La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

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Commiato a Infinite Jest, di David Foster Wallace

Pubblicato da eziotarantino su marzo 23, 2009

di Ezio Tarantino

Che libro è Infinite Jest, che ho finalmente terminato di leggere da qualche giorno? Un capolavoro? (cos’è un capolavoro? Un libro per tutti? Infinite Jest, è evidente, non è un libro per tutti – ma esistono, poi, libri per tutti?) E’ certamente un libro mastodontico che lascia un vuoto enorme. Esistono però libri molto piccoli che lasciano un vuoto altrettanto enorme. Il volume, dunque, non c’entra. Ci può essere solo un verso, uno soltanto, a lasciare un vuoto enorme, così come un nome, una parola sola, meno di un nome, il suo ricordo, la sua ripetuta cantilena mentale, la sua iterazione infinita priva di suono, di valore, di senso. Il nulla lascia un vuoto enorme. Dunque le dimensioni del libro non lasciano in eredità, in quanto tali, né un vuoto né un pieno proporzionato.

Infinite Jest è il libro della Dipendenza, è l’Enciclopedia della Dipendenza e di ogni tipo di Nevrosi e/o Disturbo della personalità maturato in ambito familiare e non, e alla fine l’unica cosa sensata che mi sembra io possa fare è ricominciarlo daccapo.

Non vorrei fare di questi mesi trascorsi con lui una parentesi, ma vorrei potermi ricordare di tutto e rivivere un’altra volta lo stesso viaggio. Io tendo a scordarmi di ciò che leggo e che vedo. Specialmente l’intreccio. Quello che mi resta è solo la polvere dalla trama, precipitata, che si sparge e confonde, ed è tutto ciò che resta. Sì, la cosa più fosterwallaciana che potrei fare è ricominciare daccapo, e assumere dentro di me una nuova ossessione. Trascrivere per esempio i nomi di davvero tutti i personaggi; o di davvero tutti i film di J.O. Incandenza (fondatore della Accademia di Tennis dove si svolge per larga parte il romanzo, padre di uno dei personaggi principali, il giovane talentuoso tennista Hal,  e autore di film d’arte dai titoli come: Lo sfortunato caso di Me stesso,  o Begli Uomini in Piccole Stanze Che Usano Ogni Centimetro di Spazio Disponibile con Efficienza Impressionante) Ma è stato già fatto. E poi perché tendere a questa identità empatica? Per affetto? per saldare un debito di ri-conoscenza?

Il debito maturato nei confronti dei bei libri che ci accompagnano nella vita è per sua stessa natura inesigibile. Però, in certe occasioni, resta una speciale amarezza dovuta al fatto di non poter restituire almeno parte di ciò che si è ricevuto in dono.

DFW, si sa, si è suicidato nel settembre scorso. Come J.O. Incandenza (in un modo molto meno spettacolare: Incandenza-padre si è ficcato la testa nel forno a microonde, facendo esclamare ad Hal, al suo ritorno a casa: che buon profumo). DFW è morto non sopportando il peso che opprime pressoché la totalità dei personaggi di questo libro.

Che libro è Infinite Jest? l libro della Dipendenza, della Depressione, della Fuga, del Disagio, di una piuttosto cinica Rinascita delegata ai programmi di recupero degli alcolisti anonimi, di una assoluta mancanza di Risorse Morali e Pratiche. Un libro di cui non mi sentirei di consigliare la lettura alla leggera. Un libro che non chiede identificazione, la aspira. Che non chiede al lettore di specchiarsi ma di farsi specchio, disorientandolo, facendogli assumere, attraverso una quantità di materiale narrativo esorbitante e parossistico, ogni debolezza e il rimpianto del mondo.

Non ho la presunzione di parlare di Infinite Jest. Di scriverne una recensione. Per la sua complessità, certo. Ma anche per un motivo secondario, ma in qualche modo essenziale.  Proprio il fatto che DFW non c’è più. Se fosse stato ancora vivo le probabilità che avesse potuto leggere quanto io mi sarei sforzato di scrivere non sarebbero state più alte di quanto non sia ora. Non si tratta di questo.

A me sembra che la sua scomparsa renda un esercizio inutile cercare di parlare di qualcosa che riguarda il suo autore più di quanto un libro abbia mai fatto prima. Parlare di un libro come questo, alla luce della vicenda personale del suo autore è come se, davanti al tavolo autoptico, ci riferissimo alla vittima come una persona viva, gli rivolgessimo delle domande a proposito delle modalità della sua fine (e non in modo metaforico).

Un libro è una cosa viva, sopravvive al suo autore, ne prende le distanze e diventa patrimonio universale, ma in questo caso ho il forte sospetto che così non sia. Questo non significa che il volume stampato e rilegato in vendita nelle librerie o in rete sia destinato a macerarsi negli scaffali dei libri dimenticati. Tutt’altro (spero). Significa che il suo spirito, la sua dialettica intellettuale, tanto intrinsecamente correlata alla biografia del suo autore, che non vi ha trovato riscatto, dovrà arretrare di fronte a questo fallimento, per una forma di pudore, di rispetto. Ecco, il libro è la rappresentazione di un fallimento esistenziale e culturale. Si dice infatti che la scrittura aiuti, riscatti, dia una via d’uscita (“La differenza fra suicidio e omicidio consiste solo nel dove credi di vedere la porta per uscire dalla gabbia”, IJ, p. 308). In questo caso la scrittura come omicidio del Sé malato ha perso la sua battaglia: come si può parlarne in termini meramente estetici? Come si può parlare con distacco di una tragedia personale?

