Zingari di merda
Pubblicato da sparzani su marzo 23, 2009
di Antonio Sparzani

buche ricoperte con la paglia a Lişteava
È il ritornello che percorre tutto il libro – zingari di merda – flash impietoso e accorato di Antonio Moresco, resoconto di un breve ma molto intenso viaggio in Romania che Antonio ha fatto con alcuni rom, tra quelli sgomberati dalla Snia di Pavia. È un ritornello che ironicamente e amaramente ripetono gli zingari stessi, facendo il verso a quei numerosissimi italiani che li investono con questo gentile appellativo.
È un resoconto scarno e attento di un viaggio su una “vecchia BMW dalla fiancata sfondata” che Moresco compie, insieme con il fotografo Giovanni Giovannetti in alcune delle città, ma no città, luoghi, villaggi, baraccopoli, catacombe, abitate – si fa per dire – da zingari di varie etnie, Rom, Sinti, Kalé.
Le prime pagine sembrano proprio null’altro che questo, un diario, un taccuino nel quale sono stati scelti con cura e annotati percorsi, incontri, dati oggettivi. Dopo poco, però, nel dialogo tra Antonio e Giovanni balza fuori un grido, un grido alto e squillante, uno sguardo penetrante e disperato su una condizione di vita e di esistenza che tutti conosciamo da lontano, che tutti cerchiamo di rimuovere, perché abbiamo già tanti problemi.
Fin dall’antichità, dice Moresco, i cosiddetti barbari invadevano, conquistavano nuove terre, con combattimenti, guerre guerreggiate, scontri di potere interni ed esterni; gli zingari “questo popolo errante, un po’ sedentario e un po’ errante, che si sta spostando da secoli, disperso, scacciato, questo cerchio che non riesce mai ad aprirsi e a spezzarsi, finito nei forni crematori assieme agli ebrei come «razza antisociale», con la sua irresistibile prolificità da miserabili, con la sua inarrestabile spinta vegetale” invece “sono gli invasori che non combattono. Per questo non perderanno. Non perderanno più di quanto non perderemo alla fine tutti quanti”.
Moresco non nasconde gli aspetti peggiori che si trovano percorrendo i fiumi di questa gente speciale, il furto, la prostituzione, le piccole truffe, fino al commercio dei corpi di adolescenti e bambini, venduti ai non meno ignobili mostri della società affluente.
È considerando tutto questo che Moresco prende le distanze dagli atteggiamenti estremi che è dato osservare nella nostra società nei confronti di questo popolo, da una parte coloro, e sono certo i più, che li vorrebbero eliminare, esorcizzare, scacciare dalle proprie vite, e dall’altra “c’è chi, altrettanto stupidamente, ne fa un feticcio positivo e una caricatura di segno opposto: gli zingari felici, con la loro libertà e i loro stracci colorati, le loro musiche, i loro balli e le loro feste, con il loro rifiuto dei nostri modelli economici e sociali di vita, il regno anarchico della libertà”. Sono tutti e due, dice Moresco, “soltanto modi diversi per disinnescare l’indigeribilità di questo popolo incomprensibile e inestirpabile.” Nella specificità dell’identità zingara, Moresco vede un fondo ancora misterioso, accresciuto dal fatto che essi non possiedano una tradizione scritta, una storia controllabile su documentazioni inoppugnabili. “L’esistenza, ancora oggi, – scrive – di un simile popolo non si spiega solo con i meccanismi economici. Ci sono strutture precedenti che non si sciolgono dentro l’acido totalizzante dell’economia e dell’influenza ambientale.”
Sessanta pagine di testo, tra le quali non più di una decina raccolgono queste riflessioni a caldo, questi pensieri non sistematici eppure così generali su un pezzo di umanità che sempre più è in mezzo a noi, sessanta pagine che si leggono e si rileggono non senza turbamento.
A queste seguono circa venticinque pagine di documentazione fotografica, a cura di Giovannetti, che inserisce, a commento alle sue parlanti fotografie, un notevole complesso di dati sulla popolazione zingara in Romania, dalla situazione sotto Ceauşescu, alle odierne baraccopoli, almeno una delle quali l’immagine che vedete qui sopra tuttora orribilmente semisotterranea.
Non solo un resoconto, dunque, una testimonianza penetrante e non dimenticabile.














