Stabat mater di Tiziano Scarpa
Posted by linnioaccorroni on April 9, 2009
Tiziano Scarpa, Stabat mater, Einaudi, pag.143, euro 17,00.
Si sa: quelle che pensiamo siano semplici e mere coincidenze si rivelano spesso come premonizioni e segni che la vita s’incaricherà di spiegarci, in maniera più o meno plausibile. Non certo casuale appare, da questo punto di vista, la singolare unità di luogo- l’antico orfanotrofio della Pietà a Venezia- attorno a cui si concentra, quasi per intero, la storia narrata in questo sorprendente ultimo libro di Tiziano Scarpa. Lì un tempo, secoli fa, in quelle stanze severe ed austere vivevano centinaia di ragazze che erano state abbandonate dalle famiglie. Lì, alle più dotate, veniva insegnata la musica. Lì, per trentacinque anni, Vivaldi fu maestro di violino e compose musica per loro. Lì si concentra la vicenda umana della straniata protagonista di questo “Stabat mater”: Cecilia. Negli anni sessanta, il reparto maternità dell’ospedale civile di Venezia era situato proprio nei locali che avevano accolto quelle povere ragazze. Tiziano Scarpa è nato lì nel 1963. La quaestio pare scontata: che ne sarebbe stato della sua vita se fosse stato abbandonato appena nato, come capitò a quelle ragazze che vissero un’esistenza tanto appartata e misteriosa proprio in quei luoghi dove lui venne alla luce? Cecilia ( la santa della musica: nomen omen ?) è la voce narrante che scrive una sorta di dolente, dickinsoniana lettera al mondo indirizzata ad una Madre mai conosciuta: una scrittura diaristica che assembla sogni e schegge di realtà per decifrarsi e decifrare. Cecilia è solitaria ed introversa, selvatica e razionale, naif e cerebrale: i daimon che la possiedono, la musica e la scrittura, sono a lei cura e malattia. Va letto questo romanzo come se fosse un lungo recitativo, un monologo diviso in strofe e mottetti. Le lettere sono note, le frasi intrecciano melodie e contrappunti: “Mi sorprendo a comporre sulla carta, spontaneamente, trascrivendo un pensiero che era nato come un discorso e che si risolve in un suono”. Nell’universo concentrazionario dell’Ospitale dove le giovani orfane sono annichilite da una fitta serie di imposizioni e regole, in cui la ‘menzogna’ della musica viene strumentalmente utilizzata per mascherare la loro afflizione, per Cecilia il mondo reale e quello immaginato hanno la stessa bizzarra consistenza: entrambi sono dominati da una presenza ossessiva e reiterata, quella dell’acqua e del dolore, animale ed umano. Già nella prima pagina: i pesci boccheggianti che salgono alla superficie annaspando solo per morire( “quel pesce sono io”). Poi a seguire l’immagine del bambino che nasce nel segreto di una latrina, espulso come un escremento, il cordone ombelicale-testa di serpente lacerato a morsi, i gattini appena nati e presto affogati , gli uccelli frastornati dalle proprie voci, il macello delle bestie il cui sangue tinge la laguna, la presenza fantasmatica dei corpicini degli orfani affogati, prima che l’Ospitale fosse fondato: “la nostra vita galleggia sopra l’acqua morta”. La stessa Cecilia sarà poi, in una scena di rara violenza, carnefice di un assassinio quasi intollerabile per gratuità e ferocia. Il violino stesso che Cecilia suona con tanta perizia è il prodotto di questa effrazione che viene periodicamente inflitta all’ordine delle cose: “ Guardo questo violino che suono ogni giorno, il legno di cui è fatto, i budelli attorcigliati delle sue corde, gli intestini secchi”. Nell’ultima parte del libro l’irruzione di Antonio Vivaldi, che proprio nell’Ospitale compose alcune sue celebri opere, giovane sacerdote dai capelli ramati e dal naso grosso, rompe la quotidianità di questo gineceo basato sull’inappartenenza e sulla sistematica rimozione della corporeità. Non a caso, le orfane musiciste della Pietà suonavano sospese ad alcuni metri di altezza, dietro ad una balaustra, seminascoste da grate metalliche che ne lasciavano indovinare la sagoma, ma non permettevano di scrutarne i volti. Il prete rosso( o meglio la sua creatività musicale) le restituisce alla loro fisicità denegata e umiliata. L’ irruenza musicale delle composizioni del maestro fa capire loro che l’estro non può essere abitudine, che la musica è gentilezza e furia, acqua, ghiaccio, calore, grandine, tempesta, burrasca, spossatezza e ubriacatura, possesso e coscienza del corpo-mondo. Sarà grazie a lui che Cecilia, in un finale ultraromanzesco con tinte da bildungroman, finalmente saprà aprirsi alla vita, saprà riconoscere il suo corpo-mondo. Unica nota stonata: la copertina troppo laccata e ‘didascalica’ che pare condensare in una sola immagine le note ossessive del libro: l’acqua, la musica, il corpo.
pubblicato su Liberazione del 4/4/2009















sergio pasquandrea said
Mi ricorda un po’ “Lavinia fuggita” di Anna Banti, anch’esso ambientato nell’Orfanotrofio della Pietà al tempo in cui ci insegnava Vivaldi.
nadiaagustoni said
I libri di Tiziano Scarpa che ho letto mi han sempre lasciato qualcosa.
“Nell’universo concentrazionario dell’Ospitale dove le giovani orfane sono annichilite da una fitta serie di imposizioni e regole, in cui la ‘menzogna’ della musica viene strumentalmente utilizzata per mascherare la loro afflizione…”
Leggerò.
Iannozzi said
Io sto ancora cercando di digerire il kamikaze. Questo per dire: oddio!
A me i libri di Tiziano Scarpa non hanno mai lasciato niente di buono.
Uno scrittore molto ma molto sopravvalutato. Ma oggigiorno si pubblicano soprattutto scrittorini. Terribile poi “Amami”: il trionfo del trash e dello splatter fine a sé stesso.
Non esiste proprio che prenda anche solo in considerazione Scarpa. Mai più.
la funambola said
“se riuscissimo a suonare esattamennte quello che pensiamo, se la noatra mente avese una voce istallata nella sorgente dei nostri suoni pensati, noi potremmo distruggere la terra dalle fondamenta e edificare nuove montagne e nuove stelle”
mi è molto “familiare” questo libro
una “piacevole” sorpresa, tiziano scarpa :)
bravo bravo bravo
baci
la funambola
Sviolinate (in Rete) per lo Stabat Mater » Panorama.it - Libri said
[...] culturali sembrano oggi convergere (anche se non sempre culminare) nella parola capolavoro. “Unica nota stonata” scrive Liberazione “la copertina troppo laccata e ‘didascalica’ che pare [...]