Lpels è un blog collettivo di letteratura e società, democratico, aperto, progressista, sensibile a ogni istanza di rinnovamento culturale, sociale, economico e politico; come tale intende presentarsi all'esterno. La redazione si propone, in questo senso, di vigilare affinché i contenuti non presentino derive reazionarie e integraliste, il tutto nel massimo rispetto della persona e dell'alterità, in un'accoglienza della diversità che non degeneri mai in complicità, acquiescenza o qualunquismo. Con questi criteri, aspira a essere una presenza efficace nel panorama culturale italiano e possibilmente uno strumento di cambiamento e di trasformazione delle strutture di potere, spesso ingiuste e indegne dei valori umani in cui la persona si riconosce in ogni spazio e in ogni tempo, al di là di fedi, credenze e tessere politiche.
Sono stato invitato a una riflessione sulla religione civile con queste parole: “L’assassinio di Nicola Tommasoli (avvenuto la notte del primo maggio 2008 per una sigaretta non data) di cui Lei sicuramente ha sentito e letto, ha spinto me e tante altre madri di figli giovani come Nicola, a ritrovarci insieme per fare pensiero sull’enormità dell’accaduto”. Ho accettato l’invito a Verona e ho iniziato a riflettere. Ci sono eventi che possono diventare l’occasione per guardare in faccia la vita e porre la domanda più radicale: chi siamo? chi siamo, se possiamo disprezzare la vita al punto da ucciderci per i più futili motivi? Escludo che questo evento derivi da una particolare decadenza morale della nostra società. È un’opinione diffusa ma, a mio avviso, infondata. Leggi il seguito di questo post »
Quando la parola è davvero «poetica» – cioè creativa – diviene come un biblico roveto ardente. Quando è letta, diventa attiva nel lettore, comunica la sua potenza espressiva, ma non si disperde, non si infiacchisce nella lettura: è un fuoco che il suo ardore rigenera (M. Luzi). E soprattutto non «divora» il lettore annullandolo, assimilandolo in se stessa, come invece fanno le fiamme nel video di Viola. Il fuoco prodotto da selci brucia e consuma in sé. L’esperienza della letteratura invece è generata da un «altro fuoco», che infiamma ma proprio per questo potenzia. Ecco dunque la necessità di scoprire senza selci l’altro fuoco, come afferma un verso del poeta Bartolo Cattafi, presentato nelle pagine che seguono. Leggi il seguito di questo post »
Pubblicato da robertorossitesta su maggio 12, 2009
Quella casa non è la sua casa, lo sa. Inseguito da male parole e da pianto di stizza si lascia alle spalle gli incolti, i campi, gli animali di cui sono piene le sue favole. Mentre il tergicristalli ritma un beffardo “sì-no” gli vengono incontro i lavori stradali mai finiti, gli autovelox, la città sempre sul punto d’addormentarsi o di svegliarsi. Leggi il seguito di questo post »
Una volta il matto era diverso.
Oggi spara alla cieca, prende a martellate, accoltella a tradimento.
E’ l’altra faccia delle riviste patinate, del politically correct, della pellicola invisibile che sta avvolgendo il mondo.
La collina soltanto, è sempre quella.
Pubblicato da giovannichoukhadarian su maggio 11, 2009
Cuore riservato, ma non troppo (Coniglio, pagg. 62, 5 euro) è il primo romanzo della 27enne romana Bianca Lupi. Malcelata sotto l’alter ego di Martina, giornalista su riviste per teen ager, Lupi racconta avventure e sventure di una ragazza d’oggi coi suoi coetenaei – e non solo. Il tono è disincantato quanto basta, soave con tratti spesso sardonici e le storie suonano credibili nella misura in cui sono sovente paradossali. Convincono anche le buffe tassonomie sentimentali, cui Bianca Lupi si abbandona con la giusta circospezione. Servito da una lingua colloquiale che non ammicca mai, l’umorismo amaro di questo esordio annuncia un’autrice da seguire.
