La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

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E sua nazion sarà tra feltro e feltro, di Bianca Garavelli

Pubblicato da fabrizio centofanti su marzo 30, 2009

dante

Sollevò il rettangolo di cuoio che copriva la nicchia, scavata in profondità nella parete. Le carte dentro erano ordinate con cura, come ricordava di averle messe poco tempo prima, a pochi versi dalla fine dell’opera.

La grande opera a cui aveva atteso per anni, in diversi tempi, in diversi luoghi, ispirato da persone ed eventi che avevano lasciato un segno su di lui. Segni indelebili, segni di un’intera vita, di uomini e donne che sarebbero rimasti nella storia.

Uno di loro era Arrigo VII, l’imperatore mancato. Colui che aveva tanto alimentato le sue speranze, riacceso la sua vita di esule e uomo politico ancora passionale. Un’altra era Margherite Porete, la battagliera mistica che aveva visto bruciare a Parigi. E Cangrande, il giovane principe generoso che lo aveva accolto a Verona, salvandolo dalla povertà. E poi c’erano gli occhi di smeraldo di Beatrice, lei sua guida, lei suo raggio divino che lo innalzava. Che continuava a innalzarlo a sé.

Ora si sentiva stanco, in quell’alba prima della partenza, stanco nel corpo, ma tra quei volti che lo inseguivano e gli venivano incontro, la sua mente era vigile e attiva. Era il tempo giusto per portare a compimento la sua opera.

Cercò le carte che aveva lasciato per ultime, e le trovò, in cima alla pila: erano lì ad attenderlo dalla notte prima, da poche ore di sonno prima. Il primo canto di tutto il poema.

Il primo, ma ”ultimo che aveva scritto, perché l’opera potesse avere fin dall’inizio il senso che voleva darle.

Fin dall’inizio del cammin.

Portò le carte con sé fino al tavolo di legno scuro su cui da tempo era solito scrivere. Vicino al letto su cui dormiva poche ore, la notte. Tutto in quella stanza, ogni mobile, ogni oggetto diceva del suo amore per l’arte della scrittura, della sua necessità per lui, come del respiro.

Sedette, cercò il punto su cui doveva lavorare, lo spianò con la destra. Poi afferrò la bianca penna, già intinta nell’inchiostro, consumata dalle notti di scrittura. Aveva negli occhi della mente la veduta completa della sua città. Le case accalcate, i tetti rossi, le fenditure scure degli spazi tra i muri bianchi. E accanto, la sagoma compatta e chiara del suo bel San Giovanni. Poi subito, proprio accanto alla sua città, al suo mondo concreto e vivo nel ricordo, vedeva le arche infuocate, i palazzi alti e le torri della città del male. E le rupi aspre della montagna che spunta alta sull’oceano, in cui le anime destinate al cielo compiono la dura ascesa.

Ora gli sarebbe toccato un altro viaggio, a Venezia, la città come un miraggio sul mare, ma forse, al ritorno, se Dio avesse voluto, se la sua Divina Madre avesse voluto… Ma non poteva lasciare che la sua mente inseguisse quegli inutili pensieri.

Non era questo ora il suo fine.

Non avrebbe avuto più Firenze, mai più. Ma nemmeno Firenze avrebbe potuto avere lui. Ora che l’illusione del ritorno era svanita, i tempi erano maturi. Ora doveva pensare solo al bene di tutti.

Una dimora, in realtà, non gli mancava. La sua opera era la sua dimora. Ogni volta che aveva portato a termine un canto di quell’infinito poema si era sentito il più felice degli uomini. Aveva capito, finalmente: quella era la sua missione.

L’opera a cui aveva posto mano e cielo e terra. Il viaggio dentro la fonte della vita, dentro la vera realtà del genere umano. Là dove poteva entrare solo chi aveva compiuto il cammino della purificazione, che necessariamente comincia dal basso, dal buio, dalla pesantezza del male che trascina al centro della terra. Ma che lentamente dal buio, dal basso, dalla profondità dell’abiezione, avrebbe condotto all’eterno giorno della luce divina.