mbaldrati detto
Ne ho letto un estratto, sul primo amore direi, e l’ho trovato interessante. Sono d’accordo con questo passo:
“Moresco prende le distanze dagli atteggiamenti estremi che è dato osservare nella nostra società nei confronti di questo popolo, da una parte coloro, e sono certo i più, che li vorrebbero eliminare, esorcizzare, scacciare dalle proprie vite, e dall’altra “c’è chi, altrettanto stupidamente, ne fa un feticcio positivo e una caricatura di segno opposto: gli zingari felici, con la loro libertà e i loro stracci colorati, le loro musiche, i loro balli e le loro feste, con il loro rifiuto dei nostri modelli economici e sociali di vita, il regno anarchico della libertà”. Sono tutti e due, dice Moresco, “soltanto modi diversi per disinnescare l’indigeribilità di questo popolo incomprensibile e inestirpabile.”
E’ vero, è un atteggiamento retorico, i belli e perdenti a tutti i costi, ignorando ogni libertà di analisi. Non si tratta di mitizzare, ma di capire, ascoltare, e accettare anche.
Per il resto un altro scrittore si è occupato a fondo di zingari, scrivendo articoli e credo anche un libro: Tabucchi. E anche in “Dracula” di Bram Stocker vi sono pagine sugli zingari. Stavo riflettendo sul fatto che gli scrittori provano una sorta di attrazione verso questo popolo che ha tratti diffusi si analfebetismo, essendo la loro cultura, fatta anche di molte storie, perlopiù orale.
Credo quindi che, al di là degli aspetti sociali e politici, vi sia anche una forma importante di attrazione da parte di chi si occupa di parola scritta verso la cultura non-scritta, ma orale.
macondo detto
Non so se di fronte a realtà sociali così gravi, di fronte a condizioni umane così terribili, serva o sia utile scrivere un libro. Ossia non so se basti o serva rivolgersi a chi già, in qualche modo, sa. Non so se serva “risvegliare” le coscienze di quella minoranza che già sveglia è, perché minoranza critica, informata che già conosce (l’autore o la condizione sociale che descrive) e che quindi può soltanto apprendere qualche dettaglio esperienziale di quella narrazione, perché già conosce la situazione di base, storica e attuale, dei rom.
Il punto, insomma, è: quanti “amici di Maria” (De Filippi)& C.,che sono la maggioranza del popolo italiano, leggeranno il libro, o, compratolo per sbaglio, andranno avanti a leggerlo, o non torneranno invece in libreria per farselo cambiare? E più facile che uno di questi “amici” bruci un libro simile che lo legga. Allora: è utile o serve scriverci un libro? A chi serve, per chi è utile?
lambertibocconi detto
Be’, se è bello “serve” sempre sub specie aeternitatis.
Roberto Plevano detto
Sono d’accordo con ALB. L’attualità non può misurare un bel libro. Un bel libro non serve davvero a niente. Poi non puoi mai sapere, ogni libro cammina con le sue gambe e va lontano, qualche volta molto lontano.
Eros detto
Uno o due anni fa, in una intervista televisiva, a fronte di tutte le difficoltà che il cronista elencava a proposito di Rom e Sinti, da una parte chiamati “zingari”, don Oreste Benzi dal finestrino della sua modesta utilitaria rispose che era sufficiente riconoscerli. Il riconoscimento, anche secondo me, è ciò che manca, più dell’auito economico; purtroppo lo Stato, il Governo dell’Italia nega ancora questo riconoscimento, che è invece un atto di civiltà ed è il modo meno costoso per appianare le difficoltà che ogni giorno si trasformano in sgomberi forzati, demolizione di case di fortuna, separazione di famiglie, allantanamenti dai centri cittadini di relazione sociale. La cosa poi molto preoccupante è la condizione di abbandono di queste famiglie. Insomma, basta poco, un piccolo riconoscimento della minoranza linguistica ed etnica.
vbinaghi detto
il problema degli zingari è enorme. Sono il relitto di un mondo scomparso, in un mondo che si crede stabile e riesce solo a sua volta a fabbricare relitti.