Come al solito: le cose più importanti si fanno sempre all’ultimo momento.
In due mesi a New York avevo visitato tutto il visitabile, dall’Empire State Building a Ground Zero, dal Metropolitan al Guggenheim (il MoMA no, perché era chiuso e in riallestimento), dalla Statua della Libertà a Central Park, per non parlare dei miei pellegrinaggi notturni nei templi del jazz e delle mie quotidiane flâneries in giro per Brooklyn o per il Greenwich Village o per i dintorni di Washington Square. Eppure mi mancava una delle cose che mi interessavano di più: la casa di Louis Armstrong.
Mi decisi proprio il giorno prima di partire.
La giornata non era delle migliori, anzi a dirla tutta era uno dei giorni più brutti da quando ero a New York. Era l’inizio di novembre e nei giorni precedenti aveva soffiato un vento gelido: di colpo l’autunno si era trasformato in un inizio di inverno, e ora al freddo si era aggiunta una pioggerella molesta, sottile, appiccicosa. Tutta Manhattan era immersa in un’umidità deprimente e il cielo era color fango.
Secondo fonte Censis, in Italia un terzo della popolazione non parla alcuna lingua straniera; meno del 20% è bilingue; il 50,1% ritiene scolastico il proprio grado di preparazione, il 23,9% giudica il proprio livello buono e solo il 7,1% lo valuta molto buono; inoltre, per il 55,9% della popolazione italiana lo studio delle lingue a scuola è ritenuto scarso o gravemente insufficiente.
Il multilinguismo: una risorsa e un impegno
di Silvia Minardi
Smantellato l’insegnamento linguistico
I tempi bui per la scuola italiana e anche per l’educazione linguistica integrata sono, purtroppo, destinati a durare a lungo. Leggi il seguito di questo post »
Che ci faceva seduto per terra a tracciare lettere ebraiche sulla polvere di Gerusalemme? Si trovava sul percorso che dal tribunale andava verso il luogo dell’esecuzione. Per le lapidazioni si usava una fossa larga in cui stava la persona condannata. Dal bordo superiore la folla in cerchio scagliava pietre in basso. Un corteo passava portando una donna condannata per adulterio. Uno sconosciuto, un galileo, sta accovacciato in terra, scrive sulla polvere. Il corteo si ferma presso di lui, per chiedergli un parere. Strana legge quella che a sentenza di morte emessa e in via di esecuzione, chiede a un passante un ultimo parere. Un’ultima parola poteva avere grado di giudizio, ribadire, sospendere, annullare una sentenza. Da noi si litiga per la poca certezza della pena: lì e allora la più grave sentenza di un’aula di tribunale si poteva annullare per strada. Quella legge prevedeva la condanna a morte ma sperava fino all’ultimo di non doverla applicare. Leggi il seguito di questo post »
Ti guardo e non ti riconosco. Non mi riconosci. Le onde propagano calore nei riflessi, e mi chiedo cosa ti sia successo stanotte. Mi guardi con aria interrogativa, come se io potessi rispondere al tuo posto. Ti soffermi, e allora ti spio, ti scruto, per capire. Ma cosa dovrei fare, se tutto è così nebuloso? Vuoi chiedermi aiuto, e io non posso fare altro che stare di fronte a te, impotente. Vorrei cambiare la tua espressione. Mi piacerebbe abbracciarti ma so che non vuoi. E non puoi. In ogni caso. Leggi il seguito di questo post »
Lucerna della notte,
Primo respiro,
Prima carne.
Tabula,
Prima parola,
Prima del verbo.
Eppure silenziosa
E riposta figura.
Eppure unica lacrima.
Quadro dell’invisibile,
Madre della poesia.