Ecco, era quello il giusto pensiero. L’ispirazione autentica, la guida divina per la sua mano che stringeva la penna. Quel pensiero che l’aveva condotto nel viaggio fra le anime dell\’altro mondo, il mondo vero.

La penna cominciò a scorrere veloce, il calamo intinto nell’inchiostro lasciò la sua traccia sicura, nel suo solco leggero. Un verso, due, tre. Una nuova terzina completa, perfetta.

La sua mente ardeva.

Il suo pensiero diventava subito scrittura.

Era così che aveva preso vita ogni sua profezia. Non doveva dimenticare la più piccola parte del mondo, gli umili lettori, coloro che non avevano percorso il suo cammino e non avevano potuto accumulare la sua ricchezza di conoscenze. Anche loro dovevano poter capire. Aveva scelto la lingua che parlava agli illetterati, per questo. Ma sapeva ugualmente come farsi ascoltare dalle menti illuminate. Da chi come lui conosceva le segrete cose, la verità nascosta.

Ora, in quei versi, doveva riuscire a raggiungere entrambi. Doveva far sentire tutta la sua voce, e non solo. Era la sua stessa vita, la sua forza che doveva raggiungere i lettori. L’energia della sua mente febbrile che si posava sulle carte, ma solo per poter spiccare nuovamente il volo, ogni volta che uno sguardo vivo di intelletto umano l’avesse interpretata.

Ecco la ragione per cui non importava più rivedere Firenze. Nient’altro più era importante, solo la sua missione. E in quella non aveva fallito.

La missione della sua vita. Lasciare in eredità una nuova scrittura sacra a uomini e donne. Il messaggio divino coagulato nei versi. Per rinnovare il mondo attraverso la verità.

La terzina cantava la fuga del male, la lupa di tutte brame carca, cacciata via dal veltro delle sue parole veritiere. Feroci e distruttive come il morso di un agile cane da caccia. Sapeva che il veicolo che aveva scelto non lo avrebbe tradito, avrebbe con fedeltà nei secoli custodito e protetto, e sempre divulgato il suo messaggio.

E sua nazion sarà tra feltro e feltro…

Quel verso era il suo omaggio allo strumento nuovo che accoglieva il frutto della sua mente, il pensiero fatto parola, l’ispirazione divenuta scrittura. Uno strumento più resistente della pergamena, più duttile, più pulito eppure più leggero, grazie alla giacitura tra due feltri, il procedimento della feltratura che con sublime sintesi descriveva nella sua ultima terzina.

Grazie a questo strumento, la sua opera avrebbe preso definitiva vita. Sarebbe entrata nel mondo umano energicamente, profondamente.

La carta a cui aveva affidato il suo poema.

www.biancagaravelli.it

Nota dell’Autrice

Nel 1321 Dante compie il suo ultimo viaggio. Da Ravenna a Venezia, illustre ambasciatore del signore ravennate Guido Novello da Polenta. Ma da quel viaggio non sarebbe tornato come prima. La malaria contratta nel cammino di ritorno lo uccide, il 21 settembre. La stessa malattia che aveva distrutto il suo primo amico Guido Cavalcanti e il “suo” imperatore, Arrigo VII di Lussemburgo, che aveva tanto sperato, invano, potesse regnare degnamente anche sull’Italia.

Non abbiamo certezze sulle date di composizione del poema, così come su alcuni personaggi che i versi del poeta evocano senza nomi e riferimenti precisi. In questo racconto immagino che l’autore della Commedia abbia terminato il poema dall’inizio, lavorando da ultimo sul canto primo dell’Inferno, che è il proemio di tutta l’opera. La parte iniziale del racconto richiama infatti una leggenda: dopo la sua morte Dante sarebbe apparso in sogno ai figli, disperati perché non riuscivano a trovare gli ultimi tredici canti del poema, e avrebbe indicato una nicchia segreta nella sua camera da letto della casa di Ravenna, la sua ultima dimora terrena.

