dibatte fra sogno, mito e natura, e rapidi, bruschi ritorni alle amarezze di un contingente vile e desolante: “la mia anima è antica / questo luogo la offende”, dove il luogo che offende è l’ora, l’epoca attuale, certo, ma è anche un luogo epurato, scardinato da una idea, se non di Arcadia, perlomeno di prateria, di radura. Allora la capriola alla fiaba, alle sue semplici e ferree regole di costruzione, con la loro “morale” sottesa; allora, dentro la notte, l’attesa del carbone e dello zucchero, dei campanellini: “vengono di notte / lasciano le porte socchiuse / segnano le soglie”; ma non prima di una breve, centrale e centrata parentesi all’addio, alla perdita di amici e familiari che ci lasciano già come “anticipatori” di quel luogo così tanto favoleggiato: in l’uomo dei dolci è morto per sempre, siamo compartecipi dello svanire di una di quelle magiche figure della nostra infanzia “le mani / stracolme di visione” egli ci abbandona “affacciato al balcone / di una casetta di marzapane / ambulante nel mondo”; così come lo stupendo trittico in memoria di Anna è già l’annuncio di un sipario attraversato per la tanto rimandata recita nella sacra terra dell’origine, di una realtà più sorella e comprensibile: con le sue bacche, la sua principessa, l’argento e i cristalli, i conigli…
Nella sezione Fiabe siamo ormai approdati nel territorio dove la parola trova, e riconosce le proprie radici e può finalmente lasciarsi giocare fra le dolcezze e le crudeltà di un “adesso” che, qualsiasi siano o escano dal mazzo, ha il coraggio di mostrarle le sue carte, i suoi tarocchi; per l’andamento sintattico, echeggia della canzone “volta la carta” di Fabrizio De André, dove troviamo la bambina che “tesse / scialli d’ortica per i fratelli”, stupenda immagine che riassume tutta la naturale verità della fiaba: un po’ protezione al gelo, agli spifferi freddi della realtà, un po’ castigo.
In uno degli ultimi testi di Il rosaio d’inverno, Roberta Borsani afferma che solo “chi scalza una volta / ha marciato sui fiori / sovrana” può osare il chiedere a Dio la salvezza. Un verso azzardato, irrispettoso? Non so. Io sono sempre più propenso a credere che chi abbia provato il contatto diretto col manto della terra sente di poter persino parlare con gli angeli. Il poeta, in fondo, non è colui che cammina, scalzo, fra i fiori e le spine della realtà, sull’erba delle proprie parole?
In punta di piedi, magari, come Roberta in questa sua splendida raccolta d’esordio.














metrovampe detto
Delizia nel fiorire -è il caso di dirlo- delle immagini, nella costruzione del verso, nell’affondare con vigore di cuore nel gemmare dell’Essere.
Ermanno detto
Ottime, anche a mio avviso. In particolare quelle di sapore “stagionale”, come “i tuoi incantamenti” o “il rosaio d’inverno”.
Gena detto
Fin dalle prime parole ho sentito la forte influenza della Dickinson, sono belle, che altro dire.
roberta detto
Grazie a Giorgio per l’attenzione che ha riservato ai miei versi e a La poesia e lo spirito che li ha ospitati.
Ringrazio anche Gena, Metrovampe, Ermanno per le belle parole.
Roberta
robertorossitesta detto
La scrittura poetica di Roberta è funzionale, con essenzialità e precisione non disturba ed esalta.
Niente giochetti in questo libro: solo un gioco leggero e serissimo di morte e di vita.
Grazie e auguri,
un caro saluto,
Roberto
marino magliani detto
Le immagini sono molto belle, ne esce fuori la grandezza di una natura, sofferente, e i miti,come diceva Giorgio.
Se non fosse che temo qualche scappellotto da parte dei soliti
che stanno dietro l’angolo, vorrei dire che ci vedo il passo di certi mitomodernisti.
Una bella voce insomma.
enrico de lea detto
La citazione della Dickinson mi pare assai giusta nel caso della Borsani – è una poesia all’apparenza semplice, ma è quel “semplice che è difficile a farsi” – c’è un grande viaggio nel mito e in una mitografia quotidiana che dètta il passo e la voce – c’è un grande lavoro sull’anima – alcuni incipit sono poi di grande efficacia, di grande potenza (“si sono rotte le acque dell’origine”…”sono pastori dei paesi d’acqua…”).
Davvero complimenti, E.
angelo pini detto
LA CHIAVE è LA MADRE LA MORTE
SARANNO ANIMALE PER INTERESSE
L’AMARO GUSTO DELLA PASSIONE
APRIRE UNA CERNIERA
DEGLI ANNI CHE PASSANO
IL RAME SCAMBIATO PER ORO
IL TEMPO SEPARA L’ETà DEL PIACERE
DALLE OMBRE CHE SAGGIAMENTE BIANCHE
ALLENTANO LA CIVILTà DELL’AURORA
SI RIPRENDE IL CORPO
CON LA LUCE DEL VIVERE FINITO
CI SI INBACIA DI RESPIRO
SI SON ROTTE LE ACQUE
LA VITA CHE SALE