[Lakis Proguidis è attualmente il direttore di L’atelier du roman, rivista di letteratura che si pubblica trimestralmente a Parigi dal novembre 1993. I numeri hanno spesso un tema dominante. L’ultimo (57), del marzo 2009, è molto felicemente dedicato alla bellezza: Du beau dans la poésie e dans le roman. Tra i molti articoli interessanti ho scelto di tradurre l’articolo dello stesso Proguidis, che ha volentieri acconsentito, dal titolo Auprès du beau, a.s.]
Due ipotesi: 1. Il dialogo estetico presuppone l’esistenza in un tempo precedente l’opera d’arte (tesi contro l’autonomia della critica); 2. Le parole acquistano significato soltanto all’interno della loro civiltà (tesi contro il primato della lingua).
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Omero che invoca la Musa. Per arrivare alla forma d’arte, per padroneggiare una materia caotica composta di parole, di immagini, di suoni, di ritmi, di significati contradditori, di opinioni di ogni tipo, di valori commoventi, di circostanze diverse, di casi, di gusti variegati e continuamente mutevoli, di fuggevoli ispirazioni, di sensazioni e di desideri insondabili, Omero implora la grazia di una potenza sovrumana.
Si noti che Omero, per fare quello che ha fatto, non ha ricevuto, per così dire, alcun ordine dall’aldilà. Leggi il seguito di questo post »
Come sono vuoti ma conseguenti
i caduti in questa terra, testimoni ràbidi
della corsa di pietre rotolanti
in cerca di lune che pace non recano.
Ma forse non è che il tempo,
il tempo che scorre e vola,
a soffrire per queste torbide lune,
e per le ombre del giorno
- quelle ore che da sole scrivono
il nome dei morti
oltre il davanzale del vuoto,
sui marciapiedi spazzati dal vento. Leggi il seguito di questo post »
Ma ora è il momento
di mettersi a dormire
lasciando scivolare il libro che
ci ha aiutati a capire
che basta un filo di vento
per venirci a guidare
perché siamo naviganti
senza navigare
mai.
Ti siamo vicinissimi, Gaja, amica nostra carissima.
Mi mancano molte cose .La semplicità del dileguarsi il sostenere la fiducia negli uomini e nella poesia.
Poi arrivano pomeriggi e tiepide arie di sole come oggi.
E ricomincio continuamente e daccapo a sperare.
Jack Hirschman è seduto sul cuscino verde di un’altalena. Sorride e sbadiglia. Il fuso orario ha il suo peso. Ma il Poeta ha il cuore forte. Saldamente immerso nel nostro tempo nonostante le pulsioni dolenti di un’umanità esclusa desolatamente messa in mora dal progresso.
Allora affida alle parole la decrescita il contenimento delle divisioni tra le opulenti scintillanti fiamme dell’occidente e le grida che corrono dal sottosuolo dalle ingiustizie del mondo. Leggi il seguito di questo post »
Quando l’ho visitata, aveva circa 2.000.000 di abitanti, costruita dagli Inglesi, passata poi ai Francesi, la più grande città della Guinea: Conakry. Essa si affaccia pesantemente sulla costa dell’Atlantico e agli occhi del visitatore la città appare come un immenso agglomerato di baracche, tra cui, di tanto in tanto, spunta una moschea. Leggi il seguito di questo post »
“Sparano ancora, papà?”
“Sì, ma lontano lontano. Qui non succede niente.”
Soltanto adesso sembra che torni a respirare, ma rimane in silenzio.
“Paura?” gli chiedo. Non risponde.
“Prendiamo un po’ di medicina?”
Non c’è luce nella stanza, se non quella delle granate in esplosione, un lampo che filtra dalle finestre. Ogni vampata rimanda un riflesso opaco dal nastro adesivo attaccato in diagonale sui vetri. Non c’è luce in questa stanza, ma lo vedo annuire piano, come se – una volta di più – non volesse far rumore. Quattro anni, e la prudenza di un vecchio.
“Allora” inizio, “c’era questo bambino che si chiamava…”
“Spaventino” prosegue lui. È il segnale che la medicina ha già iniziato a fare effetto. Leggi il seguito di questo post »