Il libro di Moresco è bellissimo, perchè è un viaggio d’umanità e di scrittura. Non un documentario o un predicozzo. E svela scenari inimmaginabili.
linnioaccorroni detto
su ‘internazionale’ di qualche mese fa c’era un interessante reportage sul rogo del campo rom a Ponticelli firmato da Miguel Mora del quotidiano spagnolo El Pais. Mi pareun caso da manuale nel suo intreccio di affarismo,criminalità, razzismo, uso strumentale dell’informazione e manipolazione della opinione pubblica. L’oggetto del lungo articolo( da cui estrapolo dei pezzi recuperati in rete) era la condanna a tre anni e otto mesi di carcere per la giovane rom che nel maggio 2008, a Ponticelli, era stata arrestata per aver tentato di “rubare” una neonata, all’interno di un’abitazione.
Mora riporta a galla tutti i dubbi e le incertezze sulla ricostruzione dei fatti che hanno portato al quasi linciaggio della ragazza, aggiungendo altri spunti di riflessione, che rivelano pesantissimi intrecci tra politica, camorra e affari in quella zona.
La dinamica del presunto rapimento presenta molti dubbi. Dopo i primi strilli dei media, si è chiarito che non esiste un solo testimone oculare, l’unica che sostiene la tesi del rapimento è la madre della neonata, figlia di un collaboratore dei Sarno, clan camorristico locale, già arrestato per associazione a delinquere e noto per l’abilità ad aggiudicarsi appalti pubblici.
Già nei giorni precedenti al presunto rapimento, il clima intorno al campo nomadi di Ponticelli si era fatto caldo e si era già verificato qualche attacco alle baracche del campo.
Gli zingari che vivevano lì, tra l’altro, pagavano l’affitto alla camorra per stare tranquilli.
Dopo il rapimento, “la popolazione” ebbe una reazione di una violenza indicibile. Le immagini del rogo del campo nomadi hanno fatto il giro del mondo, in molti paesi hanno parlato di vero e proprio pogrom. E nessuno è stato arrestato per quelle violenze.
Prima di quei fatti di maggio, a febbraio 2008, la giunta comunale aveva deliberato, nell’ambito del piano di recupero urbano di Ponticelli, la costruzione di un progetto faraonico di 85mila mq chiamato Palaponticelli, comprendente una sala concerti, un centro commerciale con tremila posti auto e una piazza.
Costo previsto 200 milioni di euro. Andrea Santoro, consigliere locale di AN, nel denunciare pubblicamente il progetto lo definì “una delle più grosse speculazioni edilizie e commerciali che abbia mai colpito Napoli”.
Gli ideatori di questi progetto avevano però due problemi: il terreno era occupato da Nomadi stanziali e i lavori, per non perdere i contributi ministeriali, dovevano partire entro agosto 2008.
A maggio 2008 in quarantott’ ore ogni cosa è andata “spontaneamente” a posto. E il giorno stesso in cui la giovane nomade è stata arrestata, sono cominciati i sopralluoghi tecnici per la costruzione del Palaponticelli.
Eros detto
A proposito di Angelica, la giovane mamma di cui si parla per il caso di Ponticelli, c’è un articolo qui:
http://sucardrom.blogspot.com/2009/03/nisida-nisida-cosi-lontana-cosi-vicina.html
macondo detto
Questa notizia, che non conoscevo, apre un’altra prospettiva inquietante nel Bel Paese. E mi fa dire che ancora una volta istituzioni, politici, giornalisti, polizia ci stanno raccontando menzogne. Qualcuno se ne accorge, le smonta, ma la maggior parte dei cittadini, quella che conta,se le beve. Per questo mi interrogo sull’utilità di un (bel) libro, rispetto all’inchiesta, al reportage giornalistico coraggioso.
Tiziano Scarpa detto
Il libro è stato letto e commentato a scuola (con compiti scritti dai giovani telespettatori di Maria De Filippi), presentato in librerie, centri civici, biblioteche, letto e discusso da italiani facenti parte della “maggioranza” e anche da “minoranze” niente affatto già informate o concordi (ho visto e sentito di persona, in piccole librerie militanti “di sinistra”, interventi di gente che obiettava “ma i rom sono ricchi, hanno le ville in Romania”), proposto e discusso di fronte a persone che dimostravano di non conoscere affatto la “situazione di base, storica e attuale, dei rom”. Il valoroso commento di Macondo (l’ennesimo pseudonimo vigliacchetto che insieme a cento altri rende la rete questo meraviglioso luogo di confronto politico fra soggetti responsabili che si fanno carico personalmente dei propri giudizi: complimenti) è astratto, scritto senza conoscere la realtà (la diffusione del libro grazie all’impegno dei due autori, insegnanti di scuole superiori, librai, bibliotecari ecc.), basato su sociologie televisive, è un commento fatto da qualcuno che se ne sta a casa tacciando di “inutilità” altri che sono andati in giro a conoscere, documentare, raccontare e dibattere, è saccenza preventiva che esclude a priori che ci possano essere varchi, incursioni, atti di parola che informano, emozionano, modificano le coscienze.
