La poesia e lo spirito

Potrà questa bellezza rovesciare il mondo?

  • Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.

Bhikkhu Abhinando‏, Quando tutto è detto

Pubblicato da giorgiomorale su maggio 27, 2009

Solo quando tutto è detto
restiamo in silenzio.
Perché quel che lasciamo non detto
sfarina come calce
nei nostri tratti,
indurendo i nostri volti
dall’interno.

*

FUOCO FATUO

Attraverso la crepa nella personalità
qualcosa di tenero penetra:

un angelo buio mescola le carte
costruendo una prigione di luce.
Facce svolazzano come
trasparenti bandiere.
Candele scintillanti, tulipani bianchi, stanza buia.
Il vuoto incombe nelle cattedrali.
L’albero geme dentro l’anima.
Fuori il mondo appartiene ai passanti.
Dentro questo non ci turba.

Il muscolo cerebrale simula un crampo,
con una linea vuota in espansione:

sul sentiero del silenzio,
dietro le spalle della storia,
sull’abisso di un pensiero concluso

il sorriso dei pastori addormentati
custodisce le stelle.

*

DOVE SEI SOLO,
dove più nessuno ti aspetta,
la mia fronte tocca la tua fronte;
e come un orizzonte amoroso
le mie braccia in crescita
avvolgono il tuo corpo
che va svanendo.
La mia quiete resta aperta
come la domanda che tutto consuma.
Solo il tuo silenzio risponde.

*

COCCI

1.

Neri su bianco i corvi
si sospendono al cielo
coi loro messaggi cifrati.

Sedersi e sapere
questo posto va bene.

Fulminati, mia luce.

2.

Fossi profondi nell’anima,
dove il mio cuore
è ancora sul tuo libro nero.

Presagiamo il dolore
come un gatto il terremoto,
silenzio dietro di noi,
di fronte un sentiero.

*

INSIEME

Nell’emisfero del silenzio
cadono le foglie
tutto l’anno:
ogni parola un gesto.

Sediamo pigiati
tra il fuoco e la notte.

Dove il silenzio ci tocca,
fiorisce la spalla
più a sud dell’inverno:

un dolore felice.

*

INCONTRO

Attraverso un ponte senza fine
avanzando verso me stesso dal lato opposto,
una cartella con frammenti di sogno
stretta sotto il braccio sinistro.
Il destro, disteso,
regge un dono immaginario.
Profondo al di sotto, il fiume
suona un valzer lento
un ritmo per i miei passi.
Ma non mi aspettavo
che dalla ringhiera del luogo d’incontro
un falso uccello si mettesse a salutare
la mia voce tremante
sotto la camicia.
Mentre l’altro
ancora una volta
non mi riconosce.

*

LA PIOGGIA PULISCE l’occhio della notte.
Le ombre si disintegrano nello spazio.

Un servo del desiderio sconosciuto
si traveste da paesaggio
per il tuo prossimo sogno.

Un paesaggio con uno scomparto segreto:
in un albero cavo
un messaggio ti aspetta ogni giorno.

Ma tu ancora lo ignori.

*

PIEGATO NEL VENTO

I gesti stanno,
piegandosi nel vento.
Le parole arrugginiscono
nel cortile abbandonato.

L’assoluzione condanna
il silenzio alla
vigliaccheria
davanti all’amico.

La vita si sposta come una lente d’ingrandimento
sopra la ferita.
Aspettiamo
lo sguardo che brucia.

Parlami attraverso la finestra.

*

A CASA

Il mare non ha canti,
il vento non si ricorda di te,
la luna non capisce
niente.

Anche la tua paura e la tua avversione
vanno assolutamente
bene.

Che tu pianga o non pianga
non fa differenza.

Lascia perdere –
siamo già
a casa.

(traduzione di Livia Candiani)

*

Prefazione
di Livia Candiani

Parla anche tu,
parla per ultimo,
dì il tuo pensiero.

Parla ma non dividere
il sì dal no.
Dà anche senso al tuo pensiero:
dagli ombra.