L’idea centrale è che nella profezia del canto proemiale Dante abbia inteso il suo stesso poema come il veltro, la forza al servizio del bene che avrebbe ricacciato all’Inferno l’avidità, origine di tutti i mali, rappresentata dalla più temibile delle tre fiere apparse fuori dalla selva, la lupa.

Non una persona dunque, ma il suo stesso poema è secondo Dante la guida nel cammino verso la luce, l’artefice del rinnovamento del mondo. E per farvi riferimento crea la perifrasi del v. 105: la carta su cui aveva scritto, il nuovo supporto della scrittura che nasceva dall’inventiva degli artigiani di Fabriano proprio intorno al 1265, l’anno di nascita del poeta.

(fonte immagine)

8 Risposte to “E sua nazion sarà tra feltro e feltro, di Bianca Garavelli”

  1. fides&ratio detto

    Lamberto Vaghetti in “Il veltro non è più un mistero,pubblicato nel 2004 su Nuova Antologia, Le Monnier afferma che già nel 1966 Giovanni Getto sostenne l’idea secondo cui il veltro fosse Dante stesso. Seguendo questa idea Vaghetti sposta l’ago della bilancia da Dante alla sua opera- missione per cui il v. 105, dice, si può spiegare considerando che i preziosi manoscritti venivano spesso custoditi in casse foderate di feltro.

    F&R

  2. macondo detto

    Bella la chiusa, con Dante fattosi cittadino della scrittura.
    Si dice che Dante pensasse per coppie di terzine… mah.

  3. lucy detto

    suggestiva questa fantasia che illustra un dante prossimo alla morte e intento febbrilmente a creare le ultime terzine per accompagnare la sua opera terribile. le interpretazioni del veltro sono tutte un po’ scialbe, così spesso si ripiega sulla spiegazione che il linguaggio sibillino sia solo una veste destinata a dare qualità di profezia a quello che è solo un desiderio di rinascita dell’umanità profondamente sentito dal poeta. come dire che siamo di fronte alla messa in mostra dei ferri del mestiere. ma che invece si trattasse di un’allusione all’opera stessa mi pare plausibile e nemmeno tanto peregrino. naturalmente su questa adesione gioca la diversa sensibilità letteraria dei moderni, ora post. ma forse una ragione, ancora tutta medievale, che spiegherebbe il veltro come l’opera stessa, si può riconoscere nelle parole di boccaccio nel proemio al decameron: egli allude al potere salvifico della parola e sostiene di voler ricambiare l’aiuto ricevuto da un amico facendo con i suoi mezzi, la scrittura, del bene a propria volta. nulla vieta che quell’aiuto ricevuto fosse la divina commedia e l’”amico” dante, di cui fu, malgrado petrarca, uno strenuo ammiratore e precoce commentatore. la stessa struttura, a cattedrale gotica, da ser ciappelletto alla griselda, dei suoi racconti è un omaggio a dante.
    che la divina commedia “salvi”, anche solo sul piano umano, e non abbia finito di parlarci è un convinzione che, contrariamente alla mia prima formazione, ho maturato in questi ultimi anni. leggo il purgatorio da un po’ con occhi diversi e lì trovo sorprendenti richiami alla nostra attuale condizione.

  4. Molto interessanti le osservazioni di “Lucy”. Naturalmente sapevo dell’interpretazione citata da “Fides & ratio” e penso anch’io che quel che immagino non sia poi così peregrino.
    Grazie per questi commenti.

  5. macondo detto

    @ Lucy,
    più che la “commedia” a noi, siamo noi, cioè le varie generazioni che si susseguono, a non avere ancora finito di parlarle. Noi che la interroghiamo coi nostri occhi tardo-moderni, e che ci dà riposte nuove perché le poniamo domande nuove. Se un’opera non fosse immersa nel flusso della storia, dopo poco tempo avrebbe detto tutto. E sarebbe vecchia, superata come un libro di meccanica.

  6. fides&ratio detto

    Nessun dubbio che lei conoscesse quell’interpretazione.

    la cosa strana è che la conoscessi io che certo non sono dantista :-)

    F&R

  7. @fides&ratio
    Bravo!

  8. Grazie Bianca per il tuo impegno intellettuale.

    Lisa

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