macondo detto
C’è ultimanente, in rete, tutto un unturame di dagli al nick. Da ultimo ci s’è messo Scarpa. Tranquillo/i, nessuna schizofrenia, le mie idee le espongo sotto qualsiasi nome, mentre vedo che spesso si accettano e si discutono idee solo se suffragate dal dato anagrafico. Tra l’altro, il nick è virtuoso, perché assumendolo non si pecca di visibilità e di fotogenia (anticamera dell’egotismo), come altrettanto spesso mi capita di vedere nei blog.
Tiziano Scarpa detto
Da ultimo… E’ dal 2003 che scrivo contro i nick. Fin dalla prima ondata di euforia blogghesca. Io non so chi sia Macondo, ma l’intervento che ha fatto sull’inutilità di scrivere libri come quello di Moresco e Giovannetti è da incorniciare. E’ una delle cose peggiori che mi sia capitato di leggere in rete in questi anni. Persino l’utilità di un libro come questo viene messa in discussione! Mi verrebbe da dire “vergognati”, ma chi scrive sotto pseudonimo, per l’appunto, non ha neanche una faccia per arrossire, si mette al riparo anche da quello. “Zingari di merda” è un libro necessario e importante, ma questi fascistelli mascherati lavorano per l’appunto a escogitare argomenti capziosi.
franz krauspenhaar detto
come si fa a dire che un libro non serve? non è vero. un libro da nulla non serve a nulla. un libro importante, che apre squarci, serve eccome. i libri possono cambiarci, i libri, certi libri, ci hanno cambiato. e profondamente.
i nick sono un vecchio problema, come ha ricordato tiziano. io mi sono ritrovato recentemente proprio su queste colonne a “scannarmi” con gente “senza nome”. è chiaro che un nick ha meno penetrazione, e puo’ permettersi di rispondere e attaccare senza metterci la faccia. che in questi lidi è il nome vero, non ci sono santi su questo.
di macondo io so il nome vero, è un’ottima persona, anche se non sono d’accordo con quanto ha scritto qui.
non credo sia fascista o fascistello (ma capisco bene la rabbia di tiziano), anzi.
il problema vero è che i libri, certi libri, muovono dentro. e se muovono dentro, possono muovere anche fuori.
macondo detto
Istituiamo una volante di pronto intervento contro i nick, soprattutto quelli che non linkano e che non rimandano al proprio orticello, che sono i più paria. Non ritengo dovermi spiegare ulteriormente su quanto ho scritto, i due miei commenti sull’argomento sono sotto gli occhi di tutti, ciascuno può vedere se esprimevo dubbi (motivandoli in quanto dubbi, se no che dubbi erano?)che rimandavano a interrogazioni “politiche” più ampie, o se trinciavo verità. Ciò nonostante, mi sono beccato del “fascistello” e del “vigliacchetto”. A questo punto un dubbio, retorico, stavolta, lo esprimo. Lo Scarpa si sarebbe riscaldato così tanto contro un nessuno di nick se non si fosse trattato di uno dei suoi sodali di blog? Non basta il nome-e-cognome per garantire chiarezza e trasparenza, quando il nome-e-cognome di Scarpa, in questo thread,porta con sé ombre e opacità.