Paul Celan

Ajahn Abhinando, il nome monastico dell’autore di queste poesie, è sia monaco che poeta: due modi di essere totalmente aperti al mondo, totalmente gettati in esso, di caricarselo sulle spalle, di esservi smarriti, di servirlo, senza averne l’aria, anzi, apparentemente da una postazione defilata.

Il monaco e il poeta cullano il mondo con tale vigore da svegliarlo. E sono dei paria, fuori casta, senza ruolo. Così dice Marina Cvetaeva del poeta:

Ci sono al mondo i superflui, in aggiunta,
non inclusi nell’orizzonte.

(…)

Ci sono al mondo i cavi, i presi a spinte,
quelli che tacciono
(…)

Ajahn Abhinando è monaco buddhista della tradizione theravada della foresta tailandese, un bhikkhu. Bhikkhu è il monaco mendicante che in questa tradizione dedica tutta la sua vita alla pratica del proprio risveglio e al servizio del risveglio degli altri. Ma letteralmente, la parola significa ‘una persona molto molto semplice’. (…)

* * *

Il titolo di questa raccolta di poesie è ‘Quando tutto è detto’. Che succede quando tutto è detto? Forse si parla. Forse si sussurra nella notte. Forse succede la poesia. Si scrive. Forse si smette di scrivere. Ci si butta. Nella scrittura o nella vita fa lo stesso.

Ho scelto come epigrafe per questa introduzione una poesia di Paul Celan che è uno dei poeti più amati da Ajahn Abhinando. Parla anche tu… quell’anche ci dice che chi viene invitato a parlare non ne ha l’autorità, non è solito a parlare, non è esemplare. E in un’altra poesia Celan scrive:

Io sono più leggero:
e canto di fronte agli estranei.

E altrove:

Nessuno testimonia per il testimone.

Ecco, quell’anche si riferisce al testimone, allo sguardo senza soggetto, alla solitudine profonda di chi è uno col mondo. E lo balbetta. Parla per ultimo… Tutto è già detto: tutti già ci spiegano il mondo, ci risolvono la vita, fanno della vita un problema con possibilità di soluzione, ma il poeta è invitato a parlare per ultimo, a non farsi largo e a dire una parola che non divida il sì dal no, una parola che non si faccia buona, che sappia che la luce trascorre solo nelle tenebre e che la conoscenza della notte è spontaneo approdo alla luce. Dare senso al pensiero è dargli ombra, profondità, sfumatura. Non solo quiete, riposo, frescura, ma anche mistero, bisbiglio, enigma. Se si eliminano i contrasti di luce, niente ha più ombra e tutto diventa piatto.

Tutta la poesia di Ajahn Abhinando ha a che fare col testimoniare. La sua scrittura, la sua investigazione, è una sorta di chirurgia emozionale, il suo è un testimone emozionato, ma con la precisione di un chirurgo che avanza nella carne dell’anima e incide, osserva, esplora, diagnostica, attende. “La vita si sposta come una lente d’ingrandimento / sopra la ferita” scrive in Piegato nel vento. O in Fuoco fatuo: “Il muscolo cerebrale simula un crampo / con una linea vuota in espansione.”

Ed è proprio questo linguaggio di anatomia delle emozioni che ci fa intendere quanto il testimone sia emozionato e come per testimoniare, di sé e del mondo, non possa che volgere i suoi strumenti verso se stesso, verso l’anima, dove i confini tra io, tu, corpo, paesaggio, concreto e astratto, sfumano, in un’impersonalità che ha molto a che fare con lo sguardo amorevole di chi non separa e accoglie, senza discussioni e senza definizioni a priori, tutto.

Il cuore amorevole è nero,
senza forma e profondo
come la notte.

Dunque, quello che viene investigato, in un viaggio interno ed esterno, che è quasi un pellegrinaggio da tanta è la delicatezza e il rispetto con cui il chirurgo usa il bisturi, ma che ha anche tutta la determinazione e il sangue freddo che consentono di raggiungere la ferita e metterla allo scoperto, perché possa infine guarire da sola, quello che viene investigato è l’anima. E quel che accade nel percorso è che viene a coincidere con il mondo.

