L’ubicazione del bene
Pubblicato da adezeno su giugno 1, 2009
Giorgio Falco, L’ubicazione del bene, pp.150, Einaudi Stile Libero € 16,
Quando, nel 2004, venne pubblicato Pausa Caffè, titolo che segnò l’esordio di Giorgio Falco, furono in molti a salutarlo con l’entusiasmo della sorpresa e con la meraviglia che si prova al cospetto di una scoperta felice. Ebbe particolare eco, allora, una favorevolissima recensione firmata Aldo Nove che dalle colonne di Tuttolibri parlò di «nuovo poeta epico del mondo del lavoro precario», intendendo così sottolineare il potere evocativo di una scrittura capace di partire dalle zone marginali di una realtà vicina per approdare a nuove forme, altri simboli, zigzaganti e instabili, ma universali. Marginalità, spazi a latere, luoghi angusti e miserrimi che nel caso di Falco erano attinti dal mondo del lavoro di oggi, un mondo popolato da personaggi completamente arresi al potere spersonificante della propria professionalità labile e precaria, e contro le cui aberrazioni si faceva strada l’impossibilità di opporre vere alternative esistenziali. Lavoratori temporanei, a progetto, a termine, un’umanità giovane ma vinta in partenza, inconsapevolmente becera, che si bruciava il cervello spalmando le ultime sinapsi in monologhi autistici, autoreferenziali, desolatamente tristi. Rassegna spietata di figure umane ridotte a sagome grottesche, Pausa Caffé trovava linfa narrativa proprio nella frammentazione, nella potenza dei tanti, più o meno brevi, quadretti dentro cui gli ingredienti di questo universo fatto di jingles, cartelloni pubblicitari, promozioni telefoniche, comizi e riunioni aziendali si confondevano fra loro in un magma (corale e al tempo stesso solipsista, egotico) opprimente, restituendo al lettore l’affresco, purtroppo credibilissimo, di una contemporaneità oscena. A distanza di cinque anni da quella prima prova esce oggi L’ubicazione del bene (Einaudi Stile Libero, pp.150, euro 16), decisamente meno ingombrante del suo predecessore (che contava ben 350 pagine), e che forse anche grazie alla maggior brevità risulta più fulmineo, crudo, carico di potenza offensiva. Sempre alienati e persi, gli insetti tristi di Falco sembrano ora aver messo da parte per qualche momento la dimensione del marasma urlante per trasferirsi dentro tracciati più lineari, organici, ovvero i confini di un luogo immaginario situato alla periferia di Milano, piccolo microcosmo parallelo che porta un nome ridicolo e austero: Cortesforza. E’ qui, tra le mura sedate di composte villette a schiera, che si consumano i loro perscrutabilissimi destini ricamati intorno a questi nove racconti splendidi, feroci e senza allegria. Divise tra il desiderio di fuggire in qualche modo e la certezza di non possedere nemmeno l’ombra delle carte necessarie a riuscirci, le anime morte di Falco provano comunque a immaginarsi un’alternativa, fittizia magari, falsa e scadente come l’erba dei loro giardinetti, come il cartongesso vuoto degli appartamenti che abitano; hanno imparato un poco alla volta che aspirare alla felicità non si può più, e che è già un buon risultato spartire i giorni che restano da vivere con disperazioni sommesse e timide tragedie, e barattare l’esasperazione della sconfitta con follie silenziose, non compromettenti. L’occhio entomologico di Falco ha quindi deciso di cambiare la visuale spostandosi dalle schizofreniche agitazioni della routine lavorativa agli arti addormentati che tornano a casa con gli occhi e i cuori spenti. Cuori che impietosiscono, e in fondo commuovono, perché nelle loro pulsazioni sempre più tenui riconosciamo le nostre, e quelle di chi ci sta attorno; il ritratto, insomma, di un mondo che ci immortala per come almeno in parte siamo diventati (stiamo diventando) oggi: degli spossati, ignavi e tragici nullatenenti.
Ade Zeno














Gaja detto
bellissima recensione. conosco giorgio falco, ho letto il sorprendente “Pausa caffè” e ho sentito cose assai lusinghiere sull’ultimo libro. lo leggerò.
grazie!
achillemaccapani detto
Mi associo a quanto detto da Gaja.
rmorresi detto
vero, lo leggerò
r
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