Tiziano Scarpa detto
Come si vede, costui sa addurre soltanto miseri controargomenti laterali e derivativi. Ho confutato i sociologismi subdoli di Macondo con informazioni fattuali, e naturalmente costui fa finta di niente buttandola sulla virtù dell’anonimato e sul galateo dei link. Da me inchiodato sulla astrattezza casalinga della sua critica a Moresco e Giovannetti (che invece di stare a casa a come questo vigliacchetto Macondo a scrivere capziosi commenti fascistelli, hanno dedicato un mese intero di viaggi per l’Italia a discutere e informare sui Rom nelle scuole, biblioteche, librerie, centri civici, ecc; Giovannetti inoltre si batte da anni per i Rom che vivevano alla Snia di Pavia e che sono stati sfollati, e ne ospita anche una famiglia a casa sua), costui non sa appellarsi che alla presunta persecuzione dei nickname e al fatto che quando si è “sodali” non si dovrebbe intervenire a favore degli amici. Io non ci parlo direttamente (è una linea di condotta che ho preso dal 2004: non discuto con i nickname, è una situazione non simmetrica: chi ha un nome e un cognome ha una storia, gli si può imputare incoerenza, contraddizione fra comportamenti passati e attuali, ecc.; mentre un nickname la fa sempre franca, può dire quel che vuole, tanto non gli costa niente, nessuno glielo rinfaccerà mai in futuro, né adesso gli si potrà rimproverare alcuna divaricazione fra il predicare o il razzolare, né ascriverlo a schieramenti di “sodali”, ecc., giacché tutto quel che si sa di lui – o lei – è un nickname), io parlo ai lettori di questo blog, di questi commenti: ma non lo capite che sono prodi vigliacchetti come questi che annullano il peso politico della rete, la forza della parola pubblica, il valore delle discussioni, la possibilità di compiere atti concreti con la scrittura? Per il fatto stesso che non si firmano.
franz krauspenhaar detto
il peso politico… sì, ma esiste anche la libertà personale di firmarsi come si vuole. ci sono anche delle buone ragioni per non firmarsi. ci sono persone che vogliono esprimere la loro opinione senza esporsi. è un loro diritto.
io ho fatto uso di nick (regolarmente registrati all’anagrafe dei miei amici) per scopi ludici. se devo dire qualcosa di serio uso il mio nome. non è così per tutti, certo.
e poi, sempre con questa storia del fascista, del fascistello. se devi dare del pedofilo a qualcuno, in questo paese, gli dai del fascista. ma basta no? diamoci un taglio.
la “fascistità” è un modo di essere politicamente trasversale, mi pare.
macondo detto
Macondo è vigliacchetto e fascistello dice Scarpa, e Scarpa è uomo (si fa per dire) d’onore.
Macondo è vigliacchetto e fascistello dice Scarpa, è Scarpa è uomo di potere.
Macondo è vigliacchetto e fascistello dice Scarpa, e Scarpa è uomo che sa il fatto suo.
Lo sa tanto, il fatto suo, che anziché fermarsi a confutare “i sociologismi subdoli di Macondo con informazioni fattuali”, si è inventato a suo piacimento la vita di Macondo, e, dato che l’ha trovata “fascistella”, ha pensato bene di ricorrere agli insulti.
Finora pensavo che solo la polizia dello Stato potesse chiedere i documenti a Macondo, adesso invece vedo che nel web ci sono altri poliziotti virtuali che ne fanno le veci.
In ciò che scrivo sta la mia visibilità, non nel nome anagrafico da sottoporre a interrogatorio, mentre chi fa lo scrittore laureato e scrive su blog letterari ha bisogno di un’altra visibilità, quella del mercato. Niente di male (Baudelaire, per esempio, si colorava i capelli per imporsi sul mercato – ma questo a Scarpa credo sia impedito), però che si distinguano le due cose.
E sempre a livello di mercato, tutto questo tormentone ha una sua ragion d’essere: la consorteria
plessus detto
Da frequentatore ex assiduo e lettore attualmente assiduo di questo blog e vicini.
Da consapevole dei propri limiti intellettuali.
Da penultimo della classe.
Non sono i prodi vigliacchetti (ossimoro di valore, comunque…) che annullano il peso politico della rete. Sono queste polemiche artificiali che i fascistelli/berlusconiani/neoqualunquisti godono a leggere in rete per trovare un’altra ragione da accumulare alle mille altre cause del disfacimento stratificato della sinistra. Per quanto gliene possa fregare il fatto di trovare una ragione in più per godersi il successo. Sono gli individualismi esasperati e gli ego ipertrofici. C’è una strozzatura nel passaggio di forze tra il pensiero derivato dal patrimonio culturale individuale e il caricamento di peso politico che esso deve inglobare per incidere nello scenario politico nazionale. Limite forse (anche) derivante dalla fase di transizione in atto: spostamento dalle piazze storiche alle piazze virtuali. Magari più in là negli anni la situazione volgerà a nostro (posso dirlo?) favore, quando la rete sarà ulteriormente cresciuta. Mancano veri leader in grado di convertire in autentico peso politico correnti di pensiero affini, e di tradurle in programmi istituzionali, culturali economici. In iniziative rilevanti per la gente, per tanta gente. Mancano gli anni settanta.