Quello che colpisce di questa poesia, come di tutta la vera poesia, è che non sa prima. Si sente, si avverte, che il poeta è sorpreso di quello che nel percorso va scoprendo a se stesso, di quello che da solo si ri-vela, perché, come mi ha insegnato tanto tempo fa un amico, non si svela mai, si ri-vela sempre.

Ecco allora, nella poesia Incontro, la descrizione fatta tutta dall’interno di un incontro dove l’altro, noi stessi?, alla fine non ci riconosce, ma dove il testimone annota minuziosamente ogni millimetro di sensazione e dove questo ossessivo e precisissimo annotare fa sorgere una visione pressoché surreale, se non la si legge dall’interno di un corpo emozionato. Sembra quasi la storia del pittore Zen che per anni e anni non mostra il dipinto a cui sta lavorando con tutto se stesso e quando alla fine lo scopre, si dirige tranquillamente verso il quadro, tranquillamente ci entra e tranquillamente in esso scompare.

Lo scrittore Gore Vidal racconta che nelle miniere di carbone, i minatori portano spesso con sé un canarino. Lo mettono nel pozzo e il canarino canta. Ma se smette di cantare, quello è il momento per i minatori di uscire: l’aria è velenosa. Ecco, questa poesia è il canarino, ma non smette di cantare, canta anche quando l’aria è velenosa, canta che è velenosa, avverte i minatori denunciando con precisione quel che sta accadendo. Perché questa poesia parla come il canarino tace, parla la lingua del silenzio. O una lingua, ahimè ormai spesso dimenticata, che nasce dal silenzio. Perché il silenzio non è tacere, anzi, quel silenzio è colpevole e in una poesia, Ajahn Abhinando parla proprio delle segrete manovre del silenzio, nel bene e nel male:

Sull’orizzonte delle cattive notizie percepisci
le segrete manovre del silenzio.
Maturano.

La mano che cura si scalda
sopra il focolaio della crisi,
instancabile, anche ora,
massaggiando il dolore negli arti.

E qui sembra quasi che il gesto della mano contenga il vero, caldo, sollecito, silenzio, mentre l’altro, il silenzio verbale, sembra contenere un’ambiguità che già altrove viene percepita come vigliaccheria. Tutta la poesia di Ajahn Abhinando è tentata dal silenzio, sorge per dirlo e per dire che si può dire poco, si può dire attorno, si può solo stare ai bordi dell’afasia e guardare coraggiosamente, tremando, nell’abisso. Qui, come nella vita, tutto ha due segni, c’è il grande silenzio che sprigiona e circonda il gesto della propria vita, la sua fulminea parabola, e c’è il silenzio che collabora col male, che tace; così come l’emozione porta con il regale incedere di un daino a conoscere il cuore profondo come la notte, ma fa anche mancare l’incontro, confondere, con l’altro o il mondo fa lo stesso. La poesia sembra nascere dallo sgretolarsi del linguaggio razionale, funzionale. E in questo il poeta e il monaco procedono identici, sovrapposti, sulla stessa assenza di orme, inventandosi il cammino.

E c’è, intrecciato al tema del silenzio e della parola, quello del gesto, termine che ricorre più volte in queste poesie. Si parla di tentare il gesto o si dice: “Ogni parola un gesto” e altrove:

Qui il tuo gesto,
la tua vita,
è l’unica risposta
.”