E dunque, preso in questa aporia (essendo stato il suo autore vittima del/nel proprio romanzo, ed essendo io debitore di una esperienza inevitabilmente estetica, non emozionale – è un difetto? Infinite Jest raramente emoziona, è un romanzo di testa, puro distillato di intelligenza e angoscia, divertimento macabro, di cielo e di inferno: l’universo letto con in mano il dizionario etimologico del dolore) non dirò nulla di/su Infinite Jest e raccomanderò di leggerlo solo se si è preparati a un viaggio da farsi con lo spirito di un diciassettenne che non ha paura di ritrovare se stesso ed è disposto a ricordare ed accettare tutto.

“Sentire che non ce la fai e devi farcela per forza, in una cella. Una gabbia del Penitenziario di Revere per 92 giorni. Sentire il dolore di ogni secondo che passava. Vivere un secondo alla volta. Suddividere il tempo in tante micro-unità. L’astinenza. Ogni secondo: si ricordava: il pensiero di sentirsi come si sentiva in questo secondo per altri 60 di questi secondi – non poteva farcela. Non poteva farcela. Doveva costruire un muro intorno a ogni secondo per sopportarlo. [...] Poteva accovacciarsi nello spazio tra due battiti del cuore e fare di ogni battito un muro e vivere là dentro. Non permettere alla sua testa di guardare sopra il muro.” (IJ, p. 1147)

15 Risposte to “Commiato a Infinite Jest, di David Foster Wallace”

  1. Don Gately detto

    Quando si deciderà la verità a finirla con noi?

  2. ezio detto

    Complimenti per il nick! (te le volevo già fare qualche commento fa, ma sapendo che avrei pubblicato questo articolo ero certo che avresti lasciato qui un commento!)
    Ezio

  3. Don Gately detto

    Per forza per forza.. (grazie)

  4. Giancarlo detto

    il più bel commento che ho letto su Infinite jest e sul dolore di doverlo lasciare a fine lettura (io comunque non lo lascerò). Giancarlo

  5. red_fox detto

    Complimenti. Mi piace molto quello che hai scritto su IJ.
    Lo sto leggendo, sono parecchio indietro, ancora, e alle volte ho l’impulso di smettere. E’ un libro che mi rattrista e nello stesso tempo mi affascina.
    Vado avanti con determinazione.
    Ciao.

  6. ezio detto

    Mi piacciono questi commenti tardivi… danno il segno della non inutilità della rete, della non-trivialità, del non -effimero. E poi mi piacciono i complimenti!
    Grazie e buona lettura!
    Ezio

  7. Marco detto

    Bell’articolo, concordo su tutto. Complimenti.

  8. ezio detto

    Grazie,
    Ezio

  9. giulia detto

    appena letta l’ultima frase, immediatamente e senza pensarci, sono tornata alla prima. e ho riletto. e finalmente ho pianto. ma straziata sul serio. e non era emotività, non era sentimento. era l’unica cosa sensata.

    ho dovuto iniziare i karamazov per elaborare il lutto. non mi sono concessa nemmeno un giorno di pausa. mi manca.

  10. Nicolò detto

    Ho finito oggi il libro e davvero sento che mi mancherà. Mi mancherà anche DFW poiche ho ormai letto tutto quello che c’è di suo in italiano.
    Sono daccordo con eziotarantino: lo rileggerò (anzi confesso che avevo già iniziato da qualche giorno mentre la fine si avvicinava… non sarà mica come che effetto del libro sia analogo a quello dell’”intrattenimento?!?. Un capolavoro assoluto.

  11. massimo detto

    non so francamente cosa dire. E’ come se mi trovassi ad una delle sedute degli Aa di Boston per parlare della mia dipendenza da IJ.

    massimo

  12. Che bella “non-recensione”. Grazie, Ezio.

  13. Emanuele detto

    Stamattina ho finito di leggere Infinite Jest….appena letta l’ultima riga ho DOVUTO rileggere il primo capitolo! Durante la lettura ne ho riletto varie parti più volte….l’ho iniziato ad agosto, credo che avrei potuto finirlo mesi fa, ma inconsciamente non volevo finirlo: lo riprendevo, lo rileggevo, lo accantonavo per qualche giorno per poi divorarlo accanitamente, magari riniziando da cento pagine più indietro!! penso sia il libro più incredibile che abbia letto, e già mi manca! appena concluso mi sforzerò di non rileggerlo…subito, per non finirla anche io in un intrattenimento infinito!

  14. Fabio detto

    girando per il web mi sono imbattuto in questa bellissima non-recensione(cit.) di “commiato a Infinite Jest”…il libro è qui di fianco a me, sulla scrivania; dopo un tempo lungo forse quello che doveva, ho deciso di acquistarlo e questa sera ne inizierò la lettura…

  15. FreeThink detto

    Siamo ad aprile 2012, mese dei cambiamenti che porta qui ancora una volta, prima di tante altre volte, un piccolo Uomo che ha letto un grande Uomo. Avrei voluto costruire un piccolo muro intorno ai ricordi che ho la certezza di perdere lentamente.. ma il libro è lì, basta riprenderlo per ricominciare a sognare.
    Grazie Ezio per aver offerto un piccolo spazio “interessante” ove lasciare il proprio pensiero.
    Ad maiora!.

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