Tolleranza e disponibilità alla comprensione qui, per esempio, si manifestano giustamente nei confronti dei rom mediante una discussione su un testo sicuramente “di battaglia”, e curiosamente non si applica al compagno della porta accanto (o della palazzina di fronte…). Nei confronti di cui si mostra diffidenza prima ancora di averlo conosciuto personalmente.
Grazie e scusate il disturbo.
PS Tiziano Scarpa dalla Dandini: spettacolare!
stexbell detto
Questo l’articolo de El Pais citato
a href=”http://www.elpais.com/articulo/reportajes/Condenada/ser/condenada/elpepusocdmg/20090201elpdmgrep_1/Tes” title=”">http://www.elpais.com/articulo/reportajes/Condenada/ser/condenada/elpepusocdmg/20090201elpdmgrep_1/Tes
Tiziano Scarpa detto
Macondo può per l’appunto intravedere in questi miei commenti una ragion d’essere GRAZIE AL FATTO CHE IO MI FIRMO. Basta questo fatto a dimostrare i due pesi e le due misure nel vincolo etico fra la persona e le sue parole che la rete consente. Io giudico fascistello IL COMMENTO di Macondo sull’utilità di scrivere libri come questo, non la sua vita (e come farei? Che ne so io di chi è costui? Non si firma!): Ma come al solito i prodi vigliacchetti tirano fuori la questione poliziesca. Io mica ho controllato i documenti. L’unico a farlo è Macondo, che valuta il mio commento non in base a ciò che affermo (e io ho affermato e dimostrato, dati alla mano, che Moresco e Giovannetti hanno ottenuto risultati esattamente contrari agli astratti pensamenti svalutativi cogotati con saccenza casalinga da macondo), ma, poliziescamente, puramente in base a chi sono (scrittore, visibilità, consorteria, ecc.). Il poliziotto (e pure mascherato), è lui.
Franz, sei padronissimo di scherzare, per carità. La rete te lo consente. La rete non conterà un cazzo, finché ci scherziamo mascherati o spariamo giudizi al calduccio senza assumersene la responsabilità. Le parole non sono pure asserzioni autonome e separate dalle nostre persone. Le parole diventano atti linguistici (promesse, accordi, comandi, richieste, denunce ecc.) se siamo disposti ad assumercene la responsabilità con il nostro nome e cognome, grazie al vincolo etico fra colui che parla e le parole che dice/scrive. Saviano non vi ha insegnato nulla. Buon divertimento.
Tiziano Scarpa detto
Due refusi: cogItato e assumerCene, ovviamente.
Aggiungo che PURE IL LINK a ilprimoamore, che sopra mi è stato rimproverato, fa parte di questa assunzione di responsabilità da parte mia, a maggior ragione in questi commenti: chi non mi conosce, cliccando sul link, può verificare che io faccio parte di un sito e rivista cartacea alla quale partecipano, per l’appunto, proprio Moresco e Giovannetti, vale a dire che sono io stesso che do gli elementi a lettori e lettrici per giudicare se quel che dico ha la sua ragion d’essere nella pura consorteria, o se i miei argomenti hanno peso a prescindere da questo fatto. Anche questo basta a mostrare il peso delle sensazionali valutazioni etiche del prode vigliacchetto Macondo.
antonio sparzani detto
devo dire che mi sento particolarmente in sintonia con quest’ultimo commento (alludo al commento 20, ché il 21 non l’avevo visto quando scrivevo questo) di Tiziano. Dopo e oltre il livello ludico c’è, ci deve necessariamente essere, soprattutto su temi come questo, appunto il livello al quale “Le parole diventano atti linguistici (promesse, accordi, comandi, richieste, denunce ecc.) se siamo disposti ad assumercene la responsabilità con il nostro nome e cognome,…”
fabrizio centofanti detto
al di là della discussione sui nick, che non posso impedire di portare avanti all’infinito, ma che è forse senza una soluzione condivisibile da tutti, voglio solo dire che, avendo a che fare ogni giorno con i più disgraziati, ritengo provvidenziale ogni sforzo di conoscenza di un mondo che i più preferiscono rimuovere. Antonio, in questo senso, sta svolgendo un lavoro prezioso, che va rispettato fino in fondo.