Allora, si comprende che per gesto non s’intende la meccanicità distratta con cui noi viviamo di solito la nostra vita, l’indaffaratezza. Ma anzi, una misura del silenzio. Chi ha passato qualche giorno in un monastero buddhista sa che il silenzio è la misura della vita quotidiana. È nel silenzio che ci si parla, nel silenzio si cucina, ci si lava, si mangia, ci s’incontra, ci si emoziona, ci si rallegra, ci si incupisce, si vive. E nel silenzio i gesti si stagliano. Perché non è il silenzio del tacere, ma della totalità, essere uno con quel che sta accadendo, sentire quel che si sente, fare quel che si fa. Allora, quello che viene richiesto, senza che nessuno ci chieda niente, è la nostra stessa vita, che nel gesto siamo vivi, che nel gesto ci offriamo. Esperienza di nudità. Certe volte, se torno al monastero dopo molto tempo e vedo qualcuno lavare i piatti, mi vengono le lacrime agli occhi. Essere totali in quel che si fa significa essere imperfetti, vacillanti, “il gesto, danzante vascello” scrive Ajahn Abhinando, nudi, tutti esposti e in quella totale esposizione trovare l’unico vero rifugio, quello che non scivola via, perché non ha bordi, perché è un sì totale a tutto, anche all’assenza di gesti, anche alla paura timida e al desiderio di tana, anche ai riflettori della consapevolezza o alle sue lucine tremolanti. È importante dire che questo silenzio misura di vita non è il mettere a tacere. Le vittime di violenze, pubbliche o private che siano, sanno bene cos’è il mettere a tacere, non solo la parola, ma il pensiero stesso. Il silenzio può diventare uno strumento terribile o più quotidianamente, può essere usato per creare una falsa pace, che è solo pacificazione degli opposti, livellamento degli attriti e dei conflitti che sono la percezione stessa, l’impatto dei sensi col mondo.

E qui c’è un altro tema che mi è caro in queste poesie: il linguaggio forte, la capacità di dire la notte. Spesso negli ambienti religiosi, c’è un forte pudore nel dire il ‘male’, il difficile, il doloroso, e si può comprendere col bombardamento di notizie atroci a cui siamo sottoposti e che ci ha reso impermeabili e anche un po’ perversi e che nel profondo ci fa dare per scontato che siamo esseri terribili e senza speranza. Ma c’è un rischio, ed è quello di sottolineare il positivo per negare il male, che è anche una banalizzazione della capacità di benevolenza che si esercita invece nell’aprire con coraggio porte e finestre, dei sensi e del cuore, all’oscurità, aspettando la luce senza maledire il buio, saldi nella fiducia che la vera luce è anche nera. Allora, il bene che arriva come fresca brezza è la benedizione anche del male, è ‘il cuore senza forma’ perché prende la forma di tutte le cose che abbraccia. Queste poesie hanno bisogno di un linguaggio insieme sottile e intenso, perché è di esperienze sottili e intense che parlano. Ricordo, dopo una lettura a voce alta per un pubblico ristretto e attento, Ajahn Abhinando dirmi: “Mi dispiace, sentivo quante parole dolorose e pesanti dicevo, temevo che per loro fosse troppo…” Io non ho saputo rispondergli, gli ho solo detto: “No no, andava benissimo.” Dopo, riflettendo, ho capito che il poeta ha spesso il compito di dire quel che gli altri non osano, di urlare in silenzio, come nel quadro di Munch, davanti a tutti, l’orrore del mondo e anche della vita. Perché la vita non è carina, la vita è terribile e i poeti continueranno a dirlo fino alla fine dei loro respiri. Bisogna avere molta fiducia nell’essere umano, nell’esistenza stessa, per dire il terribile.

Noi siamo liberi. E ci rifiutarono
dove ci credevamo ben accolti
.”

Sono i versi dei Sonetti a Orfeo di Rilke che Ajahn Abhinando ha scelto come epigrafe a questa raccolta di poesie. Liberi. Perché conosciamo il tragico. Accogliamo la non accoglienza. Leggeri perché capaci di portare la pesantezza. I bambini che fin da piccolissimi portano pesi hanno spesso da adulti larghe spalle inutili. È difficile che abbiano spalle strette, è difficile che siano forti.

Ci vuole immensa fiducia nella luce per dire il buio. Questo linguaggio è un percorso nel buio che non vuole anticipare la luce, ma la fa presagire. Ci sono dei versi che ho più di tutti cari al cuore, cari come una fune in un abisso, una barca in un naufragio, un pronto soccorso vicino al luogo del disastro:

Pause sensibili
senza distinguibile intenzione
mantengono il terrore in equilibrio.

Ecco, in questo ‘mantenere il terrore in equilibrio’ c’è il profondo insegnamento della poesia, che senza morali a priori, è profondamente etica. Salva. Salva perché dice. Non consola. Accoglie. E accompagna. E qui torna in visita il silenzio. Quello vivo, il sonoro silenzio, la parola poetica che non può essere spiegata, perché la vita non è un problema con possibilità di soluzione, ma un mistero in cui ci si può solo tuffare.

E un grande compagno di tuffi, un totalmente tuffato che può imprimerci nel corpo il coraggio di vivere senza spiegazioni, è il paesaggio. In queste poesie, c’è una continua relazione col paesaggio, che si tratti di interni o di esterni. Ci sono spesso delle finestre, da cui è più il paesaggio che si affaccia verso l’interno che non l’umano verso l’esterno; comunque, qualcuno è proteso, c’è un cercarsi.
Il riflesso della candela
nella finestra che va oscurandosi
”, che suggerisce tutto un mondo di solitudine e di conquistata, precaria, quiete.

E il bellissimo verso: “Parlami dalla finestra” che dice di tutta una ricerca della giusta distanza, della variabilità e della timidezza nella misura dell’incontro, che inquadra voci, volti e corpi, che fa stare vicini nella distanza che non è distacco, che è tenerezza e rispetto del tremito che siamo, del nostro cuore-uccello sempre pronto a scappare e a voler tornare. Noi che siamo come il respiro, a cui ci si deve avvicinare in punta di piedi, per non strangolarlo, ma decisi, per non lasciarselo sfuggire. Una vita soffio e una finestra che ci inquadri per rispetto della nostra comune vacuità. Come le cornici che non aggiungono niente al quadro, ma nemmeno lo cancellano; lo circondano, lo accompagnano con una misura che è un po’ mondo e un po’ vuoto.

Queste poesie e in genere tutta la poesia di Ajahn Abhinando sono profondamente simboliche, e qui mi fermo. Con l’accenno di un inchino. Perché per me il simbolo è un’altra veste del silenzio, un’altra delle sue forme. Messa davanti al simbolo, non lo decifro, non lo forzo a spiegarsi, non è quello che vuole. Mi lascio interrogare, opprimere, scuotere, restare nel dilemma e mi lascio restituire a me stessa, a quel mondo di simboli che ognuno di noi è. Al simbolo rispondo con un altro simbolo, col mettermi alla ricerca del mio codice, di come io rispondo all’interrogazione della vita, a come la vita mi interroga. E quindi taccio e vi invito a leggere queste poesie lasciando risuonare in voi le parole più oscure, i versi più misteriosi, perché con la poesia è il risuonare, è l’eco che ci può dare la misura dell’ampiezza della nostra anima. È quello che non capiamo che ci svela quanto siamo vasti, quanto mistero possiamo contenere. (…)

* * *

E a proposito di tentativi di traduzione, un ultimo paradosso. Ho tradotto le poesie di Ajahn Abhinando non dall’originale tedesco che qui appare nel testo a fronte, ma da una versione inglese che l’autore stesso ha creato per molte sue poesie per renderne possibile la lettura agli amici, inglesi e non, che abitano e visitano il monastero in cui vive e che si trova appunto in Gran Bretagna. Un doppio salto mortale dunque, ma con la rete di tanti incontri con l’autore, di discussioni, tentativi di comprendere senza chiedere spiegazioni, ma solo soglie, attraverso cui penetrare almeno un po’ nel mondo dei suoi versi. E una pratica condivisa. Di percorso religioso, poetico, esistenziale. Di solitudine. Come una finestra sul mondo a cui il mondo si affaccia.

Lascia un Commento

Fill in your details below or click an icon to log in:

Logo WordPress.com

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out / Modifica )

Foto Twitter

You are commenting using your Twitter account. Log Out / Modifica )

Foto di Facebook

You are commenting using your Facebook account. Log Out / Modifica )

Connecting to %s

 
Follow

Get every new post delivered to your Inbox.

Join 5.137 other followers